Jett(er)atura – Angelo Rendo

1.

Io non mi raffreddo mai, ho il mio metodo. Farà parte della schiera di quelli che scompaiono di colpo? Speriamo di no, che siano gli altri a finire prima. Ma lei non deve avere paura della morte. Ma io non ho paura. Ma se è sempre vestito di nero, è il lutto in persona! No, io porto il lutto per gli altri che muoiono. È uno jettatore, l’orso in camper che ritorna al rifornimento, ecco cos’è!

2.

Mi illustra i suoi titoli in mail, inutili, come ogni titolo; mi blandisce: segue Nabanassar da tempo e lo trova assai interessante. Mi scrive perché vuole inviarmi due sue poesie, ma vuole vedersele pubblicate insieme a delle mie poesie, che facciano da controcanto alle sue, che vadano a trovare le sue, che le pungolino, dicano loro qualcosa, le rivolgano la parola, e che io dovrei scrivere per l’occasione. Gli è venuta questa idea.

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Alba Talietti, o del tatuaggio – Angelo Rendo

All’improvviso compare davanti alla porta un uomo: Buongiorno, mi dicissi una cosa dove è Marina di Ragusa? Ah. E il castello di Donnalucata? Donnafugata. Ah. Dice che lì c’è un ristorante e si mangia bene. Ah. E mi dicissi un’altra cosa che c’è uno che fa tatuaggi a Marina di Ragusa, quanto mi ha detto che dista? 5 km. Ah. No, non c’è, per quanto ne so. Si deve fare un tatuaggio? No, me lo devo fare correggere. L’uomo viaggia in camper, è catanese, è panzutissimo e indossa una felpa nera con la scritta “Meglio un giorno da leone che cento da pecora”. Se la tira in alto di colpo: È questo – esclama. Mi lascia il tempo di interpretarlo. Una donna a seno nudo –  Alba sta scritto sopra la testa – che lui mi dice essere la Parietti, si mira in uno specchio, girato però verso chi guarda; alle sue spalle un mare slavato e appunto davanti lo specchio, a lato del quale leggo Talietti (“guardati” in siciliano). Se ne va senza salutare.

Per tradurre Koethe rileggi Afribo

Il problema fondamentale che mi si pone nell’approccio a John Koethe e’ il tipo di poesia che questo autore ha prodotto: piana, discorsiva ma alta e con richiami filosofici, un mite imbozzolamento accademico, un afflato tranquillamente platonico. Non c’e’ grande variazione di tono ne’ di stile, e’ una specie di diario in pubblico. Peraltro Koethe non si fa premura di testimoniare i suoi debiti ispirazionali verso Proust e viene spesso ricondotto all’alveo tutto americano di John Ashbery e di Ralph Waldo Emerson.

Sono andato a ripescare l’antologia di poesia italiana curata da Andrea Afribo, “Poesia contemporanea dal 1980 ad oggi”, per carpire un modo di traduzione orientato al verso e al periodo, ad immagini semplici, invece che alla singola scelta lessicale che e’ molto piu’ comune in Muldoon e anche piu’ vicina al mio modo proprio.

Ho di nuovo apprezzato l’impostazione tecnica del volume di Afribo, che ad ampi cappelli bibliostoriografici fa seguire una dettagliata analisi testuale per ognuno degli otto autori considerati (Magrelli, Valduga, Frasca, Pusterla, Dal Bianco, Anedda e Benedetti), dei quali presenta circa dieci poesie.

A tentoni ho dunque imparato una nuova aria, cosi’ lontana anche dalla mia vita quotidiana, quella di una poesia media anche programmaticamente stupida, non esemplare ne’ notevole, apparentemente indegna di nota. Un rallentamento del battito cardiaco, un’indagine non per via di intelletto ma nemmeno corporale o emozionale. Un tranquillo viaggio in una vita borghese in un vastissimo Paese anonimo quale e’ gli Stati Uniti fuori dalle grandi metropoli.

Chi degli otto antologizzati da Afribo potrebbe aiutarmi ad imparare questo ritmo? Ho trovato buone consonanze in Fabio Pusterla e nel “Ritorno a Planaval” di Stefano Dal Bianco. Si tratta onestamente di poeti che non avevo mai capito in profondita’, sebbene genericamente apprezzati. Il fatto e’ che in Italia questo genere di poesia ha poca storia, non prestandosi al conflitto ne’ all’esaltazione del particulare (un luogo, un modo, un’ideologia).

Da tali premesse, come sono arrivato a voler tradurre John Koethe e’ la questione dirimente. Si tratta forse di un passaggio generazionale: esaurita la fase di crescita tipica della tarda gioventu’, da uomo adulto entro nel dominio del quotidiano, del tempo che scorre senza che sia dovuto un atto significativo, un progresso giustificativo, un evento sintetizzante. Anche a me tocca di trovare una pelle nuova e cambiare d’abito.

Potranno cominciare a risultarmi familiari i toni pusterliani, quelli di un Montale programmaticamente reso insipido?

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Giuseppe Cornacchia, agosto 2010

Mangiarsi il mondo – Dialogo fra due nabanassariani

Animale della terra: Nel bosco si incontrano pazzi animali affaticati con la lingua penzoloni asciutta.

Animale del cielo: Il cielo è una grande speranza, un agglomerato meraviglioso.

Animale della terra: E la fede, e la carità di tutte le fiere?

Animale del cielo: I frutti restano nella portata di chi fa i nodi. E, se quella è scarsa, i frutti sono scarsi. Non c’è emersione. Continua a leggere