Inno metalinguistico sproiettato

15 Novembre, 2009
Inno metalinguistico sproiettato

La città “è” la banalizzazione del luogo, lo spazio libero anticoercitivo, senza limiti se non quelli fisici dell’altro oggettuale (palazzi, marciapiedi, pali, piloni, semafori, cani, gatti, uomini ecc.).

Sfiorare i limiti, le soglie corporee – primo grado di un rapporto aleatorio – inizio di una pregnanza avvertita come irriducibilità del mondo, l’ormai classica irreparabilità.

Solo l’essere banale, conscio della propria mancanza di originalità, della propria messa al bando (che si mette al bando), riesce ad intravedere una diversa singolarità comunicativa divenendo il principale nemico dello stato in quanto a-politico abitante, o meglio, commerciante-cliente non cittadino, mercante primitivo del proprio essere disseminato che, essendo consapevole della propria singolarità comune, diviene responsabile della propria assenza di scopo o fine (sé in-finito, in ogni caso continuamente provvisorio, precario). E’ questa – dell’essere singolare comune – l’unica prospettiva plausibilmente slegata da ogni forma di nichilismo, l’ottica nuova che riesce a svincolarsi dal tentativo concettualmente obsoleto di una ricostruzione identitaria, quel punto di vista in-finitamente di-versificato il quale conducendo ad effettiva estraniazione produce il libero movimento dell’essere, la sproiezione nella varietà-verità del mondo.

Proprio perché a-causale (casuale), il singolo comune è inadatto a sciogliere il nodo individuale e in tal modo è sempre pronto ad accogliere e disperdere (da un punto di vista fisico, si pensi ai residui organici e non), ad appena avvertire – sfiorare – l’altrui soglia ovvero il comune esser vago nel vuoto: ogni eventuale legame è disciolto nell’eventuale presenza-assenza. Metaforicamente l’essere singolo comune è campo coltivabile indefinitamente a cui s’intreccia (non si sovrappone) la figura del seminatore razionalmente consapevole dell’impossibilità di auto-inseminazione – in pratica la fertilità di un interscambio attivo, osmotico, d’azione. Paradossalmente questa sproiezione metaforica dell’essere singolo comune tras-pone un principio individuale dell’ordine delle cose, non un ritornare dialettico bensì uno stornare in itinere: nel senso che l’azione sproiettata nell’a-spazialità (precipuità ineffettiva) del continuo movimento spaziale dis-pone alla creazione di un mondo (mistificazione assidua: la nuova tecnica o la nuova arte se si vuole).

La nuova visione che scaturisce da questa trasposizione dispositiva dell’essere si spiega in termini di stupro identitario che il singolo compie nell’approccio, accettazione, connessione all’altro (abolizione definitiva di qualunque concettualizzazione di verginità traslata; piuttosto ritorno all’origine etimologica cioè alla spinta e poi forza, energia, turgore, nutrimento, maturità – lo slancio è l’opposto della stasi, l’intatto l’immacolato è deflorazione). Stupro identitario cioè perdita di una memoria atavica, il vetusto valore della tradizione occidentalidentitaria: la dissoluzione della trita memoria è pratica, ginnastica di continua sostituzione, etica nuova nuovo costume, nuova prospettiva, frustrazione del fine – la verità – nessun centro, nessun bersaglio, l’unica attenzione possibile è dis-tratta e quindi attratta su ciò che potrebbe sfuggire.

Solo un’attenzione disattenta all’evidenza del momento è accadimento del reale, desiderio d’esterno, dispiegamento di mondi intreccio momentaneo e dissoluzione di trame, sboccio, aria, amore. Scaturigine spontanea di una partecipazione ineluttabile proprio perché involontaria, la vita è dovere esorcizzare la morte come concetto a-priori, blocco dovuto a un preconcetto identitario e umanista, nonché, in quanto esperienza decentralizzata, apertura al possibile.

 

Gianluca D’Andrea   (23/05/2003)

http://www.nabanassar.com/testinno.html

 


METODO – reprise

15 Novembre, 2009

Ho smesso di commentare nei blog e sto raccogliendo integralmente i miei sei anni di presenza nel loggione in Nazione Indiana. Tale “Stupidaire”, o delle mirabolanti punture di GiusCo, verra’ presto rilasciato in .pdf quale ennesimo ed ultimo esperimento individuale di scrittura piana e in italiano. Che GiusCo possa considerarsi una persona letteraria e non la saccente versione telematica dell’uomo Giuseppe Cornacchia, sara’ simpatico valutare a tempo debito.

Nella trascrizione fedele della GiusCo-eide, risalendo dai primissimi post del 2003 ormai qualche settimana fa (dopo l’ultima e fatale baruffa col commentatore Salvatore D’Angelo) sono oggi arrivato al 5 novembre 2007, data in cui Andrea Raos mise online la mia METODO e la prima traduzione inglese (a cura di Chiara De Luca, Gray Sutherland, Judy Swann), che poi sarebbe confluita leggermente modificata nell’Ottonale bilingue pubblicato da Erbacce Press, Liverpool, 2008.

Ripropongo quel post per i commenti, nei quali si discusse soprattutto la traduzione del termine italiano nocciolo con core, preso dal gergo nucleare. Una sorpresa fu l’intervento di Adeodato Piazza Nicolai, a confermare che i blog, alcuni blog, sono davvero letti da un numero silenzioso di intellettuali non ancora disposti a scendere nell’arena dove hanno battagliato i GiusCo & affini, se non in casi del tutto eccezionali. Peraltro, il garbo di Piazza Nicolai e’ raro e non si impara in accademia.

Trovate il post qui: poesia del METODO su Nazione Indiana


“Galacticos” – la vera antologia del millennio decimonono di Kuiper

13 Novembre, 2009

Il cerchio

5 Novembre, 2009

Yo La Tengo al “Flog” di Firenze il 28 Novembre

31 Ottobre, 2009

[In vista del concerto fiorentino del 28 novembre al Flog di Firenze, propongo una playlist degli Yo La Tengo, rinnovando lo stesso post, traccia scaccia traccia, per i nostri lettori/ascoltatori.

Già ascoltati:

- More stars than are in heaven, qui, tratta dall'ultimo album Popular songs (2009).

- Autumn sweater, qui, tratta da I Can Hear the Heart Beating as One (1997).

- Don't have to be so sad, qui, da Summer sun (2003).

- Mr. Tough, qui, da I'm Not Afraid Of You And I Will Beat Your Ass (2006).

- From the motel 6, qui, da Painful (1993).]

Sotto, Everyday, da And then nothing turned itself inside-out (2000)

 


Cappuccio di rana e verdità – Otto poesie di Richard Rorty

27 Ottobre, 2009

[Le poesie nell'originale, qui]

 

Wittgenstein, Heidegger, Dewey, Descartes, Locke, Kant

 

La tradizione è terapeutica

più che costruttiva.

Cosa è meglio credere?

Balzi nella conversazione

e voci specchiate,

non metafore buone per l’occhio.

 

Il mentale

 

Ogni funzione non ha corpo,

non subito s’afferra.

I sentimenti sono fantasmi

e il dolore,

che anticipa la mente.


A nulla servirà

salvare la storia delle idee.


Tu conosci, non un problema

ma una descrizione:

il tuo dolore è il mio.

 

L’essenza trasparente

 

Siamo di vetro come gli angeli

non possiamo afferrarci

che fuori dallo spazio.

Occhio non vede, orecchio non sente.

Il due porta a chiara evidenza:

dolori e pensieri non hanno luogo.

 

Una pura sensazione di dolore

 

Hai provato dolore? Hai una mente.

Basta qualcosa di sbagliato,

una falsa credenza.

Crediamo di guardare la stessa stella

anche dopo aver compreso

la lontana palla di fuoco

non il buco vicino.

Nessuna differenza dall’esterno,

ma dentro.

 

Il dolore

 

Quanto più uno cerca la risposta,

tanto più inutile diviene la domanda.

La parola dolore,

niente a che fare col dolore.

Impossibile per lo scettico dubitare:

non ha commesso alcun errore.

 

Di nuovo, pratica sociale.

 

Il temperamento grigiogesso del nostro calvo giovane Ph. D’s

 

La morale da trarre,

la metafora così a buon mercato.

 

Sapete queste rappresentazioni?

Ti costringono a credere

cappuccio di rana e verdità.

 

Naturalistico o storicistico, o della motivazione sociale

 

I koala si percepiscono bianchi?

Hund è tedesco per un cane?

Robinson crede in Dio?


La paura dei fantasmi:

niente di strano sta accadendo.


Possiamo dire allegramente

a fronte del mondo sorpreso:

impulsi al nervo ottico,

all’unanimità

il regredire all’infinito dell’argomento.

 

Il lavoro del linguaggio

 

Una quercia è un albero

cosa idea parola.

Una voce nella conversazione,

scomodo strumento, bellezza

senza logica. Questa convergenza:

prodotto inevitabile della storia.

Un matrimonio, gravosa occupazione

su questioni così rischiose.

E’ il semplice e banale senso

del vero.


[trad. Rendo]



Gli ingranaggi della solitudine (Appunti sparsi sulla poesia di Amelia Rosselli) – di Andrea Ponso

22 Ottobre, 2009

amelia rosselli

Il linguaggio poetico di Amelia Rosselli, è stato detto, sembra non derivare da nessuna tradizione in particolare, e tantomeno non riesce a trovare arginature e discendenze italiane certe. Forse, tale fenomeno può derivare dal rifiuto (che, beninteso, non è un rifiuto solare e cosciente) di ri-prodursi. Certo, l’arte non deve necessariamente non-produrre: e infatti qui non si tratta certo di gratuità estetica ed estetizzante, casomai di una gratuità pagata a caro prezzo. L’arte rifiuta piuttosto di riprodurre chi la scrive, cioè rifiuta di in-scriverlo.

E da questo punto di vista gli errori e i lapsus della Rosselli non sarebbero la devianza dalla norma (nell’immediatezza priva di memoria dell’attimo esplosivo di linguaggio non c’è forse regola e nemmeno ricordo) ma un modo per chiedere appunto un riconoscimento altro da quello che ci ri-produce, oppure un mezzo per arrestare il flusso altrimenti troppo impetuoso e privo di ostacoli di una parola nello stesso tempo piena e vuota, totalmente censoria nelle sue regole (ma anche nelle sue trasgressioni) e totalmente libera.

In questo delirio sismico e magmatico della lingua il valore del significato è estremamente labile (come anche Giudici notava nella nota introduttiva alle poesie garzantiane): siamo di fronte proprio ad un cataclisma. Ad un cataclisma e alla sua simultanea simulazione linguistica. Una simulazione di ciò che c’è già: una distruzione che già è in atto e che attraverso il linguaggio si vorrebbe generare come figlia più o meno cosciente della volontà, proprio per esorcizzarne la portata e per illudersi di poterla almeno direzionare.

Insomma, sembrerebbe che la Rosselli fingesse di procurare criticamente un disvelamento dei meccanismi tarati dei codici, uno scardinamento programmatico, avanguardistico.

La recita, da parte sua, dell’avanguardia e della neoavanguardia.

Invece è il tentativo di un progetto quasi matematico (spazi metrici) volto a creare delle forme-formule vuote (com’è della matematica stessa, della scienza e della magia) in grado di ospitare ciò che altrimenti non si darebbe, non si riconoscerebbe: una sorta di somatizzazione cosciente della lingua.

La riconquista di una propria lingua non ha forse molta importanza. Fondamentale è invece il trovarsi (anche nostro malgrado) in una lingua propria, che sappia cioè propriamente dire l’immediatezza di ogni luogo-situazione, raggiera convergente e senza un fuoco, surplus-ingorgo di comunicazione che nel suo debordare e solo grazie ad esso tocca il corpo dell’altro abbattendo le dighe del comunicare stesso, della socialità e della nazionalità, comunicandosi.

Non c’è del resto, una intenzione comunicativa in senso stretto in questo procedere, quanto casomai un bisogno, quello si, di contatto epidermico, in primis del poeta con se stesso e con qualcosa che lo irrita e lo spaventa. Qualcosa contro la quale si sfrega e che lo fa sanguinare: le grate minuziosamente predisposte dal linguaggio si incrociano e cozzano con altre grate ben più profonde e affilate, quelle del (proprio) essere: tra le due, tra i due sistemi di graticole contrapposte, solo l’aria può passare, quella del respiro e dell’orale, che mai s’intona, poiché l’intonazione sarebbe appunto intonazione ad uno dei due ordini di grate: intonacazione, quindi, e chiusura del respiro per soffocamento (letterario e formale).

Una sorta di macchina per la respirazione quindi, ospedaliera in questo senso, che tiene in vita (a questo punto, chi? Che cosa? L’aria tramite l’aria stessa?) in un crash continuo e protratto alla Ballard il tra, l’aria pulsante e ancora viva in un groviglio-incastro di lamiere fumanti e incendiate.

In questo movimento, l’incapacità chirurgica di antologizzarsi coincide con l’impossibilità della cauterizzazione. Il male, per essere riconosciuto, deve avere un nome (una lingua), deve essere sezionato, scelto, tagliato e isolato (cioè, appunto, antologizzato).

Il pezzo scelto diventa così reperto, cadavere, cittadino: gli si regala una lingua e una cura.

Amelia Rosselli non ha cittadinanza proprio perché non può che scegliere la malattia stessa come guarigione, in un continuo stillare di sangue e umori, di spasmi e di visceri.

Movimenti, spargimenti e flussi, incontinenze che non a caso ricordano il contorcersi di cavità umorali e femminili, gli spasmi del vuoto insomma. Un vuoto che ha molto del sacro: vuoto e cavo é infatti l’orecchio-ascolto, oppure il sesso femminile-generante o la bocca stessa, o il cuore trafitto … immagini queste, che ritornano con sfumature diverse ma invariate nelle scritture della grande mistica femminile, da S. Teresa a Maria Maddalena De’ Pazzi. Il corpo, è anche corpo tipografico, che si ricostituisce, anche graficamente (v. ancora Spazi metrici) per mozziconi, per brani, in quell’urlo, in quella contrazione, in quella orfanità (non solo bio-grafica). In quella solitudine.

Poesia, questa della Rosselli, come naturalità del respiro del pensiero. Ma nessun pensiero è naturale. E’ piuttosto un meccanismo dentellato e cingolato che approfitta della respirazione stessa, corporea ed essenziale, nuda, per funzionare (cioè dare e stabilire funzioni e funzionari nel corpo) e per triturare e smozzicare.

Il meccanismo linguistico di questa scrittura è rovinato e spezzettato, come l’arcata dentaria di chi ha ingoiato e ruminato troppa vita, subendone gli acidi della macerazione e l’azzurra melodia del suo veleno.

E questa poesia ha la capacità di mettere in moto, nel lettore, lo stesso apparato, cigolante di fronte all’incomprensibile, della macchina interpretativa, con le sue carrucole di senso e i suoi fondali fatti a mano: e la forza e il danno principale, il trauma insomma, è quello di farci sentire che tutto questo accerchiamento, che tutto questo affanno altro non è che una macchina o, meglio una macchinazione, e che la fatica è la fatica stessa della vita, di un mantice che soffia e respira, spandendo malessere su tutto ciò che lo circonda.

Così, anche la malattia è una richiesta di senso (di e del linguaggio): un fondale di carta. Un gioco di specchi.

La volontà di significare ghermisce la carne, con una operazione (ancora un termine medico) altamente invasiva, con l’acciaio e il centimetro delle battute tipografiche, rendendola macchina e ingranaggio. Una sorta di martirio. Una sorta di intervento di salvataggio. Contemporanei. Infatti, i giochi allitterativi e gli altri procedimenti che coinvolgono e provocano lo slittamento del senso assumono spesso la forma (non forma) del surplace: una fuga immobile, una rincorsa del senso che diventa contemporaneamente fuga dal senso. E, detto di sfuggita, è questo un altro tratto che accomuna questa scrittura a quella delle mistiche: bisogno di significazione e di significare (religio) e peccato nel dire l’indicibile, il non condivisibile, cioè impossibilità di chiudere la ferita (dio) in una sutura, in una malattia, in un senso, in un nome (in una forma).

Ed è infatti questo bisogno di comunicabilità e di comunione il male, il dilaniamento. Ma è anche l’unico mezzo di salvataggio: smascheramento dell’estrema e irriducibile solitudine.

Ideale sarebbe, come ricorda la stessa Maddalena De’ Pazzi, l’amore morto, la forma più alta di amore: “… il quale non desidera, non vuole, non brama e non cerca cosa nessuna, però che l’anima che possiede questo amore, per la morta relassazione che ha fatto di sé in Dio, non desidera conoscerlo, intenderlo, né gustarlo. Nulla vuole, nulla sa e nulla vuol potere”.

Alla volontà di significare si accompagna inestricabilmente la volontà di ricostruirsi, per brandelli, per mozziconi, per resti. Questo accomuna Amelia Rosselli al gesto da affogante di Dino Campana e al suo essere nell’intensità fisiologica e corporea del canto non come punto di arrivo ma come iniziale/finale punto di partenza/arrivo. Non nel luogo tutto novecentesco della protezione e della distanza critica. Nell’obitorio dei cadaveri santificati.

Del resto, chi sta o, meglio chi non si trova nel caos magmatico, nella parte contagiosa del significante (sappiamo tutti dove porta) non si preoccupa (cioè non agisce programmaticamente) di scardinare il linguaggio e denunciarne le tare. Lo ripetiamo, il movimento é casomai quello opposto di un precario e pur sempre invocato salvataggio (il figlio dell’uomo, lo ricorda il vangelo stesso, non ha un luogo dove posare il capo).

Per questo, l’avanguardia è poco più che un sipario, come già abbiamo detto.

La confusione linguistica, l’uso delle tre lingue e delle microlingue del privato ci mostra da vicino il travaglio davvero babelico dei codici, l’utopia (che, nell’etimo, non ha luogo) fattasi carne: quindi dolore e divaricazione, svuotamento del luogo-pieno verso il suo non luogo: una utopia incarnata, quindi impossibile e oscena. Una utopia non usata come farmaco calmante e tonificante, ma come veleno e fiele.

Poi, a tratti, la benevolenza divina che, pietosa, risparmia dalla frontalità dell’unica terribile lingua non rintracciabile. E la solitudine, ancora, di chi è comunque crocevia e ingorgo di favelle, profeta non ancora utilizzabile (prima dell’amore paolino), gorgo pulsante e vivificante del mondo, getto continuo di sangue e respiro, spasmo pre-musicale del corpo.

Insomma: piagati dal dio, al dio abbiamo chiesto un dono, abbiamo chiesto e osato la sua imparagonabile somiglianza (un modo per avere dei vicini, un vicinato). Egli ci ha regalato la somiglianza della sua solitudine, della sua incomprensibilità, della sua imparagonabilità. La sua più alta e terribile preziosità. Che esclude ogni amore. O è solo una nostra infermità.

La forza di rimanere accanto alla non reciprocità, all’ottusità e alla solitudine di chi non dà risposta e non riflette immagine, come alla cosa che più ci assomiglia e che più ci è vicina.

Lo sforzo è, inevitabilmente, uno sforzo del corpo e della resistenza fisiologica.

Solo un contatto fisico, tra due superfici, morte al linguaggio e ai codici. Libere dalla morte lenta e agonica delle forme. Dio contro Dio. Da deserto a deserto. Senza popoli.

(2002 – la proprietà letteraria di questo articolo è di Andrea Ponso)


RORTY IS DEAD – Excerpts from “Philosophy and the Mirror of Nature”

17 Ottobre, 2009

Excerpts from “Philosophy and the Mirror of Nature”


Wittgenstein, Heidegger, Dewey

Descartes, Locke, Kant

reference is therapeutic rather than constructive.

What is better for us to believe?

Not ocular metaphors

but aesthetic enhancement in conversation

and mirrors on the voice.

*

What we mean by mental.

Any functional state is nonmaterial,

not immediately evident to all who look.

Feelings just are appearences,

the universal painfulness itself.

We see pain before the mind,

nothing will serve

save the history of ideas.

You know, not a problem

but a description of the human condition

in your pain becoming mine.

*

Our glassy essence is something

we share with angels

and we cannot grasp it

but become indentical with

as nonspatial substance.

The eye cannot see nor the ear hear.

Dualism reduces to the bare insistence

that pains and thoughts have no places.

*

If you had the raw feel

of painfulness, then you had mind.

It is merely a matter of getting

something wrong, having a false belief.

We expect the star to look the same

even after we realize

that it is a faraway ball of flame

rather than a nearby hole,

no difference at all from the outside,

but all the difference in world from the inside.

*

Let’s focus on pains.

The more one tries to answer them

the more pointless they seem to become.

So the word pain

could have nothing to do with what pain means,

it is impossible for the skeptic to doubt

what he doubts without having some mistake.

Social practice again.

*

The gray-plaster temperament

of our bald-headed young Ph.D’s,

the moral to be drawn,

the metaphor is unpacked in this way.

Are you aware of these representations?

Froghood and greenness

is a compulsion to believe.

*

Naturalistic or historicist

when you understand the social justification.

Koala feel themselves white?

Hund is german for dog,

Robinson believes in God.

The fear of ghosts,

nothing sneaky is going on.

We can fasten with glad cries

upon a startled world,

pulses in the optic nerve

in terms of the consensum gentium,

the infinite regress argument.

*

How language works?

An oak is a tree

thing idea then word.

A voice in the conversation,

clumsy dialectical instrument,

nonfunctional beauty, This convergence

is an inevitable artifact of historiography,

a marriage function, serious worry

upon such hazardous matters.

It is the homely and shopworn sense

of true.

——

Giuseppe Cornacchia adapted these excerpts from Rorty in order to spread the poetry inside the thinker. See you, Richard. RIP.

13-14 / June / 2007 – www.nabanassar.com


In memoria dell’ispicese Turuzzu Muturinu – di Francesco Lauretta

12 Ottobre, 2009

lucia e turuzzu

[Vedi anche su: http://www.spaccaforno.it/]

Poco fa un caro amico, da Roma, mi ha scritto una e-mail dove mi informava della morte di Turuzzu Muturinu. Io lo conoscevo con questo nome e cognome. Questa estate ci siamo incontrati spesso, più volte ci siamo abbracciati: Come stai, Ciccio?, mi diceva ridendo. Appare in uno dei miei video dal titolo Condizioni marginali dove chiama, straordinariamente, a modo suo: Cattelaaaaaan!

Di lui ho realizzato un quadro che recentemente ho esposto a Roma, al Vittoriano, un quadro che ho intitolato: Non saremo noi.

La scorsa settimana ho scritto due parole intorno a questa opera per la documentazione di Palazzo R.I.S.O di Palermo. Questo è quanto ho scritto:

Non saremo noi.

Una coppia improbabile, sulle prime. Poi lo sguardo disegna un uomo –Turuzzu- solo, e una giovane –Lucia- isolata. Immersi in uno spazio che assorbe, un interruttore esterno che può spegnere ogni cosa, o accendere dentro. La bandana americana era sogno. Lei, giovane, ha un telefonino ma comunica disagio, fatica d’esserci. Lui, una sigaretta in mano osserva, noi, voi, distante. Storie di ordinario fallimento: Non saremo noi, protagonisti di vita; Non saremo noi, come voi. Un volo poi, più in là…

Ho voluto un gran bene a questo grande uomo.

Nel quadro ci osserva, distante:

1

Voi siete tutti

meno uno, è vero.

ma non c’è sottrazione. Il conto

non torna mai. Quell’uno

non a voi,

a se stesso si toglie.

cala ogni giorno, si azzera. Ogni cosa

resta com’era.

La grandezza che siete

non lo comprende.

L’intero a cui manca

gli sta di fronte.

2

Rogne, scrupoli. Muri

da tutte le parti, muri.

Ormai soltanto la vergogna

mi tiene in piedi. e la paura.

Mi manca il tempo.

Mi mancano tre denti.

Vado meglio, così?

Siete contenti?

3

Voi: figlio prediletto

di Dio.

Io: vostra lontananza,

vostro difetto.

[Tre poesie dalla raccolta Voi di Umberto Fiori.]


Addosso alla dittatura mediatica! E poi scoprire di esserne foraggiati…

7 Ottobre, 2009

DUE ESEMPI DA MANUALE

EVELINA SANTANGELO: “A me non interessa il «messaggio» in sé, che sento parola pericolosissima, se brandita come una spada, né interessa (in assoluto) chi ha prodotto quell’opera e con quanti soldi (perché tutto ciò avrebbe a che fare con un altro genere di riflessioni e un altro genere di problemi, rilevanti, ma di natura diversa. Problemi, per inciso, che mi riguardano, certo, e mi toccano personalmente, avendo pubblicato anche io con Einaudi gran parte dei miei libri).”.

Evelina Santangelo, palermitana, domina con queste parole (tratte da un intervento a chiusura di questo post su Nazione Indiana, qui) la “dannazione”.

Quale forza, a monte della professoralità – che pasce a valle ruminante -, mi chiedo, dovrebbe possedere autore ed opera e per quale strada andare o quale spada brandire colui che ha fatto sfida al tempo con la popolarità vanesia del ruolo? Come può?

A me interessa il messaggio, da dove viene, e il suo effetto di trascinamento; la relativizzazione, snobberia della più bell’acqua, è una tana.

GABRIELE FRASCA: “Il mio rapporto con l’editoria è ambivalente. Mi trovo a lavorare sia per la piccola editoria che per la grande editoria, come per esempio può essere per Einaudi e in questo caso parliamo proprio del nemico perché Einaudi ormai è Berlusconi. Per altre cose, invece, cerco disperatamente di trovare altri editori e di lavorare in una maniera diversa per rifuggire alla massificazione che è inevitabile nel caso della grande editoria.

Il mio lavoro per Einaudi mi lascia totale libertà ma soltanto perché mi occupo esclusivamente di due settori particolari. Uno è la poesia. La poesia non vende e quindi sulla poesia non intervengono anche perché sarebbe inutile visto che il più delle volte le poesie non si capiscono. Il secondo sono le traduzioni beckettiane e lì si tratta di un’opera che già esiste e quindi non si può bloccare.

Credo, invece, che scrittori che lavorano per Einaudi, come ad esempio i Wu Ming, abbiano dei problemi ben più seri; penso che loro debbano rimanere per forza su un target, non potrebbero mai scrivere una cosa diversa da come la scrivono. Volendo metterla su questo piano, i Wu Ming si sono venduti da subito. […]

Ho scelto di non fare lo scrittore di professione, perché altrimenti non sarei stato libero, però, ovviamente, faccio il lavoro più vicino a quello dello scrittore, cioè insegno.”.

Gabriele Frasca, napoletano, sembra affiorare da una nicchia (qui, l’intervista da cui le sue parole), lavora o, come dire, tiene famiglia, scrive poesie, la poesia non è capita, traduce Beckett, un classico; pensa di farla franca. Di nuovo, come sopra, e con in più l’inserto moraleggiante per i teneri Wu Ming, nell’insegnante che scrive c’è conflitto fra idealità supposta e pratica realizzazione.

Insomma: estenuatezza, maestria nel calcolo alfanumerico, manualizzazione della parola.

Non scappa nulla alle menti brillanti che certosinamente e con pazienza fanno quel che c’è da fare. Senza il minimo sospetto che il tempo si perde.

***

Angelo Rendo, diritti riservati, ottobre 2009