Tre settimane di poesia nei lit-blog italiani (II)

24 gennaio, 2012

[Il mestiere va liberalizzato, i suoi frutti resi tracciabili e trasparenti. Il lavoro va pagato. GiusCo]

Francesca Del Moro: poesie performative in una messa in scena da fumetto (7 Gen 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/01/07/francesca-del-moro-inediti/)

Sandra Palombo: versificazione paesaggistica, non sofisticata, che rimanda colori in discreta varieta’ di sfumature (8 Gen 2012, Imperfetta Ellisse, http://www.ellisse.altervista.org/index.php?/archives/573-Sandra-Palombo-Trittico.html)

Luciano Mazziotta: l’impressione e’ quella di trovarsi di fronte a calchi di materia putativa disomogenea, fonicamente ipotattica e di retrogusto espressionista (10 Gen 2012, Nazione Indiana, http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/41276/)

Paola Lovisolo: bozzoli autoconcludenti entro i quali si manifestano violenze sospese, forse irrisolvibili (14 Gen 2012, La dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/01/14/temporaneo-panorama/)

Giuliano Mesa: cronache molto umane dal sanatorio di una qualche distopia presente che ha mangiato il resto (16 Gen 2012, La dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/01/16/mesa-e-il-poeta/)

Fabio Franzin: strumento diretto di resistenza civile a difesa dell’umano, il samizdat in Italia non ha tradizione (17 Gen 2012, Carte Sensibili, http://cartesensibili.wordpress.com/2012/01/17/fabio-franzin-canti-delloffesa-lettura-di-f-ferraresso/)

Alessandra Cava: estensione eccentrica e spunti di originalita’ sonora (18 Gen 2012, blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.com/2012/01/alessandra-cava.html)

Cristina Alziati: elegie della separazione che concentrano la vita nell’inerme, lento, progressivo avvicinarsi ad una soglia (19 Gen 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=2964)


‘Saggio dell’uomo fuori posto’ (da “Reale”) – di Francesco Lauretta

17 gennaio, 2012
Saggio dell'uomo fuori postoSaggio dell’uomo fuori posto

seminatori d’odio

15 gennaio, 2012

I “Racconti immobili” di Luigi Grazioli (Quarta)

8 gennaio, 2012

[Pubblichiamo la quarta e ultima puntata sui "Racconti immobili"(Greco & Greco, 1997) di Luigi Grazioli.]

Racconti immobili

Stelle sospette

Poi sono comparse in cielo quelle due stelle sospette, troppo brillanti, con un principio di mobilità che subito rientrava, non prima di essere stato nettamente accennato però, come un segnale, con quella loro linea buia, appena un po’ obliqua, a suggerire chissà che corpo ovale o piatto in mezzo, loro due sole troneggianti in una regione del cielo per il resto deserta, come se tutte le altre stelle fossero state sloggiate, o si fossero volontariamente allontanate, ritirate a mucchi, impaurite forse, negli altri angoli di un universo fattosi all’improvviso sovrappopolato, meschino con quella mandria di luci tremolanti che si strofinavano l’una contro l’altra fino a soffocarsi.
E quelle lì, sopra il suo paese a minacciarlo, facendo un buco nel buio come per risucchiarvelo in un ultimo sforzo prima di spegnersi o di andarsene altrove, dove dai loro traffici avrebbero ricavato miglior profitto, aspettando che qualcun altro si accorgesse di loro per ricominciare proprio da lui.
Restano così sulla terra zone vuote da una notte all’altra, paesi boschi e montagne che scompaiono senza lasciare traccia, se non gigantesche buche piene di sabbia con al fondo piccoli specchi d’acqua stagnante, pozzanghere più che laghetti, ma di un’acqua oleosa, di un verde innaturale che non rispecchia alcun cielo, o perlomeno non quello che transita sopra di loro come se niente fosse, buche dalle quali le popolazioni limitrofe estraggono grate materiali per un’edilizia troppo prosperosa, dagli effetti insospettabili, perché postumi, e che si affrettano poi a riempire di rifiuti o a trasformare in attrattive turistiche dalle quali c’è sempre qualcuno che non ritorna, chissà perché, spesso senza che nessuno se ne accorga. Ne arrivano talmente tanti, che chi si preoccupa di controllare quanti poi realmente se ne partono?
Alla sera i parcheggi e i bordi delle strade sono disseminati di macchine vuote che poi, col favore del buio, vengono fatte sparire. Ci sono bande di ladri che ne approfittano indisturbate, tanto non è mai capitato che i proprietari ne reclamassero la restituzione. Per forza, erano scomparsi anche loro! E così quelli continuano i loro traffici: portano le macchine ai carrozzieri della zona, questi ai rivenditori autorizzati e la gente le compra a prezzi irrisori, tutti contenti di aver fatto un buon affare, a ragione. Nessuno che sappia ciò che sta facendo, eppure tutti, indistintamente, agenti volontari della sparizione, sicari del nulla.
Lui guardava quelle due stelle con la curiosità di un detective che sta seguendo un altro caso, con una certa spavalderia addirittura, come chi sa di essere sempre e comunque protetto: gli sembravano persino patetiche, per una volta, in quello sfoggio di brillantezza velleitaria! Nessuna minaccia poteva intimorirlo. Gli aerei che di solito attraversavano quel settore del cielo seguendo la rotta del fiume prima di atterrare, se ne stavano invece bellamente alla larga, con scuse miserabili che all’aeroporto non riuscivano a capire, ma comunque accettavano senza discutere. Se tutti facevano così, le ragioni dovevano essere più che buone. Un paio però sono finiti contro le vicine montagne, cioè di sicuro uno: ali ghiacciate all’improvviso, hanno detto, o il motore bloccato inspiegabilmente, quasi certamente per un difetto di fabbrica minimo: basta un niente per certe cose. Ma che difetto di fabbrica: per paura, nient’altro che per paura! E’ facile immaginarlo: viaggiano distratti, passano di lì per la prima volta badando solo a controllare gli strumenti, finché all’improvviso si trovano di fronte quelle due luci non segnalate e intorno solo vuoto, e non capiscono più niente; guardano, controllano, riguardano e ricontrollano, e hanno paura; non sanno più che fare, pensano solo ad andarsene di lì ma non vedono più niente: sono persino contenti, per un attimo, quando la montagna gli si para davanti inevitabile. Infine subentra di nuovo la paura. Per ogni cosa che succede, sempre difetti di fabbrica, errori meccanici, istruzioni incomplete, equivoci, distrazioni, malori, leggerezze, fatalità: ma a chi vogliono darla a bere? Da qualunque parte uno volga gli occhi non c’è nient’altro da vedere che la paura.

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Low – C’mon – di Stefano Ferreri

30 dicembre, 2011

Arte e confusione, nient’altro che cuore. L’autoritratto dei Low, versione duemilaundici, suona anche come una delle più belle descrizioni della loro musica di oggi e di ieri. Il celeberrimo Piero Scaruffi ha provato a raccontarla in maniera meno folgorante ma ugualmente valida, riconoscendo nel loro stile l’equivalente rock dell’haiku giapponese, del mantra tibetano, dell’aforisma greco. Abiti sonori intessuti con la stessa estatica compostezza delle poesie nipponiche – così potenti nel loro olimpico equilibrio – per quanto non estranei alle lacerazioni dell’angoscia ed al dolore. Seguendo il filo dell’accostamento, viene quasi naturale considerare Alan Sparhawk e Mimi Parker sarti più talentuosi di tanti apprezzati guru della metrica come Michael Stipe, che dei componimenti haiku hanno fatto una specie di personale ossessione. Eppure, a cercarla bene, anche nella sterminata discografia dei R.E.M. è possibile intercettare almeno una grande canzone per cui valga l’asserto del discusso critico musicale. Una di quelle in ombra, penalizzate magari dalla convivenza gomito a gomito con il più populista di tutti i loro pezzi killer. Ecco, sinceramente si può dubitare che dietro l’ironia di questa identità vi sia qualcosa più del semplice caso, ma appare comunque preziosa la coincidenza affidata al titolo del brano in questione, Low per l’appunto. Anche il testo è curiosamente opportuno, in linea figurata. Certi passaggi sembrano rivelare con qualche anno d’anticipo alcuni segreti del credo slowcore, dell’arte della band di Duluth ed in particolare di questo suo nono LP: “Moving in a still frame”, movimento nella cornice di un fotogramma fisso, l’essere evocativi anche dietro le dinamiche rallentate del sostanziale; “I skipped the part about love”, il medesimo pudore nel trattare le fiammate affettive che ora torna in un episodio come ‘$20’, vero inno all’amore incondizionato e disinteressato, quello che non ha bisogno di legende o sottotitoli per essere raccontato. Alcune canzoni sembrano burro, altre ostentano la fragranza dei dolci fatti in casa ed il solo fine è il bene di chi ascolta. ‘C’mon’ non impiega molto per palesare un potenziale archetipico ed una concretezza semplicemente clamorosi. Ogni dettaglio è cruciale nella sua franchezza, nulla è superfluo o, a giochi fatti, accessorio. Nulla va sprecato. Non una nota, non un watt, mentre la bussola indica sempre e comunque la direzione del cuore. Banale la poetica dei coniugi Sparhawk non è mai stata – è pacifico – ma qui la sintesi di emotività e linearità comunicativa raggiunge esiti davvero notevoli. A livello musicale l’approdo è una identica essenziale significanza. I Low risultano eclatanti e trascinanti senza mai forzare: nella lentezza, negli scarti melodici infinitesimi, nell’accennare contrasti di luce destinati a farsi via via sempre più perentori. Nel giusto contesto il fascino ipnotico di queste nuove creature può seriamente causare assuefazione: lo lasciano intendere l’energia trattenuta a stento di ‘Majesty/Magic’ e soprattutto il placido incedere di ‘Witches’, elegia spain-iana in cui il cantato di Alan gioca di mimesi con quello di Josh Haden, uno spirito affine. Dopo certi automatismi pop di ‘Great Destroyer’, forse non troppo bene assortiti con la radicata indole introspettiva del gruppo, dopo l’autismo minimalista e la disperata claustrofobia sentimentale di ‘Drums and Guns’, ‘C’mon’ potrebbe dare l’erronea impressione del passo del gambero, ma la verità è un’altra. “We need to figure out how to get through the next moment, together, as human beings”: una supplica laica, non certo da mormoni infervorati, l’appello capace di conferire un tono definitivo ai propositi umanitaristi dei Low. Il disco è una proiezione di questo spirito, assemblata nella stessa chiesa sconsacrata in cui Tom Herbers e Tchad Blake aiutarono a rendere l’urgenza di ‘Trust’. Stavolta la rifinitura è avvenuta a Los Angeles per mano di Matt Beckley, uno sin qui abituato al futile pop milionario delle Katy Perry, delle Avril Lavigne e, sì, delle Paris Hilton. Idea vincente. Quello di ‘C’mon’ è davvero un prodigio esteso al popolare, Easy Listening che si fa adulto svelando una sua terrena solennità. Non sono i paradossi che sembrano. Per una band a proposito della quale si è spesso tirato in ballo l’appellativo “aulico”, ha senso parlare di una nuova e più tangibile epica (ed etica, anche), una moderna classicità forse meno bruciante rispetto ai capolavori riconosciuti, meno sanguinante, ma più matura. Sentimento del tempo e Sehnsucht sono sempre incendiari. In più si impone un’atmosfera di pacificazione diffusa, dopo le asprezze del passato remoto e la presa di posizione politica ed antimilitarista del lavoro precedente: il clima si fa estatico, fiero, anche in momenti più drammatici come ‘Done’, anche quando la malinconia parrebbe destinata a tracimare. Soprattutto non c’è più spazio per la rassegnazione, specie in un finale (‘Something’s Turning Over’) che suona come ultima chiamata al Carpe Diem e svela corrispondenze impressionanti con la freschezza autunnale degli Yo La Tengo più appagati, come se dopo un lungo percorso anche questa coppia di rocker avesse trovato il proprio little corner of the world. “Andiamo!”, dicono loro, cadenzando la riscossa con il lungo memorabile refrain in crescendo di ‘Nothing But Heart’. Meno irrisolti, meno problematici, meno cupi di un tempo, ma con uno sguardo forse mai tanto lucido ed esatto. Netto come il primato della sintesi nella scelta delle parole, soppesate una ad una per mettere ordine nel proprio irriducibile garbuglio interiore. Arte e confusione possono convivere in fin dei conti, ma solo grazie al cuore.


tre settimane di poesia nei lit-blog italiani

22 dicembre, 2011

[Ho avuto modo di leggere poesia in questo Dicembre e riporto qui le mie sintetiche note con link diretto ai testi, per possibile confronto di idee. Buone Feste a tutti. GiusCo]

Franco Buffoni: esprime in larga parte una poetica disarmata. Molto spesso i giudizi rispetto alla sua poesia soffrono del confronto rispetto all’assoluta eccellenza del Buffoni operatore culturale. (3 Dic 2011, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=2234)

Nevio Gambula: l’uso del verso breve e molto pensato, tendente al declamatorio, rende la lettura spezzata, irrisolta (4 Dic 2011, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2011/12/04/langelo-di-benjamin/)

Andrea Inglese: mi sono fatto l’idea che la misura piu’ spendibile dei suoi scritti sia il frammento breve, ma non epigrammatico, di prosa, poesia, prosa in prosa o che altro. (7 Dic 2011, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=2300)

Andrea Ponso: una Natura stopposa e ruvida domina questi versi lontani, immersi in un paesaggio privo di calore (9 Dic 2011, blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.com/2011/12/andrea-ponso.html)

Giuliano Tabacco: un eccesso di mimesi diretta, ma c’e’ un notevole testo bisognoso di minimo editing chiamato “Men at Work”. (11 Dic 2011, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=2351)

Nadia Agustoni: la voce e’ ambivalente e non del tutto centrata, con cadute e riprese entro la stessa strofa ed entro lo stesso verso (14 Dic 2011, blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.com/2011/12/nadia-agustoni.html)

Antonio Bux: ho trovato una certa padronanza sonora nella sillogina LE LOGICHE DEL LUOGO dal file LA SIMMETRIA DEI NOMI, che mi ha gentilmente inviato (16 Dic 2011, privato)

Roberto Roversi: versi travolgenti di un bardo ispirato, notevolissimo esempio di poesia civile contemporanea (16 Dic 2011, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2011/12/16/trenta-miserie-ditalia/)

Marco Molinari: poesia stizzosa di indole morale, veterotestamentaria, che non riesce a staccarsi dalla bocca e farsi autonoma (17 Dic 2011, Compitu re vivi, http://miolive.wordpress.com/2011/12/17/riletti-seguiamo-e-accarezziamo-di-marco-molinari/)

Domenico Cipriano: vena abbondante e incardinata nella propria comunita’ locale, della quale Cipriano si fa cantore ispirato e rende universale (18 Dic 2011, nazione indiana, http://www.nazioneindiana.com/2011/12/18/irpinia-trentanni-dopo/)

Luca Ormelli: Voce secca e lontana, ben formata, piu’ adatta a tonalita’ fredde che a cantare l’amore (21 Dic 2011, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2011/12/21/linfanzia-subita/)


Senza patente *5* – di Dario Vanasia

15 dicembre, 2011
Terminale

Terminale


Non poesie ma opere di disingegno

10 dicembre, 2011

Rush_Breaker su iTunes: il giochetto per iPhone/iPod/iPad di Giuseppe Cornacchia, fu poeta (9 Dic 2011).


Arte e femminismo: Artemisia Gentileschi – di Federico De Leonardis, feat. Anna Stefi

6 dicembre, 2011
allegoria della fama

allegoria della fama

[Il pezzo di Federico De Leonardis è qui. Il suo blog è presente fra i nostri link, alla voce "Persone".]

A casa, di ritorno dalla visita a Palazzo Reale di Milano con l’amico L.G., parlavo del più e del meno con mia moglie, raccontandole con un certo distacco le mie impressioni. Non avevo nessuna intenzione di perdere tempo dietro una mostra dalla quale ero uscito deluso e non certo perché fosse mal organizzata (tutt’altro) o solo mal illuminata (un poco). Nel dialogo mi ha colpito una frase della consorte nella quale era contenuta la parola “poveretta”, perché sapeva dello stupro subìto dall’artista in giovane età dall’amico di suo padre. Ho ribattuto che del suo incidente non mi fregava niente e non ero andato alla mostra per conoscere la sua storia personale, ma il suo prodotto artistico e che questo non mi sembrava eccezionale. Mia moglie mi ha risposto di considerare le condizioni in cui si trovava una donna a quell’epoca e quindi le difficoltà per lei di avere le stesse attenzioni che aveva un uomo, per esempio suo padre, presso la società.

Nell’osservazione di mia moglie è contenuto il nocciolo della distorsione con la quale si guardano le opere d’arte e quindi voglio sviscerare la questione: può essere costruttivo. Alla sua osservazione ho ribattuto facendo l’esempio di Emily Dickinson, che in vita sua aveva pubblicato, mi sembra, solo cinque poesie e che oggi è considerata la voce più forte o comunque una delle voci più forti della poesia del suo secolo e anticipatrice di quella di tutto il Novecento. Le condizioni sociali in cui viveva l’americana forse erano peggiori di quelle di una figlia d’arte nel seicento italiano, ma questo non le aveva impedito, nell’isolamento più totale e nel chiuso della società puritana della Nuova Inghilterra, di levare la sua voce a un livello altissimo, che l’italiana nemmeno ha sfiorato. Artemisia certamente è stata  una donna coraggiosa: la sua corrispondenza ci convince della caparbietà con cui cha saputo vincere la malasorte e rovesciare il verdetto di donna perduta, mettendo su una bottega rinomata. Tanto di cappello. Sfruttando l’ambiente in cui era cresciuta e gli insegnamenti del padre pittore, era diventata una bravissima mestierante, ma nulla più; perché una cosa è l’arte, un’altra sono il coraggio, la virtù, la forza morale.
Forse un artista, così come possiede una lingua elettiva per esprimere quanto ha da dire, non può esser giudicato con le categorie morali, politiche, in una parola sociali, comuni al concetto, al pensiero corrente. Si ha addirittura il sospetto, azzardo, che proprio le peggiori condizioni di vita sociale siano l’humus favorevole al grande artista e certamente è solo la presa di coscienza della insostituibilità del proprio linguaggio, della sua necessità, a fare di Emily una grandissima  e di Artemisia una mediocre. In arte era meglio suo padre, la persona che secondo la morale corrente ha giustificato o comunque coperto lo stupro.
E’ grave la mia affermazione, me ne rendo conto, ma occorre sgombrare il campo dalle categorie con le quali si tende a giudicare un’opera d’arte. Voglio giustificare solo le esigenze dell’occhio e non per estremismo, ma perché sono stufo che lo spicoletterosociomoralismo accampi pretese di giudizio. Il panneggio delle varie Giuditte e Cleopatre e in certi casi l’incarnato sono eccellenti in Artemisia, pessimi gli sfondi, mediocri le luci e la composizione del quadro. Manca comunque sempre quella scintilla che nella stessa mostra paradossalmente si trova per esempio nel suo ritratto eseguito da Vouet o nel quadro di suo padre. Artemisia era una manierista, nel senso negativo del termine, ben attenta agli interessi della sua bottega.
E per concludere contro gli ipocriti, su quel letto spiegazzato che, con la complicità del curatore o della curatrice (femminismo e maschilismo neutri in questo triste caso), un cretino o una cretina (stessa neutralità) ha installato all’ingresso della mostra, sarò brutale: anch’io, maschilista, avrei stuprato la ragazza (o almeno avrei attentato alle sue bellissime virtù). Tanto per parlare fuori dai denti.

FDL

Un intervento al femminile

    Ho trovato molto bello leggere queste parole. Sopratutto in verità leggere di quel “parlare del più e del meno con mia moglie” e dell’immaginare da questo chiacchierare, dal suo “poveretta”, una serie di pensieri che via via prendono corpo. Scusa, vado fuori traccia, ma è che vi è una dolcezza in questa immagine e in quest’idea qui del dialogo che mi ha un poco cambiato la giornata. 
    Ora vorrei invece dire delle cose rispetto a che cosa ho pensato io e perché, pur condividendo il tuo giudizio sulla mediocrità dell’artista, e pur condividendo con te il pensiero che non vi sia scintilla, sono uscita da Palazzo Reale contenta, faretti nonostante, cieli sbiaditi e fatti con poca cura nonostante. 
    Premetto che il letto iniziale, che ovviamente non mi è piaciuto, non mi ha infinitamente infastidito per la sola ragione che sapevo che la scenografia era stata curata da Emma Dante, il che, banalmente, mi aveva preparato (è nel suo stile). 
    Anche io, come voi, ho apprezzato Il panneggio, le vesti quasi croccanti, di carta, l’incarnato luminoso di alcuni quadri – dicevo a Luigi che ho potuto riconoscere quasi due stili, da un lato donne scure, con sopraciglie spesse e volti maschili, duri, dall’altro corpi delicati e volti attraversati da una differente dolcezza. 
    Ma vi è di più. E non è il suo essere stata stuprata, né il suo essere una femminista ante litteram, né quelle lettere – in fondo fastidiose – che vogliono darci un’idea del suo sforzo da autodidatta e della passione – fastidiose per questo. Banalmente sono stati proprio i corpi di donna, il corpo di donna dipinto da una donna: quei corpi e quei volti luminosi, talora abbandonati e talora contratti, conservano in alcune espressioni, come trattenute, dei fremiti e delle pieghe che, non so se abbia un senso, parlano di una certa intimità con il corpo femminile che un occhio maschile avrebbe registrato diversamente. E’ evidente che sia stato il mio sguardo a vedere tutto questo, ma quel che so è che la bellezza di quei corpi e di quell’esser donna è risultata ai miei occhi qualcosa di intimamente legato a una donna che si sfiora, più che a una donna che si offre. 
    Chissà, forse è molto sciocco.

                                                            Anna Stefi

La mia risposta

Mah, probabilmente le modelle dell’epoca, oggetto del desiderio del pittore maschio, perdevano ogni forma di difesa di fronte a una persona del loro stesso sesso e non è certo sciocco dire che esiste una differenza sostanziale in un corpo rilassato e padrone di se stesso e uno guardingo (oppure al contrario teso narcisisticamente a piacere); e questo corpo può addirittura essere visto in modo diverso da un occhio maschile piuttosto che da uno femminile, come tu sembri sostenere nel tuo discorso: forse questo secondo può cogliere finezze che al primo sfuggono. Quando nella comunicazione d’arte è l’esterno a te, quello che banalmente si chiama la realtà, a calamitare i tuoi interessi, la tua attenzione, e quindi quando la rappresentazione sancisce la separazione fra soggetto e oggetto, tutto ciò ha molta importanza; ne convengo. Però proprio qui si è innestato il pregiudizio che fa della persona dell’artista (e di conseguenza della sua caratura morale) una parte integrante dell’opera, in questa scissione. Tu credi che su questo punto così importante la critica abbia saputo fare chiarezza? I ricatti morali si insinuano cattolicamente fra le pieghe delle lenzuola di tutti i letti disfatti! Se leggi il diario di Delacroix e dei suoi rapporti con le modelle, saresti giustificata se arrivassi a chiudere volontariamente gli occhi davanti alle sue tele, per reazione di disgusto, per solidarietà nei confronti di quelle donne trattate in modo indecente dalla penna di quel grande (p.e. “me la sono fatta e ho pagato solo x franchi”, espressione che la dice lunga sulla personalità morale di quel pittore di successo).
Ma faresti un errore, perché ti priveresti di qualcosa. .
E’ questo che ho voluto sostenere quando ti ho accompagnato a visitare la mostra con me. L’arte ha un suo modo particolare di intersecare la vita, di coglierla nella sua epifania e la realtà ha sfaccettature che l’occhio solo morale non può cogliere. La linea sonnolenta nel disegno con cui Matisse ritrae il corpo nudo di sua moglie non sarebbe così dolce, così aderente al suo stato d’animo di pacifico piccolo borghese di fronte al Mediterraneo dell’Estaque (la joie de vivre), se nel suo occhio non si mescolasse anche un desiderio profondo di poter o di aver potuto accarezzare (“sfiorare” è la tua parola) quel corpo.

FDL


Incontro a Marabà – di Julio Paredes Castro

28 novembre, 2011

[Tratto da Nuova Prosa 56/57 (Greco&Greco Editori) - numero monografico dal titolo "Periplo Colombiano. Arte, musica e narrativa per il nuovo millennio", a cura di Federica Arnoldi e Fabio Rodríguez Amaya - presentiamo il racconto di Julio Paredes Castro (Bogotà, 1957). Ringraziamo Julio Paredes Castro, Luigi Grazioli, la redazione di "Nuova Prosa" e la Greco & Greco. Su "doppiozero" è possibile leggere tre microracconti di Miguel Falquez-Certain ("Racconti di Triacas"), sempre estratti dal numero in questione.]

julio paredes castro

A E.P. In memoriam

Machado osservò con un certo timore l’immenso cratere scavato nella terra. Calcolò che lo smisurato rettangolo che aveva di fronte, esaminato dalla cima di uno dei suoi margini, superava i trecento metri di profondità. Le pareti di quel caotico abisso non rispettavano nessuna simmetria e la lunghezza di quella più corta doveva superare i cento metri. Machado immaginò una specie di Torre di Babele rovesciata, dove coloro che rimuovevano le pietre e il fango erano impegnati a trovare il centro esatto dell’Inferno. Dal fondo saliva un suono indecifrabile, una mescolanza di rumori che non evocavano alcunché di familiare o di umano. Tuttavia, quell’insolito brusio, che per un momento Machado paragonò a un lamento funebre, era prodotto da circa cinquantamila uomini armati di picconi e badili, alcuni dei quali si arrampicavano con difficoltà lungo quelle che sembravano essere fragili scale di legno, ciascuno portando legato alla testa un piccolo sacco e tutti sorvegliati da un gran numero di guardie collocate in punti strategici. Nell’opacità di quel giorno caldo e umido, Machado riuscì soltanto a distinguere l’odore e il colore del fango.

Il sorvegliante, che aveva accompagnato Machado durante tutto il tragitto e che rimaneva immobile alle sue spalle con il fucile a ripetizione appoggiato a un ginocchio, gli aveva assicurato che quella che stavano osservando era la scala lungo la quale sarebbero saliti i colombiani. Secondo le statistiche ufficiali erano sette in tutta la miniera e soltanto pochi mesi prima avevano ottenuto la concessione che permetteva loro di esplorare lo stretto spazio di tre metri per quattro. Il settore da cui Machado seguiva sconcertato il muoversi lento di coloro che animavano il formicaio era uno dei meno congestionati, come se entro quello spazio la possibilità di imbattersi nella preziosa pepita d’oro fosse ancor più remota. Machado si accovacciò sul bordo, cercò di dominare il senso di vertigine e attese che uno qualsiasi dei colombiani apparisse alla cima della scala.

- La está o colombiano – disse dopo circa mezz’ora il sorvegliante appoggiato alla scala.

Machado spense la sigaretta e si avvicinò all’uomo in uniforme. Sul fondo, dove iniziava la scala, si era formata una lunga fila di esseri coperti di fango che con lo sguardo rivolto a terra iniziavano la risalita. Mancava poco più di un’ora alle sei, quando la giornata di lavoro finiva, e in tutti gli angoli della miniera la febbrile attività era aumentata considerevolmente. Con un balzo il sorvegliante scese fino a un gradone irregolare di pietra che formava parte della voragine. Guardò per un istante Machado e con la mano libera sembrò fargli un cenno affinché osservasse il movimento lungo la scala. Nonostante il disordine e la sensazione di paralisi prodotta dall’insopportabile quantità di fango, i corpi che risalivano i fragili gradini procedevano con un ritmo sincronizzato e agile. Machado non distolse lo sguardo dai sacchi che erano legati alle fronti e che gravavano sulla schiena di ciascuno. La spropositata frenesia che incalzava questa specie unica di minatori sembrò a Machado la parodia di un mito antichissimo che, sebbene si svolgesse ai confini estremi di un mondo dimenticato, racchiudeva ancora il potere e la capacità di definire e spiegare il singolare destino degli uomini. Forse, immaginò Machado, anche suo fratello era giunto fino ai margini di questo inspiegabile abisso per comprendere la stessa cosa.

Nuova Prosa 56/57

Nuova Prosa 56/57

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