La legge

Frena, forza.

Dove vai? Scendi.

No, stacca, scala.

Sali.

 

Fai le valigie?

No, sali.

 

Scendi, chiedi il conto.

No, non ora.

Ah, lo sai.

Certo.

O scuro, vai a coricarti.

**

A cento all’ora, che noia.

Vai a letto.

Finiscila, segui.

Nero mi feci.

Forse sentisti. Chiaro.

 

Ma chi l’ha detto?

Come?

Certo che forse non c’è.

Chi?

Dove è andato?

A cucinare.

O calma giacente e tremore.

**

Smettila, lollo.

Sguardo leale e oceano?

Ignorante e devoto.

Ah, sì?

No, lascia.

Così?

E senza dir nulla.

Concludi l’accordo.

 

No, dài, apri.

Se voglio.

E’ aperto, lo sai.

Chi lo sa, fa, cosa?

Per te fuoco e campo.

 

Se lo so, te lo dico

e vanto faccio

del caldo o sistro

legge d’aria e fosca

 

son contento della nube.

 

La pioggia attraversa

e apre.

Annunci

cablogramma postumanista n.3

2011: rimanere all’estero o tornare in Italia? Se ne discute chez Severgnini: http://www.corriere.it/italians/10_dicembre_28/Il-ritorno-in-Italia-pro-e-contro_d0176c10-11da-11e0-8f66-00144f02aabc.shtml (il retrogusto è un po’ patetico, causa panettone e residui koethiani. GiusCo)

—–

Il ritorno in Italia: pro e contro

Caro Severgnini, 2011: rimanere all’estero o tornare in Italia?

Scrive Arturo Busca, il 24 dicembre («Vivere all’estero non è per tutti»), che chi vive in Italia ci sta di comodo o ci deve stare perché altro non può. Non so se oggi, 2010, sia la chiave di lettura migliore: da quel che vedo, molto mi pare assai diverso rispetto a cinque o dieci anni fa. Le chance sono molte e altrettante le possibilità per coglierle, non occorre essere ingegneri nucleari.

Io sto finendo un dottorato in Gran Bretagna e penso a cosa fare dopo. Con 2-3 anni di autonomia economica, posso andare dove voglio: non ho oneri, non ho un futuro scritto, non ho raccomandazioni. La domanda è: necessitando alla peggio di un computer, di una buona connessione internet e di tanta volontà per lavorare possibilmente in proprio (o al limite da ingegnere abilitato), fa tanta differenza in Italia o altrove, oggi ormai quasi 2011?

Ci sono pro e contro nel tornare in Italia, anche per chi ha abitudini molto frugali come me.
Pro: gli incentivi economici della legge approvata qualche giorno fa (se ci rientro), la vicinanza alla famiglia d’origine, la cultura & le arti, i luoghi comuni della vita bella che scorre sempre uguale a se stessa.
Contro: generale poca capacità di immaginare e dunque di inventarsi un futuro, poca capacità di fare sistema, tutela delle classi già tutelate (qui Tony Blair e Gordon Brown, una volta sconfitti, sono spariti dalla circolazione), spiccata propensione all’illegalità e capovolgimento dei fondamenti di un normale stato di diritto.

Non è un elenco di casi uno, due o tre, come vorrebbe Busca, ma carne viva, storie individuali che iniziano a intravvedersi collettivamente nei movimenti studenteschi ultimi in Inghilterra, Italia, Grecia, Francia. Ma il peggio, tornando in Italia, sarebbe rimpiangere l’estero, ritrovarmi straniero in patria. Questa è la molla decisiva che mi orienterà a rimanere fuori.

Buon anno a voi.
Giuseppe Cornacchia

Terzo ed ultimo frammento dal “Barthes” – di Luigi Grazioli

[Qui la prima parte; qui la seconda.]

(…) Barthes ha ragione. Lo ammetto volentieri. Credevo mi scocciasse. E invece no. Guarda un po’ come sono fatto. Riesco ancora a sorprendermi, a volte. Non sono ancora morto. Non del tutto. Un po’? Vada per un po’. Barthes ha ragione. Puoi farci tutte le considerazioni teoriche che ti pare. Puoi esemplificare, strumentalizzare in funzione di questo o quello. Puoi farci tutti i discorsi che vuoi. Ma si finisce sempre per abbandonarsi al sollievo realistico. L’oggetto rispecchiato è lì. L’immagine è la sua impronta. Se ne sta lì, per conto suo. E tu non ci sei. Se ne frega di te. E questo attrae. Pacifica. Consola. Oppure colpisce, commuove, indigna e terrorizza. Ma consola. Va’ che è strano! Il tremendo che consola. Meglio non andare a vedere perché. Non indagare. Non smuovere le acque. C’è tutta una parte di me che sono contentissimo di evitare. Preferisco non conoscermi. Ignorarmi. Già non ho una grande idea di me, figurarsi se mi conoscessi del tutto! Potrei accettarmi? Non credo. Finirei per farlo comunque? Non voglio. Ma potrebbe migliorarmi! Sì, domani. Per certe cose una buona rimozione resta la soluzione migliore. Altro che scoperchiare il vaso! Sigillarlo e buttarlo via! Ma è la nostra natura! E allora? Deve essere per forza buona? Via anche quella! Se non va bene, si cambia. Nessuna pietà. Alla peggio, si ignora. Legittima difesa. Resta la cosa. L’artificiosità del taglio dell’immagine? La costruzione interna? L’adozione consapevole o meno di schemi iconografici? Il loro ribaltamento o la loro variazione? Bello! Interessante! Ma poi basta. C’è la figura, il gesto, il bimbo, il morto. La madre! La cosa madre. Il processo di produzione pratico, tecnico e sociale? Le implicazioni economiche e politiche? Messe tra parentesi. Felicemente trascurate. Cancellate! Le intenzioni artistiche? ma non facciamo ridere! Aspetta che mi appoggio alla poltrona che mi fa male la schiena. Cos’è ‘sta storia della fotografia come arte? C’è la cosa, il mondo. Uno strumento che lo riprende. Un occhio, uno solo, una mano o due, strumenti dello strumento. Un corpo che si sposta per il mondo perché la macchina lo vuole. Che guarda il mondo come la macchina ha insegnato a vedere. E come le cose hanno richiesto a lei. Comandato, più che richiesto. Così, ecco. Guarda! Imperativo categorico. Dimentichiamo l’occhio e la mano. Tra parentesi anche loro. Stiamo solo facendo “come se”? E allora? Tanto lo facciamo in ogni caso. In un modo o nell’altro. Resta la figura. La cosa. La luce. Il paesaggio. Molto bene!

Tra parentesi. E’ il titolo del saggio su La camera chiara, e Roland Barthes di Roland Barthes, che avevo pensato di scrivere in un primo momento. L’avevo pensato e divulgato prima del libro di Bolaño, e ci avevo già rinunciato quando questo è uscito. Mi piace ancora come titolo, però. L’idea era una lettura del libro sulla fotografia usando solo, o prevalentemente, ciò che è detto nelle parentesi. Le castronerie che uno si mette in testa! Perché Barthes ne fa largo uso. Di parentesi, sia chiaro. Anch’io, nel mio piccolo. Qui non ne ho messa nemmeno una di proposito. Ce n’era una e l’ho tolta. Nel quinto paragrafo. Indovinare quale. E’ vero che molte frasi potrebbero starci benissimo. Ma non ce le ho messe. Sarò un testone! Non voglio che si capisca cosa è principale e cosa secondario. Cosa detto sul serio e cosa per ridere. Magari quelle dette sul serio sono proprio quelle che fanno più ridere. Forse non dico niente sul serio. Forse tutto. Per esempio qui. Qui cosa? Forse fa ridere tutto, ma non nel senso che volevo io. E sia. Mi ero letto sull’argomento anche dei saggi di Luca Cignetti, che me li ha gentilmente inviati. Lo ringrazio di cuore. Sono una lettura molto  stimolante. Uno dice, saggi sulle parentesi e sulle proposizioni parentetiche, ma dai! E invece no. Provare per credere. Avevo preso appunti, classificato, ritagliato e combinato. Il solito bricolage. E poi mi esce ‘sta roba! Magari un giorno lo scrivo. Magari in parte lo sto scrivendo qui, come posso. Senza accorgermene. O quasi. In modo indiretto. Parlando direttamente. Direttamente! Figurarsi! Cambiando di continuo la focalizzazione. Avanti. Chissà perché mi viene in mente un’altra cosuccia che mi ero appuntato qualche mese fa. La metto qui, come tra parentesi. E’ a proposito di “avanti!”. Poi riprendo. Eccola.

“Riassunto della propria vita.

In 3 parole: Niente da dire.

In 2 parole: Dire niente.

In 1 parola: Niente.

In 1 parola, versione remix: Dire.”

Sa un po’ di Beckett, adesso che la rileggo. Non ci posso fare niente. E’ la pura verità. La verità! Mi vien da ridere. Tiro in ballo volentieri Beckett perché non ne parla più nessuno o quasi. Non è più di moda, se mai lo è stato. Sì, una volta sì. Ma per il teatro. Quanto alla prosa, sono più quelli che ce l’hanno con lui. Quel cane di Beckett! Bravo, come no? Ma non si fa così! Dove sono finite le buone maniere? Non puoi metterli tutti col culo per terra. Imbrattargli l’innocenza. Sverginarli così apertamente. Meglio dimenticare. Fare come se non ci fosse mai stato. Alé a raccontare come se niente fosse! Il mondo lo reclama. Il mondo! Il referente! Chiusa la parentesi. Avanti! Mi vien da ridere.

Eh, ma anche andare avanti non è così semplice. A volte mi scatta la molla e via! Altre, non so da che parte girarmi. Avessi un ragionamento da costruire, sarebbe diverso. Fossi capace di seguirne i fili. Il fatto è che in fondo di Barthes, insisto, mi importa meno di quanto vorrei. E sì che ci metto tutta la mia buona volontà. Di sicuro è un buon interlocutore. Bontà mia. Su questo non ci piove. Fossi io alla sua altezza. Ma sarebbe meglio, ovunque io sia, se non fossi d’accordo su così tante cose. Preferirei uno con cui fare a pugni. Prendiamo l’inizio di Roland Barthes di Roland Barthes. Il primo frammento. Vale per il “direttamente”, stavolta. “In ciò che scrive vi sono due testi. Il testo I è reattivo, mosso dall’indignazione, dalle paure, dalle riposte intenzioni, dalle piccole paranoie, dalle difese, dalle scenate. Il testo 2 è attivo, mosso dal piacere. Ma scrivendolo, correggendolo e piegandosi alla finzione dello Stile, il testo I diventa anch’esso attivo; da quel momento perde la sua pelle reattiva, che non sussiste se non a macchie…” Dopo “macchie” ci sarebbe una parentesi. Solo che io qui non posso metterla. Ne va dell’onore. Nella parentesi c’è scritto: in piccole parentesi. Niente male davvero. Sottoscrivo. Ma una volta sottoscritto, finisce lì. Dovrei continuare? Cosa? Come? Aggiungo? No. Aggiungere in certi casi fa solo danni. Allora si deve deviare, se si vuole continuare. Non lo faccio apposta. Cause di forza maggiore. Ma in quale direzione? Non troppo differente, ma nemmeno troppo simile. Se troppo vicino, si ripete. Guai! Se troppo lontano, si rischia che non c’entri. Almeno in apparenza. Preferisco. Inoltre è divertente. Saggiare qua e là. Fare qualche piccolo errore. Anche grande. Esageriamo! Errare! Ariosto. Oppure aprire una parentesi. Mettermi io, tra parentesi, per esempio. Che è sempre una buona idea. Peccato che la rispetto di rado. Va bene, mi metto tra parentesi. Ma nella parentesi ci sono. Sono fuori e dentro. Dentro la parentesi, ma anche dentro il testo da cui, mettendomi tra parentesi, mi chiamo fuori. Fingo di chiamarmi fuori. E da lì guardo, rido, commento, piango, e scalcio. Tutto, tranne stare fermo. Scalcio come in un ventre. Lo diceva anche mia mamma. Vivo nel testo e del testo come in un ventre che mi ha generato e di cui mi nutro mentre lo sto deformando. Poi me ne andrò. Forse. Ma lo avrò trasformato per sempre anche quando sembrerà tornare esattamente come prima. Come un testo da cui sono state espulse le parentesi. Cancellate. Rimosse. Sradicate. Evirate! E esso resterà in me quando mi sarò disfatto delle parentesi che mi avvolgevano. Quando crederò di vivere fuori parentesi. Amen. Continua a leggere

cablogramma postumanista n.2

L’editorialista del Corriere Dario Di Vico, in passato attivo sul fronte sindacale, invita a lavorare di più, a farci tedeschi per superare la crisi. Ho risposto via mail e mi hanno pubblicato: http://generazionepropro.corriere.it/2010/12/la_lettera_la_produttivita_lit.html

LA LETTERA – “La produttività? L’Italia in crisi per corruzione e clientelismo”

Vivo da quattro anni in UK. Da qui il problema italiano non è il lavoro e/o la produttività della parte sana della nostra economia (che anzi suscita rispetto e in alcuni casi ammirazione), ma la corruzione dilagante: clientelismo, evasione fiscale, lavoro nero, illegalità sistematica a forte connotazione criminale, impunità e collusione della classe dirigente.

Ho guardato ieri sera Annozero. Credo che la richiesta agli studenti di dissociarsi fermamente dalla violenza verso le forze dell’ordine sia legittima e tuttavia malposta: non sono i poliziotti il vero obiettivo ma le classi dirigenti stesse, come qui in Inghilterra, dove i conflitti sociali sono più aspri e c’è meno teatrino mediatico, meno “narrazione”.

Credo peraltro che lo studente-rivoltoso Cafagna non sia rappresentativo se non di se stesso, mentre i politici in studio hanno mandato e responsabilità -anche individuale- reali.

Giuseppe Cornacchia, 17 dicembre 2010

cablogramma postumanista n.1

Per lavorare nella finanza a Londra occorre padroneggiare il C++, il turbo dei linguaggi di programmazione. I modelli matematici su cui si basano le quotazioni dei contratti speculatorii (i derivati, per intenderci) vanno implementati in velocità e robustezza: chi primo arriva e convince il cliente mostrandogli il prospetto da firmare, chiude il contratto e guadagna un bonus. La catena sociale dei bonus è: cliente – trader – calibratore del modello – scimmia programmatrice. Tutti vogliono lavorare nella finanza: indiani, cinesi, russi, francesi. Gli indiani sono stupidi, i cinesi arrabattano, i russi sono tosti e i francesi mirano sempre a far saltare il banco. Gli italiani sono notoriamente capaci ma a Milano la finanza è ancora un’effervescenza improponibile. In compenso non fanno da scimmie né a Londra né a Chicago.

La finanza dell’energia e delle commodities è una variante della matematica applicata ai prodotti bancari, così come lo è disegnare videogiochi. Programmi intermedi come Unity o piattaforme tipo IG Index semplificano il lavoro. Premi pulsante, scommetti mille euro: Mario Bros, livello 1. Premi pulsante, scommetti diecimila: Arkanoid. La piattaforma si impalla e sei rovinato, game over. Poi apri un negozietto in AppleStore e vendi minchiate a $0.99 per iPhone e iPad. Succede dunque di passare 12-16 ore al giorno seduto ad un pc senza letteratura, forum, donne, gambling ad uso personale. Coi colleghi si discute di politica e ho perso il fisico studiando libri in .pdf. Sono acuto, tronfio e più stronzo che mai. Ho comprato un giaccone a Manchester e l’ho pagato 11 sterline, bianco, forse fatto dai bimbi in Bangladesh. In Italia costa 280 euro. Non rispondo a chi offre noccioline.