Morire di fichi – Angelo Rendo

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Seduto a mezzo letto, stanco e amareggiato, improvvisamente si alza, si veste dei suoi abiti migliori, lascia che il viso non senta, quieta lo sguardo, si fa il segno della croce e tre dita arrese e timide mostra. Grosse teste di chiodo sbucano dall’altra mano chiusa a pugno. Spalle alla finestra gli ordina Fra’ Bartolomeo della Porta prima di sedersi a tavola e ingozzarsi di fichi. Rigore coloristico e spinte ombre savonaroliane.

Morirà a 48 anni per indigestione di fichi, arso da picchi glicemici.

(‘Cristo benedicente’ di Fra’ Bartolomeo, XVI secolo, visto a Roma, Galleria Borghese)

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I cretini – Angelo Rendo

Non c’è mai stato interesse per loro. Sono sempre stati lasciati un passo indietro rispetto alle conquiste del progresso. Non hanno mai aperto bocca. Non avrebbero mai potuto aprirla. Sono stati dei ‘senzatesta’. Per una che valeva, mille eran cotte.

Ora, invece, si tratta per l’arte mancina dell’ordine, in un regno non più umano.

La parte sinistra del capo – cosmopolita, bon vivant – avrebbe alzato il tiro, ai quattro venti spifferato quanto pesa il cervello. Quella destra, monologante, si sarebbe trincerata dietro una tendina di pizzo.

Ma nel mondo i cretini aumentiamo a dismisura. E il fondo, nascosto dalla furia dissimulatrice, offre un rimedio di fango, citronella e polvere stellare.

La lingua curiale – Angelo Rendo

Non sappiamo se ce la meritiamo questa vita, questo focolaio di parole in forma di stracci. Questo ad ogni costo andar contro o prender parte.
Stiamo divenendo pietre, e non ci sposterà più nessuno. Minerali, ciottoli lisci di fiume nelle spire di una dolce brezza o di un uragano.
E per quanto la triste curialità intervenga con le sue cerimonie, non c’è che quest’occhio abulico, che ha smesso di vedere e spento illumina le cime.

La lucentezza del marmo sepolcrale – Angelo Rendo

Succede una volta tanto, non sempre, quasi mai, mai, succede che un poeta abbia in sorte di non chiedere, trasvolando sull’ambita e noiosa corresponsione strofica: la dialettica intellettuale imbelle e costituita, l’approdo ultimo di ogni fine. Non accade quasi mai. Che non scelga di non fare danno e rimestare nel turbinoso altorilievo del cosiddetto reale. L’ uomo. Non il poeta.
E quando miracolosamente avviene che qualche pezzo di cibo intatto rimanga sospeso nell’orizzonte ultimo, di tutto quel bolo digestivo ogni più alta forma di espressione non potrà che restituire la lucentezza del marmo sepolcrale.

Macro. Roma. I bagni. – Angelo Rendo

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Bagni del Macro. L’architetto Odile Decq – che ha disegnato la nuova ala del museo – lascia sanguinare il suo cuore d’infanta gothic-punk. Dai cessi sporge un lavabo sacrificale. Chi vi metterà mano dirigerà il getto d’acqua contro chi gli si parerà dinanzi. Lo ripulirà dalle malie, rendendolo buono come un allievo che schizza ovunque l’arte. Iago, o lago!

Imminenza dell’Occidente siciliano – Angelo Rendo

Ogni viaggio ha la sua scorza. Quella di questo è dura, all’inizio, piena di macchie, funghi, protuberanze, resine mortifere; o rilascia lattice o è coperta da vestimenti à la page al centro; in fine è nutrita, dal volto antico, diafana, in catene.

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‘Città videosorvegliata GELA’, così recita il cartello nuovo di zecca all’ingresso della città. Un epitaffio su una tomba. E nessuno si rivolta. La vita, ordinata secondo criteri di altissimo razionalismo, fiorisce nel cimitero Farello, che fronteggia la Raffineria Maxima. L’autocompiacimento per la barbarie, che viene sempre da altri e alti lidi, non è dentro il pullulare di anime perse, ma fuori, nell’ardua pigione pagata, giorno dopo giorno, ora dopo ora, alla scelleratezza di ogni patto affaristico.

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Uno scheletro di palazzo presenta sulla facciata scritto –  in blu, di varie dimensioni e con la medesima cornice a ghirigoro –  ‘Durex’; a Porto Empedocle, appena dopo il cavalcavia, su su in alto.

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Ad Agrigento sfilano sull’asfalto, sulla SS 115, a Villaggio Mosè, in un red carpet infernale. Ad ogni modo moda.

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Sulla Mazara – Palermo alto su un ponte di svincolo un cartello verde: ‘Rallentare la velocità’. O il verbo rallentare in senso assoluto non è contemplato dai Siciliani d’Occidente o la velocità è lo strumento imprescrittibile del solito diavolo.

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Marsala e Trapani appaiono come fauni silenti, con le membra sparse per il mare e le contrade circostanti e le barbe al vento, bucati da approdi e porti e lagune. Feriti da segreti che la sobrietà attende, l’ubriachezza spiffera. Curati col sale e schiavi di un erotismo da finisterrae; spinti lontano, cacciati via dai lupi.

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Se l’ ‘Eterno benedicente’ del Museo Pepoli – di autore ignoto cinquecentesco – che tutte le sorti regge, si girasse i pensieri all’incontrario, non c’è dubbio che Trapani e il mondo tutto perirebbero sotto il peso di quella palla di cannone, che Lui eternamente soppesa. Basterebbe anche solo un minimo rigonfiamento di una delle sue narici, per ricacciare indietro ogni pretesa di ecumenismo.

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Forse si potrebbe credere che il coraggio sia legato alla terra, e che il dominio stellare assuma il contorno dei cervelli più grandi e sottili. Ma si potrebbe anche non crederlo, se vedeste come il Monte San Giuliano stia iniziando a venir giù, balza dopo balza, smarrito, a guisa di quell’elefante nano, le cui ossa Boccaccio descrisse nella ‘Genealogia degli dei’, scambiandole per quelle di un Ciclope. E che qui, a Erice, nella grotta Martogna pare siano state trovate e fatte sparire. Non uno scandalo; umano il mito svanisca, in assenza di chi maneggi resti e segua odori.

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Così chiusa, pudica, Segesta, inespugnabile. Persino l’amore più rotondo e grande, la guerra, si scarica, gravando un cielo sapientemente svelato. Bella e perduta, ruffiana di Atene e Cartagine, poi di Roma. Fondata dagli Elimi, inseguita dai cani Siracusani, la tradimentosa Aegesta, straniera che se la fa con stranieri. Ogni vetta mostra i suoi eternanti stampi geometrici, sospende il passo.

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Mozia – e quel desiderio che tutto arrivi e si fermi nel canto del confino e della fine a Mozia – colonia punica di Sicilia, che vive per cinque secoli, dall’VIII al III a.C., e non c’è mattino che possa trattenere l’alba, né sera che possa ribattere al giorno la sua febbre, è mutila, ma la sostanza che circola fra i resti e le sue grandi vene, inabissatasi densa e putrida nel bacino sacro – il Kothon – del tempio dedicato al dio Baal, a Sud, sgorgherà a Nord, fra il Tofet (santuario) e il Cappiddazzu.

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Duecento tra steli e cippi in arenaria calcarea chiudono la forza nascente di chi non aveva ancora parola. Due leoni che azzannano un toro aprono a Eracle e alla sua leontea nel Giovane di Mozia, che ci vogliono occhi per guardarlo. Turgido, stretto da un chitone dal fittissimo e delicato panneggio, possente e sensuale, androgino.
Ridotto all’osso, prima che la cenere smettesse di significare, da qualsiasi parte lo si osservi questo blocco disanimato e senza colore assurge a simbolo del destino. Che, come recita l’iscrizione di una stele, incatena “la voce delle parole” alla pietra o a un volto rotondo di pietra che parla a chi sente.

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Mazara del Vallo dorme, cieca, nei suoi vicoli e cortili; come una serpe che si avvolge su se stessa, e, svuotatasi del veleno, floscia emette un sibilo lento.
Il Satiro periboetos, scosso, grida avvitandosi e, dalle profondità da cui è stato tratto, vola perso.

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