E’ uscito “Nuova Prosa”, n. 55

Nuova prosa n. 55
Nuova Prosa n. 55

[Copertina del  fresco di stampa n. 55 di “Nuova Prosa” , semestrale di critica letteraria e narrativa, diretto da Luigi Grazioli, Greco & Greco editori, Milano. Cliccando sulla copertina l’indice ravvicinato; fra i 12, Francesco Lauretta, Angelo Orlando Meloni e Angelo Rendo.

Per chi fosse interessato ad acquistarlo online, ecco la mail: info@grecoegrecoeditori.it]

Annunci

cablogramma postumanista n.9

Avendo vissuto tutto il periodo in questione su molti dei luoghi riportati e avendone visti nascere/morire tanti altri, devo dire che l’articolo su Allegoria n.61, pp.153-174 http://www.leugenio.com/Verifica%20dei%20poteri%202.0.pdf e’ tutto sommato obiettivo, ma molto limitato alla sola punta dell’iceberg e davvero a spanne nelle conclusioni sui meriti/demeriti conseguenti.

Anzitutto io contesto che i luoghi citati nell’articolo abbiano rappresentato il meglio, qualitativamente parlando, emerso in questi 13 anni sul web italico, a parte forse la “societa’ delle menti” di clarence (by Genna and friends) di fine anni ’90 che davvero foro’ la cappa generazionale e consenti’ il primo reale contatto fra outsider ed insider senza davvero alcun filtro all’ingresso.

Mancano esperienze partite dal basso quali i newsgroup di meta’ anni ’90 (it.arti.scrivere, it.arti.poesia); mancano i siti seminativi della fine anni ’90 (almeno bookcafe, arpanet, pseudolo, fernandel, il bollettino vibrisse spedito via mail); mancano esperienze degli anni 2000 (penso almeno a sguardomobile, il compagno segreto, zibaldoni, la dimora del tempo sospeso, il magazine triestino fucine mute e anche al mio fu nabanassar).

In sostanza, il dilemma che si inizia a porre a chi scrive di rete col piglio storiografico di chi traccia un bilancio e’ semplice: considerare i siti “mediani” come e’ stato effettivamente fatto, che convogliano e raccolgono l’attenzione -oltre che dei pochi del mestiere che mano mano si sono avvicinati al mezzo- del pubblico di rete di massa, costituito in larga parte da outsider (oggi si direbbe precari del settore umanistico) e persone piu’ o meno dignitose di varia estrazione e curiosita’ (insegnanti, sindacalisti, ex musicisti, ingegneri, preti, casalinghe); oppure considerare i siti che hanno prodotto (e in alcuni casi ancora producono) contributi letterari al livello -quando non notevolmente superiori- di quelli che fino a 15 anni fa finivano qualche volta in terza pagina.

Tirando al massimo la questione e forte della mia esperienza sul campo, l’impressione e’ che questo articolo si limiti alle bollicine recenti del minimo ritorno mediatico, della minima pubblicita’ derivata dall’apertura al Dilettante (come qui nei commenti) e alle classifiche di gradimento, propria del web 2.0. Ma un occhio 2.0 giocoforza perde tutta la specificita’ del fu 1.0 che -ahi ahi, i bei tempi che furono- aveva tutto un altro spessore.

Dei pionieri resta un ricordo spesso mitizzato, ma la differenza tra il fu 1.0 e questo 2.0 (presto 3.0 interattivo su smartphone e altre diavolerie del genere) e’ abissale.

—-

Con tutto il rispetto per i cartacei, credo che le energie migliori per il futuro del settore debbano necessariamente provenire dal web, che si e’ liberato da tempo di principi di autorita’, arie di famiglia, opacita’ ed eredita’ storiche (gli epistolari mitizzati, le scelte a naso, le dinamiche intereditoriali), salvando solo alcuni libri che resistono al tempo. Non e’ neppure questa la strada migliore perche’ manca ancora, sul web italiano, un percorso formativo condiviso come ad esempio ha messo il MIT.edu con i suoi opencourseware, i corsi undergraduate resi pubblici e gratuiti da ormai qualche anno.

Chi resta nel cartaceo si prepara ad un lavoro da storico e di retroguardia, appunto, come gia’ mostrato nell’articolo-riepilogo sul web letterario italico postato piu’ giu’. E se l’acribia, la dedizione, lo spessore delle ricerche e la capacita’ di inquadrare i fenomeni per quel che sono stati si manterranno a quel livello (contaminati da bollicine contemporanee di ambito pop), non avranno neppure l’attendibilita’ dovuta agli studiosi di professione.

Spiace dirlo perche’ suona tanto odifreddiano, ma nel campo artistico la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori che si presentano in web lascia davvero molto a desiderare quando si tratta di rilevare, organizzare ed interpretare i dati, forse perche’ ancora pesantemente sotto l’aura formativa di un “principio di autorita’” che in altri ambiti e’ stato accantonato da tempo in favore di verificabilita’ e tracciabilita’. Il guizzante Tiziano Scarpa parlava gia’ dieci anni fa di “collaudo” delle idee nella prassi, pratica che in qualche modo aiuterebbe ad alzare il livello.

Rimane dal mio modesto e individuale punto di osservazione una netta ostilita’ verso la “famiglia”, di tanto in tanto sciolta in moti di simpatia quando questi addetti ai lavori smollano le catene del mestiere e scrivono quel che davvero pensano (come capitato qualche tempo fa sull’antologia di poesia romanocentrica tra Forlani & Ostuni su Nazione Indiana, con effetti disastrosi per quest’ultimo). Visto che sciocchi non sono, ma solo e spesso in malafede, in tali momenti si realizza davvero quella interazione auspicata a parole e che nella realta’ a me pare sempre piu’ improbabile, se non altro perche’ l’inerzia della carta e’ inellutabilmente declinante mentre quella del web (o dell’immateriale, come sarebbe piu’ giusto definirlo oggi) e’ ancora ascendente, migliorabile e lavorabile.

nucleare in italia – commenti a nocciolo aperto

di Giuseppe Cornacchia

A me che sono ingegnere nucleare (settore ricerca sui materiali, pero’, non costruzione/esercizio di centrali) la gente chiede cosa succede e cosa fa il governo. Dico la mia da tecnico; in fondo al colonnino c’e’ quello che fa il governo, molto in breve, e cosa ha in mano il cittadino comune (sostanzialmente: il referendum).

Tecnicamente succede “molto”, raccontato in varia forma e misura dagli organi ufficiali, dai media, dalla politica e dalle agenzie di opinione. Succedera’ ancora “abbastanza” per un certo tempo, un “abbastanza” al momento imprevedibile. Tecnicamente, in ogni caso, succede “meno” di quanto ci si sarebbe atteso a seguito di un distastro (terremoto + tsunami) di quelle proporzioni, considerando il tipo di impianto che ha impattato. Tecnicamente, l’Unione Europea ha deciso ieri di sottoporre a stress test le centrali attualmente presenti sul territorio UE -cioe’ una simulazione di cosa succederebbe se in Europa si verificasse un evento di portata analoga a quello del Giappone. Tecnicamente, le centrali di cosiddetta terza generazione, in costruzione in numero di due (una in Finlandia, una in Francia), sono attrezzate per resistere e portare a spegnimento sicuro il nocciolo anche in eventi di quella portata, sostanzialmente perche’ i sistemi di emergenza che si attivano in quei casi sono presenti in numero di quattro per ciascun reattore, indipendenti tra loro e ad alimentazione autonoma, invece che che in numero di uno per reattore come nell’impianto giapponese (che lo tsunami seguito al terremoto ha messo fuori uso, da cui quel che si vede ora). Tecnicamente, una prima ricostruzione e’ che il disastro si accaduto per un eccesso di sicurezza: in seguito alla scossa di terremoto, il sistema di sicurezza e’ stato fatto scattare quando ancora non era strettamente necessario; questo ha disattivato alcuni elementi ordinari dell’impianto che avrebbero consentito una piu’ alta probabilita’ di spegnimento sicuro dopo il passaggio -imprevisto ma prevedibile- dello tsunami. Tecnicamente, il livello di radiazioni attualmente presente entro un raggio di 30 km dall’impianto di Fukushima oscilla fra livelli trascurabili e livelli elevati in senso probabilistico (non ci sono danni immediati ma si alza -di poco- la probabilita’ che si sviluppino tumori dopo anni). Tecnicamente i 50 operatori che stanno lavorando sul sito vanno incontro ad un destino che ottimisticamente viene definito incerto.

Veniamo a cosa fa il governo. Il governo fino a l’altro ieri tirava dritto. Ieri c’e’ stata una riunione a livello europeo e questo tirare dritto e’ stato parzialmente accantonato, in nome della collegialita’ comunitaria. Dal punto di vista politico il governo ha oggi detto che il parere delle regioni sull’accettare o meno centrali sul proprio territorio sara’ vincolante.

Inoltre c’e’ un referendum il 12 giugno (data probabile) e chi -per qualunque motivo- non vuole il nucleare, puo’ andare a votare “si”, voto che sara’ vincolante a patto che si raggiunga il forum. Il quesito referendario e’ il seguente: “Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, limitatamente alle seguenti parti: art. 7, comma 1, lettera d: realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare?”.

—–

credo la mia posizione in materia sia abbastanza evidente, se non altro per indole, attitudine e mestiere; inoltre, in tempi di integrazione europea, quel che fa l’Italia in Italia conta relativamente poco anche per le mie modeste tasche, nel senso che -paradossalmente- parte dei soldi che non verranno spesi per costruire centrali andranno alla ricerca del settore, che a mio avviso ne uscira’ fortemente stimolata verso, soprattutto, l’obiettivo ultimo della fusione (progetto ITER e dintorni).

sul dibattito mediatico e le maniere di fare informazione, tornato in Italia da un mese e mezzo ed esposto nuovamente alle radiazioni RAI-Mediaset, trovo che da un certo punto di vista l’ecosistema sia migliorato: anche i mezzi generalisti e i grandi quotidiani cercano di fare informazione in maniera grossomodo corretta da un punto di vista tecnico; e’ poi inevitabile che, in una democrazia imperfetta come la nostra, il discorso diventi subito conflitto di estremi, di interessi e di tifo calcistico

voglio infine fare un plauso a Sparzani (http://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/disumanizzazione/), per il tono e il senso ultimo del suo messaggio; avere piu’ interventi di quel tipo aiuterebbe a rendere questo “evento” utile ad una riflessione di cui c’e’ senza dubbio bisogno.

@ Alcor / Sparzani

«i danni prodotti da un incidente nucleare sulla popolazione sono di una qualità diversa dai danni prodotti, che pure esistono e possono essere tremendi, da un incidente a una centrale convenzionale»

quel tipo di danni e’ mano mano reso piu’ improbabile (ma non ancora assolutamente improbabile) dall’avanzare delle tecnologie costruttive/contenitive e dal corretto esercizio/manutenzione degli impianti gia’ esistenti e di quelli a venire

ma sono sostanzialmente d’accordo con chi esprime in Italia paura per il fattore umano (i costruttori, gli esercenti, i controllori, i bonificatori… la sabbia nel calcestruzzo per dirla in breve) prima che per quello tecnologico; l’Italia non e’ in grado di gestire progetti di questa complessita’ e non lo sara’ ancora per lungo tempo…

… anche per motivi di interesse economico: meglio distribuire miliardi a pioggia ai piccoli pirati delle rinnovabili (una qualsiasi filiera che campa su incentivi della proporzione di quelli appena bloccati dal governo RUBA a piene mani i soldi dalle tasche anche di chi in quelle tecnologie crede) invece che concentrarli su megaprogetti aperti ad infiltrazioni di ogni tipo

concludo dicendo che in Italia il nucleare si potrebbe fare oggi stesso e convenientemente, ma solo in una maniera: appaltando tutto il ciclo di costruzione/esercizio/dismissione alle ditte estere incaricate e dichiarando i siti scelti come suolo militare, cioe’ alzando recinti e tenendo la marmaglia disturbatrice -pro/contro che sia, affaristi, ambientalisti, fanatici di vario stampo- a debita distanza e a tiro di schioppo.

Metodo – poesia del nocciolo

di Giuseppe Cornacchia

Se più modelli ammettono un fenomeno
non sono indipendenti, dunque ragioniamo
andando al nocciolo. Ma il fenomeno?
Allora ragioniamo sul fenomeno
a prescindere dal nocciolo.
Ragionare sul fenomeno che abbiamo
centra il nocciolo? Potremmo non servircene,
non accorgercene.
Dato il nocciolo, quanto è semplice
lo studio di un fenomeno?
Il mio fenomeno??
Sul fenomeno invento un nocciolo locale.
Dato un nocciolo, ricavo i suoi fenomeni;
dato un nocciolo, adatto un mio fenomeno.
Ragiono sul fenomeno e il mio fenomeno:
sono uguali? Ragionevolmente uguali?
Ragiono sul fenomeno in via del nocciolo.

Penso al nocciolo. Penso, penso, penso
partendo dal fenomeno.
Penso al nocciolo. Penso al nocciolo.
Penso al nocciolo partendo dal fenomeno
o invento un nocciolo che regga il mio fenomeno?
Un nocciolo, fenomeni;
un fenomeno, il mio nocciolo locale;
più fenomeni, più noccioli locali.
Dai noccioli locali il solo nocciolo, se c’è.
Dal nocciolo fenomeni,
il mio fenomeno. E il fenomeno?
Un fenomeno è il mio fenomeno
ma il fenomeno è un fenomeno?
Dal mio nocciolo locale il solo nocciolo:
ho inventato un nocciolo locale
cercando di scoprire il solo nocciolo.
Cercando di scoprire il solo nocciolo
ho inventato un nocciolo locale
che regge il mio fenomeno.
Adottando con giustezza un fenomeno reale
ho fatto una scoperta.
Studiare serve.
Sapere di fenomeni serve ad inventare
scoprendo in via indiretta.

****

traduzione di Chiara De Luca e Gray Sutherland, con la collaborazione di Judy Swann (2007)

If more models accept a phenomenon
they are not independent, so, let’s think
going to the core. But the phenomenon?
Well, let’s think about the phenomenon then,
regardless of the core.
Thinking about the phenomenon we have
does the core have anything to do with it?
We could do without using it,
without even realizing it.
Given the core, how simple is the study
of a phenomenon?
Of my phenomenon??
For the phenomenon I invent a local core.
Given the core I derive its phenomena;
given a core, I adapt my phenomenon.
I think about the phenomenon and my phenomenon:
are they the same? Reasonably the same?
I think about the phenomenon for the core.

I think of the core. I think, I think, I think
starting from the phenomenon.
I think of the core. I think of the core.
I think of the core starting from the phenomenon
Or do I invent a core to support my phenomenon?
A core, phenomena;
a phenomenon, my local core;
more phenomena, more local cores.
From the local cores the only core, if there is one.
From the core phenomena,
my phenomenon. And the phenomenon?
A phenomenon is my phenomenon
but is the phenomenon a phenomenon?
From my local core the only core:
I have invented a local core
trying to discover the only core.
Trying to discover the only core
I have invented a local core
that supports my phenomenon.
Rightly adopting a real phenomenon
I have made a discovery. Studying is useful.
Knowing phenomena is useful for inventing things
discovering indirectly.

—-

pubblicata su carta da Fara Editrice nel 2006 ed Erbacce Press nel 2007 (forse la mia sola poesia che lascerei ai posteri. GiusCo)

cablogramma postumanista n.8

C’e’ stata un’evoluzione nella piccola editoria e il contributo richiesto per provare a farsi leggere comincia a diventare consistente: il concorso medio di livello nazionale costa ormai 40 euro. E’ anche vero che tale contributo spesso corrisponde al gesto amicale di chi supporta un progetto, una tantum, una volta l’anno, e acquista dei libri, perche’ dei libri di pari valore verranno recapitati.

A me pare che non si possa fare torto a chi di questo mestiere tenta di fare un lavoro, maturare un sostentamento per campare. Esistono diverse piccole realta’ (penso ad esempio Kolibris di Chiara De Luca, Fara di Alessandro Ramberti, fino ad Anterem di Flavio Ermini, passando per Poiein di Gianmario Lucini e piu’ in largo per LietoColle di Michelangelo Camilliti) che esprimono complessivamente valori letterari spesso dignitosi ed hanno anche utilita’ sociale.

Cio’ detto, concordo con chi vorrebbe che la pratica venisse esercitata in altro modo, anche in rete, ma segnalo il rischio che da un lato si ricada nella trasmissione coatta -e coercitiva- di alcune “maniere” su base volontaria che si autoramificano compatte alla promozione di una ormai mitica simil-Padania poetica, e dall’altro che si finisca in giri eccessivamente periferici e tutto sommato piu’ vicini alla vanity press di quanto si pensi, col bonifico da 1000-1200 euro da sborsare dopo mesi di vittimismo provinciale o regionale.

Sostanzialmente l’umile consiglio ai giovani e’ quello di mollare la presa, farsi una vita in questi tempi grami e lasciare che la poesia venga, se deve venire, come occasione, in parallelo all’esistenza invece che come ragione di vita. Altrimenti quelle sono le regole dell’arena, i comportamenti non proprio adamantini e la sgradevole sensazione di un abuso della buona fede sentimentale. Questo letterario e’ forse il solo ambiente nel quale, in ormai vent’anni, non ho incontrato nessuna persona realmente interessante; solo di volta in volta spinte progettuali, testi ben fatti e infine qualche libro notevole.

Secondo frammento da “Figura di schiena” – di Luigi Grazioli

 

Bruegel Il Vecchio, "I mietitori"
Bruegel Il Vecchio, "I mietitori"

Tuttavia, se penso alla figura di schiena che si allontana, vedo un uomo che si separa sì dagli altri uomini (che volge loro le spalle), ma verso il mondo. Tra gli uomini c’è già stato, ma non da pari. Se a qualcuno era pari, lo era tra gli inferiori, ma non assieme a loro, uguale ma diviso e senza possibile unione. Forse si è anche illuso che questa unione fosse possibile: ora non più. Ora si volta e se ne sta, o se ne va, da solo.

Non che rifiuti la compagnia di altri: rifiuta solo l’unione, l’assimilazione. La mistica dello stare con non gli fa né caldo né freddo. Ogni volta che gli è capitato o ha scelto di stare con, ognuno era cancellato, e i risultati non gli sono piaciuti. Vincere è stato uguale a perdere. È ineluttabile? Sarà… ma lui non ci sta più. Il problema, forse, era che, allora, era di nuovo un mettersi di fronte come avversari, cioè di nuovo un voltare le spalle al mondo, e non un volgersi verso di esso che non implicasse il mettersi di fronte agli altri come antagonista.

Quando ha partecipato al gioco, ne è stato lo strumento, forse credendo per qualche tempo di esserne il protagonista (l’attore), e ora non vuole più parteciparvi, lo dichiara non suo: se non può farlo cessare, che almeno non ne sia complice. Perché ha imparato che per farlo cessare deve condividerne la logica, e quindi riprodurla. O almeno è questo che crede, ora. Per ora.

Per essere una figura di schiena non è necessaria la forza: basta la debolezza. La sua, se forza è, è la forza della debolezza (anche quando sembra esercitare violenza, è quella di un subordinato, di uno che ha ricevuto un ordine o una minaccia, o ha fatto propria la violenza di un altro: il che la dice lunga sulla sua mancanza di forza propria).

La figura di schiena è l’uomo che ‘semplicemente è’ senza essere ‘qualcuno’, e per certi aspetti si ricollega a quanto dice Giorgio Agamben della “nuda vita” in Homo sacer. Ciò che egli fa è ciò che semplicemente si deve fare per poter semplicemente essere: attività anonime, ‘servili’ (fig. 51) nel senso in cui un servus è un uomo che non lo è del tutto, un uomo senza diritti che non siano quelli del suo semplice essere (se diritti possono essere chiamati, questi, dal momento che diritti ‘veri’ ne ha solo chi è qualcuno, uno che ha un nome, un posto: un civis).

Voltarsi, costringere l’altro a chiamare o a esercitare violenza perché gli si risponda, non è però un modo per vincere perdendo: è, secondo questa prospettiva che essa non condivide, proprio una tattica risolutamente perdente e basta, senza che nessuna strategia la riscatti a lungo termine. Non voglio vincere facendo il morto: voglio essere vivo senza vincere né perdere, senza nemmeno la consolazione di pensare che tanto, alla fine, si perde comunque, tipica di chi almeno qualche volta vincere avrebbe voluto.

E’ questa, infatti, gente senza memoria (che non ha né merita memoria), gente al di là della memoria e persino dell’oblio. Gente che non può essere ricordata né dimenticata, perché nessuno si è mai preso la briga di tramandarne la memoria, e non l’ha fatto perché loro niente hanno combinato che di essere tramandato fosse degno. Alcuni forse hanno fatto qualcosa di male, ma ad altri della loro risma, o come strumenti di una volontà altrui, mentre la stragrande maggioranza ne è andata esente, come non ha fatto (sembra) niente di bene del resto: si è limitata a vivere senza contrastare apertamente le regole della società e della natura, cercando di barcamenarsi nelle difficoltà che l’una e l’altra le opponevano, puro strumento, ancora, della perpetuazione dello stato di cose così come l’aveva trovato. Eppure già l’aver fatto poco o nulla di male dovrebbe essere ascritto a sua gloria perenne; e invece no: per meritarla, sembra, occorre averne fatto una certa quantità, qualcosa occorre aver forzato, qualche equilibrio infranto, spezzato qualche linea, qualcosa oscurato, altro portato alla luce. Aver cercato di vivere e basta, a quanto pare non basta.

[…]

Io sono sempre stato attratto da ciò che non ha bisogno di essere visto, per essere. E’ certo una forma di invidia primordiale, assoluta. Gli uomini (e quindi anch’io), e tutti gli esseri viventi, è come se volessero essere visti per quello che sono, come se lo supplicassero, quasi che questo bastasse per essere amati (e forse lo è). Le cose invece no.

Chi si fa fare un ritratto desidera essere visto, ed essere visto per quello che è, ma di fatto più per quello che pensa di essere o che vorrebbe essere; e anche le cose a volte sembra che ci chiamino perché le guardiamo per quello che sono, lasciandole essere, ma in realtà siamo noi a chiamarci in esse, lasciandole essere solo perché allora non le vediamo, e perché forse non potremmo vederle altrimenti. La pittura dà a vedere la forza di questo voler essere visti, prima ancora che la forza del voler vedere e che quella di ciò che viene ad essere come essere nel visibile.

La figura di schiena si dà a vedere nel sottrarsi al visibile (che è il volto delle cose, anche): a volte vorresti che si voltasse e pensi a come sarebbe, ma attrae perché non lo fa, e non lo farà mai. Per sempre sarà questa impossibilità (e non incapacità) di voltarsi; per sempre farà a meno di essere amata e tu dovrai amarla, se proprio, per questa sottrazione e per questa impossibilità (per tale ragione spesso viene rappresentata come odiosa). Dovrai amare, in essa, la non pertinenza dell’amore; amare che l’amore, a volte, non è pertinente, e che per molte cose non lo sarà mai. E che appunto questo le rende amabili.

Luigi Grazioli, diritti riservati