Su un quadro parlante

27 Dicembre, 2009

"Donna con bambino"

Non si dà distinzione fra semplicità e complessità. Appare ma non esiste espressione in stadio avanzato. Chi dà a chi? E quale autocensoria incapacità d’ammissione governa il censore?
Forse la vaghezza ingenua riflessa in suo diletto? O il dipingere che dipingi di te, come dire che dici di te? O, ancora, il piacere procurato ad altri? Cioè il diletto altrui, non il tuo?
Fu accertato il diletto; ma il diletto non cambia. Solo a delitto compiuto, e tutto è fatto. Non c’è colore, parola o tratto che non fermi, nel passaggio.
La considerazione ferma e tagliafuori riconduce a una messa in scacco dell’embrionalità, caricata spregiativamente sulle spalle dell’entusiasmatico rimbambito.
Embrionalità che non può darsi – a meno che non si guardi con occhio stordamente afflatato d’ Arte – nell’opera, quanto, piuttosto, e appunto, nella testa di chi legge, pensa o scrive o ammira con l’intenzione di stirare o stilare.
Piega inamidata dell’apparenza. E piaga impiegatizia. Paga, dunque.
La plaga ove regna il morso, che si fa rimorso e addita l’orso.
E non si capisce il frutto, se non ci si è seguiti; e se non si capisce, ci si sfa.

[Angelo Rendo, settembre 2006, www.nabanassar.com, diritti riservati]


Giovanni – racconto di Natale

20 Dicembre, 2009

GIOVANNI (di Giuseppe Cornacchia, 1996)

Quando nacqui, mio padre aveva ventiquattro anni e mi mise a fissare le api sulla cima della montagna. Faceva freddo, ma una lupa s’accorse di me e venne a tenermi nel grembo come fossi suo figlio. Il bosco puzzava di muffa e i cercatori di funghi palpeggiavano la terra, così da spremere frutti, ma nessuno s’accorse del fagotto accanto alla pietra.

In cima al monte c’era una croce di legno; sotto, una cava, la tana di lepri. Per due giorni una lepre m’ha dato dei frutti, prima che arrivasse la lupa. Mia madre osservava dal basso, aveva una lente. Mio padre le aveva proibito di venirmi a guardare: “Se vuoi che sia un uomo”, le aveva detto, “deve imparare a morire. Se dopo dieci giorni sarà ancora vivo, Dio avrà avuto pietà di lui e potremo crescerlo sano. Se morirà, non era qui il suo posto: Dio lo riprenda.” Mia madre non capiva, piangeva, poi aveva pensato che ogni suo figlio avrebbe tremato se il primo non fosse sopravvissuto, così si mise a pregare e osservare. Aveva pianto nel ringraziare la lepre, aveva morso le labbra invidiando la lupa.

Il decimo giorno ero ancora vivo. Ero il figlio della lupa, mio padre dovette sparare per portarmi con sé. Mia madre fu fredda: non ero più suo figlio, voleva che morissi, voleva accecarmi, voleva mangiarmi. Si ammalò di rabbia e per un mese non uscì di casa: in paese si disse del bimbo bastardo e lei non sopportava, pensava che avessero ragione.

Avevo due anni quando mia madre morì. Ci fu un forte frastuono giù nel granaio, mio padre corse, ma non ci fu nulla da fare. Tutto il paese fu al suo funerale. “È colpa del figlio bastardo” si disse, e mio padre annuì.

Paesaggi di Babbagia: le rocce di monti gentili, i pendii di ripe scoscese, il mare di fianco alla foresta. I paeselli sono avamposti, i lupi s’avvicinano, a volte bisogna far fuoco davanti alle case per tenerli lontani. Le notti appartengono agli spiriti: col buio il mondo di ogni pastore si dilata fino a divenire reale, incubi e domande irrisolte. Per questo l’alba è tanto ben accetta: si radunano le capre e si tira su al monte. Certo, fa freddo, ma il sole allieta, il sereno ristora, le capre si rincorrono. Né fa paura lo schioppo nemico, morire di giorno è come giocare, si vede il sangue fiottare dal petto e si va velocemente, appena una smorfia.

A questa terra devo quello che sono. Quando salto sui rami sento graffi e dolore, ma non tremo: io sono il bimbo bastardo, quello che il padre ha abbandonato alla montagna perché aveva ucciso sua madre. Avevo due anni. Amo i burroni, amo le sorgenti nascoste tra i colli, guardo cinghiali, sento i fili dell’erba, conosco i frutti dai fiori, prendo le pietre e le lancio, le osservo cadere; la brina si scioglie a rugiada e i grilli s’intonano,frinire-frinire-frinire.

Dietro la casa dove nacque Antonino c’era una stalla. Quando tutto fu abbandonato, due forestieri chiesero di chi fosse, non ebbero risposta e si misero loro. In breve quel luogo tornò ad animarsi con bestie e cristiani. Fecero vigne e a settembre l’aria frizzava di mosto. A gennaio uccidevano i capponi.

Una sera un vecchio del posto si fermò a mangiare con loro. Fuori pioveva e aveva casa lontano. Per ringraziare, racconto’ del bimbo bastardo: “C’era una volta un uomo felice. Sua moglie era sana, il suo gregge pieno di latte, la sua terra piena di frutti. Grandissima gioia fu sapere che avrebbe avuto un figlio. Glielo disse sua moglie, lei lo sentiva dentro di sé e lui lo sentiva dal grembo di lei. Poi lo disse in tutto il paese.
Fuori di qui, a mezza giornata, c’è una casa infracidita. Dentro abitava una vecchia, una strega. Mio padre diceva del figlio, lei l’aveva maledetto e quello era morto malato, d’un male che nessun prete era riuscito a guarire. Questa vecchia prese a malvedere la casa di Giovanni. Faceva erbe, spandeva polveri, e lui impazzì. Mise suo figlio appena nato in cima alla montagna a guardare le api e quello divenne il figlio della lupa. Tenuto lì dieci giorni, sopravvisse, ma la madre non volle più saperne: era il bimbo bastardo.
Maria s’ammalò, prima di rabbia, poi di testa. Due anni dopo morì. Un incidente, si disse. Io so che lei si infilò una roncola in gola, l’ho vista prima che Giovanni arrivasse. Giovanni regalò suo figlio a due pastori della montagna, ma quelli erano così poveri che lo tennero un giorno, poi lo misero nel bosco. Non si sa se è vivo o morto.
Giovanni morì poco dopo. Io non so perché a me sia stata data questa sorte, ma sapevo che sarebbe morto; è vero, lo giuro, gli spiriti della notte possono essermi testimoni. Ascoltate. Ebbene, io dormo di fronte a una finestra su cui batte il sole al pomeriggio. Quando fa giorno, accade che sul vetro ci sia vapore e che con la mattina vada via. Una volta, un mese prima che morisse, un’ombra simile al suo viso è rimasta impressa sulla finestra, prima di sparire. Sorrideva, sembrava salutarmi. Io ero sereno nel guardarla, sapevo cos’era e non ero triste. Sapevo che Giovanni sarebbe morto, che lui lo sapeva. Sapevo anche che era sereno, così lui, così lui verso di me, e ciò mi tranquillizzava. Non ebbi paura, solo pace. Un giorno prima che morisse, la finestra lasciò l’impronta di una mano aperta che salutava e accanto l’iniziale del suo nome, G, come lui la scriveva. Io capii che era il suo addio e che di lì a poco sarebbe morto, ma ero sereno, così lui, così lui verso di me, e ciò mi tranquillizzava. Non ebbi paura, solo pace e pietà. Aspettavo questa notizia, ero sicuro che l’avrei saputo. Infatti il giorno dopo lui morì. Era malato.”

“È una storia molto triste” disse la contadina, e si alzò per toglier tavola.
“E del bastardo cosa si sa?” fece il contadino. Una sorda paura del luogo in cui viveva da dodici anni iniziò a venire fuori. Solo sensazioni, fino a quel momento. Improvvisi freddi, spifferi, silenzi.
“Il bimbo oggi avrebbe diciannove anni, ma nessuno lo ha mai visto. Credo sia morto sbranato da qualche lupo. Se permetti, ora vorrei riposare.” Il vecchio si alzò e andò nella stanza che gli avevano dato per la notte.

La donna tornò. “Che pensi?” chiese al marito.
“Che noi siamo polvere e non basteranno capre e vigneti a darci una morte serena, se non lasciamo questa casa disgraziata.” La donna annuì, baciò suo marito sul capo e si ritirò a dormire. Il contadino rimase a contare gli ettari, i capi, le vigne e pensò che sarebbe stato doloroso vendere tutto, ma che era necessario. E s’addormentò solo quando la candela finì. Era quasi l’alba del diciotto dicembre.

tratto da “Legenda”, Fara Editore 2009, diritti riservati


Matrimonio – di Angelo Rendo

13 Dicembre, 2009

Buffet al matrimonio (Olio di Abbattista, celebrato da Rendo)


ad A.

La concretezza del tattico all’orizzonte

lo stratega in panoramica la verticale

figura a onda la punta grappola

la velocità più lo sviluppo e l’analisi

all’affermazione generale segue

l’analisi e lo sviluppo.

Il suono se  ne frega del groppo

altissimo si è imposto.

Stuzzicami, non ho pretesto.

L’attenzione non desta

niente dal buco va cavato

tranne la scoperta: non è lei

che si trucca o si tira. E’ lei

come è.

[angelo rendo, diritti riservati]


I dolori di papa’ Celli (crepare no, eh?)

4 Dicembre, 2009

E’ scoppiato il bubbone dei cervelli in fuga, grazie ad una ipocrita lettera del barone Celli. Il figliolo non se la prenda, papino ha fatto una furbata per sistemarlo senza intervenire direttamente. Noi altri figli del popolo, dobbiamo arrangiarci come possiamo. Ma questo lo sapevamo gia’ nel 2002 e sono passati otto anni. Da 20-02-2002, un mercoledi’ da italiani, chez Beppe Severgnini.

———

PISA. Oggi vado ad aggiornarmi professionalmente. Niente Odasso, niente gente che mi dice come stare al mondo. Ho 28 anni e sono in guerra da oltre dieci: il nemico è un insegnante, un vicino, un genitore, un coetaneo. Tutti tengono famiglia e mi parlano di regole. Le loro. Dunque ho scelto un’altra compagnia: i morti, ex persone viste dal lato migliore e dunque vive, propositive. E’ un problema: mi comporto come se anche gli altri, vivi e odassi, fossero dei morti: mi aspetto sempre il meglio, in ogni caso. Un Odasso con me ritrova l’innocenza, verginità infantili. Poi mi ammazza. Per fortuna maturo competenze che tutelano e nel merito so fare il mio lavoro (chiedete in giro). Però guardo qualche vita che mi aspetta oltre me: Muccino a trenta, Folena a quaranta, Silvio Orlando o D’Alema a cinquanta, Violante a sessanta. Oppure: Veneziani a trenta, Gasparri a quaranta, Casini a cinquanta, Berlusconi o Buzzanca a sessanta. In altri tempi si gridava per scoparsi le compagne, quindi tutti duri e puri / topastri nelle fogne; oggi i pokemon, dopo i plasmon. Risultato: una ganga mi comanda omogenea e impenetrabile, ma comprabile; ogni parte ha le sue campane e tutte sparano, alzo zero. Spiacente: me ne vado. Alla mamma non dispiace un ingegnere nucleare (anche se gli passa la paghetta per campare); alle donne un tipo assai particolare cosa mai potrà fare!; per gli amici un modello, un uomo vero, addirittura coltivato: un giovane poeta molto promettente. Mi stanno trasformando in una statua ma volete la mia anima. Che non vi darò! Detto questo mi alzo, mi lavo e vado in facoltà; fra qualche mese, formalmente, sarò adulto. Qualche dato: l’aspettativa di vita nell’antica Roma era di anni ventidue. Io sono un bambo di ventotto.


Invito all’ascolto dei Bachi da pietra – di Teresa Zuccaro

1 Dicembre, 2009

[Circa un mese fa ho invitato Francesco Lauretta e Teresa Zuccaro  a scrivere  per Nabanassar degli inviti all'ascolto senza pretese, un nuovo spazio. E' arrivato il  momento. Buona lettura e buon ascolto!

A. R.]

Difficile definire la musica dei Bachi da pietra, se anche Giovanni Succi, voce, parole e musica dei Bachi, dice: Neanche noi sappiamo dire che tipo di musica siamo quando ce lo chiedono.

Il suono è quello di un blues notturno, scarno ed essenziale nei pochi strumenti: il basso suonato da Succi, timpano rullante e piatti dal bravissimo Bruno Dorella. Eppure non sembra mancare niente. Anzi, sembra esserci molto di più, chi ascolta avverte un suono pieno e avvolgente, ricco di timbri che non sembrerebbero poter venire fuori dagli scarni mezzi messi in gioco. E’ forse la dicitura in quarta di copertina cd , in cui si parla di “metalli, pelli e legni vuoti, voci, corde e legni pieni”, a suggerirci che strumenti basilari possono diventare “altro” se utilizzati in modo inedito. Succi suona spesso il basso in modo percussivo, battendo più che pizzicando le corde, o talvolta anche tambureggiando con un batacchio da timpano sulla cassa e sul ponte del basso acustico collegato a un amplificatore. Un suono che sembra assorbire tutto come un imbuto, risucchiare l’ascoltatore in una zona profonda e buia dalla quale, proprio alla stregua di bachi o “vermi” non si vorrebbe mai venire fuori. La voce di Succi, ruvida, bassa e calda bisbiglia in un recitato simil rap parole dense che non esitiamo a definire letteratura. Una riflessione sommessa sulla difficoltà di esistere adesso come sempre, in cui versi canto e suono sono il male di vivere e anche la sua cura.

Discografia:

Tornare nella terra, 2005
Non io, 2007
Tarlo terzo, 2008

Intervista (lunga): qui.

***

Un testo da Non io, e il video:

giorno perso

scendo giù all’inferno e torno: se vuoi del torto te ne porto.

è un tuffo in un inchiostro. è un percorso che conosco.

da quel giorno.

tu qui: insetto. a riprenderti il giorno perso che ti è sfuggito?

più di uno.

tu sai come.

il giorno nero pieno di sole che non hai concluso.

il giorno afoso aperto al fiume che ti sei illuso

… ti rendo quel giorno ma te ne tolgo il ricordo

(per guardarti rifare esattamente lo stesso).


Stupidaire – sei anni di commenti in Nazione Indiana

26 Novembre, 2009

Rileggendo sei anni di commentario nel blog piu’ trendy d’Italia, mi rendo conto di quanto il mezzo mi abbia istupidito, messo sotto sale, infine consegnato al chiacchiericcio saccente e parvenu, il cui tono e’ molto probabile appartenermi di natura.

scarica qui lo Stupidaire, tutti i commenti dell’ineffabile GiusCo.


Un saggio di “districtandcircle” su Wallace Stevens

24 Novembre, 2009

Senza Titolo

19 Novembre, 2009

Penso alle volte che noi (tutti i viventi) –

siamo un messaggio che viene scambiato

tra due (o nx) entità.

I nostri corpi, con tanto grossolani errori di costruzione

- che però potrebbero essere

grossolani scherzi da osteria – tipo usare le

stesse zone per l’espulsione di detriti e la

fabbricazione di nuovissimi corpi, siamo

appunto qualcosa da decifrare,

con beneficio che il messaggio venga a sua

volta certificato

e portato a conoscenza del suo stesso senso

Senso che si sente senso – ma cripticamente

tuttavia – e sepolto in sé, nel suo stesso essere “vita”

singola vita.

Latente ideologia in ogni malattia

in ogni corpo vivente

(atto scritto nonostante il dito a scatto 2004?)

Andrea Zanzotto (Conglomerati)


Inno metalinguistico sproiettato

15 Novembre, 2009
Inno metalinguistico sproiettato

La città “è” la banalizzazione del luogo, lo spazio libero anticoercitivo, senza limiti se non quelli fisici dell’altro oggettuale (palazzi, marciapiedi, pali, piloni, semafori, cani, gatti, uomini ecc.).

Sfiorare i limiti, le soglie corporee – primo grado di un rapporto aleatorio – inizio di una pregnanza avvertita come irriducibilità del mondo, l’ormai classica irreparabilità.

Solo l’essere banale, conscio della propria mancanza di originalità, della propria messa al bando (che si mette al bando), riesce ad intravedere una diversa singolarità comunicativa divenendo il principale nemico dello stato in quanto a-politico abitante, o meglio, commerciante-cliente non cittadino, mercante primitivo del proprio essere disseminato che, essendo consapevole della propria singolarità comune, diviene responsabile della propria assenza di scopo o fine (sé in-finito, in ogni caso continuamente provvisorio, precario). E’ questa – dell’essere singolare comune – l’unica prospettiva plausibilmente slegata da ogni forma di nichilismo, l’ottica nuova che riesce a svincolarsi dal tentativo concettualmente obsoleto di una ricostruzione identitaria, quel punto di vista in-finitamente di-versificato il quale conducendo ad effettiva estraniazione produce il libero movimento dell’essere, la sproiezione nella varietà-verità del mondo.

Proprio perché a-causale (casuale), il singolo comune è inadatto a sciogliere il nodo individuale e in tal modo è sempre pronto ad accogliere e disperdere (da un punto di vista fisico, si pensi ai residui organici e non), ad appena avvertire – sfiorare – l’altrui soglia ovvero il comune esser vago nel vuoto: ogni eventuale legame è disciolto nell’eventuale presenza-assenza. Metaforicamente l’essere singolo comune è campo coltivabile indefinitamente a cui s’intreccia (non si sovrappone) la figura del seminatore razionalmente consapevole dell’impossibilità di auto-inseminazione – in pratica la fertilità di un interscambio attivo, osmotico, d’azione. Paradossalmente questa sproiezione metaforica dell’essere singolo comune tras-pone un principio individuale dell’ordine delle cose, non un ritornare dialettico bensì uno stornare in itinere: nel senso che l’azione sproiettata nell’a-spazialità (precipuità ineffettiva) del continuo movimento spaziale dis-pone alla creazione di un mondo (mistificazione assidua: la nuova tecnica o la nuova arte se si vuole).

La nuova visione che scaturisce da questa trasposizione dispositiva dell’essere si spiega in termini di stupro identitario che il singolo compie nell’approccio, accettazione, connessione all’altro (abolizione definitiva di qualunque concettualizzazione di verginità traslata; piuttosto ritorno all’origine etimologica cioè alla spinta e poi forza, energia, turgore, nutrimento, maturità – lo slancio è l’opposto della stasi, l’intatto l’immacolato è deflorazione). Stupro identitario cioè perdita di una memoria atavica, il vetusto valore della tradizione occidentalidentitaria: la dissoluzione della trita memoria è pratica, ginnastica di continua sostituzione, etica nuova nuovo costume, nuova prospettiva, frustrazione del fine – la verità – nessun centro, nessun bersaglio, l’unica attenzione possibile è dis-tratta e quindi attratta su ciò che potrebbe sfuggire.

Solo un’attenzione disattenta all’evidenza del momento è accadimento del reale, desiderio d’esterno, dispiegamento di mondi intreccio momentaneo e dissoluzione di trame, sboccio, aria, amore. Scaturigine spontanea di una partecipazione ineluttabile proprio perché involontaria, la vita è dovere esorcizzare la morte come concetto a-priori, blocco dovuto a un preconcetto identitario e umanista, nonché, in quanto esperienza decentralizzata, apertura al possibile.

Gianluca D’Andrea (23/05/2003)

http://www.nabanassar.com/testinno.html

 


METODO – reprise

15 Novembre, 2009

Ho smesso di commentare nei blog e sto raccogliendo integralmente i miei sei anni di presenza nel loggione in Nazione Indiana. Tale “Stupidaire”, o delle mirabolanti punture di GiusCo, verra’ presto rilasciato in .pdf quale ennesimo ed ultimo esperimento individuale di scrittura piana e in italiano. Che GiusCo possa considerarsi una persona letteraria e non la saccente versione telematica dell’uomo Giuseppe Cornacchia, sara’ simpatico valutare a tempo debito.

Nella trascrizione fedele della GiusCo-eide, risalendo dai primissimi post del 2003 ormai qualche settimana fa (dopo l’ultima e fatale baruffa col commentatore Salvatore D’Angelo) sono oggi arrivato al 5 novembre 2007, data in cui Andrea Raos mise online la mia METODO e la prima traduzione inglese (a cura di Chiara De Luca, Gray Sutherland, Judy Swann), che poi sarebbe confluita leggermente modificata nell’Ottonale bilingue pubblicato da Erbacce Press, Liverpool, 2008.

Ripropongo quel post per i commenti, nei quali si discusse soprattutto la traduzione del termine italiano nocciolo con core, preso dal gergo nucleare. Una sorpresa fu l’intervento di Adeodato Piazza Nicolai, a confermare che i blog, alcuni blog, sono davvero letti da un numero silenzioso di intellettuali non ancora disposti a scendere nell’arena dove hanno battagliato i GiusCo & affini, se non in casi del tutto eccezionali. Peraltro, il garbo di Piazza Nicolai e’ raro e non si impara in accademia.

Trovate il post qui: poesia del METODO su Nazione Indiana