Stephen Malkmus & The Jicks, “Wig Out at Jagbags” – Stefano Ferreri

stephen-malkmus-and-the-jicks-album-wig-out-at-jagbags-500x500_1390065844

[La recensione di Stefano Ferreri è apparsa qui.]

“Il Malkmus solista rimane un eterno incompiuto”. Questa a grandi linee l’opinione generale, quando il comunque pregevole “Mirror Traffic” vide la luce nel 2011, pareggiando i conti delle sue uscite con e senza i Pavement. Per quanto da allora non si siano palesati segnali in grado di invalidare l’assunto, altri tasselli si sono nel frattempo venuti ad aggiungere a un quadro lacunoso e incoerente, magari, ma a suo modo sempre stimolante. Janet Weiss ha fatto i bagagli per dedicarsi anima e corpo a vecchi (Quasi) e nuovi (Wild Flag) progetti, salvo liquidare questi ultimi dopo aver realizzato che è forse giunta l’ora di tirare fuori le Sleater-Kinney dal congelatore. Non un grosso problema, ad ogni modo, trovare un batterista per rimpiazzarla. Poi è toccato proprio a SM lasciare Portland e trasferirsi con tutta la famiglia a Berlino, giusto per scoprire il proprio scomposto amore per la Germania, spendersi in un appassionato quanto estemporaneo omaggio ai Can, registrare nelle Ardenne il disco del sorpasso (solo quantitativo) sulla vecchia band, “Wig Out at Jagbags”, e fare ritorno in Oregon dopo neanche due anni.

Prodotto dal fidato tecnico del suono Remko Schouten e animato nella sua genesi (come si può ben immaginare) da rutilanti sferzate emotive, l’album – preme chiarirlo subito – non sposta di una virgola il giudizio consolidato sul conto del cantante e musicista californiano. Però diverte e intrattiene con il giusto piglio sin dalla briosa introduzione, sghemba e leggera come un peso gallo. Malkmus opta per un impianto schietto, asciutto, con chitarre vivaci ma tutt’altro che esasperate, candidando “Planetary Motion” a diventare, come vedremo, una cartolina quanto mai fedele dell’intero lavoro, disimpegnata ma senza svaccate pose slacker che oggi rischierebbero di suonare francamente forzate. Canzoni come questa o la susseguente “The Janitor Revealed”, con la loro indole serafica e furbetta, restano pavlovianamente un discreto piacere per gli estimatori di lunga data, per quanto nella loro quiete disciplinata non vi sia (e nemmeno intenda esservi, peraltro) nulla di travolgente. Riabbracciare forti suggestioni dai trascorsi importanti dell’autore, soprattutto da dischi come “Brighten The Corners” e “Terror Twilight”, è quasi inevitabile, anche se i confronti lasciano sempre, nel suo caso, il tempo che trovano. Stephen non nasconde la sua spensieratezza ma evita di incappare in brutte caricature del verbo Pavement.
Quando si arrischia a replicare l’euforia dei momenti più pop di “Crooked Rain, Crooked Rain”, finisce per suonare come una (simpatica) parodia dei Weezer o dei Ben Folds Five di quegli anni curata dai primi Shins (“Rumble at The Rainbo”), mentre altrove paga debiti pesanti all’attitudine dei propri giorni di gloria, sorniona e cantilenante ma all’occorrenza capace di mordere (“Scattegories”, la più pavementiana del lotto). La variante ludica e strampalata da sempre nelle sue corde torna anche in “Cinnamon And Lesbians”, che a qualcuno potrebbe ricordare a sorpresa “The King Of Summer” degli Hefner, ma attinenza non meno curiosa è quella che lo vede assumere una posa meditabonda à la Alasdair Roberts (“Surreal Teenagers”), in un finale che non rinuncia a qualche selezionato spiffero psych/progressivo e da così luogo a un ibrido bizzarro ma gagliardo.

Il nuovo Malkmus ha la consistenza di un’acqua minerale leggermente frizzante. Disseta e gratifica per pochi fuggevoli istanti chi gli si presti senza particolari pretese: come ritrovare un compagno di gioventù, amabilmente scapestrato ai tempi, oggi gioviale ed equilibrato, con intatto il proprio ardore di anima scherzosa. Reso qua e là più smaliziato dal calore dei fiati, si fa voler bene più che altro per come lasci ancora libere di scorrazzare impertinenti le sue elettriche: l’illusione che il tempo si sia congelato come nel più folle dei flash mob diviene allora tangibile, ed è maligna e confortevole insieme. Frangenti appena più movimentati come “Houston Hades” riescono ugualmente garbati e innocui, scorrevoli come filastrocche illuminate dalla bonaria intelligenza di SM, ma nello stesso schema rientrano anche quelli un po’ più nervosi. Non sconfessano l’estetica dei ’90 e certi irrinunciabili luoghi comuni del primo indie-rock americano, ma nemmeno vi si prostrano in maniera passiva o opportunistica. Detto di una norma priva di scosse significative, la seconda facciata si lascia comunque preferire per qualche preziosa variazione sul tema.
Da languido e navigato seduttore, in “Indipendence Street” Stephen si veste giusto d’un velo di adorabile malinconia, con la Jazzmaster che, scaltra, si aggrappa alle seduzioni di un bellissimo ricamo ombreggiato, e il pianoforte che gioca di scorta senza mai forzare. “J. Smoov” è invece un episodio che si serve della contemplazione estatica come di un ideale grimaldello sentimentale e ha gioco facile nello scardinare le difese dell’ascoltatore: formalmente ineccepibile, astuto nel riesumare certe fascinazioni godrichane dal Beck di “Sea Change” come nella magica ascesa celeste in chiusura, si aggiudica a mani basse la palma per il miglior titolo della raccolta oltre a disegnare un immaginario ponte di raccordo con “Mirror Traffic”.

Meno fumosi virtuosismi che in “Pig Lib”, meno vagabondaggi senza costrutto che in “Real Emotional Trash”, meno stravaganze rispetto a “Face The Truth”. Valutato con la dovuta indulgenza e senza soffermarsi su proibitivi parallelismi con il passato, “Wig Out at Jagbags” può rivelarsi un diversivo più che gradevole. Forse ha ragione chi sostiene che Malkmus non abbia più da tempo molto di sensazionale da dire. E’ però indubbio che come artista meriti di essere apprezzato anche per la coerenza che ha saputo dimostrare in ogni progetto in cui si sia imbarcato, per quella sua natura di onesto battitore libero, oggi come ieri svincolato da formule in cui mai si è riconosciuto. “I don’t have the stomach for your brandy, I can hardly sip your tea, I don’t have the teeth left for your candy, I’m just busy being free” canta lui nella strofa inaugurale di “Indipendence Street”, che come dichiarazione d’intenti non potrebbe essere più eloquente ma è anche il solo indirizzo al quale potete sempre star certi di ritrovarlo.

Appunti dal buon senso senza senso (78) – Angelo Rendo

Fuori dalla casa i pesci guizzano a croce, calano. Anche il caciocavallo stilla; tagliamo la via.

La censura è dopo e sto
affare cosa non so

Poesia, meno ha dire

…cosa gli devi dire?
Stai silenzio e fa’!

Ci sono e non ci sono
e se ci sono è perché

contare è pur sempre
piccola cosa - Poesia come?

Volete fare fate.

Appunti dal buon senso senza senso (75) – Angelo Rendo

La voce bella non rimane prona, registra sul lato opaco della mente la linea retta della melodia, quando la parola – che fa danno – cade pesante avanzando in processione. Piega al centro e schiva il silenzio. Comprensibile che legato e caro al reggitore alla cui balìa siamo sotto renda il vero.

Appunti dal buon senso senza senso (74) – Angelo Rendo

Da queste ininterrotte e celebrate relazioni viene lo sfaldamento, l’impossibilità di piegare l’inizio al canone. Se ciò che ho davanti si muove di continuo, le rifrazioni eventuali cadranno esanimi nel passaggio dell’informazione dallo schermo del reale al reale. Dal punto si parte non si arriva.