Appunti dal buon senso senza senso (26) – Angelo Rendo

Ogni anno, a Pasqua, cerco di tirarmi indietro, mi cresce il pelo, mi si affilano unghie e denti, l’occhio vitreo e aguzzo. Poi, un comando ad uscire fuori dal branco; e mi trovo immerso in una fiumana, di amorfa, misera e splendente massa. Impastato, illune, lievito. Alzo la macchina, fotografo come viene, viene, faccio un video, due, meno di meno della metà di meno. Drappi penzolano dai balconi, persone fiorite sui balconi e occhi scuri contro il sole. Verso il nullavedere, il nullasentire: scorrere e basta, diritti.

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Jason Molina, un fanciullo vestito da cowboy – Stefano Ferreri

Due parole, proprio soltanto due parole per Jason Molina, che sabato scorso ci ha lasciati senza fare rumore. Suona sempre un po’ retorico trattare a posteriori vicende tristi come la sua, cantautore schiacciato a soli trentanove anni dal peso devastante della dipendenza da alcool, ma è pur vero che cronaca e arte si legano qualche volta in maniera quasi beffarda, e non si può considerare l’una senza dare conto dell’altra. Come per Vic Chesnutt poco più di tre anni fa, il rigore spietato della sanità U.S.A. non ha fatto sconti, giocando un ruolo decisivo nella vicenda umana di uno dei più grandi songwriter della sua generazione. Molina non aveva un’assicurazione sanitaria e non poteva far fronte alle spese pazzesche per cure e riabilitazioni. Di certo la sua debolezza lo ha affossato senza pietà, ma è indubbio che ci sia qualcosa di decisamente sbagliato laddove chi è in evidente difficoltà debba e possa contare solo su se stesso, per venire a capo dei propri demoni. E dentro Jason ne aveva tante, di ombre. Abbastanza per riuscire a scrivere canzoni sofferte ma mai banali, troppe forse per poterle tenere a freno senza venirne travolto. In passato ho descritto Molina come uno dei grandissimi della rinascita folk degli anni novanta, al pari di Will Oldham e Bill Callahan. Accostamenti di per sé assai limitanti, considerata la complessità del corpus di ognuno di questi maestri, ma che per comodità tocca ribadire. Una sorta di santa triade quindi, cui andrebbero aggregati anche altri due eccezionali talenti come il già citato Chesnutt e Mark Kozelek. In comune con il primo Jason aveva quell’intensa vena malinconica priva di autocommiserazione, mentre pare sin troppo facile legare la sua creatura originaria, Songs: Ohia, alla prima straordinaria incarnazione kozelekiana, i Red House Painters, tra le formazioni cardine della sempre ripudiata scena slowcore. Curioso. Proprio ieri leggevo una bella intervista ai Low (cui ho in parte contributo), ed ecco di nuovo la fatidica domanda sull’etichetta slowcore. Se è riduttivo ricondurre forzosamente la band del Minnesota ad una scuola di cui mai ha fatto parte, e solo per via di una sensibilità particolarmente pronunciata, è chiaro che di quella stessa sensibilità sia stato latore in primis proprio lo stesso Molina, con le sue ballate dolenti e ammalianti per sola voce e chitarra, a ritmi blandi e senza inutili orpelli. A voler dar credito a queste semplici coordinate, il moniker Songs: Ohia dovrebbe essere trattato alla stregua del caposcuola, niente di più e niente di meno. Album come ‘The Lioness’, ‘Axxess & Ace’ e ‘Ghost Tropic’ lo testimoniano in maniera autorevole. Ma come musicista Jason è stato davvero molto, molto di più: cantautore nudo ma non crudo, alfiere tra i più credibili della ricodifica alt-country, sperimentatore nei margini assai ristretti della tradizione, rocker delle radici e bluesman ruspante con l’altro suo progetto, i Magnolia Electric Co., senza l’intensità miracolosa dei primi lavori ma con un’esattezza non comune nello sguardo. E’ in questo suo segmento, conclusivo purtroppo, che lo incrociai nel 2009. Per lui si trattava dell’inizio della fine, ma non ne avevo la minima idea. Lui per primo non me ne diede l’impressione, al comando di una formazione affiatatissima che sul palco dello Spazio211 mi sbalordì con un concerto rock davvero notevole, quando io mi aspettavo una prova compassata e in solitaria. Aria triste da fanciullo vestito da cowboy, ma grandissima energia. Era da poco uscito il più che discreto ‘Josephine’, e mai si sarebbe detto che sarebbe stato l’ultimo lavoro di gruppo per lui. Dopo di allora il filo sempre più sottile di una curiosità genuina, la stessa che lo ha spinto a collaborare in poco più di dieci anni con i vari Bonnie Prince Billy, Alasdair Roberts, Steve Albini, Aidan Moffat (Arab Strap), Will Johnson (Centro-matic, South San Gabriel) e con i Lullaby For The Working Class, prima di sparire in una comunità rurale di recupero dalle dipendenze nel West Virginia, evidentemente troppo tardi. Che una figura maiuscola come lui se ne vada così, a neanche quarant’anni, sa di beffa crudele. Il 2013 come il passato mitico, quando eroi maledetti cadevano come mosche assicurandosi un eterno, luminosissimo presente. Molina non aveva però alcun mito da consegnare ai posteri, né un fare da bohemien maledetto. Era un uomo fragile come tanti, che ha lottato con le proprie debolezze e ha perso. Spiace sapere che nella sua battaglia fosse solo, così solo. Pur restando artista di nicchia era personalità di spicco, di quelle che ci si ricorderà. Le sue canzoni e i suoi dischi lo faranno per lui ora che non c’è più, anche meglio di quanto purtroppo non abbiano fatto fino a oggi.

Da “La superpotenza”, le poesie di Giuseppe Cornacchia – (II) Il modo di dire le cose

[Ho scritto poesie tra i venti e i trent’anni, quest’anno ne compio quaranta: e’ il momento di una prima verifica di tenuta. Presentero’ in questa rubrica i venticinque testi inseriti nel recente volume “La superpotenza” (2012, ed. ilmiolibro.it) e raccolti sotto il titolo “Dell’iris ho il tramorto”. Costituiscono, a questo momento, il corpus ufficiale della mia produzione. A voi. GiusCo]

IL MODO DI DIRE LE COSE

Il modo di dire le cose
senza parole inutili
lo chiamo Poesia
(mi dice Wittgenstein,
filosofia).
Secondo mammà è tempo buttato.
Sono da sempre contento di esserci
per fare Poesia!
Non valgono fatti né costi,
non c’è uomo che tenga
quell’uomo felice
di fare felice qualcuno.

Ridi e campa cent’anni,
la mia fama sarà
in queste righe sciagurate
per tutti i livorosi.
Risentiti, ridete! Mattoni, godete!
Se il tufo che annacqua il cervello
si potesse squagliare,
fareste la fine del topo
o saltereste con me: olè! Hurrà!
Io sono il pifferaio
che sognate di notte,
non faccio una favola bella
ma vita. Chi ride campa cent’anni
o forse cinquanta, ma ganzi.
Chi crepa, s’arrangi! Non posso
far gioia in eterno, quello che posso
è Poesia. Vita.

Nel mondo ci sto per godere
del dono migliore che ho: favello.
Cretini lo stoico, il mangione,
il vizioso, il tombeur!
Io rido di tutti e non temo,
se provate a toccarmi
vi ammazzo uno per uno,
casa per casa,
vi stacco la testa a pedate
e ci gioco a pallone.
Mattoni, ridete!, godete!,
squagliate il liquame che ottunde
le gesta, sporcate la vista
con le vostre panzane.

Ridete invece di guerra!
Vi risparmio la solfa
purché ve ne andiate:
non è casa vostra, la mia
(v’ammazzo uno per uno
se provate a farmi del male
o lordarmi dei vostri rancori mediocri).

© Giuseppe Cornacchia

Pubblicata su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

Appunti dal buon senso senza senso (25) – Angelo Rendo

Verso l’esterno non è più tempo, ai sistemisti è rimasto l’interno: imbrigliare il senso ultimo baluardo prima del salto quantico. I ben composti e metodici linguaggi artificiali, che intanto guardano dal cielo delle stelle fisse, non hanno voce; l’umano è franco, ma inamovibile il carcere della teoria; o umana prigione e teoria franca.

Ma non vedo, lo ripongo sotto il letto o dove capita, al punto da dimenticare di averlo avuto, dubito sia mai esistito, non ne parlo, non gli torco un orecchio, alto o basso, avanti, come mai si fosse visto, sentito, odorato. Letto.

neo-avanguardia inattuale vs incalcolabile vastità del mare

[Su Nazione Indiana in questo Marzo 2013 si e’ tornato a parlare di poesia sperimentale vs poesia lirica. Ne e’ sortito soprattutto un duello in punta di verso fra Gilda Policastro e Natalia Castaldi, seguito da un contributo teorico di Lorenzo Carlucci. Una buona occasione per fare il punto dei lavori, dei saperi e delle inclinazioni. GiusCo]

Penso che un punto di incontro fra l’approccio teorico dell’una parte e quello pratico-condiviso dell’altra possano essere alcuni testi di Gabriele Frasca: erudito e consapevole, ma anche talentuoso e scorrevole. Presentare e discuterne alcuni potrebbe forse aiutare l’avvicinamento. Rimangono di base, a mio avviso, forti differenze di postura e di aspettative: piu’ orientate al mestiere e ai titoli gerarchici nell’ala a supporto di Policastro, piu’ orientate alla comunanza su base solidale e resistente in quella a supporto di Castaldi. Resta inteso che in questo esatto momento storico, tecnologico e sociale in Italia, i due approcci si equivalgono e che dunque possiamo permetterci di avvicinare i testi senza remore da parruccheria (ostilita’ pregresse, snobismi, ecc.).

Se tutti condividiamo la “sintassi del linguaggio” [livello 1] italiano, le differenze saranno in “strutture concettuali” piu’ grandi [livello 2] (idiomi, ma anche algoritmi e strutture dati) e nei processi [livello 2a] implementativi per raggiungere un determinato obiettivo. I “pattern” [livello 3] alzano il livello di astrazione su cui si progetta e si discutera’ quindi delle scelte progettuali. Il Gruppo 63 ha avuto il merito di astrarre la poesia italiana al livello 2, quel che in seguito l’informatica (negli anni ’90) ed ora i linguaggi applicati delle scienze dure (chimica, imaging applicato alle neuroscienze, genomica, ecc.) hanno portato al livello 3 per uso industriale e dunque ingegneristico. Detto banalmente: dalla “poesia” [livello 1, diciamo la lirica nell’Italia pre anni ’60], passando per la “poesia procedurale” [livello 2, diciamo Sanguineti e le rigatterie epigonali a lui seguite] fino alla “poesia della progettazione” [unico esempio contemporaneo per me significativo: il flarf, oltre ai generatori automatici di poesia tipo quello di Roberto Uberti qualche anno fa].

Qualche anno fa guardavo gli studi sugli invarianti universali del linguaggio umano del Prof. Nigel Fabb (http://www.strath.ac.uk/humanities/courses/english/staff/fabbnigelprof/), ma la dimostrazione della loro fondatezza o meno e’ in mano al neuroimaging, che per adesso non se ne occupa direttamente (http://www.poetryfoundation.org/poetrymagazine/article/240250). Un’altra via puo’ essere impostata teoreticamente applicando alla poesia il lavoro del Prof. Hartry Field (http://philosophy.fas.nyu.edu/object/hartryfield) e questa e’ la strada che mi intriga di piu’ ma carmina non dant panem, dunque se ne occupera’ qualcuno dei triennalini aggiornati di Lettere o qualche dottorando di impostazione filosofica. In Italia abbiamo il gagliardissimo Umberto Eco (per esempio qui http://www.umbertoeco.it/CV/Combinatoria%20della%20creativita.pdf), ma non credo possa applicarsi alla poesia se non come mitopoiesi invece che forma propria del linguaggio.

Insomma, molto si puo’ fare. Chi ne ha voglia?

Appunti dal buon senso senza senso (24) – Angelo Rendo

Le élites hanno aperto i cancelli, hanno figliato e sbarrato la strada allo sviluppo; pur di poter mantenere la tela, l’Organizzazione della Guerra Mentale ha creato miliziani criogenizzati, attenti a che il futuro non si presentificasse: lo stallo della voragine ideologica.

Il figlio è stato il nuovo, l’oggetto dell’ora e del sempre, ha avuto un medium, che ha fatto e sfatto la tela, premurandosi di conservare del figlio l’espressione nerdosissima: la paura di chi non ha paura, espressione e somma dell’iperconnesso, il quale non ammette la lacerazione del/nel presente, sempre.

Da qui la cristallizzazione di particole che graffiano la compagine sociale, la partigianeria dell’abisso, ripartire e stare fermi nel professionismo rivoluzionario: la parte che vorrebbe diventare tutto, quando è, al contrario, l’olos che circuendo, arrotando, innalzandosi e strisciando mette tutti sotto.

Saranno le lingue dell’intelligenza puntuta a cedere, preda di facili profeti. Me medesimo quanto più nell’identico mi medesimerò tanto più perderò. Così risuonerà lo stampo predefinito di forme piatte che si spaccano? Perderanno la rotta i professionisti della rivoluzione??

Da “La superpotenza”, le poesie di Giuseppe Cornacchia – (I) Vedi

[Ho scritto poesie tra i venti e i trent’anni, quest’anno ne compio quaranta: e’ il momento di una prima verifica di tenuta. Presentero’ in questa rubrica i venticinque testi inseriti nel recente volume “La superpotenza” (2012, ed. ilmiolibro.it) e raccolti sotto il titolo “Dell’iris ho il tramorto”. Costituiscono, a questo momento, il corpus ufficiale della mia produzione. A voi. GiusCo]

VEDI

Vedi, queste finestre
fanno gioco di sguardi,
mostrano poco
dei palazzi di fronte,
solo la base.
E ti pare che sia
quel che c’è da vedere.
Ma se t’abbassassi,
da spicchi di cielo nascosto
vedresti la fine, dov’è,
di alcuni, i più tozzi.
Io parto, guardami
salire e ancora salire
sul palazzo più alto,
io come l’albatro,
dove l’aria più fresca
mi riporta alla vita
rischiarando la voce.

© Giuseppe Cornacchia

Pubblicata su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

Empedocle: “Sulla Natura” (Fr. 2) – trad. Angelo Rendo

2.

στεινωποὶ μὲν γὰρ παλάμαι κατὰ γυῖα κέχυνται·
πολλὰ δὲ δείλ’ ἔμπαια, τά τ’ ἀμβλύνουσι μερίμνας.
παῦρον δὲ ζωῆς ἰδίου μέρος ἀθρήσαντες
ὠκύμοροι καπνοῖο δίκην ἀρθέντες ἀπέπταν
αὐτὸ μόνον πεισθέντες, ὅτωι προσέκυρσεν ἕκαστος
πάντοσ’ ἐλαυνόμενοι, τὸ δ’ ὅλον [πᾶς] εὔχεται εὑρεῖν·
οὕτως οὔτ’ ἐπιδερκτὰ τάδ’ ἀνδράσιν οὐδ’ ἐπακουστά
οὔτε νόωι περιληπτά. σὺ δ’ οὖν, ἐπεὶ ὧδ’ ἐλιάσθης,
πεύσεαι οὐ πλέον ἠὲ βροτείη μῆτις ὄρωρεν.

*

2.

Stentate all’estremo le astuzie si versano

molte sventure li battono – ché debole mente
concentrata su piccola parte di vita –

morti in alto come fumo volano presto

persuasi di ciò che ciascuno incontrò
sospinto ovunque si vanta

del tutto scoperto.

Gli uomini nullavedere nullasentire:
nullo comprendere. Tu,

che qui sei, saprai non più
di quanto l’ umana misura possa?