nabanassar

Nabanassar è nato nel 2002

Due poesie di Nina Cassian (1924-2014) tradotte da Angelo Rendo

by Rendo

POETS

Those fifth-wheel fanatics,
those dangerous lunar horsemen,
their green hair obstructing their eyes
so they can’t see where they’re heading,
hands disconnected from reins,
bodies estranged from horses
and saddles.
Just elongated nudes
under the folds of night
which they rip in their galloping,
just blind nudes riding up to that globe where an
Enormous Finger
once drew a mouth and three nostrils
and hung a tear of dust
on a nonexistent eye,
and wrote something remote
– something that no one can decode.

POETI

Ci sono i fanatici della quinta ruota,
i pericolosi cavalieri lunari,
coi capelli verdi sugli occhi

per non vedere la direzione,

con le mani tolte dalle briglie
sono corpi sospesi su cavalli e selle.

Solo allungati, nudi
sotto le bende della notte
strappate galoppando.

Solo ciechi, nudi verso quel globo dove

un Enorme Dito

disegnò una volta una bocca e tre narici
e appese una lacrima di polvere
su un occhio che non c’era,
e scrisse qualcosa di nebuloso

- qualcosa che nessuno riesce a decifrare.

 

 

CHILD DESCENDING A SLOPE ON A SCOOTER

Speeding down a slope when a child,
you feel immortal – likemotion itself.
Air wraps around your face
like a colored, diaphanous veil,
and you interweave with the trees
as if passing through a dense, green torrent
flowing in the opposite direction.

You’re not afraid – even when you encounter
ovoid houses, deformed by speed,
you slide along, beside them, among them,
vertiginously, on the smooth asphalt
woven in parallel threads.

You glide through the streets’ assembly line
in perpetual motion,
you feel no muscular effort,
you’re only worried about that point
where by all means you’ll have to stop
because of that dog, slumbering in the middle of the
road,
or a catapulting cascade of birds,
or a child, another child,
running headlong into you from the opposite
direction,
from another assembly line,
propelled by a similar motion,
vertiginously.
All you have to do
is not stop,
go through him, or let him go through you,
borrowing for a second the contour of his body,
acquiring for a second the nuance of his eyes,
and, then, keep on running,
with the wind’s veil over your face,
until the street winds up
in a plain flat surface
on which you might, eventually, lie down
finally, finally,
and let yourself be swept away
by the earth’s rotation…

BAMBINO A CAPOFITTO PER LA DISCESA

Bambino a capofitto per la discesa:
ti senti immortale – come il moto stesso.
Per maschera hai l’aria, velo
colorato e trasparente.
Intrecciato agli alberi,
attraversi un fitto torrente verde
che fluisce in opposta direzione.

Non ti spaventi – neanche quando incontri
case a uovo, distorte dalla velocità,
tu saetti accanto e in mezzo ad esse,
vertiginosamente
sull’asfalto liscio di fili paralleli.

Scivoli lungo la strada punteggiata
dai nastri in moto perpetuo,
non senti lo sforzo,
preoccupato solo di quel punto

dove dovrai fermarti

per quel cane che dorme al centro della strada,
o degli uccelli che si slanciano a torme,
o di un bambino, un altro bambino,
che impetuoso ti corre incontro dalla direzione opposta,
da un altro settore,
spinto da un moto simile,
vertiginosamente.

Ma tu non devi
fermarti, anzi
attraversarlo o farti attraversare,
prendendo in prestito per un secondo il contorno del suo corpo,
assumendo per un secondo l’espressione dei suoi occhi,
continuare la corsa,
con il velo di vento sul viso
fino a che la strada non sia
che una superficie piana, piatta,
sulla quale potresti, eventualmente, stare disteso
finalmente oh finalmente
essere spazzato via
dalla rotazione della terra…

Appunti dal buon senso senza senso (93) – Angelo Rendo

by Rendo

Parla senza nessuno di mezzo, racconta un azzardo: distesa di niente, cosa, sconfinato deserto bianco, cavolo, ma quale opalino cavolo! Tira fuori il sortilegio: fine delle lettere. O del numero vendicatore, distruttore di mondo e mondano credersi libero nella regola, prece e parola, parla.

Una società di modelli, ossificati e colti, impuberi e putrescenti, e allora?

Quandanche volessi dire del mio azzardo, se così lo chiamassi, svanirebbe quel che non so, il nome che mi avete dato e la sostanza aggettivale che copre lo scritto di chiunque questa voce intraprenda a scrivere.

E se proprio devo dirla a metà, dovrò dire che del colpo di dado si dada alla meta.

Appunti dal buon senso senza senso (92) – Angelo Rendo

by Rendo

La gentilezza è un’arma. Spunta da ogni dove, lancia oblique occhiate, aggriccia le labbra, funesta rompe amicizie e stende neri drappi: indice che intima vergogna a cinquanta centimetri dall’occhio destro. E’ la gentilezza, questa, del moralista. Del moralista che crede che al limite estremo della tolleranza ci sia la cancellazione, la gabbia nella quale va a finire difilato chi non risponde ad un suo nobile gesto. L’ubbia di creatura infernale che gioca al ramino, pur di non prendere in mano il fucile. Ecco, tutta questa è brodaglia appresa. Chi impara è un moralista. L’altro è un troll.

Appunti dal buon senso senza senso (91) – Angelo Rendo

by Rendo

Mi muoveva come fossa il cielo, gettato dalla terra sul lido, senza minima contezza di regno.

Chi vuole stilare i caratteri generali di una terra si batte per la storia, madre di ogni ora e sempre risorto canone.

C’è imbarazzo, quasi paralisi a frigore, dinanzi al campo aperto coltivato ad aria.

Il caldo in terra è un’istituzione di ridotte dimensioni se misurato col tempo incurante dell’eternità.

L’aggettivo “grande” ha sempre freddo. Cercate di coprirlo? Riderà, non è un nome.

Appunti dal buon senso senza senso (90) – Angelo Rendo

by Rendo

Dal foro stretto si salva – ed è perduto – il vocato alla legge o il ramazzatore o obliteratore di corpi atti e corredi, dove la complessità mai è bandita; nell’attesa sigilliamo il libro.

Appunti dal buon senso senza senso (89) – Angelo Rendo

by Rendo

Il massimo riserbo dentro lo scialo. Funzioni involontarie, leggere parestesie del dominio dell’essere.

Fino a quest’ora le risposte stanno tutte insieme. Supponiamo che le domande prevedano la risoluzione del piano in nostro potere, che è nullo e meno di infinito in rapporto al puro e semplice, fors’anche stomachevole, scialo di risorse manifeste.

Appunti dal buon senso senza senso (88) – Angelo Rendo

by Rendo

Torniamo sempre. Solo alcuni – dalla mente plagiaria – che aguzzano l’ingegno per meglio tornire l’inganno, non tornano. Aver l’impressione di scrivere per altra voce, e per altra in effetti star scrivendo, dopo la correzione; e scrivere della scalfittura della diseguaglianza. Come quell’uomo che ricorre alla fuga nei cunicoli, perde i suoi liquami e ne fa verità, mangiando lei e tutti i suoi parenti.

Appunti dal buon senso senza senso (87) – Angelo Rendo

by Rendo

I bigodini gli servivano dopo, prima doveva pensare ad allestire l’interno, fare in modo che al pensiero storto seguisse il pensiero retto e che la logica non distraesse troppo dal fumo, che concorreva a sterilizzare l’orgoglio.
La sua testa era ai piedi; bisognava risalisse. Lunga la strada, ripido il monte; la cima, intesa o no, non sarebbe stata persa se fosse stata presente la determinazione, lo strabordio del ferro maschile. Campione, piccola protesi dell’umano, montato. E ridicolo ora che ha messo pure i bigodini, guardatelo, e noi che credevamo non si spingesse a tanto! Ma alla cima si risponde con condiscendenza, si può ben dire che l’amor proprio non ha mai disdegnato la burocrazia: la petulanza di chi non si accorge che l’omiletica bisognerebbe svolgerla da morti.

Appunti dal buon senso senza senso (86) – Angelo Rendo

by Rendo

Al sicuro non v’è che il dogma della comprensione totale, quando la pienezza si rafforza indebolendosi, il privilegio altera l’autenticità della fortuna e non resta che lo scopo della sottrazione.

Appunti dal buon senso senza senso (85) – Angelo Rendo

by Rendo

Si affannavano, si sbracciavano, misuravano, pesavano ogni cosa; e per ogni cosa l’affanno, la bracciata possente, il falso ritegno; con magniloquenza – se ritenevano fosse il caso – intervenivano; intrattenevano con cognizione. Ma il sudore gocciolava sul martello puntato alle spalle, l’ansito palmo a palmo si faceva largo e invisibile, più del reale inorgoglito, inzuppava e restringeva la clamide che c’era e non c’era e colui che lo vedeva non c’era.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 110 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: