Di partenza sto sul versante Quine, nel filone delle “Ricerche filosofiche” di Wittgenstein.
È inutile, nelle mie attuali condizioni di vivente immerso in un così chiamato secolo Ventunesimo dell’era cristiana in Europa Occidentale, fare il vareliano: posso tranquillamente cavarmela con le simulazioni: mi basta imitare e modellare la fenomenologia osservabile, sicuro di ricavare un quadro già fedele anche per i nostri scopi letterari; gli affinamenti successivi e il senso complessivo li lascio a studiosi di professione. Resta da definire a cosa può servire la poesia, collocata negli strumenti a forte capacità induttiva più che simulativa.
Le teorie cambiano all’aumentare della penetrazione logica (che mano mano accantona le vecchie teorie, aprendo alle nuove, che a prima vista possono anche sembrare del tutto nuove) ma l’aspetto relazionale di fondo, quello che le teorie sottendono, rimane lo stesso, e quello è il limite conoscibile: è l’aspetto relazionale del mondo esterno ad essere indagabile, non il mondo esterno in sé. Le teorie parlano delle relazioni e non di cosa è il mondo esterno.
Scrivere in informatichese (partendo cioè da un sistema sintattico) afferma una scelta razionale: la superiorità della sintassi sul segno o, meglio, la riducibilità del segno alla sintassi o, ancora, la valenza nella sintassi prima che nel segno. Tornando all’Eco citato da Marchese e dunque alla poesia: le parole sono scelte dal ritmo; ovvero, economicamente: le stringhe sono scelte dalla sintassi, rigettando l’ermeneutica e la storia delle singole parole. Rimanendo sul piano della sintassi, le neuroscienze sembrano confortare: il cervello pare strutturato sintatticamente, non ritmicamente.
E il lettore? A lui conoscere e condividere l’enciclopedia delle sintassi, dopo di che ragionerebbe sulle stringhe. L’adozione della “stringa economica” quale natura base dell’espressione poetica, circoscriverebbe la poesia al modo di dire le cose senza parole inutili e costituirebbe un punto d’arrivo fisiologico prima che pragmatico. Ermetici (iniziati), gnostici (esiliati), alchimisti (simbolici), ermeneuti (interpreti), sociologi (giudici) sarebbero tutti fuori gioco, giacché nel mondo fattuale regna il principio di economicità, rigidamente ma liberamente sintattico, agonistico, comparativo rispetto alle isotopie possibili e precedente le elaborazioni della pragmatica.
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