Su Giuseppe Pontiggia – Luigi Grazioli

[Un saggio di Luigi Grazioli su Giuseppe Pontiggia (1934 – 2003) risalente al decennale della morte. Il saggio è già apparso sul blog di Luigi Grazioli: qui. Lo ripubblichiamo su Nabanassar per gentile concessione dell’autore. A. R.]

Dieci anni fa moriva Giuseppe Pontiggia, nel momento in cui, dopo il successo di Vite di uomini non illustri (1994) e soprattutto di Nati due volte (2000), la sua opera e la sua autorevolezza culturale e morale avevano ottenuto un vasto e meritato riconoscimento anche in campo internazionale. Oggi parlando con giovani scrittori e critici capita di scoprire che la maggior parte non ha letto una sua pagina, e che alcuni nemmeno l’hanno sentito nominare. E anche chi lo ha letto e conosciuto e stimato ne parla sempre meno, a parte le celebrazioni ufficiali, e talvolta ridimensionandone eccessivamente l’importanza senza che si capisca bene perché. Io gli ero amico e lo ammiravo. Non è solo per un atto di doverosa memoria che penso sia opportuno tornare a parlarne.

Pontiggia, nato a Erba nel 1934, ha rivelato una precoce vocazione letteraria che si è poi affinata alla scuola di Giovanni Anceschi e del “Verri”, da cui è nata la neoavanguardia negli anni ’50-’60. Pur condividendo con essa gli assunti di fondo di una critica ideologica del linguaggio, da lui intesa soprattutto come incessante smascheramento di ogni suo uso retorico e mistificante, e di una spiccata attenzione all’aspetto costruttivo della cosa letteraria (e quindi ai meccanismi formali e ai risvolti metaletterari che lui però ha sempre trattato, nell’opera narrativa, in modo indiretto), e conservando negli anni l’amicizia con alcuni suoi rappresentanti (Antonio Porta, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli), se ne è però allontanato abbastanza presto. Non lo convincevano gli estremismi formali, che sconfinavano spesso nell’illeggibilità, e la forte politicizzazione; ed è stato proprio nel momento della cosiddetta crisi delle ideologie e del conseguente rapporto tra politica e letteratura, cioè a partire dagli anni ’80, che la sua opera e la sua figura pubblica, di alto profilo morale, fortemente impegnato in alcuni settori civili ma non schierato e attestato anzi in un territorio che poteva apparire di neutra distanza, hanno acquisito un notevole rilievo. Per inciso, sono forse le stesse ragioni per cui è meno letto oggi: ragioni che però trascurano, colpevolmente, il rigore e la qualità della sua narrativa e di gran parte sua critica (in particolare Il giardino delle Esperidi, 1984).
Uno degli elementi caratterizzanti tutta la sua scrittura è stata, al contrario dei neoavanguardisti, la ricerca di una leggibilità di prima istanza che però contenesse, stratificata, la maggiore complessità possibile di riferimenti e implicazioni, anche teoriche, e quindi di letture.

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Luigi Grazioli per Francesco Lauretta

[Dal 6 dicembre al 14 febbraio 2014 Francesco Lauretta è alla GAM di Palermo con la personale dal titolo “Esercizi di equilibrio”. Per l’occasione pubblico in tre puntate i testi in catalogo di Claudio Cinti, Luigi Grazioli e Angelo Rendo. A. R. ]

Disegno del mattino
Disegno del mattino

Sarai

È come se tutti gli strati di colore che Frenhofer aveva sovrapposto sulla tela lasciando affiorare in un angolo solo un unico piede, sia pure di bellezza folgorante, stessero pian piano evaporando lasciando serie successive di stesure monocrome, rosse e azzurre soprattutto, all’interno delle quali, a seconda delle angolazioni e delle distanze, emergono forme, figure, abbozzi, tracce di altre tracce cancellate e rinascenti, memorie, progetti, scarti, tutti assieme, o come in un brodo primordiale delle figurazioni, o della percezione, o di emozioni ignote e potenti che cominciano a fissare questo o quel segmento, o volume, o sfumatura o linea o segno, a provare a dare un nome, ancora prima che a eventuali cose da esse sorte, alle intensità da essi suscitate, al disagio, e all’euforia, della loro confusione, a questo continuare a essere con, e a essere ancora e sempre, insieme, questo e quello, e poi di vedere un questo e un quello che cominciano a fare segno, a dirsi e mostrarsi, pronti sempre a ritrarsi ma già, almeno nei sensi, vivi, riconosciuti, tanto che poi anche perderli è bello, e non importa.

(o come nel magma lavico di un vulcano, dentro, prima ancora di uscire, o Sotto il vulcano, come nella serie di Pierre Alechinski, come nel libro di Malcom Lowry che l’ha ispirata, o nel Vulcano di Antonio Moresco, o nei suoi Canti del caos)

Claudio Cinti per Francesco Lauretta

[Dal 6 dicembre al 14 febbraio 2014 Francesco Lauretta è alla GAM di Palermo con la personale dal titolo “Esercizi di equilibrio”. Per l’occasione pubblico in tre puntate i testi in catalogo di Claudio Cinti, Luigi Grazioli e Angelo Rendo. A. R. ]

Madreperla
Madreperla

Il mondo potrebbe ben accontentarsi di essere in bianco e nero

Il mondo potrebbe ben accontentarsi di essere in bianco e nero. Come nelle pellicole del Neorealismo italiano. Come nei sogni di ciascuno di noi. E detto fra noi che osserviamo le opere di Francesco Lauretta, io penso che non vi sia nozione più equivoca, in arte, del cosiddetto “realismo”, con o senza suffissi (neo-, sur-, iper-, e chi più ne ha più né metta, anzi, ne tolga), con o senza aggettivazioni. Io penso che tra sfera del mondo e sfera dell’arte, come tra quest’ultima e dimensione del sogno, non vi siano rapporti così sostanziali da giustificare sbandamenti dimensionali o interferenze reciproche tra le sfere. Di più: penso che se sbandamenti e interferenze si verificano, non siamo già più nella sfera dell’arte, ma in quella del mondo, la cui realtà è tanto vasta da comprendere anche il sogno. E dirò anche (visto che siamo tra noi, a osservare l’arte di Lauretta), che mai il poeta forse più grande di tutti mentì tanto spudoratamente quando affermò (fece affermare a un suo personaggio) che “vi sono in cielo e in terra più cose…”. Più cose di quante ne possa sognare “la filosofia”, forse. Ma Shakespeare intendeva dire “l’arte”. Il poeta, l’artista, fingono sempre. Fingono persino contro se stessi. L’artista, il poeta, possono essere brutti, sporchi, cattivi e perfino bugiardi nella sfera comune a noi tutti (che osserviamo le opere di Lauretta), ovvero la dimensione del mondo, quella che comprende realtà e sogno, ma non lo saranno mai entro la sfera che è loro propria, che appartiene soltanto a loro e che noi dobbiamo accontentarci di sognare, o di denominare attraverso equivoche nozioni di scuola. Il mondo è brutto, sporco, cattivo. Le sue bugie possono ben accontentarsi di essere tradotte in un realistico bianco e nero. L’arte è l’unica finzione di purezza che ci consente di giudicarlo senza esserne sporcati. L’arte (anche quella in bianco e nero) è quella sfera di colore entro cui il mondo riesce a dissolversi.

In forma di lettera – Federico De Leonardis

[Ultima puntata di “In forma” (1993), pubblicato da Bacacay Edizioni – “casa editrice praticamente inesistente – in cento copie faticosamente tirate su una normale macchina rank-xerox e rilegate pazientemente dalla coppia autore-editore (il sottoscritto e Luigi Grazioli; e cento solo perché prevedevo che la sua diffusione, anch’essa a mano, non ne avrebbe richiesto di più e non, come penseranno i maligni, per rendere prezioso quel modesto sfogo epatico), pagine oggi disponibili su internet rivolgendosi direttamente a me (fededeleonardis@gmail.com) oppure attendendo la sua pubblicazione programmata a breve su www.nabanassar.wordpress.com.” FDL]

(Aperta)

                                                                                Veri sono solo i pensieri

che non comprendono se stessi

 T.W. Adorno

 Milano, 3 Gennaio ’93

Caro ***

ormai tre mesi fa, tanto è che rimugino l’intenzione, che cerco di dimenticarla, di soffocarla, incappo in un libro, un tuo libro, uscito dieci anni prima.

Non lo nominerò (le ragioni sono in questo scritto); è un libro di scarto, scaricato dall’industria culturale in uno dei tanti remainders che ci sono in giro. Son diventati loro i miei serbatoi, loro e le bancarelle; senza rigidezza, con eccezioni, ma in fondo un’abitudine: flâneur a Bocca di Serchio, dove arriva ogni tipo di ”ravatti”, anche questo; snobismo alla rovescia – mi piacerebbe nobiltà – o più probabilmente senso di soffocamento che mi dà sempre la cultura fresca di giornata, il rumore che dilaga su copertine fiammanti che vanno a ruba: ”à la page…, sensations…, surrogati della felicità offerta dal diverso sempre uguale” (il rombo della tua triste lucidità, Teodor W. copre ogni tanto il continuo rumore di fondo). Un amico di cui appena qualche mese fa è uscito un libro aveva la faccia, e il senso delle proporzioni, di dirmi che bisognerebbe inchiavardare i propri manoscritti e affidarli con testamento ai figli dei propri figli. Ho pensato alle piramidi.

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Lettura dell’ultimo doppio numero di “Nuova Prosa” (60/61) – Angelo Rendo

Nuova Prosa 60/61

Dell’ultimo numero di “Nuova Prosa” (60/61) – clicca qui per acquistarla – la rivista diretta da Luigi Grazioli, ho consumato centonovantaquattro di trecentocinquantacinque pagine. Da Marco Codebò – un saggio su “Il sorriso dell’ignoto marinaio” di Vincenzo Consolo, diciassettesimo intervento secondo l’ordine alfabetico in copertina e all’interno – a Claudia Zunino, ventiseiesimo e ultimo scritto, il non ancora letto e il già letto altrove.

Esclusi Codebò, Facoetti (“Dialoghi con Leucò”: Cesare Pavese e il progetto della virilità) e Saletta (Il “corpo a corpo” con la parola di Pier Paolo Pasolini ed Elfriede Jelinek), tre saggi, il resto è rappresentato da recensioni per lo più dicevo già apparse su ‘doppiozero’, eccetto alcune di Giacomo Giossi e Isabella Mattazzi presentate rispettivamente su “Blow Up” e su “L’Indice”, e su “Il manifesto”, prima ancora che su ‘doppiozero’.

La rivista a garanzia delle patrie lettere – mai ci si stanchi di dirlo – ha stavolta provocato in me un attacco di pirotecnia aggettivale. Spesso condannato, l’aggettivo mi si è messo davanti timoroso e con le guance rosse, sono stato a sentirlo. Per ogni autore un botto unico.

Narrazioni

Camillo Acquilino, Baxeicò: tecnica

Gianni Agostinelli, Santo Spadoni beve succo di frutta corretto: esilarante

Giovanni De Feo, La testa sull’armadio: suggestiva

Vincenzo Estremo, La lezione prospettica della crocifissione di Masaccio: fuorifuoco

Luigi Grazioli, Luoghi chiusi: fetale

Danilo Laccetti, In lode di un colore. Piccolo omaggio flaianesco. Con ricordo altrui: estenuata

Francesco Lauretta, La vita raggiante: arraggiata

Giovanni Marchese, Fratelli per  la pelle: pretenziosa

Francesca Matteoni, L’unico momento in cui eravamo soli: sfarfallante

Eliana Petrizzi, Due di quattro: sensualerotica

Piero Pieri, Nascita di un serial killer: amareggiata

Filippo Roncaccia, Un’altra meditazione: passatista

Giacomo Verri, Le tette di Claudia Schiffer: fuoritono

La Traduzione

Julien Green, Leviatano: centrale

Massimo Manghi, Una misteriosa traversata. In margine a Léviathan di Julien Green: puntuale

Saggi e recensioni

Marco Candida, Imperial Ellis (L’antisessualità): infantile (letto perché mi è parso più vicino alle Narrazioni che ai Saggi)

*

Se dovessi, in conclusione, esprimere una mia preferenza, direi Gianni AgostinelliSanto Spadoni beve succo di frutta corretto. Mi ha fatto ridere, e non di lieve sbocco o scoppio, ma legato all’inciampo, al gesto goffo dei protagonisti a cui la prosa non presta il braccio, li fa rotolare anzichenò. Mi piacerebbe proporlo ai lettori di Nabanassar come anteprima del numero nuovo, chiederò ad autore e direttore.

“Paesi e città”, l’e-book di ‘Doppiozero’ a cura di Luigi Grazioli

“La libreria di doppiozero continua a crescere, con un nuovo titolo da scaricare e leggere su tablet o su carta, stampando il pdf.

Oggi vi proponiamo un volume a cura di Luigi Grazioli, Paesi e cittàQui il link per scaricarlo.

L’Italia raccontata attraverso i suoi paesi e le sue città. La raccolta degli scritti apparsi su doppiozero all’interno del dossier Unità e disunità d’Italia.” Tratto da http://www.doppiozero.com

***

[Facendovi soci di “doppiozero” (10 euro il costo della card), potrete acquistare gli e-book doppiozeriani appunto e, inoltre, avere gratis – fra i tanti gratuiti disponibili – il volume caldo-caldo “Paesi e città”, a cura di Luigi Grazioli, sopra il link.

Siamo 102 i partecipanti: io ho scritto di Scicli, Francesco Lauretta di Ispica, Simona Castiglione di Catania, Angelo Orlando Meloni di Siracusa, per restare ai siciliani che conosco; poi ci sono Luigi Grazioli, Federico De Leonardis, Enrico De Vivo, Toni Fachini, Janis Joyce, Ivano Mugnaini, Anna Stefi: continentali amici facebookiani. Siamo tutti, spero, non siamo nessuno! AR]

Paesi e città, a cura di Luigi Grazioli
Paesi e città, a cura di Luigi Grazioli

“Cancellazione” – Federico De Leonardis

[Presentiamo questo racconto di FDL – risalente ai primi anni Novanta – pubblicato nel 1992 nel libro dal titolo “In forma” dalle Edizioni Bacacay di Luigi Grazioli, in tiratura limitata a cento esemplari illustrati. “Cancellazione” è il quarto di sei capitoli.

Su Nabanassar appariranno a puntate anche gli altri, in forma rendomica.

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Esperienza di immersione totale nelle rapide del pensiero, la forma lievitata rilascia alla stretta pietre dal brillio in apparenza opaco, irriconoscibile; un groviglio estenuante che appaga cancellandosi e ritornando nel colore al quale siamo destinati. A. R.]

 

Mi è capitato di veder succedere qualcosa.

Fra me e questa cosa vista succedere voglio inserire una pausa di riflessione, una pausa comunque. Quanto è successo, quanto ho visto succedere è successo così rapidamente, che una pausa, un distaccarmene per cercare di dirlo, è l’unico modo per mettere ordine, per calmarmi. Continua a leggere

A voi cara madre – Denis Montebello

[In anteprima per Nabanassar un frammento di un libro di un autore francese contemporaneo, Denis Montebello, nella traduzione di Luigi Grazioli. Ringraziamo sia l’uno che l’altro.]

Comincia così. La cartolina che scrive dalla Francia. Non per avere notizie, notizie ëd soa mare, né per darne. Del resto cosa potrebbe raccontarle, e in quale lingua? In italiano? Nell’italiano che non parla più, che non ha mai parlato. Che si parla solo a scuola. O quando si scrive alla madre.

Quando le scrive, le dà del voi. Come tutti i bambini, allora. Come da piccolo lui diceva a quella che se  ne andava a travajé. Non vi lascerò sola, le diceva. O non glielo diceva. La seguiva. Andava con lei al lavatoio. Ora le scrive. Con la sua penna migliore. Su questa cartolina che le manda da Épinal l’11 marzo del 1929.

A voi cara madre mio riccordo (sic) accompagnato con mille baci vostro aff.so fi(?)o Giulio

Una sola frase. Senza virgole né punti. Vitman, per parlare come laggiù. Ma lui non parla così. Sul retro della foto.

Perché è lui quello della foto sulla cartolina. Col vestito buono. Un abito scuro che aveva delle righe (a giudicare dall’ingrandimento). Come quelle che si vedono, più nette, più chiare, sui pantaloni. O nere sulla camicia bianca, orizzontali sul collo, e per il resto verticali. Il collo ha dei bottoncini, ma non saprei dire se sono veri o falsi. O una spilla, un fermacravatta.

Il figlio ha messo una cravatta. In tinta unita. Per scrivere a sua madre. Per dirle che è il suo “figlio affettuoso”. E si sente bene che stenta a scriverla, questa parola. Che scriva fijo o fizo, in modo da non riuscire a leggerlo. Una parola che lui non dice più, da quando è in Francia. Che non ha mai detto quando viveva a Ameno. Si è un fieuj, e non si ha bisogno di scriverlo. Né voglia di dirlo. Si rispetta la propria madre, anche quando ci si rifugia tra le sue gonne. La si ama da lontano, anche quando si è molto vicino. E molto piccolo. E’ una distanza che nessuna cartolina, mai, abolirà.

E’ lui, sulla foto. Lui che si è travestito da Monsù per rassicurare sua madre. Per mostrarle quanto è felice in Francia. Come lo rende bello la felicità. Ed è vero che è bello con quei capelli ondulati, con quei baffi sottili. Che la sua cara madre ha di che esser fiera di lui. Come poteva esserlo quando porta a soa mare la sardina che aveva sgraffignato a papà Meuchmeuch. Un mercante ambulante che girava il villaggio con la sua carriola, il suo barile: le sue acciughe sotto sale.

Ma lui non è il Giüli che la accompagnava. Al grande lavatoio del villaggio. Dove lei andava a fare il bucato dei ricchi. Per un po’ di soldi che il marito le avrebbe preso quando tornava. Se tornava. E’ per questo che il bimbo si nascondeva tra le sue gonnelle. Per non sentire la cattiva notizia. La cattiva notizia che lui temeva.

Oggi si è fatto bello. Il Jules. Perché è così che si fa chiamare. Giulio è per sua madre. Come pegno. Per annunciarle un giorno, se ne avrà il coraggio, che si è fatto naturalizzare. Nell’attesa, si è vestito da borghese. Da Charlot, mi vien da dire. Meno la bombetta e il bastone. Non parlo del suo frél, di Giuseppe ora diventato Charles. E che scrive il nostro cognome con un accento acuto. Quello che si atteggia a padrone, e che presto ci inviterà sul suo vagone rottamato e sulla sua barca. Per un picnic in riva allo stagno e per guardarlo pescare. Bisogna vedere come parla francese, quello là. Ascoltarlo. E’ più o meno ciò che ci canta l’altro Charlot, quello grande. In Tempi moderni. La spinash en la boucho. Cigaretto toto bello. Un raquich spagoletto.

Quell’altro, è evidente, non vuole assomigliargli. Né in foto, né quando parla. D’altronde, per evitare questo farfugliamento, lui ha scelto di tacere. Come Charlie Chaplin nel 1929. Come lui, preferisce starsene muto. Non per gusto di pantomima, non ha nulla del clown, ma perché le parole, soprattutto quando vengono da suo fratello, annientano “la grande bellezza del silenzio”.

A quei tempi, tutti gli emigranti assomigliano a Charlot. I Vosgi non sono il Klondike, ma gli italiani vi accorrono a frotte. Si vedono tutti miliardari.

Vogliono che li si veda così. Le loro madri quando scrivono. Vogliono che gli resti in mente solo questo. L’uomo che si fa bello con la camicia a righe. Lo sguardo gentilmente conquistatore. Che non indaghino oltre. Ciò che si nasconde. Colui che si nasconde. Il bambino che fa la posta al babbo e che teme il suo ritorno. Che teme la catastrofe.

Non dico questo perché siamo nel 1929. Siamo nel marzo del 1929, non in ottobre. Gli speculatori non si buttano ancora dalle finestre. Un tizio che cade dal balcone, non fa clamore. Nemmeno cronaca locale. Incidenti, come ne capitano ogni giorno. Si parlerà di caduta idiota, se qualcuno ne parla. Del trovatello. Che non trovava posto nella vita. Di quell’Ambrogio che era suo pare: suo padre. Anche se dimenticava troppo spesso il suo ruolo. Anche se recitava male. E’ lui che si scorge dietro l’attore. Dietro questo figlio. Che replica La corsa all’oro, film che lui non ha mai visto ma che tutti replicano a quell’epoca, tutti gli emigranti. Per rassicurare la madre rimasta al paese. Vedoa. Vedova, e così da tanto. E sempre con la paura, a sua volta, che non capiti nessuna disgrazia a questo fieuj andato a guadagnarsi la vita in Francia. E che questo non lo faccia vnì ancor pì ombros. Ancora più cattivo di suo padre. Che già a l’avìa un brut caràter e a l’era pòch ëd compagnìa. Che già aveva un brutto carattere di suo, e la gente non gli piaceva tanto.

*

[Denis Montebello est né en 1951 à Epinal. Il habite à La Rochelle où il enseigne la littérature.
Auteur de récits et de romans, il procède en archéologue. Il cueille les traces, les fossiles qui s’incrustent dans notre présent. Mais poète, il cherche aussi la preuve par l’étymologie.

Principaux ouvrages publiés:

– Au dernier des Romains, Fayard, 1999.
– Trois ou quatre, Fayard, 2001.
– Archéologue d’autoroute, Fayard, 2002.
– Fouaces et autres viandes célestes, Le Temps qu’il fait, 2004.
– Couteau suisse, Le Temps qu’il fait, 2005.
– Le diable l’assaisonnement, Le Temps qu’il fait, 2007.
–”Mon secret” de Pétrarque, lu par Denis Montebello, Le Cerf, collection L’abeille, janvier 2011.
–Tous les deux comme trois frères, Le Temps qu’il fait, février 2012.

Traductions du latin :

– L’Ascension du mont Ventoux, de Pétrarque, Séquences, 1990.
– Lettre à la postérité, de Pétrarque, Le Temps qu’il fait, 1996.]

Non voglio essere qui – Luigi Grazioli

[Il racconto che proponiamo è apparso sul monografico dedicato dalla rivista “Riga” (diretta da Marco Belpoliti ed Elio Grazioli) ad Antonio Delfini nel 1994, a cura di Marco Belpoliti e Andrea Palazzi.]

Il becchino se la prende comoda. È un uomo allegro e paradossale che per stupire i visitatori, se sta facendo uno spuntino, non disdegna di catturare qualche insetto di stagione e di alloggiarlo tra la pancetta e il panino, che poi morde e mastica con gusto spropositato, condendo con amenità cloacali l’esibizione, gratuita peraltro. In privato pare che sia peggio: si sforza di fare il buon padre di famiglia. Infatti i suoi figli, per far dimenticare di chi lo sono, sono tutti i primi della classe. Adesso, mentre lavora col suo assistente, un succubo giulivo raccattato dalla pubblica amministrazione nel parentado di qualche consigliere comunale, fatica a reprimere una canzonetta i cui resti affiorano di tanto in tanto alle sue labbra contornate di sudore. Poco discosto l’ufficiale sanitario discute dell’ennesima figuraccia della nazionale di basket col maresciallo dei carabinieri, che continua a togliersi e a rimettersi il cappello sotto il sole, mattutino sì, ma di luglio. Inutile dire che non capiscono un’acca. Per questo, e perché non possono alzare la voce e azzuffarsi, infarciscono le loro scempiaggini di termini tecnici in ragione inversa all’effettiva comprensione: è l’ultima risorsa dei cretini. Di quelli educati, beninteso.
Qua e là i rari visitatori (il solito gruppetto di vedove che, eleganti, splendenti di una seconda, ben più felice giovinezza, si danno appuntamento al cimitero, a due a due o a tre a tre, per poi chiudere la mattinata in qualche bar; un ragazzo che smette di piangere non appena ci vede; due gemelli adulti che stanno portando dei fiori appassiti all’angolo della spazzatura) ci squadrano da lontano, indecisi se far prevalere la curiosità o la discrezione. L’oggetto della curiosità sono io, che vivo in città da più di vent’anni e, pur tornando spesso a casa di mia madre, non mi faccio vedere molto in giro. Forse qualcuno mi riconosce, o deduce chi io sia dalla tomba davanti a cui mi trovo.
Io non voglio essere qui. Mi hanno detto che la mia presenza era necessaria, che almeno un famigliare doveva assistere all’esumazione, e dietro le insistenze adeguatamente spruzzate di lacrime e preghiere di mia madre e mia sorella, che adoro, preferibilmente da lontano, sono venuto io; ma non volevo venire, e adesso che sono qui, ancora non voglio. Mia madre e mia sorella sovrintendono alla tomba chiusa, io all’apertura; loro alla normalità, al rito attossicato dal vizio pressoché quotidiano di mezzo secolo ormai, io all’effrazione. Così è stabilito, e io mi adeguo come meglio posso, costante nell’incostanza, schiacciato dalla leggerezza dell’assenza di vincoli evidenti che ha finito per appesantire anche i miei lineamenti una volta belli e questo corpo, che porto in giro come un pacco postale lasciatomi in deposito da qualcuno che poi non si è fatto più vedere, un povero corpo che non ha mai danzato.
Mentre becchino e aiutante si godono un po’ di fresco nella tomba della mia famiglia prima di estrarre la cassa dal suo alloggiamento e di metterla su due cavalletti previamente calati fino al pavimento, penso alla donna che avrei dovuto incontrare questa sera se non avessi rinviato l’appuntamento, e penso anche che avrei potuto rispettarlo, se avessi voluto, tanto le pratiche non dureranno a lungo; ma adesso non vorrei essere nemmeno con lei. Non voglio essere da nessuna parte. Mi sento, come mi capita spesso, ma con più forza, quasi che tutto (tutto cosa?) si fosse concentrato nelle mie membra aumentandone la densità senza lasciare spazio a pensieri o emozioni, come uno che si muove incessantemente tra nessun posto e nessun altro e non fa assolutamente nulla se non non essere da nessuna parte, o quanto meno volerlo.
Sto in silenzio e guardo il sudore tra i peli che coprono persino le spalle al becchino, che adesso si è tolto la maglietta e sfoggia una canottiera traforata di un bel colore arancione: sta passando due cavi sotto la bara e nelle quattro maniglie laterali e ne getta le cime all’aiutante che è già risalito. Poi con un salto si aggrappa al bordo marmoreo della tomba e risale anche lui tirandosi su a forza di braccia senza usare la scaletta appoggiata alla parete. Qualche vedova e i gemelli hanno fatto alcuni passi nella nostra direzione ma si tengono ancora a prudente distanza. Allungano colli da fenicotteri e ne assumono con disinvoltura le espressioni. Si vede che ci sono portati. Meglio guardare il collo dei due uomini che stanno estraendo la bara con movimenti rallentati e sincronizzati, per non farla cadere e scoperchiare prima del tempo.
Scommetto che al becchino non dispiacerebbe (e forse nemmeno a me), ma la professionalità prima di tutto. Si volge verso di me come a chiedermi di dare una mano nel momento decisivo, quello del passaggio dal vuoto della tomba al cemento antistante, ma io fingo di non accorgermene e sto a guardare come se la cava. Voglio proprio vedere se ti viene ancora da cantarellare, adesso. La bara si piega di lato, ma prima che scivoli giù i due uomini riescono ad afferrare le maniglie alle estremità e la issano con delicatezza, nonostante il peso, fino al carrello che aspetta sul vialetto, evitando la sosta sul cemento. Il becchino mi lancia un’occhiata, ma io mi sono già voltato verso il medico e il maresciallo che hanno da poco deciso di concedere una pausa alle rispettive intelligenze. I curiosi hanno preso coraggio e ora sono a una decina di metri. I loro grugni stanno cercando espressioni più consone alla circostanza. Ci riescono benissimo: ora sono passati alla classe degli scifozoi. Posso vedere i muri del cimitero attraverso di loro, pur ammirandone la forma cardinalizia, decorativa come la danza macabra sul muro d’ingresso. Più si avvicinano allo stato minerale, meno gli uomini sono repellenti.
Seguo la bara fino alla camera mortuaria, dove verranno tolte le viti e il coperchio verrà alzato. Non credo che ci saranno saldature da dissigillare; non ho chiesto, non voglio sapere. Devo riconoscere la salma di mio padre che non ho conosciuto. Io almeno una scusa buona ce l’ho: è morto che ero ancora in fasce. Un sollievo, in fondo; col tornaconto di un periodico rimpianto che mi fa sentire più buono. Lo posso amare da lontano, senza lo scoglio della realtà, anche se a volte ascrivo la mia debolezza al fatto di non aver dovuto lottare con lui. Ma no! Non faccio altro da tutta la vita, come se fosse mia la colpa che lui si è tolto di mezzo prima. Non c’è scampo. Penso ai figli del becchino. Mi rifiuto di pensare a quelli dei due ufficiali.
Di mio padre ho visto solo qualche fotografia, e per lo più di sfuggita, perché le mie due donne, quando le sorprendevo assorte nel loro passatempo preferito, sfogliare l’album di famiglia, si sono sempre affrettate a nasconderlo per evitare i miei sarcasmi, quando non le mie sfuriate. Sono cattivo. Meno di quanto vorrei tuttavia. Adoro la perfidia, ma poiché sono affetto dalla terzana di una coscienza che inclina a imbrattarsi quando meno dovrebbe (press’a poco sempre), ne faccio un uso strettamente privato, riservandola quasi con tenerezza ai miei famigliari, come un privilegio di cui purtroppo di rado si dimostrano all’altezza. A scanso di equivoci, quindi, ho sempre interrotto le loro storie. Non sopporto l’elegia, disprezzo il tormento; e se della sua assenza, di mio padre intendo, mi sono cibato per tutti i miei cinquant’anni, ho almeno la consolazione che è stata totale. E adesso dovrei vedere quel che resta di lui, come una vendetta postuma e l’incarnazione, si fa per dire, dei rimproveri taciuti di mia madre e di quella poverina di mia sorella. Anche per me è venuto il momento di pagare il fio (loro parlano così; non rinunciano al tono, loro; non si sminuiscono come faccio io, che nascondo persino i miei titoli). Dovrei specchiarmi nella sua polvere, raccogliere commosso i brandelli del suo vestito funebre, misurare i frammenti delle sue ossa, al più qualche ciocca di peluria, fibre di cartilagini, centimetri quadri di pelle rinsecchita. Infine di mio padre non avrò conosciuto nemmeno il cadavere che per tutta la vita, secondo le regole, mi avrebbe abitato e eroso. Di questa giornata non potrò ricordare che i volti delle persone che mi accompagnano, i loro gesti, il sudore dei loro crani e le loro parole senza sordina. Ben mi sta.
Si sta bene nella fresca penombra della camera ardente, anche se preferirei che accendessero la luce, perché già che ci sono, quello che c’è da vedere lo voglio vedere chiaro. Senza accorgermi accendo una sigaretta: è un miracolo che abbia resistito tanto. Gli altri, incapaci di imitarmi, mi guardano storto, ma io non la spengo. Essendo la camera spoglia, deposito la cenere nella mia sinistra piegata a coppa, quasi rattrappita, come quelle che popolano, come un marchio troppo evidente, infinite foto di guerra. Giunto al filtro, apro la porta e la getto assieme alla cicca ancora accesa trai sassi. Il capannello dei curiosi mi spia da lontano. Alzo la testa nella loro direzione anch’io, quel tanto che basta per sostenere la loro riprovazione ma non per decifrare eventuali nuove metamorfosi. Non li voglio vedere. Voglio che si sappiano visti mentre mi guarda-no, ma non voglio vederli. Penso alle ascelle delle vedove, alle ascelle senza le vedove, poi all’odore senza le ascelle. E poi ancora all’odore che esalerà dalla bara aperta.
Ma quando rientro il coperchio è già stato tolto e di odore non ce n’è. Non c’è nemmeno profumo, per fortuna. Sento esclamazioni di meraviglia che sfuggono dalle bocche aperte dei tre uomini e dello scimunito (o dell’uomo e dei tre scimuniti; o dei quattro scimuniti e basta). Li vedo agitarsi, e l’aiutante che quasi mi travolge correndo verso la porta. Mi volto e chiudo a chiave.
Quindi mi dirigo alla bara, mentre i tre rimasti, ora in un silenzio assoluto, mi fissano con sguardo sospeso, in attesa delle mie reazioni. Non ne vedranno, non voglio dargli nessuna soddisfazione.
Il cadavere dell’uomo nella bara è intatto. Ha i capelli, i baffi e il pizzetto ben pettinati, i vestiti senza una piega, le scarpe lucide con le punte dei piedi un po’ divaricate. Due anelli gli stringono leggermente gli anulari delle mani intrecciate sul ventre. Solo la pelle ha una sfumatura grigia di troppo, ma forse è colpa della penombra. E un uomo di trent’anni, ma come gli uomini di trent’anni di una volta, che sembravano un po’ più vecchi della loro età. Potrebbe essere mio figlio; ed è come tale che lo guardo. Mio padre è mio figlio, l’ipotetico figlio che non ho voluto, e per questo non mi interessa. Sono meno curioso che se lo avessi trovato sbriciolato. Mi irrita questo suo fare il fenomeno anche da morto, secondo l’esecrabile abitudine dei padri morti giovani. Ma io non voglio irritarmi.
Piego la testa e chiudo gli occhi per respingere l’ira. Gli altri lo interpretano come una richiesta di restare solo e scivolano via ansiosi di non arrivare secondi a divulgare il portento. Hanno per lo meno l’accortezza di accostare la porta. Mi giro e la richiudo a chiave. Il movimento improvviso mi distoglie per un attimo dal controllo dell’ira, che ne approfitta per imboccare qualche scappatoia laterale e farmi perdere le sue tracce. La ritrovo troppo tardi, quando ormai ha potuto defluire in vasi secondari sconosciuti e da lì diffonder-si fino a quelli periferici, nutrendosi per strada con tutto quello che incrociava e trasformandosi in furore. Sento il furore strisciare e corrodermi come una cancrena che mi fa marcire dall’interno; i vestiti si afflosciano su di me impregnati del liquame che mi abbandona, le ossa si sfarinano, i tendini si sfilacciano, i denti cadono e il cervello trova infine la sua esatta dimensione: esattamente niente.
Intanto fuori si devono essere radunati tutti i visitatori del cimitero, forse se ne sono aggiunti altri, senza dubbio avranno già telefonato a mia madre e mia sorella. Li sento vociare, chiamarmi. Qualcuno batte i pugni sulla porta. Scorgo in un angolo un tavolino con tutti i documenti da compilare, senza accendere la lampada individuo lo spazio per le mie firme, cerco una biro nella tasca interna della giacca, ne esce una rossa, va bene lo stesso, firmo diligente-mente tutte le copie. Per me, possono scrivere quel che gli pare. Firmare mi fa bene. Quando ho finito, posso dirigermi verso la porta e andarmene.
La apro con uno scatto secco e senza dire una parola mi fermo davanti alla folla che si accalca fuori. Guardo quelli più vicini, non rispondo a domande né a saluti, aspetto che mi facciano spazio per passare. Le voci si abbassano, ma non cessano; qualcuno comincia a spostarsi, poi altri, finché si apre un varco sufficientemente ampio. Non voglio sfiorare nessuno. Aspetto ancora e infine mi dirigo verso la mia macchina. Non passerò da casa, non aspetterò le mie donne. Ne intravedo da lontano le sagome in fondo al viale d’ingresso, ma il motore ha già preso velocità. Passo loro accanto, le saluto e faccio segno con la mano che telefonerò. Ma non voglio farlo. Telefonerò invece per tentare di ricombinare l’appuntamento. E perché non dovrei riuscirci? Cosa vuoi che abbia da fare quella là? E comunque ho un sacco di cose da fare anch’io.