Mimmo e il cormorano nel giorno di Natale – Angelo Rendo

Ieri mattina, giorno di Natale, quel cormorano aveva caldo, e spiegava le ali come un essere umano spiega il suo accappatoio davanti a un camino. Sul frangiflutto – senza Mimmo temere, l’uomo che alle 10:40, tolti e lasciati i vestiti a mucchietto, si è buttato a mare e, galvanizzato, ha scritto con un frustulo di canna data ora e Mi sono fatto il bagno Che Sballo e firma mimma – è rimasto a riflettere.

Li ho incrociati all’andata. Al ritorno dal pantano, invece, di Mimmo non c’erano che i calamai e la scritta sulla sabbia, lambite dagli zoccoli del cavallo che al pantano avevo incontrato e che da lì muoveva, cavalcato, verso Donnalucata. Le fide tamerici poi, i pali e la fredda e chiara lastra di sole sul mare. E quieto e quasi completamente perso al passo il ponticello.

Annunci

Se m’azzurra – Angelo Rendo

Dalla falconeria o dalla caccia questo “azzurrari” di derivazione spagnola: azorar. L’azor è l’astòre (lat. accipiter), rapace particolarmente nervoso e assai versato nella trance agonistica. Tutto istinto e sprint iniziale, spaventa e sconvolge le prede.

Quando diciamo “se m’azzurra”, dunque, è chiaro che a possederci è lo spirito dell’astòre. Non un pensiero ci afferra ma un istinto esiziale che angoscia e turba gli animali del bosco. L’azzurro del cielo è solo un innocuo fondale.

Affondati nell’Èra digitale (intorno a “La vita segreta”. Tre storie vere dell’èra digitale” di Andrew O’Hahan, Adelphi) – Angelo Rendo

Correre, veloci, come coloni che si portino nelle terre da cui non si può uscire, senza temere che la verità possa aprire porte. Per ogni scoperta, per ogni rivelazione, per ogni metamorfosi non c’è dietro che un sogno. Che non lo si afferri, avvolgendosi in uno statuto fantasmatico, facile da emanare, impossibile da approvare, nullifica la proposizione. Si esiste svuotati, senza un etto di merda nell’intestino.
Preferire la morte piuttosto che aver torto: la ragione di ogni declino. Non eroismo, ma incapacità di leggere le mappe dell’altro, con le sue licenze.
Se tutti insieme i venti del creato soffiano sul digividuo, si potrà pure pensare il male, essere a pezzi, tenuti in piedi dal lezzo del compiacimento, ma la sostanza che traspare bucherà lo schermo. Lo finirà.

Tre tipi – Angelo Rendo

Spesso, la testa di un uomo ha forma di rimanenza: orlo che tutto inghiotte, chiamato dalla terra.

Uomo aperto è l’uomo che grida, e reclama che sia liberato una volta per tutte, e che per sempre libero rimanga. Vuole essere guida, gestire – dopo averla cotta ed eliminata – la rivelazione. È sicuro, non conosce sincerità. Indossa una frazzata, intessuta alla bell’e meglio.

Per ogni anno che passa ve n’è un altro che non passa; e guarda al primo come all’ultimo giorno l’uomo che si cura dell’uno e dell’altro.

Le “fumarole” di Plaja Grande – Angelo Rendo

Dietro il bunker di servizio, dove scrivo, a cinque metri, ci sono le serre. Siamo a Plaja Grande, a due chilometri e mezzo da Donnalucata, in antico contrada Piano Grande, ultima plaga del territorio costiero di Scicli, ad Ovest.

Sulla provinciale Donnalucata – Marina di Ragusa – dove appunto lavoro – e su per incroci e crocicchi che dalla provinciale diramano, e ancora oltre fino ai Macconi, fino a Marina di Acate, ad Ovest, e fino a Pachino, ad Est, la cosiddetta fascia trasformata, il paesaggio è sequestrato dalle serre. E da chi ci vive.

Capita che, come oggi alle 17:00, a circa trecentometri da qui, in barba a ogni regolamento, si dia fuoco alle piante di pomodoro estirpate, che si celebrino le velenifere “fumarole”.
Le piante – tra l’altro ancora umide per via delle piogge – allungheranno il fastidio per chi nei pressi vive. E a seconda dei venti di ponente o tramontana, a seconda del loro indugiare o del loro risvegliarsi, le nebbie, il fumo, il tosco prenderanno forma.

Nessuno vigila. E nessuno – o pochi – conferisce questi rifiuti speciali. Brucia. E fa bruciare gli occhi, la bocca dello stomaco. Porta la nausea, eleva lo stordimento a fase rituale ultima. Nessuno.

Letteratura e fermezza – Angelo Rendo

[Sono fermo. Fermo ai tempi in cui la pizzeria si chiamava pizzeria, l’osteria osteria, il laboratorio di analisi cliniche laboratorio di analisi cliniche con l’aggiunta del cognome del conduttore.]

La letteratura cade – e hai voglia a cercarne il corpo – quando la lettera non cade sul foglio, ma macchia un punto già oscuro, quando il mimetismo – naturalmente pop – la inghiotte, quando il discorso stretto della legge e della separatezza la perde di vista. Le applicazioni le tolgono profondità e costituzione. Quando perde il suo codice, l’infilatura stretta della ragione, per dove passa il calcolo, cade.
Ma alla fine dei conti non è in pericolo la letteratura; se non per se stessa, da un’altra parte è. Passione e responsabilità sono basti per l’individuo, la massa non combatte guerre, se non per perderle, di ritorno a casa, mentre chi scrive dimidia la mediazione.

La letteratura è una scienza, un blocco unico, per nulla si effonde in discorsi analitici. I criteri interpretativi sono valoriali e illusivi: criteri legislativi, di ordinamento. Perché mancano le scritture del caso? Quando il campo energetico individuale stenta, nascono i sovradiscorsi, gli sforzi. La vanità.

Come sia e sia, tutto nella scrittura si risolve. Tutto si risolve.

Dentro la libreria, nei pressi di Piazza Navona, c’erano delle commesse, tre, chiacchierone e vanitose; era tutto un dire questo l’hai letto e quest’altro, io ho Siti sul comodino e se lo dice Cortellessa; si davano molto tono, si pompavano, e disturbavano.
I due titoli del caso, dunque, non potevano che essere “Nello sciame. Visioni del digitale” di Byung-Chul Han, edizioni Nottetempo, libri poco curati nella veste grafica e cari nel prezzo, impaginati in maniera sciatta al punto da sembrare oggetti da rilegatoria, tesine e “Letteratura come utopia” di Ingeborg Bachmann.
Fin dove arrivano le scritture che si muovono per opposizioni, afferendo più a una critica del gusto che a una sentita epochè, volevo vedere.
Da una parte la verità, selettiva, esclusiva, implicita, che impegna il negativo, dall’altra l’informazione, cumulativa, additiva, esplicita, che tiene al positivo.
Il filosofo coreano delimita il campo di analisi conducendo una battaglia di retroguardia, affidandosi a una bibliografia minima, datata e scontata: McLuhan, Barthes, Linder, Le Bon, Hardt-Negri, Von Gehlen, Heidegger, Sartre, Lacan, Bredekamp, Arendt, Flusser, Schmitt, Hegel, Foucalt, Benjamin. Quel campo risulta patentemente massificato, rappresentazionale: un campo di apocalissi vestite.
La forma del pamphlet è appetibile, sfiziosa, persuasiva. Per professionisti della cultura, senza dubbio. Non appena lo apro e affondo il naso al centro, sento gli stilemi della castrazione.
“La società della sorveglianza digitale […] sviluppa tratti totalitari: ci consegna alla programmazione psicopolitica e al controllo.”
Byung-Chul Han scaglia i suoi modelli previsionali in preda ad un’ansia di nominazione, e di rimozione del caos; il suo orientamento filosofico è troppo schiacciato sul presente e dello sciame è l’ape regina.

Quando uno scrittore non si vede più, si dice che è stato abbandonato, o che si è ritirato.
Si crede, cioè, ci sia un campo, che qualcuno lo lavori. E che qualcuno, nullafacente, lo abbandoni. Bene. Chi lo solca, non osa abbandonare; chi lo scava di notte a notte, prepara le fosse per chi lo lascerà. Chi non lo sente e non lo vede, fa un altro lavoro.
Scrivo tutto ciò a margine di quella lunga linea che, partendo dal basso, finisce nel ghigno temperamentale e collettivo e mostruoso dell’intellettuale, poco poco più a destra o a sinistra dal punto da cui è partita.
Dio ci liberi dalle scuole di scrittura, dai generi, dalle interpretazioni del vivente, dal passo lento della sera.

Non ci vuole niente
quel poco che basta
a se stessi.

Ogni grande interno
spoglia e niente
dice.

A me non interessava affatto tenere a mente l’altro; una forza indissociabile dal pensiero mi riempiva. E se si crede che l’estensione del giusto e del bello a campi di memoria indifferenziata debba avere la meglio su questo torrido pianeta nero, di certo si tratta di errore.

Sempre meno e sempre tu
al più che io possa.

Le lamentazioni, quelle grasse
e cucite pance teoriche.

Franzen è uno scrittore rabbioso e saputo e bacchettone, troppo preoccupato di cosa gli altri pensino di lui. E pensa a Bloom e teme Pynchon e ammira il padre ma vuole superarlo. Sta col metro sempre aperto da adolescente; quando scrive di Updike e della sua [di Updike] scrittura regolare come una cacata quotidiana, vado in bagno.

Per quale motivo la finitezza ci spinge a far piccolo tutto ciò che ci è prossimo, finanche questo mozzicone di sigaretta vicino al mio piede?

Quando leggo teatro mi accade che tutte le voci si mescolino e non importi più chi parla. Parlo io.

È chiuso da un coperchio, che nella parte interna ha uno specchio, in una bara chi dà consigli o pratica poetiche.

Al fondo c’è la gaffe.

Quando ti vedo, scritto sul muretto blu – si sganascia la mente e si nasconde il cuore – per non saper che dire o a quanto minimo lustro sia destinato sul muretto che presto si sbianca, arrossisco.

Eppure, potremmo violare le fonti allegramente, prendere spunto da vecchie pagine – o essere esautorati dal classico a ciondoloni sulle orecchie, sorretto da due dita puntate dall’una e dall’altra parte… un libro a destra, uno a sinistra… cera contro l’incantamento – e procedere diritti in equilibrio, saltando da tavolo a sedia a muretto e niente sentire all’infuori di quella musica cilestrina, che aggiunge carico a chi non si fa beffe di lei, mentre l’asso canta e solitario carica.

Torniamo sempre. Solo alcuni – dalla mente plagiaria – che aguzzano l’ingegno per meglio tornire l’inganno, non tornano. Aver l’impressione di scrivere per altra voce, e per altra in effetti star scrivendo, dopo la correzione; e scrivere della scalfittura della diseguaglianza. Come quell’uomo che ricorre alla fuga nei cunicoli, perde i suoi liquami e ne fa verità, mangiando lei e tutti i suoi parenti.

Tutto ciò che è corretto è scritto. Perso il contatto, tutto fila liscio. Dimentichiamo di aver scritto e chi ha scritto. Chi ha scritto è chi non ha parlato e chi non ha parlato non ha mai scritto. È detto che chi ha dimenticato sia volato via; ma la mente che sta appresso al detto è falsa più di quanto sia stato corretto all’inizio fare. L’inizio è volontà. E sull’accento vi è posto. L’inizio.

Fasesu – Angelo Rendo

Le facezie non sono cose inemendabili, né sono cose lontane, e non si mangiano. Faceta è detta una persona che sa metterla giù bene, la parola, una parola di bell’aspetto, che corre verso una gioia senza alta luce, minorata ma che non si strappa né che se la tira; non è sfiorata da quel bisogno, chiusa a “quella” forma.

Fasesu è il facetus latino. In dialetto è scaduto il senso di questo aggettivo così pregno, fasesu vale per insensato, inaffidabile, punto dalla bizzarria.

Ora: ristabiliamo “fasesu”, e diciamo che esser faceto significa avere gli occhi che ridono.

La poesia è un topicida – Angelo Rendo

Dal cuore aperto e placido della colonnina era possibile che il cane scappasse verso i covili e tutto odorasse senza troppo indugiare. Dunque, non conveniva armarsi di sospetto, meglio fermarsi ad asciugare le lacrime dell’animale, ché la gratitudine afferra alla nuca e prepara il giaciglio alla poesia.
Se due volte ti giri, comprendi. Con una sola volta, sbandi. Se pienamente vai, sfondi ogni posa. La ragione è questa.
Nella prosa mancano i vuoti campi gravitazionali, il discorso ammicca ad una compiutezza da pattern.
Nella poesia, invece, c’è l’errore – evidente all’occhio prima ancora che all’orecchio – un’oscura coltre del respiro, che genera fallimentari cadute, allentamenti. O riprovevoli altezze.
Qualcosa di simile a una carrozza è il nulla; perché non propriamente una carrozza, non chiedetemelo. Ché forse il nulla trasporta la nullità? E dove è la nullità? Non c’è. Il moto eterno nel silenzio che si taglia.
Ho un ricordo minimo, del quale poco mi pento, dell’attività letteraria, sono sempre stato un pelandrone letterario, un puledrone da spavento. Ho affrontato la parola da laconico, letto per disperazione. In una terra non mia.
Per quanto non esista, e, di massima, non segua i distinguo dell’intelligenza, dall’arguzia non si scappa. Chi è caduto nei suoi tentacoli, non scappa. Sigillato nella poesia.
In quel punto, lì, proprio lì – non temere – dove la strada s’allarga, lì, accanto al pantano posavano le anime della distrazione, giganti forti del loro fuoco.

Bisogna rispettare il tempo dieci
dodici ore al giorno il ragno fila.
Otto strade ferme e nere
quattro avanti quattro indietro
passi mi si passi
ora dentro
silenzio ragno.

I sette versi di questa poesia – dettatami dal ragno ieri visto sul muro di fronte alla camera da letto – fanno rientrare dalla finestra la sempre cacciata mosca in posa sul vaso di Pandora. Se rimaniamo alla lettera, il graffio non copre che una tara persa, il sogno dell’incivilimento della massa non è altro che la disperazione prodotta dalla fama.
Questo appunto pare scivolare di gradino in gradino per un difetto di visione: fino a che non si capovolga lo schermo e risistemi il piano.
La poesia naturalmente parla di nascosto, non che non si capisca cosa dica; ma nemmeno dice quel che non dice e non pensa; la massa poetica sta nel recinto, subito dietro il cancelletto, pronta ad accogliere il minimo scambio di parole, e già da un’altra parte, se la prevaricazione a tre gambe si apposta nel morbido giaciglio che lei appresta per gli spregiatori, i rovistatori che scartano i regali e svenano, tutti i ladri in falso contatto, la cui anima aperta alla sensiblerie più ruffiana del creato succhia la dannazione. Non più condanna divina, ma cartello in campo aperto a gloria imperitura per il poeta e monito, mina per l’invasore.
La parola ‘amore’ non necessita che di ‘nulla’. Ovvero della sparizione improvvisa di ogni calcolo. Perciò pronunciarla (scriverla), e per giunta come sigillo ultimo del libro – come fa Ben Lerner nel suo pamphlet “Odiare la poesia” – non è che lo svelamento di una pratica innocua. E di un poeta vecchio.
Che poi l’odio faccia cadere anzitempo i denti dell’ingranaggio poetico risulta manifesto dal tarlo poetologico di un’editoria prolassata.

Il topo continui a figliare prosa:
la poesia è un topicida.
Una poesia generi topi
e non s’opponga dopo.
Breve osservi fra le carte
rosa come il maschio
colore della prosa. Lunga
testa e coda.

Umiltà – Angelo Rendo

[Nella foto statua rappresentante l’Umiltà. Giacomo Serpotta, Oratorio di San Domenico, Palermo.]

Ad A.

Io – permettetemi di dire io: primo vagito, primo pianto, raglio – non ho mai sentito parlare una persona così. Così come? Così attenta, tesa e distesa. Che adatta il respiro alla bracciata, snida il covo di serpi, denuda le malcelate evidenze, toglie fiato alle vite inutili – ché ogni vita lo è, se non risponde -. Vita, parola prima e persa fra le prime quando ogni sentiero è perso, e ritrovata morente e mai grata sul corpo della mansuetudine.

Note su “Suca” – Angelo Rendo

[Note a “Ho scritto Suca sulla sabbia” (3 maggio 2016).]

Il sapere è signacolo da apporre sfrangiato su curriculum; a quel che potrebbe essere detto in sei righe si arriva a dedicare una tesi di laurea. Su Suca ho scritto brevemente più di un anno e mezzo fa sei righe estemporanee. Una studentessa palermitana una tesi.

Già nel titolo (“S-word. Segni urbani e writing”) si è arpionati dall’eufemismo, la parola nascosta e blindata nell’accademia; e, ulteriore spia – che è meglio bene dire invece che dir per come è – ne è la codifica (800A): la S che, trapassata da un tratto obliquo, diventa 8, la U, chiusa in alto, 0, la C, con le estremità ricongiunte, 0, la A che tale rimane.

Il fatto è che non siamo nessuno per svuotare un significante; se ciò avviene è perché Suca oggi passa per la bocca di chi non deve passare. Perde la sua intrinseca dimora. Anche i pellegrini se ne possono riempire la bocca, ormai. Ma non tutti possono pronunciarlo. Io, per esempio, comprendo in quali occasioni potrebbe affiorare, ma sono convinto non mi sarà mai possibile usarlo. Il vero Suca è da custodire più che da abbandonare alla serialità della ripetizione. Troppo soft e quasi quasi caduto nel “dire figo”.