Quando fu che morì il mio barbiere? – Angelo Rendo

Il mio barbiere è morto ventitrè anni fa.

Fino al millenovecentottantaquattro, mi ci accompagnò nonno, attendendo paziente dalla poltroncina Mickey Mouse rimbalzassi a terra.

Nei due anni che seguirono, invece, il nonno si risolse a introdurmi solamente oltre la soglia; mentre, all’età di dieci anni, e per circa otto anni, iniziai ad andarvi da solo, con sommo fastidio.

Nel millenovecentonovantacinque decisi fosse giunta l’ora il barbiere morisse; comprai una macchinetta.
Che supplizio l’attesa, quanta ansia il numerino. E tutto quel va e vieni!
Lì viveva il destino, per intero riflesso sull’imponente e austero muro di specchio. Mi inghiottiva, quel muro, manco il tempo di chiedergli con vocina sommessa ‘Quanto ci vuole?’ che scomparivo muto, mai osato specchiarmi. Quanta resistenza.

Invero, il barbiere è morto l’anno scorso.

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La Scicli di Velasco Vitali – Angelo Rendo

Non conoscevo quest’opera di Velasco Vitali del 2003: Scicli vista dal colle San Matteo.
Annegata nel piombo, Scicli sembra una città bombardata, in parte ricondotta al passato. O a climi mediorientali. Cancellata.
Un’interpretazione annichilente e furiosa. Non la più bella città del mondo, ma un quartiere di Beirut. Che poi, secondo una geografia interiore non malcelata ma esposta, è la Scicli di oggi.

MURFAGGHIATA – Angelo Rendo

Ognuno di noi ha un’immagine. In testa, nel portafogli o sotto il letto. Che ci perseguita. Ecco la ragione per cui passiamo avanti, e ci pare agevole trasfigurarla. È, di certo, una fatica, però; anche se, talvolta, càpita che l’apparenza venga intercettata col dito mignolo. E la murfagghiata, cosiddetta, capìta, e contenuta. In fondo, stiamo valutando l’immagine riflessa di Dio. Quanto nascosto e produttivo sia l’ancoraggio che l’accresce e spregia nel contempo.
Capire la murfagghiata significa presentire, chiudere un occhio per aprirne due.

ISOTOPIE DEL MAINSTREAM – Angelo Rendo

Non c’è una massima che possa fare da denominatore comune alle officine sentimentali dello scrittore, alle sue pagine conservate col consenso della vanità. Eppure accade che – come per l’uomo predatore, affacciatosi al mondo, e in parte divoratolo per quanto consentito e secondo volontà, dopo un certo periodo predittivo, alquanto sintomatico di intelligenza acuta – intervenga la malattia, la malattia del riserbo. Si fa la piscina nella sua casa di campagna e dice ciao al mare. A chi gli chiede perché il mare ai suoi occhi abbia perso di fascino, ti risponde io ormai ho la piscina. Come costringere il sempre inedito mare neurale nelle isotopie del mainstream.

Il cacò – Angelo Rendo

Ahi cacò! Taliellu a ‘ssu cacò. Ma sî ‘ncacò.

Non una ingiuria, ma una pietosa mano, che dagli occhi inebetiti scivola sul cuore, accompagna quelle frasi senza speranza. Chi se le lascia sfuggire è in preda all’incredulità. E pena per l’inettitudine o per la viltà o per la candida manchevolezza del cacò. Quel kakós greco rimasto impigliato in vita, autonomo e non prefisso come nell’italiano. Non un malvagio in senso stretto ma uno smerdatissimo cagone, un debole, caduto nelle grinfie di una donna avvenente e manipolatrice e senza cuore e cervello. Che cacò, diciamo. Qui.

LA DELICATEZZA – Angelo Rendo

Non è chiaro se la delicatezza il più delle volte finisca per ritorcersi contro chi la pratica; o, forse, dubbio non può esservene: scrivere “non è chiaro” è solo un mezzo ipocrita per perderla, la delicatezza.
Del resto non si parla, mentre siamo tutti legati, attratti gli uni dagli altri, e, allorché l’uno diventa ributtante per l’altro, ecco passare ai mici, o ai cani, che è un diverso modo per scatafotterla, la delicatezza, nelle proprie intenzioni; invece, ogni freno s’è perso e, miti, animali tra animali, ci si annusa.
Così, poco fa, con un’anziana signora: io le dicevo del mio cane, lei del suo, un volpino, al quale mattino e mezzogiorno serve il caffè – e come lo reclama, dopo pranzo, quando inizia a spandersi l’aroma per tutta casa, avvicina la zampetta alla tazzina e batte.
È chiaro: bisogna disporsi all’ascolto.

UN BAGNO COI SARAGHI – Angelo Rendo

Il raccoglimento è una forza della dispersione. Che lo si attui davanti a un foglio elettronico, o nell’acqua del mare settembrino, è la stessa cosa. In un caso, quanto più chiami le evidenze, tanto più calano gli assi della discordia. Bisogna stare calmi, fosse pure non si riuscisse. Nell’altro caso, può bastare mezz’ora di deriva. Immersi nelle acque, fino a che stentorei silenzi sul dorso di uno sparuto banco di saraghi sparaglioni d’argento – intercettati con la coda dell’occhio a balzi sul pelo dell’acqua – non arrivano e mi spingono neri fuori dall’acqua, ché l’eternità è loro.
Ancora corro.