nabanassar

Nabanassar è nato nel 2002

Il corpo stitico – Angelo Rendo

by Rendo

Mi saturo dinanzi a un colombaio: un volo di voci che cola e perfora adorante un corpo stitico.

Appunti dal buon senso senza senso – Angelo Rendo

by Rendo

Un cumulo. Una ecdotica della percezione, un indice piuttosto alto di appercezione. Per chi veniva dopo quasi una riflessa rispondenza di grommosa nemesi e nume ricamato nel filondente.

Su Giuseppe Pontiggia – Luigi Grazioli

by Rendo

[Un saggio di Luigi Grazioli su Giuseppe Pontiggia (1934 – 2003) risalente al decennale della morte. Il saggio è già apparso sul blog di Luigi Grazioli: qui. Lo ripubblichiamo su Nabanassar per gentile concessione dell’autore. A. R.]

Dieci anni fa moriva Giuseppe Pontiggia, nel momento in cui, dopo il successo di Vite di uomini non illustri (1994) e soprattutto di Nati due volte (2000), la sua opera e la sua autorevolezza culturale e morale avevano ottenuto un vasto e meritato riconoscimento anche in campo internazionale. Oggi parlando con giovani scrittori e critici capita di scoprire che la maggior parte non ha letto una sua pagina, e che alcuni nemmeno l’hanno sentito nominare. E anche chi lo ha letto e conosciuto e stimato ne parla sempre meno, a parte le celebrazioni ufficiali, e talvolta ridimensionandone eccessivamente l’importanza senza che si capisca bene perché. Io gli ero amico e lo ammiravo. Non è solo per un atto di doverosa memoria che penso sia opportuno tornare a parlarne.

Pontiggia, nato a Erba nel 1934, ha rivelato una precoce vocazione letteraria che si è poi affinata alla scuola di Giovanni Anceschi e del “Verri”, da cui è nata la neoavanguardia negli anni ’50-’60. Pur condividendo con essa gli assunti di fondo di una critica ideologica del linguaggio, da lui intesa soprattutto come incessante smascheramento di ogni suo uso retorico e mistificante, e di una spiccata attenzione all’aspetto costruttivo della cosa letteraria (e quindi ai meccanismi formali e ai risvolti metaletterari che lui però ha sempre trattato, nell’opera narrativa, in modo indiretto), e conservando negli anni l’amicizia con alcuni suoi rappresentanti (Antonio Porta, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli), se ne è però allontanato abbastanza presto. Non lo convincevano gli estremismi formali, che sconfinavano spesso nell’illeggibilità, e la forte politicizzazione; ed è stato proprio nel momento della cosiddetta crisi delle ideologie e del conseguente rapporto tra politica e letteratura, cioè a partire dagli anni ’80, che la sua opera e la sua figura pubblica, di alto profilo morale, fortemente impegnato in alcuni settori civili ma non schierato e attestato anzi in un territorio che poteva apparire di neutra distanza, hanno acquisito un notevole rilievo. Per inciso, sono forse le stesse ragioni per cui è meno letto oggi: ragioni che però trascurano, colpevolmente, il rigore e la qualità della sua narrativa e di gran parte sua critica (in particolare Il giardino delle Esperidi, 1984).
Uno degli elementi caratterizzanti tutta la sua scrittura è stata, al contrario dei neoavanguardisti, la ricerca di una leggibilità di prima istanza che però contenesse, stratificata, la maggiore complessità possibile di riferimenti e implicazioni, anche teoriche, e quindi di letture.

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Appunti dal buon senso senza senso (99) – Angelo Rendo

by Rendo

Stavo leggendo.

D’un tratto mi son chiesto: sto
leggendo? O indugio al centro

il tempo di scordarmi.

**

Uno, uno solo non esiste,
quando inizi la scala:
ogni gradino un aneddoto
sulla cafoneria.

**

Non c’è nulla di più impenetrabile della tecnica.

**

Che la poesia venga prima dello zero
tagliata.

**

Tutti questi storici che raccolgono scontrini per meglio condannare la Storia.

Appunti dal buon senso senza senso (98) – Angelo Rendo

by Rendo

Dal signorile smarrimento, dopo l’acquisizione dei titoli d’onore, vennero sette corpi dentro una campana, al cui vertice stava un nodo rosso, e da esso, a cascata, funi anch’esse rosse, pregne d’acque argentine sparse su terre dagli stessi colori ma di forme geometriche inappellabili.
Bisognava leggere dentro il viola, che contornava la vetusta incoscienza del rombo, ma nulla lettera veniva fuori, mentre la testa, circuita all’interno di un appezzamento rettangolare di fuso liquido vitale, era in angoli liberi e senza colore.

“La civetta nel sarcofago” (V – VI) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

by Rendo

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

V
But she that says good-by losing in self
The sense of self, rosed out of prestiges
Of rose, stood tall in self not symbol, quick

And potent, an influence felt instead of seen.
She spoke with backward gestures of her hand.
She held men closely with discovery,

Almost as speed discovers, in the way
Invisible change discovers what is changed,
In the way what was has ceased to be what is.

It was not her look but a knowledge that she had.
She was a self that knew, an inner thing,
Subtler than look’s declaiming, although she moved

With a sad splendor, beyond artifice,
Impassioned by the knowledge that she had,
There on the edges of oblivion.

O exhalation, O fling without a sleeve
And motion outward, reddened and resolved
From sight, in the silence that follows her last word–

VI
This is the mythology of modern death
And these, in their mufflings, monsters of elegy,
Of their own marvel made, of pity made,

Compounded and compounded, life by life,
These are death’s own supremest images,
The pure perfections of parental space,

The children of a desire that is the will,
Even of death, the beings of the mind
In the light-bound space of the mind, the floreate flare…

It is a child that sings itself to sleep,
The mind, among the creatures that it makes,
The people, those by which it lives and dies.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO

V

Ma lei, che dice addio perdendo in sé
il senso di sé, ascesa per il prestigio
della rosa, sorgeva alta in sé, non simbolo, agile

e potente, una potenza sentita più che vista.
Parlava portando all’indietro le mani.
Gli uomini stretti alla scoperta teneva,

quasi come la velocità scopre, come
il cambiamento invisibile scopre ciò che cambia,
a quel modo in cui ciò che è stato ha cessato
di essere ciò che è.

Non era il suo occhio, ma la sapienza che aveva.
Era un sé che sapeva, una cosa interiore,
più sottile di ciò che lo sguardo manifesta, benché si muovesse

spenta e splendida, oltre l’artificio,
appassionata dalla sapienza che aveva,
lì sul margine dell’oblio.

O esalazione, o lancio senza braccia
né moto all’infuori, tutta rossa e risolta
dalla vista, nel silenzio che segue
la sua ultima parola –

VI

Questa è la mitologia della morte moderna
e questi, bendati, i mostri d’elegia,
fatti dalla loro stessa meraviglia e compassione,

combinati e ricombinati, vita dopo vita,
queste le immagini sovrane della morte,
la pura perfezione dello spazio parentale,

i figli di un desiderio: volontà,
anche di morte, gli esseri della mente
nello spazio della mente avvolto di luce:
la vampa floreale…

È un bimbo che si fa il verso fino al sonno,
la mente, fra le creature che si costruisce,
la gente, quelli con cui vive e muore.

“La civetta nel sarcofago” (III – IV) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

by Rendo

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

III
There he saw well the foldings in the height
Of sleep, the whiteness folded into less,
Like many robings, as moving masses are,

As a moving mountain is, moving through day
And night, colored from distances, central
Where luminous agitations come to rest,

In an ever-changing, calmest unity,
The unique composure, harshest streakings joined
In a vanishing-vanished violet that wraps round

The giant body the meanings of its folds,
The weaving and the crinkling and the vex,
As on water of an afternoon in the wind

After the wind has passed. Sleep realized
Was the whiteness that is the ultimate intellect,
A diamond jubilance beyond the fire,

That gives its power to the wild-ringed eye.
Then he breathed deeply the deep atmosphere
Of sleep, the accomplished, the fulfilling air.

IV
There peace, the godolphin and fellow, estranged, estranged,
Hewn in their middle as the beam of leaves,
The prince of shither-shade and tinsel lights,

Stood flourishing the world. The brilliant height
And hollow of him by its brilliance calmed,
Its brightness burned the way good solace seethes.

This was peace after death, the brother of sleep,
The inhuman brother so much like, so near,
Yet vested in a foreign absolute,

Adorned with cryptic stones and sliding shines,
An immaculate personage in nothingness,
With the whole spirit sparkling in its cloth,

Generations of the imagination piled
In the manner of its stitchings, of its thread,
In the weaving round the wonder of its need,

And the first flowers upon it, an alphabet
By which to spell out holy doom and end,
A bee for the remembering of happiness.

Peace stood with our last blood adorned, last mind,
Damasked in the originals of green,
A thousand begettings of the broken bold.

This is that figure stationed at our end,
Always, in brilliance, fatal, final, formed
Out of our lives to keep us in our death,

To watch us in the summer of Cyclops
Underground, a king as candle by our beds
In a robe that is our glory as he guards.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO

III

Lì vide bene le pieghe nell’altezza
del sonno, il bianco scomparire tra le pieghe,
come molti vestimenti, come masse che si muovono,

come si muove una montagna, e muta dal giorno
alla notte di colore alla distanza, al centro
dove i moti della luce si fermano,

in un continuo cambiamento, in una più calma unità,
la compostezza unica, le venature più aspre
congiunte in un violetto evanescente svanito

che avvolge intorno al corpo gigante i significati
delle sue pieghe, la trama, le grinze e l’agitazione
come sull’acqua di pomeriggio il vento

dopo che è passato. Il sonno fatto
era bianco come l’intelletto ultimo,
un giubilo di diamanti al di là del fuoco,

che dà la sua potenza al feroce occhio cerchiato.
Allora respirò a fondo l’atmosfera profonda
del sonno, l’aria compiuta e che compie.

IV

Lì la pace, cavallo e cavaliere, estraniati, estraniati,
tagliati al centro come la nervatura delle foglie,
il principe dell’ombra brividente e delle scintille

sbocciato reggeva il mondo. La sua scintillante altezza
e cavità col suo fulgore calmava,
la sua luce bruciava come il conforto che ribolle.

Questo il riposo dopo la morte, fratello del sonno.
l’inumano fratello così simile, così vicino,
eppure vestito di perfetta estraneità,

ornato di criptiche pietre e scintillii intermittenti,
immacolato personaggio del niente,
con lo spirito che brilla nel suo panno,

generazioni di immaginazione impilata
fra cucitura filo e trama
attorno alla meraviglia del suo bisogno,

e i primi fiori su di esso, un alfabeto
con cui compitare il sacro destino e la fine,
un’ape per ricordare la felicità.

Il riposo, adorno del nostro ultimo sangue, dell’ultimo
pensiero, stava, damascato dei verdi originari,
un migliaio generati da audaci vinti.

Questa è la figura ritta accanto alla nostra fine,
sempre, in scintillanza, fatale, finale, fatta
delle nostre vite per conservarci nella morte,

per guardarci nell’estate dei Ciclopi
sottoterra, un re come candela presso i nostri letti,
in una tonaca, nostra gloria mentre veglia.

“La civetta nel sarcofago” (I – II) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

by Rendo

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

I
Two forms move among the dead, high sleep
Who by his highness quiets them, high peace
Upon whose shoulders even the heavens rest,

Two brothers. And a third form, she that says
Good-by in the darkness, speaking quietly there,
To those that cannot say good-by themselves.

These forms are visible to the eye that needs,
Needs out of the whole necessity of sight.
The third form speaks, because the ear repeats,

Without a voice, inventions of farewell.
These forms are not abortive figures, rocks,
Impenetrable symbols, motionless. They move

About the night. They live without our light,
In an element not the heaviness of time,
In which reality is prodigy.

There sleep the brother is the father, too,
And peace is cousin by a hundred names
And she that in the syllable between life

And death cries quickly, in a flash of voice,
Keep you, keep you, I am gone, oh keep you as
My memory, is the mother of us all,

The earthly mother and the mother of
The dead. Only the thought of those dark three
Is dark, thought of the forms of dark desire.

II
There came a day, there was a day–one day
A man walked living among the forms of thought
To see their lustre truly as it is

And in harmonious prodigy to be,
A while, conceiving his passage as into a time
That of itself stood still, perennial,

Less time than place, less place than thought of place
And, if of substance, a likeness of the earth,
That by resemblance twanged him through and through,

Releasing an abysmal melody,
A meeting, an emerging in the light,
A dazzle of remembrance and of sight.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO
I

Due forme in mezzo ai morti: l’alto sonno
che dà quiete, e l’alta pace
sulle cui spalle persino i cieli poggiano,

due fratelli. E una terza forma, che dice
addio nel buio, parlando piano
a quelli che non sanno dire addio da sé.

Queste sono forme visibili all’occhio che ha bisogno
per il fatto stesso che vede.
La terza forma pronuncia, perché l’orecchio ripete,

senza voce, parole di addio.
Forme, non immagini abortite, rocce,
simboli impenetrabili, immobili. Si muovono

nella notte. Vivono in un’altra luce,
in un elemento intemporale,
dove la realtà è prodigio.

Lì il sonno è fratello e padre
e il riposo cugino dai cento nomi
e quella che nella sillaba tra vita e morte

stride veloce e saetta,
conserva, conserva, io sono andato, conserva
la mia memoria, è madre di noi tutti,

la madre della terra e della morte. Soltanto
il pensiero delle tre creature oscure
è nero, pensiero delle forme del nero desiderio.
II

Venne un giorno, ci fu un giorno – un giorno:

un vivo camminava tra le forme del pensiero
per vedere
il loro splendore veramente com’è,

e stare nel prodigio dell’armonia, un po’,
immaginando il passaggio come in un tempo
in sé fermo, eterno,

spazio non tempo, non spazio pensiero
di spazio, e se di sostanza, simile alla terra,
che per somiglianza lo faceva vibrare
fino al fondo,

e cantare l’abisso,
un incontro, un venire alla luce,
un accecamento della memoria e della vista.

Appunti dal buon senso senza senso (97) – Angelo Rendo

by Rendo

Si girava a sinistra e a destra, tenendo gli occhi bassi e svuotando il petto dal respiro, la vaga figura di liquido denso biancogrigio, e diceva tra sé: “È tutta una minchiata, un colpo che risale alle tante parole sentite e lette. Si para se la testa è fatta per combattere.”

In gioventù la critica porta buoni frutti: quelli dello scadimento a zuffa; nella maturità è il dente del giudizio nato storto. Vecchi ci appelleremo a una irrecuperabile lingua.

Prendi un libro al contrario, passalo al dominio della spada, senza tergiversare bacialo.

Appunti dal buon senso senza senso (96) – Angelo Rendo

by Rendo

Quando avremo da ritornare sul compiuto, i conti non torneranno più. Ciò esige l’avarizia.

La retorica della poesia come sforzo inflativo e tragico è l’indegno spirito della comunione irrazionale.

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