Paul Muldoon, poeta dopato

“Poesie” di Paul Muldoon, licenziato a metà aprile 2008 da Mondadori, nella collana dello “Specchio”, per la curatela di Luca Guerneri, è un libro di pregio, che fa luce sull’intera carriera poetica dell’irlandese, colmando così un vuoto in Italia.

Il selected, di circa 400 pagine, contiene 98 poesie, due paginette di note e una postfazione di 10 pagine del curatore.

La traduzione sembra risentire di un eccesso di ingessato letteralismo, al punto che viene da chiedersi perché mai non si affidino i testi, specie quelli poetici, a poeti in proprio o all’accoppiata poeta-traduttore.

Muldoon è essenzialmente un narratore in versi, al quale si deve riconoscere spregiudicatezza ed esilaranza, spigliatezza e poesia senza poesia. Un bastimento carico, in “immram” (viaggio).

Dieci sono le raccolte ad oggi pubblicate da Muldoon, di nove il volume mondadoriano dà conto antologico.

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Paul Muldoon in italiano

libro muldoon

E’ finalmente uscito il selected in italiano di Paul Muldoon, curato da Luca Guerneri e pubblicato da Mondadori. Disponibile in libreria dal 15 aprile.

Riproponiamo qui l’intervista a Luca Guerneri per “nabanassar”, di qualche anno fa, e alcune poesie di Muldoon tradotte da Giuseppe Cornacchia e già apparse sul sito. Cornacchia sta lavorando autonomamente ad una selezione muldooniana di 20-30 testi che sarà pronta in estate.

2) Qual è il tuo approccio alla traduzione poetica e quale autore ti si adatta di più?

Questa è la classica domanda da un milione di dollari (sterline?). A un convegno sulla traduzione a Torino un paio di anni fa avevo paragonato la traduzione della poesia a un rigore calciato fuori dalla porta. Ma con stile ed eleganza, con la pressione del pubblico con il fiato sospeso, la rincorsa che solleva uno sbuffo di linea bianca, l’impatto sordo del piede sul cuoio gonfiato. Ma la palla finisce fuori e si ricomincia a giocare. Forse oggi direi che la palla ogni tanto finisce sul palo o sulla traversa ma la sostanza rimane quella. Anzi, maggiore è la consapevolezza della densità del testo, migliore è la tua capacità di lettura più aumenta la frustrazione di questa strana operazione del “dire quasi la stessa cosa”. Resta un grande divertimento e anche un ottimo modo per conoscere la poesia. Poi c’è la tecnica e quella si affina con il lavoro sul campo, evitare il poetichese, l’aggettivo per forza di cose prima del sostantivo, il compensare su altri piani quelle qualità formali quasi irriproducibili, dalla rima a al logoramento del cliché. C’è un libro davvero bello uscito per Quodlibet non molto tempo fa. La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza di Antoine Berman, è una delle cose più belle uscite negli ultimi anni sulla traduzione. Rimette in gioco tutta una serie di categorie ormai abusate da Teoria/Prassi a Fedeltà/Infedeltà, costringe a un ripensamento dei dualismi che hanno caratterizzato da sempre la storia della riflessione sulla traduzione e dai quali, così mi sembra, anche certi approcci recenti di ordine ermeneutico non sono riusciti a saltare fuori (penso ad Apel). Ah, e anche il volume che Giometti ha scritto sul rapporto tra Heidegger e la traduzione, uscito sempre per quodlibet. Direi che ultimamente l’approccio che mi interessa di più sta da quelle parti.     

 

l’intervista continua su: http://www.nabanassar.com/intguerneri.pdf

“The stoic”, “The merman”, “Why Brownee left” tradotte da Cornacchia: http://www.nabanassar.com/cormuld.pdf , http://www.nabanassar.com/duemuldoon.pdf

 

Gianluca D’Andrea legge Franco Buffoni

IL MALE NELLE FIBRE: “Guerra” di Franco Buffoni, Mondadori, Milano 2005

Va sempre più chiarendosi la direzione poetica dei rappresentanti più significativi della generazione che ha concluso il Novecento e aperto il nuovo millennio nel nostro paese.
Come “Disturbi del sistema binario” (V. Magrelli, Einaudi, Torino 2006), anche “Guerra” di
Franco Buffoni (pubblicato nel 2005) rappresenta una rinnovata riflessione “morale” e la difficoltà di una distinzione tra bene e male ai giorni nostri. La stessa riflessione prende le mosse da più lontano, da una lunga meditazione sul secolo breve con le sue devastazioni, in primo luogo storiche. “Guerra”, infatti, vede la luce a causa di un ritrovamento reale, radice di una tradizione e sintomo della trasmissione etica più antica nell’intera storia dell’uomo: quella tra padre e figlio, anche se in modo indiretto (il ritrovamento di documenti sparsi sull’esperienza bellica del padre dell’autore). La scintilla è pronta a incendiare su un terreno altamente disposto ad accoglierne l’ardore e le vicende personali si incrociano, in un quadro più ampio, a quelle del mondo, in una sorta di assolutezza temporale.

……………continua su: http://www.nabanassar.com/dandbuffoni.pdf