Appunti dal buon senso senza senso (75) – Angelo Rendo

La voce bella non rimane prona, registra sul lato opaco della mente la linea retta della melodia, quando la parola – che fa danno – cade pesante avanzando in processione. Piega al centro e schiva il silenzio. Comprensibile che legato e caro al reggitore alla cui balìa siamo sotto renda il vero.

Appunti dal buon senso senza senso (74) – Angelo Rendo

Da queste ininterrotte e celebrate relazioni viene lo sfaldamento, l’impossibilità di piegare l’inizio al canone. Se ciò che ho davanti si muove di continuo, le rifrazioni eventuali cadranno esanimi nel passaggio dell’informazione dallo schermo del reale al reale. Dal punto si parte non si arriva.

Ode a lato #0 – “Wittgenstein” di Jarman per fiori e lacerti – Dario Vanasia e Angelo Rendo

Partiamo da questa affermazione di Wittgenstein in punto di morte: “Mi sarebbe piaciuto scrivere un libro di filosofia fatto solo da scherzi, ma non ho humour.”. E qui rimaniamo per un po’, il tempo di degenerare dal genere, macro e micro, iconoclasta e fatalmente intellettuale. Concetti percepiti solo nel novero dell’intellettualità che l’estemporaneo annichilisce. In sette, otto puntate – a cura di Dario Vanasia e Angelo Rendo – riproporremo per lacerti e fiori “Wittgenstein”, film di Derek Jarman del 1993. Una rilettura lirica laterale.

Appunti dal buon senso senza senso (73) – Angelo Rendo

Il poema compare alla fine
come una festa di leoni
in mutande sulle strisce pedonali.

E sospetto, sospetto
che il vuoto porti
riconoscenza alla testa vuota,
pienezza al cuore che vuoto non è
e sa far male.

Tutto nuoce
se l’universo
senso della rovina nasconde
il peto malevolente del potere. Dell’io
posso di una primadonna.

O del primouomo che non è
né l’una né l’altro, certamente
un infante, o una femminuccia.

 

Gregorio Nazianzeno, “De natura humana” (vv. 1 – 20) – trad. Rendo

Χθιζὸς ἐμοῖϛ ἀχέεσσι τετρυμένος, οἶος ἀπʹἄλλων

ᾕμην ἐν σκιερῷ ἄλσει, θυμὸν ἔδων·

καὶ γάρ πως φιλέω τόδε φάρμακον ἐν παθέεσσιν,

αὐτὸς ἐμῷ θυμῷ προσλαλέειν ἀκέων.

Αὖραι δʹἐψιθύριζον ἅμʹὀρνιθέεσσιν ἀοιδοῖς,

καλὸν ἀπʹἀκρεμόνων κῶμα χαριζόμεναι

καὶ μάλα περ θυμῷ κεκαφηότι. Οἱ δʹἀπὸ δένδρων

στηθομελεῖς, λιγυροί, ἠελίοιο φίλοι.

τέττιγες λαλαγεῦντες ὅλον κατεφώνεον ἄλσος.

Πὰρ δʹὕδωρ ψυχρὸν ἐγγὺς ἔκλυζε πόδας

ἦκα ῥέον δροσεροῖο διʹἄλσεος. Αὐτὰρ ἔγωγε

τὼς ἐχόμην κρατερῶς ἄλγεος, ὡς ἐχόμην.

Τῶν μὲν ἄρʹοὐκ ἀλέγιζον, ἐπεὶ νόος, εὖτε πυκασθῇ

ἄλγεσιν, οὐκ ἐθέλει τέρψιος ἀντιάειν.

Αὐτος δὲ στροφάλιγξιν ἑλισσομένοιο νόοιο,

τοίην ἀντιπάλων δῆριν ἔχων ἐπέων·

Τίς γενόμην, τίς δʹεἰμί, τί δʹἔσσομαι; Οὐ σάφα οἶδα.

Οὐδὲ μὲν ὅστις ἐμοῦ πλειότερος σοφίην.

Άλλʹαὐτὸς νεφέλῃ κεκαλυμμένος ἔνθα καὶ ἔνθα

πλάζομαι οὐδὲν ἔχων, οὐδʹὄναρ, ὦν ποθέω.

**

Afflitto e lontano.

Siedo in un bosco, e mangio
l’anima. Faccio

così nel dolore: rimango
in silenzio fra me e me.

Soffi di vento e canti di uccelli,
sonno profondissimo sonno
dai rami all’anima svanita. E quelli
melodiosi, dolci, solari.

Le cicale friniscono nel bosco
dove lenta scorre l’acqua
che fredda lambisce i piedi.

Ma mi tiene una pena, mi domina;
bracca.
Di nulla mi interessa. La mente stretta
dal dolore non vuole guardare
di faccia la gioia.
Nell’occhio del turbine
sostengo una lotta di flussi contrari.

Chi sono stato? Chi sono? Cosa sarò? Non lo so più.
Né so chi di me più sappia.

Coperto da una nube vado
errando qua e là e nulla
conchiudo
nemmeno in sogno
ciò che desidero.