Alleluia, hai sconfitto il robot! – Angelo Rendo

Denis Montebello, scrittore francese della generazione dei padri, ha tradotto un mio testo, il viaggio a Tindari. Lucentezza, calore, netteté caratterizzano la sua prosa. È la prima volta qualcuno traduca un mio testo. Che sia stato Denis mi onora. Spero di meritarla, questa traduzione. Tuttavia, non dimentico mai che merito e onore sono nel guazzetto libertario insieme al destino. Quando l’onore cala, prende la forma di Excalibur. Dall’una e dall’altra parte vi è il patto silente della traduzione. Bisogna mettere in salvo il destino. Fuori da qualsivoglia ingerenza.

Alla traduzione di “Dire merci (Tindari)” di Montebello ha reagito una lettrice, Pascale, Denis ha risposto. [Lo scambio è rinvenibile qui: http://cotojest.over-blog.com/2017/…/dire-merci-tindari.html.%5D Ed eccolo anche qui, sotto:

Pascale: Più il testo si dispiegava, più diventavo scettica, ma niente affatto delusa, quel che ho sentito non c’entra nulla. Il testo è dionisiaco in francese, angelico in italiano. Grazie per questo doppio piacere.
Montebello: In questo caso l’interprete o dragomanno (non lo so neanche io, non siamo lontani dal ‘Viaggio in Oriente’) si rifiuta di fare l’interprete. Si lascia guidare. Per il suo più grande piacere.
Pascale: Alleluia, hai sconfitto il robot!

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Le minchiate del mattino – Angelo Rendo

Carissimo, appena sceso dalla macchina, oggi è il primo giorno di inverno, 21 novembre – enfatico alle 7:05.

No, oggi è il 20 novembre. L’inverno inizia il 21 dicembre, lo correggo sommessamente.

Vero, vero. Tu comunque ami, se non erro, questo mese. Ah, è stato eccezionale, come maggio, che dico, come giugno, te la sei scialata!

Ma insomma… veramente ha piovuto, c’è stato freschetto, come suole fare a dicembre, l’estate di San Martino è saltata…

Si avvolge nel suo sciarpone, e inizia timidamente a sparire, mi saluta con un cerimoniosissimo e ben dizionato Ti auguro un buon inizio di settimana!

Grazie! – ben diziono.

No, aspetta, oggi che giorno è?

Lo rassicuro Lunedì lunedì.

Ah, dopo quella del 21 novembre un’altra minchiata me la stavo sparando.

(E ride come uno scecco.)

Intervista rubata – Angelo Rendo

[Allo scrittore toscano Vanni Santoni è venuta l’idea di porre undici domande agli scrittori stranieri partecipanti al Premio Von Rezzori. Ha titolato le interviste ‘Discorsi sul metodo’. Compaiono sul blog di Minimum Fax (http://www.minimaetmoralia.it/wp/tag/discorsi-sul-metodo/). Ne ho letta qualcuna, quindi ho immaginato di essere uno scrittore internazionale di prima grandezza. E ho risposto alle domande.]

# Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dieci ore, durante le quali può darsi mi escano delle battute. Solitamente battute di arresto. Non esigo nulla. Non è esatto l’inesigibile.

# Dove scrivi? Hai orari precisi?

Da un po’ di tempo, da quattro anni almeno, scrivo direttamente sullo smartphone, scrivo post su Facebook; le traduzioni, invece, passano prima per la carta. Poi Facebook, quindi blog. Bara.

# Fai preproduzione o scrivi di getto?

Premo sui meridiani. E il sapere si aggruma prima, poi sfuma.

# Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

La ripetizione, il prima e il dopo svelano; il lavoro non è provocato dal taglio, ma da una piana carezza o da un papagno definitivo.

# Scrivi più libri in contemporanea?

No. Il libro è un’entità sofisticata, un lume ottuso, bellissimo, oltrepassato, che oscura il portato inscalfibile. Ha interiorità violenta e virale.

# Carta o computer?

La prima mi deprime, il secondo mi solleva.

# Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Minchiate.

# Come hai esordito?

Del mio esordio, avvenuto in quinta elementare, io, rotondetto, lento ma di piede buono, ricordo un gol all’incrocio dei pali poco fuori dall’aria di rigore nel campo di calcio a 5 del Polivalente di Jungi a Scicli. Impietrii. Non se lo aspettava nessuno, nemmeno io. Non ricordo più come finì l’incontro.

# Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Continuai per altri tre anni, ma diventai sempre più goffo e lento. Inutilizzabile.

# Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Per ogni libro che non ho finito ho taciuto sui finiti. Le certificazioni sono al vaglio della polizia.

# “Esisti” online?

Sì. Lì.

Jett(er)atura – Angelo Rendo

1.

Io non mi raffreddo mai, ho il mio metodo. Farà parte della schiera di quelli che scompaiono di colpo? Speriamo di no, che siano gli altri a finire prima. Ma lei non deve avere paura della morte. Ma io non ho paura. Ma se è sempre vestito di nero, è il lutto in persona! No, io porto il lutto per gli altri che muoiono. È uno jettatore, l’orso in camper che ritorna al rifornimento, ecco cos’è!

2.

Mi illustra i suoi titoli in mail, inutili, come ogni titolo; mi blandisce: segue Nabanassar da tempo e lo trova assai interessante. Mi scrive perché vuole inviarmi due sue poesie, ma vuole vedersele pubblicate insieme a delle mie poesie, che facciano da controcanto alle sue, che vadano a trovare le sue, che le pungolino, dicano loro qualcosa, le rivolgano la parola, e che io dovrei scrivere per l’occasione. Gli è venuta questa idea.

Alba Talietti, o del tatuaggio – Angelo Rendo

All’improvviso compare davanti alla porta un uomo: Buongiorno, mi dicissi una cosa dove è Marina di Ragusa? Ah. E il castello di Donnalucata? Donnafugata. Ah. Dice che lì c’è un ristorante e si mangia bene. Ah. E mi dicissi un’altra cosa che c’è uno che fa tatuaggi a Marina di Ragusa, quanto mi ha detto che dista? 5 km. Ah. No, non c’è, per quanto ne so. Si deve fare un tatuaggio? No, me lo devo fare correggere. L’uomo viaggia in camper, è catanese, è panzutissimo e indossa una felpa nera con la scritta “Meglio un giorno da leone che cento da pecora”. Se la tira in alto di colpo: È questo – esclama. Mi lascia il tempo di interpretarlo. Una donna a seno nudo –  Alba sta scritto sopra la testa – che lui mi dice essere la Parietti, si mira in uno specchio, girato però verso chi guarda; alle sue spalle un mare slavato e appunto davanti lo specchio, a lato del quale leggo Talietti (“guardati” in siciliano). Se ne va senza salutare.

Per tradurre Koethe rileggi Afribo

Il problema fondamentale che mi si pone nell’approccio a John Koethe e’ il tipo di poesia che questo autore ha prodotto: piana, discorsiva ma alta e con richiami filosofici, un mite imbozzolamento accademico, un afflato tranquillamente platonico. Non c’e’ grande variazione di tono ne’ di stile, e’ una specie di diario in pubblico. Peraltro Koethe non si fa premura di testimoniare i suoi debiti ispirazionali verso Proust e viene spesso ricondotto all’alveo tutto americano di John Ashbery e di Ralph Waldo Emerson.

Sono andato a ripescare l’antologia di poesia italiana curata da Andrea Afribo, “Poesia contemporanea dal 1980 ad oggi”, per carpire un modo di traduzione orientato al verso e al periodo, ad immagini semplici, invece che alla singola scelta lessicale che e’ molto piu’ comune in Muldoon e anche piu’ vicina al mio modo proprio.

Ho di nuovo apprezzato l’impostazione tecnica del volume di Afribo, che ad ampi cappelli bibliostoriografici fa seguire una dettagliata analisi testuale per ognuno degli otto autori considerati (Magrelli, Valduga, Frasca, Pusterla, Dal Bianco, Anedda e Benedetti), dei quali presenta circa dieci poesie.

A tentoni ho dunque imparato una nuova aria, cosi’ lontana anche dalla mia vita quotidiana, quella di una poesia media anche programmaticamente stupida, non esemplare ne’ notevole, apparentemente indegna di nota. Un rallentamento del battito cardiaco, un’indagine non per via di intelletto ma nemmeno corporale o emozionale. Un tranquillo viaggio in una vita borghese in un vastissimo Paese anonimo quale e’ gli Stati Uniti fuori dalle grandi metropoli.

Chi degli otto antologizzati da Afribo potrebbe aiutarmi ad imparare questo ritmo? Ho trovato buone consonanze in Fabio Pusterla e nel “Ritorno a Planaval” di Stefano Dal Bianco. Si tratta onestamente di poeti che non avevo mai capito in profondita’, sebbene genericamente apprezzati. Il fatto e’ che in Italia questo genere di poesia ha poca storia, non prestandosi al conflitto ne’ all’esaltazione del particulare (un luogo, un modo, un’ideologia).

Da tali premesse, come sono arrivato a voler tradurre John Koethe e’ la questione dirimente. Si tratta forse di un passaggio generazionale: esaurita la fase di crescita tipica della tarda gioventu’, da uomo adulto entro nel dominio del quotidiano, del tempo che scorre senza che sia dovuto un atto significativo, un progresso giustificativo, un evento sintetizzante. Anche a me tocca di trovare una pelle nuova e cambiare d’abito.

Potranno cominciare a risultarmi familiari i toni pusterliani, quelli di un Montale programmaticamente reso insipido?

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Giuseppe Cornacchia, agosto 2010

Mangiarsi il mondo – Dialogo fra due nabanassariani

Animale della terra: Nel bosco si incontrano pazzi animali affaticati con la lingua penzoloni asciutta.

Animale del cielo: Il cielo è una grande speranza, un agglomerato meraviglioso.

Animale della terra: E la fede, e la carità di tutte le fiere?

Animale del cielo: I frutti restano nella portata di chi fa i nodi. E, se quella è scarsa, i frutti sono scarsi. Non c’è emersione. Continua a leggere