Tolomeo – Angelo Rendo

Tolomeo era maturo, cotto, finito, perso. Noto ai familiari, agli amici e ai conoscenti tutti. Dotato di grande esperienza (nel sonno), abile e profondo (nel sonno). Bello come un maestro dalla pelle tirata, di pesca, e pustolosa.
Non c’era nulla che potesse renderlo vivo, era nato per sbaglio, come tanti, come tutti. Che non fosse capace in nulla, dimostrava quanto il metodo predittivo non potesse scongiurare cosa alcuna.
In ogni sua sortita era maestro di scempiaggine. Quella degli altri. Rapaci nel tenderlo, e farne scendiletto.
Partiva per fare una cosa, e sbagliava obiettivo; viveva nel fraintendimento, garante una paternità stretta e vecchia.
Credulone, temeva qualcuno nella notte potesse soffocarlo. E in effetti fu un lontano nipote del Principe di Massaciuccoli a farlo fuori come una ciabatta cunzata, una notte.

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Una sirena – Angelo Rendo

Mi fa cenno di no con la mano, che no, non deve rifornirsi, si mette di lato e scende, pesante, incespicando nel predellino.
Da un paio di mesi che non lo vedevo, d’estate si aggira spesso da queste parti; di lui non sapevo nemmeno il nome, è stata una punta d’ingegno a spingermi, poco prima che il nostro incontro finisse.
Non ha più nel suo malconcio camper l’impianto a gas, va a metano. È venuto a salutarmi, perché finiremo di vederci. Ma si faccia vivo, quando si troverà lungo la marina, mi raccomando.
È un viandante, ce l’ha avuta col mondo intero, da qualche anno è diventato un’autorità marziana. Veste sempre di nero, bisunto e lercio in ogni parte del corpo, le unghie ripostigli di mali e anatemi. Occhiali da sole lo coprono e una bandana al collo. Corpulento, a stento entra negli abiti, porta un cappello nero, a falde larghe da signora, di paglia.
Ma prima di diventare uomo, l’uomo è stato sirena, e l’utero il mondo intero, rimasto in sorte alla donna, quale vile memoria.

AUGURI DI NATALE (Delle due storielle, una, bisogna chiuderla!) – Angelo Rendo

Ogni anno, la vigilia di Natale, non manca mai di venirmi a trovare. Si gasa. Lo gaso. Certo, lui non me lo può dire il motivo – lo derubrichiamo fra gli atti di estrema educazione – ma è chiaro che venga per porgermi le gote rosse pregne di pino silvestre. E io, ogni anno, ricambio la gentilezza, anzi, lascio che per l’intera giornata il suo ricordo silvestre mi assedi le nari e riempia il cuore.

La seconda, non merita neanche di esser chiusa, ora che ci penso, è una maglia aperta, l’unica, di poco più di due chilometri nel tratto di costa che mi riguarda lungo quasi venti. Da Donnalucata a Plaja Grande. Un’entrata nella luce marina: scavalchi il guard rail e ti mangia il mare. Lo bevi. Una ferita benefica. Che solo accoglie. Invita ad entrare e uscire senza requie.

Del discorso ozioso – Angelo Rendo

Ciao ripeteva e poi ancora ciao ciao rivolto al cielo, al gallo e al cavallo, e ad ogni uomo naturalmente, ovunque ciao stai bene salute. Mellifluo. Salutava tutti l’ozioso, era la sua occupazione; anche quando discorreva, non faceva che tramare saluti. Educato, educatissimo. Veleno.
Non badava che al saluto, ciao buonasera grazie e cerimonie per erigere mura. Mura di male, che incerava, mancando dell’estremo dono, scassava la minchia, l’ozioso, malcerto e presuntuoso, inane scrittore di numeri conchiusi e morti.
Lo cercavano tra i vivi, ma era schiavo del perbenismo zotico e cialtronesco, figlio del popolino, ringalluzzitosi in sofismi e regalità.

Per la cruna dell’astrazione possono passare due cose: una vecchia idea, glabra o pelosa, o il nucleo di un astro duro.

Crosta – Angelo Rendo

L’anno scorso, a fine novembre, mi trovavo a Palermo.

Quel che scrivo affiora da appunti lasciati per strada, a suo tempo, scartati da un’altra vena battente. E ora riapparsi.

Dopo averla forata passo passo, Palermo, da Ballarò alla Zisa, prima di tornare nel mio alloggio, in via dei Calderai, ricordo volli sostare dentro la chiesa di San Giuseppe dei Teatini, dalla cui volta – era tardo pomeriggio, la chiesa buia – non venne che un nero di crosta. Rimasi stonato. Una ferita, pensai, e ora tutto è secco e pieno di volvoli; dallo scuro nulla sporgeva se non minerali, silicati, rocce, miniature di catene montuose.
Poi venni a sapere che tetto, volta e affreschi erano stati ricostruiti. La chiesa bombardata. E quel lutto, chiaramente, custodiva il sottosopra di ogni fedele.

L’inchino – Angelo Rendo

Prima di risalire in macchina, il giapponese – un assistente alla fotografia, in provincia per lavoro – si è inchinato verso di me, come del resto aveva già fatto all’arrivo; e mi ha tagliato la mano. Dapprima non avevo fatto caso, dopo sì, a quel potere vivifico. Invadente la stretta di mano, fanfarona. Quanto bene e dolcemente l’inchino piega invece chi lo riceve.

PADRE FIGLIO E SPIRITO SANTO – Angelo Rendo

Ah signora, veda che da oggi trova anche le bombole di gpl per uso domestico. Bene, bene, sarà per la prossima volta, la scorsa settimana ne ho presa una che si è rivelata difettosa, mai mi era capitato di riportarla indietro, perdeva. Sa cosa faceva la buonanima di mio padre per verificare non ci fossero perdite? Avvicinava la fiamma dell’accendino al regolatore. Faceva sempre così.

Contemporanei della munnizza – Angelo Rendo

È da quattro anni che viviamo qui a Marina di Ragusa, siamo fuggiti da Palermo dopo che è nata la nostra bimba. Ce ne siamo andati per la munnizza.
Munnizza ovunque, sulle cime dei monti, alle pendici, veleni, anche qui ora alla foce dell’Irminio e a Pantalica pure, munnizza; diamo il tempo all’autostrada di attraversare la provincia di Ragusa, forza! I barbari non aspettano altro.
Cosa ci appartiene ora, in questo momento? La munnizza, il disordine, che mondo, intanto fregatene, costruisci sul letto del fiume, permetti che ti permetto. Qualcuno sta preparando un altro mondo, un’altra intelligenza sta saturando ogni dove. Butta tutta la merda che hai dentro fuori, stiamo andando via, a dire il vero qualcuno prima di noi, noi schiatta di agenti corrotti senza lingua.

Sui fondamenti delle verità nascoste – Angelo Rendo

Madonna umidità, pioggia, zanzare, caldo, mosche, trombe d’aria una va una viene! – facendo mostra di perdere pazienza e riguardo per il creato l’uomo secco e calvo; manco il tempo che io arrivassi a udire per bene che, seduto con la sua stampella, dalla veranda del bar Dio tuonò “Cosa temi, tu, trombe, che di capello non te ne è rimasto nemmeno uno.” contro l’uomo secco e calvo.

Dio aveva i baffi, ed era quasi completamente pelato, se solo una mezza corona lanuginosa non gli avesse stretto nuca e tempie. Grazie alle sue difficoltà deambulatorie divinava sui fondamenti delle verità nascoste.

L’uomo che prega – Angelo Rendo

Come se fosse forte l’impellenza, agitato, mi chiede dove sistemarsi. In bagno? No, si corregge, bagno sporco. Qui, sull’ammattonato, fuori dal mio bunker, ma ci ripensa, e decide per il piazzale, lontano, e aperto al verde, dopo essere giunto improvviso col suo mezzo.
Quindi, tira fuori un tappetino nero, e, rivolto a nord-est, stretto da superstizione subitanea, in ritardo sull’ora del tramonto, e su tutto, acchiappa per i capelli la divinità, che lesta fugge via sulla sua Focus, prima che felice, coi denti in vista, mi saluti, e ringrazi, il dolce pakistano.