nabanassar

Nabanassar è nato nel 2002

“La civetta nel sarcofago” (V – VI) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

by Rendo

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

V
But she that says good-by losing in self
The sense of self, rosed out of prestiges
Of rose, stood tall in self not symbol, quick

And potent, an influence felt instead of seen.
She spoke with backward gestures of her hand.
She held men closely with discovery,

Almost as speed discovers, in the way
Invisible change discovers what is changed,
In the way what was has ceased to be what is.

It was not her look but a knowledge that she had.
She was a self that knew, an inner thing,
Subtler than look’s declaiming, although she moved

With a sad splendor, beyond artifice,
Impassioned by the knowledge that she had,
There on the edges of oblivion.

O exhalation, O fling without a sleeve
And motion outward, reddened and resolved
From sight, in the silence that follows her last word–

VI
This is the mythology of modern death
And these, in their mufflings, monsters of elegy,
Of their own marvel made, of pity made,

Compounded and compounded, life by life,
These are death’s own supremest images,
The pure perfections of parental space,

The children of a desire that is the will,
Even of death, the beings of the mind
In the light-bound space of the mind, the floreate flare…

It is a child that sings itself to sleep,
The mind, among the creatures that it makes,
The people, those by which it lives and dies.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO

V

Ma lei, che dice addio perdendo in sé
il senso di sé, ascesa per il prestigio
della rosa, sorgeva alta in sé, non simbolo, agile

e potente, una potenza sentita più che vista.
Parlava portando all’indietro le mani.
Gli uomini stretti alla scoperta teneva,

quasi come la velocità scopre, come
il cambiamento invisibile scopre ciò che cambia,
a quel modo in cui ciò che è stato ha cessato
di essere ciò che è.

Non era il suo occhio, ma la sapienza che aveva.
Era un sé che sapeva, una cosa interiore,
più sottile di ciò che lo sguardo manifesta, benché si muovesse

spenta e splendida, oltre l’artificio,
appassionata dalla sapienza che aveva,
lì sul margine dell’oblio.

O esalazione, o lancio senza braccia
né moto all’infuori, tutta rossa e risolta
dalla vista, nel silenzio che segue
la sua ultima parola –

VI

Questa è la mitologia della morte moderna
e questi, bendati, i mostri d’elegia,
fatti dalla loro stessa meraviglia e compassione,

combinati e ricombinati, vita dopo vita,
queste le immagini sovrane della morte,
la pura perfezione dello spazio parentale,

i figli di un desiderio: volontà,
anche di morte, gli esseri della mente
nello spazio della mente avvolto di luce:
la vampa floreale…

È un bimbo che si fa il verso fino al sonno,
la mente, fra le creature che si costruisce,
la gente, quelli con cui vive e muore.

“La civetta nel sarcofago” (III – IV) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

by Rendo

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

III
There he saw well the foldings in the height
Of sleep, the whiteness folded into less,
Like many robings, as moving masses are,

As a moving mountain is, moving through day
And night, colored from distances, central
Where luminous agitations come to rest,

In an ever-changing, calmest unity,
The unique composure, harshest streakings joined
In a vanishing-vanished violet that wraps round

The giant body the meanings of its folds,
The weaving and the crinkling and the vex,
As on water of an afternoon in the wind

After the wind has passed. Sleep realized
Was the whiteness that is the ultimate intellect,
A diamond jubilance beyond the fire,

That gives its power to the wild-ringed eye.
Then he breathed deeply the deep atmosphere
Of sleep, the accomplished, the fulfilling air.

IV
There peace, the godolphin and fellow, estranged, estranged,
Hewn in their middle as the beam of leaves,
The prince of shither-shade and tinsel lights,

Stood flourishing the world. The brilliant height
And hollow of him by its brilliance calmed,
Its brightness burned the way good solace seethes.

This was peace after death, the brother of sleep,
The inhuman brother so much like, so near,
Yet vested in a foreign absolute,

Adorned with cryptic stones and sliding shines,
An immaculate personage in nothingness,
With the whole spirit sparkling in its cloth,

Generations of the imagination piled
In the manner of its stitchings, of its thread,
In the weaving round the wonder of its need,

And the first flowers upon it, an alphabet
By which to spell out holy doom and end,
A bee for the remembering of happiness.

Peace stood with our last blood adorned, last mind,
Damasked in the originals of green,
A thousand begettings of the broken bold.

This is that figure stationed at our end,
Always, in brilliance, fatal, final, formed
Out of our lives to keep us in our death,

To watch us in the summer of Cyclops
Underground, a king as candle by our beds
In a robe that is our glory as he guards.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO

III

Lì vide bene le pieghe nell’altezza
del sonno, il bianco scomparire tra le pieghe,
come molti vestimenti, come masse che si muovono,

come si muove una montagna, e muta dal giorno
alla notte di colore alla distanza, al centro
dove i moti della luce si fermano,

in un continuo cambiamento, in una più calma unità,
la compostezza unica, le venature più aspre
congiunte in un violetto evanescente svanito

che avvolge intorno al corpo gigante i significati
delle sue pieghe, la trama, le grinze e l’agitazione
come sull’acqua di pomeriggio il vento

dopo che è passato. Il sonno fatto
era bianco come l’intelletto ultimo,
un giubilo di diamanti al di là del fuoco,

che dà la sua potenza al feroce occhio cerchiato.
Allora respirò a fondo l’atmosfera profonda
del sonno, l’aria compiuta e che compie.

IV

Lì la pace, cavallo e cavaliere, estraniati, estraniati,
tagliati al centro come la nervatura delle foglie,
il principe dell’ombra brividente e delle scintille

sbocciato reggeva il mondo. La sua scintillante altezza
e cavità col suo fulgore calmava,
la sua luce bruciava come il conforto che ribolle.

Questo il riposo dopo la morte, fratello del sonno.
l’inumano fratello così simile, così vicino,
eppure vestito di perfetta estraneità,

ornato di criptiche pietre e scintillii intermittenti,
immacolato personaggio del niente,
con lo spirito che brilla nel suo panno,

generazioni di immaginazione impilata
fra cucitura filo e trama
attorno alla meraviglia del suo bisogno,

e i primi fiori su di esso, un alfabeto
con cui compitare il sacro destino e la fine,
un’ape per ricordare la felicità.

Il riposo, adorno del nostro ultimo sangue, dell’ultimo
pensiero, stava, damascato dei verdi originari,
un migliaio generati da audaci vinti.

Questa è la figura ritta accanto alla nostra fine,
sempre, in scintillanza, fatale, finale, fatta
delle nostre vite per conservarci nella morte,

per guardarci nell’estate dei Ciclopi
sottoterra, un re come candela presso i nostri letti,
in una tonaca, nostra gloria mentre veglia.

“La civetta nel sarcofago” (I – II) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

by Rendo

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

I
Two forms move among the dead, high sleep
Who by his highness quiets them, high peace
Upon whose shoulders even the heavens rest,

Two brothers. And a third form, she that says
Good-by in the darkness, speaking quietly there,
To those that cannot say good-by themselves.

These forms are visible to the eye that needs,
Needs out of the whole necessity of sight.
The third form speaks, because the ear repeats,

Without a voice, inventions of farewell.
These forms are not abortive figures, rocks,
Impenetrable symbols, motionless. They move

About the night. They live without our light,
In an element not the heaviness of time,
In which reality is prodigy.

There sleep the brother is the father, too,
And peace is cousin by a hundred names
And she that in the syllable between life

And death cries quickly, in a flash of voice,
Keep you, keep you, I am gone, oh keep you as
My memory, is the mother of us all,

The earthly mother and the mother of
The dead. Only the thought of those dark three
Is dark, thought of the forms of dark desire.

II
There came a day, there was a day–one day
A man walked living among the forms of thought
To see their lustre truly as it is

And in harmonious prodigy to be,
A while, conceiving his passage as into a time
That of itself stood still, perennial,

Less time than place, less place than thought of place
And, if of substance, a likeness of the earth,
That by resemblance twanged him through and through,

Releasing an abysmal melody,
A meeting, an emerging in the light,
A dazzle of remembrance and of sight.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO
I

Due forme in mezzo ai morti: l’alto sonno
che dà quiete, e l’alta pace
sulle cui spalle persino i cieli poggiano,

due fratelli. E una terza forma, che dice
addio nel buio, parlando piano
a quelli che non sanno dire addio da sé.

Queste sono forme visibili all’occhio che ha bisogno
per il fatto stesso che vede.
La terza forma pronuncia, perché l’orecchio ripete,

senza voce, parole di addio.
Forme, non immagini abortite, rocce,
simboli impenetrabili, immobili. Si muovono

nella notte. Vivono in un’altra luce,
in un elemento intemporale,
dove la realtà è prodigio.

Lì il sonno è fratello e padre
e il riposo cugino dai cento nomi
e quella che nella sillaba tra vita e morte

stride veloce e saetta,
conserva, conserva, io sono andato, conserva
la mia memoria, è madre di noi tutti,

la madre della terra e della morte. Soltanto
il pensiero delle tre creature oscure
è nero, pensiero delle forme del nero desiderio.
II

Venne un giorno, ci fu un giorno – un giorno:

un vivo camminava tra le forme del pensiero
per vedere
il loro splendore veramente com’è,

e stare nel prodigio dell’armonia, un po’,
immaginando il passaggio come in un tempo
in sé fermo, eterno,

spazio non tempo, non spazio pensiero
di spazio, e se di sostanza, simile alla terra,
che per somiglianza lo faceva vibrare
fino al fondo,

e cantare l’abisso,
un incontro, un venire alla luce,
un accecamento della memoria e della vista.

Appunti dal buon senso senza senso (97) – Angelo Rendo

by Rendo

Si girava a sinistra e a destra, tenendo gli occhi bassi e svuotando il petto dal respiro, la vaga figura di liquido denso biancogrigio, e diceva tra sé: “È tutta una minchiata, un colpo che risale alle tante parole sentite e lette. Si para se la testa è fatta per combattere.”

In gioventù la critica porta buoni frutti: quelli dello scadimento a zuffa; nella maturità è il dente del giudizio nato storto. Vecchi ci appelleremo a una irrecuperabile lingua.

Prendi un libro al contrario, passalo al dominio della spada, senza tergiversare bacialo.

Appunti dal buon senso senza senso (96) – Angelo Rendo

by Rendo

Quando avremo da ritornare sul compiuto, i conti non torneranno più. Ciò esige l’avarizia.

La retorica della poesia come sforzo inflativo e tragico è l’indegno spirito della comunione irrazionale.

Appunti dal buon senso senza senso (95) – Angelo Rendo

by Rendo

Può un castraporci frenarsi dal far male a un pollo, il cui armonico collo cela un interesse contorto? La sintesi passa lungo una sella reticolare coi salotti aggettanti sull’abisso. Niente vale un volgare tendaggio, la roccia zoogena frana.

“Truffles” – un film di Santi Spadaro

by Rendo

Santi Spadaro, matematico puro, già collaboratore di Nabanassar, ricercatore di stanza a Sao Paulo, ritorna con uno short film: “Truffles”. Interpreti: Maria Chiara Spadaro e Davide Parisi.

[Per i sottotitoli: cliccare sul secondo simbolo (rettangolino bianco) in basso a destra e selezionare l’italiano]

Appunti dal buon senso senza senso (94) – Angelo Rendo

by Rendo

Tutto ciò che è corretto è scritto. Perso il contatto, tutto fila liscio. Dimentichiamo di aver scritto e chi ha scritto. Chi ha scritto è chi non ha parlato e chi non ha parlato non ha mai scritto. È detto che chi ha dimenticato sia volato via; ma la mente che sta appresso al detto è falsa più di quanto sia stato corretto all’inizio fare. L’inizio è volontà. E sull’accento vi è posto. L’inizio.

Due poesie di Nina Cassian (1924-2014) tradotte da Angelo Rendo

by Rendo

POETS

Those fifth-wheel fanatics,
those dangerous lunar horsemen,
their green hair obstructing their eyes
so they can’t see where they’re heading,
hands disconnected from reins,
bodies estranged from horses
and saddles.
Just elongated nudes
under the folds of night
which they rip in their galloping,
just blind nudes riding up to that globe where an
Enormous Finger
once drew a mouth and three nostrils
and hung a tear of dust
on a nonexistent eye,
and wrote something remote
– something that no one can decode.

POETI

Ci sono i fanatici della quinta ruota,
i pericolosi cavalieri lunari,
coi capelli verdi sugli occhi

per non vedere la direzione,

con le mani tolte dalle briglie
sono corpi sospesi su cavalli e selle.

Solo allungati, nudi
sotto le bende della notte
strappate galoppando.

Solo ciechi, nudi verso quel globo dove

un Enorme Dito

disegnò una volta una bocca e tre narici
e appese una lacrima di polvere
su un occhio che non c’era,
e scrisse qualcosa di nebuloso

- qualcosa che nessuno riesce a decifrare.

 

 

CHILD DESCENDING A SLOPE ON A SCOOTER

Speeding down a slope when a child,
you feel immortal – likemotion itself.
Air wraps around your face
like a colored, diaphanous veil,
and you interweave with the trees
as if passing through a dense, green torrent
flowing in the opposite direction.

You’re not afraid – even when you encounter
ovoid houses, deformed by speed,
you slide along, beside them, among them,
vertiginously, on the smooth asphalt
woven in parallel threads.

You glide through the streets’ assembly line
in perpetual motion,
you feel no muscular effort,
you’re only worried about that point
where by all means you’ll have to stop
because of that dog, slumbering in the middle of the
road,
or a catapulting cascade of birds,
or a child, another child,
running headlong into you from the opposite
direction,
from another assembly line,
propelled by a similar motion,
vertiginously.
All you have to do
is not stop,
go through him, or let him go through you,
borrowing for a second the contour of his body,
acquiring for a second the nuance of his eyes,
and, then, keep on running,
with the wind’s veil over your face,
until the street winds up
in a plain flat surface
on which you might, eventually, lie down
finally, finally,
and let yourself be swept away
by the earth’s rotation…

BAMBINO A CAPOFITTO PER LA DISCESA

Bambino a capofitto per la discesa:
ti senti immortale – come il moto stesso.
Per maschera hai l’aria, velo
colorato e trasparente.
Intrecciato agli alberi,
attraversi un fitto torrente verde
che fluisce in opposta direzione.

Non ti spaventi – neanche quando incontri
case a uovo, distorte dalla velocità,
tu saetti accanto e in mezzo ad esse,
vertiginosamente
sull’asfalto liscio di fili paralleli.

Scivoli lungo la strada punteggiata
dai nastri in moto perpetuo,
non senti lo sforzo,
preoccupato solo di quel punto

dove dovrai fermarti

per quel cane che dorme al centro della strada,
o degli uccelli che si slanciano a torme,
o di un bambino, un altro bambino,
che impetuoso ti corre incontro dalla direzione opposta,
da un altro settore,
spinto da un moto simile,
vertiginosamente.

Ma tu non devi
fermarti, anzi
attraversarlo o farti attraversare,
prendendo in prestito per un secondo il contorno del suo corpo,
assumendo per un secondo l’espressione dei suoi occhi,
continuare la corsa,
con il velo di vento sul viso
fino a che la strada non sia
che una superficie piana, piatta,
sulla quale potresti, eventualmente, stare disteso
finalmente oh finalmente
essere spazzato via
dalla rotazione della terra…

Appunti dal buon senso senza senso (93) – Angelo Rendo

by Rendo

Parla senza nessuno di mezzo, racconta un azzardo: distesa di niente, cosa, sconfinato deserto bianco, cavolo, ma quale opalino cavolo! Tira fuori il sortilegio: fine delle lettere. O del numero vendicatore, distruttore di mondo e mondano credersi libero nella regola, prece e parola, parla.

Una società di modelli, ossificati e colti, impuberi e putrescenti, e allora?

Quandanche volessi dire del mio azzardo, se così lo chiamassi, svanirebbe quel che non so, il nome che mi avete dato e la sostanza aggettivale che copre lo scritto di chiunque questa voce intraprenda a scrivere.

E se proprio devo dirla a metà, dovrò dire che del colpo di dado si dada alla meta.

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