Il filo a massa dell’eredità – Angelo Rendo

Questo, ora che è arrivato a 57 anni, e non è sposato e non lavora e sta con la zia quasi centenaria – è uno scienziato (tutta una genìa di pazzi e scienziati, un suo cugino ha addirittura sfiorato il Nobel), spostato di un secolo e pieno di fobie, una volta ha incoppolato l’insalatiera con cetrioli e pomodori in testa alla badante, rea di aver lavato gli ortaggi con l’acqua del rubinetto – mi vuole dire, e mi perdoni se anche questa mattina riceve il mio sfogo, per quale razza di motivo non debba essere plausibile che chieda la grazia alla zia? Questa, infatti, nei momenti di più alta disperazione lo conforta, dicendogli che il Sacro Cuore di Gesù ha in serbo per lui lavoro moglie e tanta serenità. Lui la ringrazia in lacrime, e si placa.

Cattivi Cristiani – Angelo Rendo

Mi è rimasto questo ragazzo, gli altri due lavorano. Ci vuole fortuna – prima il padre poi il figlio ripetono senza sosta.

Entrambi a piedi – pur essendo venuti in macchina – i loro due destini disallineati rispetto ai destini degli altri due, e in ispecie rispetto al destino del figlio che a Milano ha preso per giunta anche moglie, e ricca.

Quanto più mi inabissavo nei loro gironi di vuoto, tanto più risalivano i due figli lontani. Mi ammonivano: questi due cretini pensano sia tutto uno scherzo. A non aver mezzi per riconoscere la finitezza, questa è la fine. Cretino il padre, cretino il figlio rimasto. Cattivi cristiani.

Scomparse – Angelo Rendo

A Scicli, ieri, nel tardo pomeriggio, una vecchina, nello spazio affissioni di Via Galliano – l’ampio slargo che dà aria al Corso Garibaldi e riannoda al centro tramite via Bixio – armeggiava con una fotocamerina dinanzi a una carta da morto, cercava di metterla a fuoco. Indugio con la macchina, fino a che non vedo la sua veste farsi nera e fumare dall’orlo inferiore. Ora. A Plaja Grande, al bar Fidone, da questa parte, avvisto una donna. Passo dall’altra parte. Assai chiomata, chiusa dentro occhiali scuri, rifatte le labbra, rifatto il seno, prorompente, slanciata, con tacchi e risibile pareo. Nuda, all’in piedi, all’ingresso. E uno sciame di api liberamente si avventa. Non si può guardare. Assisto alla suzione del cadavere.

Sciocco e luminare – Angelo Rendo

Ma com’è che mi rompe i coglioni, chiamalo, fallo scendere – così grida dal rifornimento Gpl al collega benzinaio sotto, lo sento distintamente.
Sono le 7:00. E io sono sulle scale, diretto dall’altra parte. Si apre alle 7:00. Attraverso la strada e, mentre mi avvio verso la porta del gabbiotto, il cliente mi apostrofa Ci dobbiamo alzare prima la mattina. Non è che, se vuoi, non puoi andare anche da un’altra parte – rispondo. Sono le 7:01, non le 7:15 e nemmeno le 7:30. Ma che discorso è, così è?! Indispettito, scosso e nero svita il raccordo e risale in macchina e parte a tutto gas.
Non spacco il minuto, la puntualità non è il mio forte. Di solito apro sempre fra le 7:00 e le 7:10. Anche perché a quell’ora non passa mai nessuno, tranne, di tanto in tanto, questo raffinato.
Le reazioni scomposte, le parole sbagliate non sono il mio forte, feriscono l’amor proprio e per giunta perdono il cliente. Danno fuoco alle carte, ristabiliscono il disordine. Non sopporto né la parola sciocco né la parola luminare, pur essendo dall’una e dall’altra ammorbato.

Lo stretto alveo della legalità – Angelo Rendo

Fra tutte le azioni di profondo igienismo civico a cui ho assistito durante la mia vita, luccica per eclatanza questa: le monetine di uno, due e cinque centesimi sparse – per una somma di toh dieci centesimi – da un cliente – e amico facebookiano – nell’area a nastro di bitume dove io governo.

Dopo aver pagato, l’amico mi mostra il palmo della mano destra, vi stanno calorosamente strette le minuscole e sinistre ammonitrici. Mi dice che vuole disfarsene, lento inizia ad artigliarle, quindi compie per quattro volte il gesto della dispersione ai quattro punti cardinali del vil danaro. Prima di ripartire, la sicumera lo spinge: tu, una volta che vado via, le andrai a raccogliere di corsa.

In fondo, le monetine lanciate nell’aprile del 1993 contro Bettino Craxi, che usciva dall’hotel Raphael, rappresentano il breve volo della compiutezza. Che una piccola vita sia compiuta nello stretto alveo della legalità.

Pienezza e vuoto – Angelo Rendo

È di Vittoria? Vengo da Vittoria, ma sono di Campobello di Licata. Campobello farà 8.000/10.000 ab., no? – gli chiedo. No 10.000 10.000 – mi dice. Quanto dista Campobello di Licata da Licata e da Palma di Montechiaro? Ma… meno di trenta chilometri, risponde. E di cosa si vive a Campobello? Agricoltura e bar. Ora hanno aperto il ventottesimo bar. Si chiama ‘Ventottesimo Caffè’.

E il gas dove lo fa? Ma… hanno aperto un rifornimento da poco a Ravanusa, a 4 km da Campobello, vado là, ma io abito a Parma. Ah, gli faccio, a Palma di Montechiaro, confidando che, da buon siciliano, il gasato avesse trasformato la L laterale in R vibrante e fatto cadere il monte chiaro, come si suol fare. No, abito a Parma e sono pieno di gas*.

* (Intendeva dire che a Parma la rete di distribuzione del GPL è capillare).

Due cartoline – Angelo Rendo

Due giorni prima che io compissi i miei 41 anni, un caro amico, che vive in Toscana, ha sognato me e i miei figli, un maschio e una femmina, due gemelli. La femmina, in sogno, non l’aveva vista, del maschio invece i ricordi erano netti: spacchiusazzo – mi ha scritto – era e girava su una biciskate con un casco da football americano per la via Penna. Un bulletto. Io gli correvo appresso, con la segreta intenzione di guidare il suo biciskate. Mi dice.

Un altro caro amico, che insegna in Sardegna, mi ha inviato delle foto della festa di Sant’Isidoro a Villacidro. Una processione lunghissima come mai ne aveva viste: si ornano con fiori e coperte e lenzuola ricamate persino i trattori. Alle macchine si vuole bene ma al Santo non si comanda.

Magia – Angelo Rendo

Non erano passati che cinque minuti, da quando un avventore del bar ci aveva raccontato del suo mal di pancia di questi giorni. Della sua incapacità a dominarlo con le buone.

Ci può solo una corda stretta in più giri al torso e se ne va dice serio.

La F cubitale, in alto, è sempre monito, e sorveglia sull’umana fragilità, chiamando a sé, e svaporandola, ogni pratica magica non attestata che per F inizia.