L’armario

Dalla pressione, vanità; dallo spazio.

Il difetto: le maglie larghe della catena. Ma, scendendo, quanto la negazione fa nero l’occhio?

E il sangue – per cui la vicinanza è interpretazione – se la vede brutta con la gelosia del corpo alieno.

Il filtro sale, si arrampica oltre il muro, stando due volte tanto lontano dalla valvola scambiatasi di posto col diaframma.

Nell’atto del ritirarsi le manchevolezze perdono la parola.

L’ascolto non passa per la presunzione del prezzo che ti è dato.

La legittimazione ricercata intacca la coda.

Ad udire di un intreccio serrato il povero lui si trasforma in un franto e lamentevole povero me.

Percorrono le fughe e cotti sobbalzano: delimitare la superficie.

Col simile entra il cavallo di Troia.

Si veda che l’uno affini l’altro o che l’altro tenti l’uno; si svolgono i tappeti rossi, si ghigna sotto i baffi, col luccichio agli occhi e un meno male di sollievo. Io, sempre io.

Quanto odio che venga lasciata aperta la tazza del gabinetto…sembra sia io, (da morta), lasciata a bocca aperta.

Ti si rivolgono, nemmeno presentandosi, persuasi che lasciapassare sia il disutile “segno”. Li accogli, e spariscono; fanno finta di non averti conosciuto, trastullandosi col dio del relativo: il vano sbracciarsi degli annegati.

Si passa la cera sul cranio, leva la cera; si prepara le pietanze giuste, arriva il tavolo.

L’adolescenza li improfuma, la vecchiaia si impietosisce. L’effetto è l’entrata.

Questa forza tramortente che fa fare il giro, e la fame divoratrice, le fiamme che indagano il cielo, una volta espresse; ecco, una tale motilità carica ed epigonale ci appare nera ed impermeabilizzata con una spruzzata di bianco in cima e una torva visiera al centro. Ai piedi, tutte le opere come pena e rimorso.

Di chi è proprio rimanere ammirato?

Quel che hai fatto tu, sia di un altro; il tuo non esista, il suo regni.

La testa e gli occhi – nolenti ad entrare nel centro di due fogli che si inseguono – rimane vacante e aperti dinanzi a un muro d’aria.

Sono idee mefitiche, perfide, che si insinuano tra gli ori e oro si fanno, dissimulando il peso e la gravità che li consuma: i cancrenosi competitori.

Una paternità non riconosciuta nella turpe femminilizzazione del creato.

Potrebbe non esser detta mai la sostanza da cui iniziò ciò che già aveva in sé avuto fine.

Che schifo essere toccati in punta di poetica!

Che si parli di sistemazione confligge con l’ essere solo.

Manca chi non tira acqua per il proprio mulino.

Ogni qualità inibitoria svela il sistema e rende inutile il desiderio distruttivo d’elezione, passando questa al largo dell’identificazione di costanti.

Spetta alle punte d’intelletto preparare il campo alla sua scomparsa.

Quello dava pugni a crepapelle, lo si teneva a distanza premendogli il palmo sulla fronte.

I rinnovati stanno con i rinnovati.

C’è chi tira la corda da una parte più di quanto lo faccia l’altro. Ci si sfianca per certificare quale famulus di se stesso abbia meglio saputo lasciare il segno.

Mi serve ciò che esce da quella bocca.

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Angelo Rendo, diritti riservati, agosto 2009

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Arriva l’ora del ricercatore low-cost, di Pasquale Giannino (real italian epic)

chiusura_siemensFinalmente un articolo che dice come stanno le cose: lo trovate in allegato. Perché la vicenda dei seicento ricercatori milanesi (di cui faccio parte anch’io, ma questo è solo un dettaglio) è emblematica di un discorso molto più ampio. Io lo tratto da alcuni anni nei miei racconti e nei miei interventi virtuali, autorevoli studiosi lo avevano anticipato molto prima di me: la deindustrializzazione dell’occidente. Che l’Italia poi sia più “avanti” di altri in questo campo non meraviglia, visto il fior di classe politica che dobbiamo sopportare. È colpa della crisi… La crisi un par de ciufoli. E forse ha perfino ragione la vecchia volpe di Arcore: il peggio è passato. A livello finanziario però. Bisogna chiarire di cosa stiamo parlando. Se avete fatto degli investimenti sbagliati – non per colpa vostra, per carità, ma di qualche imbonitore in giacca e cravatta che se non vi truffava perdeva il posto – se vi siete ritrovati della carta igienica al posto dei vostri risparmi e avete avuto la forza di resistere, forse fra un po’ riuscirete di nuovo a respirare. Se siete dei lavoratori presso una ditta colpita dalla crisi – quella vera, intendo dire una ditta che non ha più ottenuto finanziamenti dalle banche – se avete avuto il culo di non finire in qualche lista di proscrizione forse la busta paga in qualche modo riuscirete a salvarla. Ma quando parliamo di un colosso multinazionale che ha i soldi che gli escono dalle orecchie – e pensa bene di sfruttare l’onda della crisi per accelerare i suoi piani di delocalizzazione verso i paesi dove ancora è ammessa la schiavitù del lavoro (non solo manuale) e imprimere una crescita esponenziale ai suoi margini – beh, a questo punto l’emergenza non è più economico-finanziario ma diventa sociale. E la responsabilità non è tanto dei top manager che tutto sommato fanno il loro mestiere, ancorché vomitevole dal punto di vista etico (ma esiste ancora la parola “etica”?). La responsabilità è politica. Perché dietro quei seicento ricercatori ci sono seicento famiglie che dall’oggi al domani sono state costrette a reinventarsi la vita. Dietro quei seicento specialisti sfigati ci sono seicento progetti esistenziali andati in fumo. Questo sta accadendo nel paese, e il peggio deve ancora arrivare. Le potenze transnazionali in procinto di abbandonare l’Italia dopo averla spremuta come un limone sono tante. E nessuno può fermarle. Non esiste nessuna legge che tuteli non dico il posto di lavoro ma la dignità di quei seicento impiegati e delle altre migliaia che verranno. La responsabilità è politica. Ma come, vieni in Italia, ti permetto di accedere ai finanziamenti, ti offro i migliori cervelli del paese, li selezioni, li utilizzi al meglio per aumentare i tuoi profitti fino all’inverosimile… e a un certo momento li pianti in asso perché c’è un altro posto nel buco del culo del mondo che ti offre gli stessi cervelli praticamente gratis e senza nessuna tutela che si possa neanche lontanamente definire civile? Ma come si può tollerare un sistema così! Oltre a essere moralmente inaccettabile è proprio da fessi tollerarlo un sistema del genere. Santo Dio, tu vieni in Italia a fare i tuoi porci comodi, va bene, ti do i finanziamenti, ti do carta bianca ma tu mi garantisci un piano industriale da qui a dieci anni. Altrimenti fora d’i ball…

[nuovo libro] LEGENDA – Fara Editore

E’ appena uscito LEGENDA, presso Fara Editore, volume che raccoglie le opere vincitrici del concorso “Pubblica con noi 2009”, aperto a sillogi poetiche e racconti. Trovate i dettagli della pubblicazione a questa pagina web: http://www.faraeditore.it/html/neumi/legenda.html .

D’accordo con l’editore Alessandro Ramberti, rendo pubblici in formato .pdf tre miei racconti (Ultimo giorno di televisione, Giovanni, Gioventu’), inclusi quale terzo classificato della sezione narrativa. Si tratta di materiale giovanile, risalente al 1996, ripescato dal cassetto apposta per l’occasione. Il file lo trovate qui: http://www.nabanassar.com/legendafara.pdf e spero gradiate.