nabanassar

Nabanassar è nato nel 2002

Inavvertitamente – Angelo Rendo

by Rendo

Rigirate l’inavvertito:
chiamatelo.

La poesia coordina l’affondamento del pensiero. Ma come, da dove arriva la rivelazione dell’incredibilità della più piena forma che sia stata posta dentro la testa vuota?

L’arguzia – Angelo Rendo

by Rendo

Per quanto non esista, e, di massima, non segua i distinguo dell’intelligenza, dall’arguzia non si scappa. Chi è caduto nei suoi tentacoli, non scappa. Sigillato nella poesia.

La morte del libro – Angelo Rendo

by Rendo

I resti (o i testi) vanno confusi alla fine, mentre flottano sulle cime degli alberi. Ma prima? Non già che non siano stati  o non siano resti, lo sono, e quanto più è vero, tanto più tornano ogni giorno, concentrati, densi, fessi ai margini, in ambagi e pieni di vita.

Ma a pensarci dopo, ad aprirli dopo, a farne mescola incapace di fiottare al cielo è l’interesse agonistico verso la durata, verso la forma di inizio e fine.

Il corpo stitico – Angelo Rendo

by Rendo

Mi saturo dinanzi a un colombaio: un volo di voci che cola e perfora adorante un corpo stitico.

Appunti dal buon senso senza senso – Angelo Rendo

by Rendo

Un cumulo. Una ecdotica della percezione, un indice piuttosto alto di appercezione. Per chi veniva dopo quasi una riflessa rispondenza di grommosa nemesi e nume ricamato nel filondente.

Su Giuseppe Pontiggia – Luigi Grazioli

by Rendo

[Un saggio di Luigi Grazioli su Giuseppe Pontiggia (1934 – 2003) risalente al decennale della morte. Il saggio è già apparso sul blog di Luigi Grazioli: qui. Lo ripubblichiamo su Nabanassar per gentile concessione dell’autore. A. R.]

Dieci anni fa moriva Giuseppe Pontiggia, nel momento in cui, dopo il successo di Vite di uomini non illustri (1994) e soprattutto di Nati due volte (2000), la sua opera e la sua autorevolezza culturale e morale avevano ottenuto un vasto e meritato riconoscimento anche in campo internazionale. Oggi parlando con giovani scrittori e critici capita di scoprire che la maggior parte non ha letto una sua pagina, e che alcuni nemmeno l’hanno sentito nominare. E anche chi lo ha letto e conosciuto e stimato ne parla sempre meno, a parte le celebrazioni ufficiali, e talvolta ridimensionandone eccessivamente l’importanza senza che si capisca bene perché. Io gli ero amico e lo ammiravo. Non è solo per un atto di doverosa memoria che penso sia opportuno tornare a parlarne.

Pontiggia, nato a Erba nel 1934, ha rivelato una precoce vocazione letteraria che si è poi affinata alla scuola di Giovanni Anceschi e del “Verri”, da cui è nata la neoavanguardia negli anni ’50-’60. Pur condividendo con essa gli assunti di fondo di una critica ideologica del linguaggio, da lui intesa soprattutto come incessante smascheramento di ogni suo uso retorico e mistificante, e di una spiccata attenzione all’aspetto costruttivo della cosa letteraria (e quindi ai meccanismi formali e ai risvolti metaletterari che lui però ha sempre trattato, nell’opera narrativa, in modo indiretto), e conservando negli anni l’amicizia con alcuni suoi rappresentanti (Antonio Porta, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli), se ne è però allontanato abbastanza presto. Non lo convincevano gli estremismi formali, che sconfinavano spesso nell’illeggibilità, e la forte politicizzazione; ed è stato proprio nel momento della cosiddetta crisi delle ideologie e del conseguente rapporto tra politica e letteratura, cioè a partire dagli anni ’80, che la sua opera e la sua figura pubblica, di alto profilo morale, fortemente impegnato in alcuni settori civili ma non schierato e attestato anzi in un territorio che poteva apparire di neutra distanza, hanno acquisito un notevole rilievo. Per inciso, sono forse le stesse ragioni per cui è meno letto oggi: ragioni che però trascurano, colpevolmente, il rigore e la qualità della sua narrativa e di gran parte sua critica (in particolare Il giardino delle Esperidi, 1984).
Uno degli elementi caratterizzanti tutta la sua scrittura è stata, al contrario dei neoavanguardisti, la ricerca di una leggibilità di prima istanza che però contenesse, stratificata, la maggiore complessità possibile di riferimenti e implicazioni, anche teoriche, e quindi di letture.

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Appunti dal buon senso senza senso (99) – Angelo Rendo

by Rendo

Stavo leggendo.

D’un tratto mi son chiesto: sto
leggendo? O indugio al centro

il tempo di scordarmi.

**

Uno, uno solo non esiste,
quando inizi la scala:
ogni gradino un aneddoto
sulla cafoneria.

**

Non c’è nulla di più impenetrabile della tecnica.

**

Che la poesia venga prima dello zero
tagliata.

**

Tutti questi storici che raccolgono scontrini per meglio condannare la Storia.

Appunti dal buon senso senza senso (98) – Angelo Rendo

by Rendo

Dal signorile smarrimento, dopo l’acquisizione dei titoli d’onore, vennero sette corpi dentro una campana, al cui vertice stava un nodo rosso, e da esso, a cascata, funi anch’esse rosse, pregne d’acque argentine sparse su terre dagli stessi colori ma di forme geometriche inappellabili.
Bisognava leggere dentro il viola, che contornava la vetusta incoscienza del rombo, ma nulla lettera veniva fuori, mentre la testa, circuita all’interno di un appezzamento rettangolare di fuso liquido vitale, era in angoli liberi e senza colore.

“La civetta nel sarcofago” (V – VI) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

by Rendo

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

V
But she that says good-by losing in self
The sense of self, rosed out of prestiges
Of rose, stood tall in self not symbol, quick

And potent, an influence felt instead of seen.
She spoke with backward gestures of her hand.
She held men closely with discovery,

Almost as speed discovers, in the way
Invisible change discovers what is changed,
In the way what was has ceased to be what is.

It was not her look but a knowledge that she had.
She was a self that knew, an inner thing,
Subtler than look’s declaiming, although she moved

With a sad splendor, beyond artifice,
Impassioned by the knowledge that she had,
There on the edges of oblivion.

O exhalation, O fling without a sleeve
And motion outward, reddened and resolved
From sight, in the silence that follows her last word–

VI
This is the mythology of modern death
And these, in their mufflings, monsters of elegy,
Of their own marvel made, of pity made,

Compounded and compounded, life by life,
These are death’s own supremest images,
The pure perfections of parental space,

The children of a desire that is the will,
Even of death, the beings of the mind
In the light-bound space of the mind, the floreate flare…

It is a child that sings itself to sleep,
The mind, among the creatures that it makes,
The people, those by which it lives and dies.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO

V

Ma lei, che dice addio perdendo in sé
il senso di sé, ascesa per il prestigio
della rosa, sorgeva alta in sé, non simbolo, agile

e potente, una potenza sentita più che vista.
Parlava portando all’indietro le mani.
Gli uomini stretti alla scoperta teneva,

quasi come la velocità scopre, come
il cambiamento invisibile scopre ciò che cambia,
a quel modo in cui ciò che è stato ha cessato
di essere ciò che è.

Non era il suo occhio, ma la sapienza che aveva.
Era un sé che sapeva, una cosa interiore,
più sottile di ciò che lo sguardo manifesta, benché si muovesse

spenta e splendida, oltre l’artificio,
appassionata dalla sapienza che aveva,
lì sul margine dell’oblio.

O esalazione, o lancio senza braccia
né moto all’infuori, tutta rossa e risolta
dalla vista, nel silenzio che segue
la sua ultima parola –

VI

Questa è la mitologia della morte moderna
e questi, bendati, i mostri d’elegia,
fatti dalla loro stessa meraviglia e compassione,

combinati e ricombinati, vita dopo vita,
queste le immagini sovrane della morte,
la pura perfezione dello spazio parentale,

i figli di un desiderio: volontà,
anche di morte, gli esseri della mente
nello spazio della mente avvolto di luce:
la vampa floreale…

È un bimbo che si fa il verso fino al sonno,
la mente, fra le creature che si costruisce,
la gente, quelli con cui vive e muore.

“La civetta nel sarcofago” (III – IV) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

by Rendo

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

III
There he saw well the foldings in the height
Of sleep, the whiteness folded into less,
Like many robings, as moving masses are,

As a moving mountain is, moving through day
And night, colored from distances, central
Where luminous agitations come to rest,

In an ever-changing, calmest unity,
The unique composure, harshest streakings joined
In a vanishing-vanished violet that wraps round

The giant body the meanings of its folds,
The weaving and the crinkling and the vex,
As on water of an afternoon in the wind

After the wind has passed. Sleep realized
Was the whiteness that is the ultimate intellect,
A diamond jubilance beyond the fire,

That gives its power to the wild-ringed eye.
Then he breathed deeply the deep atmosphere
Of sleep, the accomplished, the fulfilling air.

IV
There peace, the godolphin and fellow, estranged, estranged,
Hewn in their middle as the beam of leaves,
The prince of shither-shade and tinsel lights,

Stood flourishing the world. The brilliant height
And hollow of him by its brilliance calmed,
Its brightness burned the way good solace seethes.

This was peace after death, the brother of sleep,
The inhuman brother so much like, so near,
Yet vested in a foreign absolute,

Adorned with cryptic stones and sliding shines,
An immaculate personage in nothingness,
With the whole spirit sparkling in its cloth,

Generations of the imagination piled
In the manner of its stitchings, of its thread,
In the weaving round the wonder of its need,

And the first flowers upon it, an alphabet
By which to spell out holy doom and end,
A bee for the remembering of happiness.

Peace stood with our last blood adorned, last mind,
Damasked in the originals of green,
A thousand begettings of the broken bold.

This is that figure stationed at our end,
Always, in brilliance, fatal, final, formed
Out of our lives to keep us in our death,

To watch us in the summer of Cyclops
Underground, a king as candle by our beds
In a robe that is our glory as he guards.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO

III

Lì vide bene le pieghe nell’altezza
del sonno, il bianco scomparire tra le pieghe,
come molti vestimenti, come masse che si muovono,

come si muove una montagna, e muta dal giorno
alla notte di colore alla distanza, al centro
dove i moti della luce si fermano,

in un continuo cambiamento, in una più calma unità,
la compostezza unica, le venature più aspre
congiunte in un violetto evanescente svanito

che avvolge intorno al corpo gigante i significati
delle sue pieghe, la trama, le grinze e l’agitazione
come sull’acqua di pomeriggio il vento

dopo che è passato. Il sonno fatto
era bianco come l’intelletto ultimo,
un giubilo di diamanti al di là del fuoco,

che dà la sua potenza al feroce occhio cerchiato.
Allora respirò a fondo l’atmosfera profonda
del sonno, l’aria compiuta e che compie.

IV

Lì la pace, cavallo e cavaliere, estraniati, estraniati,
tagliati al centro come la nervatura delle foglie,
il principe dell’ombra brividente e delle scintille

sbocciato reggeva il mondo. La sua scintillante altezza
e cavità col suo fulgore calmava,
la sua luce bruciava come il conforto che ribolle.

Questo il riposo dopo la morte, fratello del sonno.
l’inumano fratello così simile, così vicino,
eppure vestito di perfetta estraneità,

ornato di criptiche pietre e scintillii intermittenti,
immacolato personaggio del niente,
con lo spirito che brilla nel suo panno,

generazioni di immaginazione impilata
fra cucitura filo e trama
attorno alla meraviglia del suo bisogno,

e i primi fiori su di esso, un alfabeto
con cui compitare il sacro destino e la fine,
un’ape per ricordare la felicità.

Il riposo, adorno del nostro ultimo sangue, dell’ultimo
pensiero, stava, damascato dei verdi originari,
un migliaio generati da audaci vinti.

Questa è la figura ritta accanto alla nostra fine,
sempre, in scintillanza, fatale, finale, fatta
delle nostre vite per conservarci nella morte,

per guardarci nell’estate dei Ciclopi
sottoterra, un re come candela presso i nostri letti,
in una tonaca, nostra gloria mentre veglia.

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