Jett(er)atura – Angelo Rendo

1.

Io non mi raffreddo mai, ho il mio metodo. Farà parte della schiera di quelli che scompaiono di colpo? Speriamo di no, che siano gli altri a finire prima. Ma lei non deve avere paura della morte. Ma io non ho paura. Ma se è sempre vestito di nero, è il lutto in persona! No, io porto il lutto per gli altri che muoiono. È uno jettatore, l’orso in camper che ritorna al rifornimento, ecco cos’è!

2.

Mi illustra i suoi titoli in mail, inutili, come ogni titolo; mi blandisce: segue Nabanassar da tempo e lo trova assai interessante. Mi scrive perché vuole inviarmi due sue poesie, ma vuole vedersele pubblicate insieme a delle mie poesie, che facciano da controcanto alle sue, che vadano a trovare le sue, che le pungolino, dicano loro qualcosa, le rivolgano la parola, e che io dovrei scrivere per l’occasione. Gli è venuta questa idea.

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Un orso fuori dal bosco – Angelo Rendo

Vive nel camper, e col camper gira per la marina. Parla siracusano. Barba rada bianca, capelli rasati. Orso. Vestito di nero, sempre, e con gli occhiali da sole, sempre. Tendenzialmente fastidioso: vuole parlare. Se l’altro lo voglia o abbia da fare, meno gli importa. Di tanto in tanto viene per essere gasato, talora, invece, dopo aver fatto tre o quattro giri dentro il piazzale, si ferma per le formiche, dà avanzi di pane alle formiche. Posso? Faccia, faccia pure. Ho acquistato – mi spiega – un anticrittogamico, e con una pompa a spalla ho disinfestato il camper, sai, ci sono dei moscerini.
Quando vedo quel camper singhiozzante affacciarsi, indeciso sul da farsi, mi avvicino alla colonnina, ma invano; mette la prima e beffardo riparte.
Accenna al Buddismo, ai suoi viaggi terreni e astrali, alla ruota e ai Rosacroce. Alla controinformazione e all’evoluzione consapevole. Alle verità nascoste. Dopo un quarto d’ora viene congedato. Gli dico attendo una telefonata, e devo bere, mi scusi. Vedi, tu non hai girato, sei sempre qua a Donnalucata, non conosci la verità. Quel che ti voglio dire è che. È vero non la conosco, e nemmanco ho questo prurito, tuttavia mi pare che la supponenza non sia amica della verità. Dove l’una avanza, l’altra si spegne. Ora vado, telefono. Bevo. Ah ok, scusa, vai a leggere? Telefono. Bevo. Arrivederci, sgasando a mille, senza balbuzie.

Cristo muto – Angelo Rendo

Unu – mugugna a testa bassa, e allunga un chilometrico dito al di qua del banco. Al collo gli penzola il Crocefisso, che ballonzola, e stretto si tiene a una collana d’oro a larghe maglie. La camicia si offre alla vista sbottonata – religiosamente (e logicamente) – per dare aria al Cristo.

Unu che cosa, Rothmans? Queste rosse??

Esce dalla tasca un pacchetto di Rothmans blu vuoto, e me lo mostra.

Va bene.

(Sono le 20:45).

Glielo porgo, incasso, grazie e arrivederci dico.
Una buona giornata lui risponde.

“Come figlio molto adulto”, o del compitare necrologi – Angelo Rendo

“Il… agosto sono trascorsi 50 anni dalla dipartita della mia adorata Mamma.

Donna di eletta virtù, BUONA, LABORIOSA, UMILE, AFFETTUOSA, ALTRUISTA, MODESTA.
Come figlio molto adulto non posso non ricordare la sua grande umiltà, per mezzo della quale mi ha fatto conoscere il vero ORGOGLIO che mi ha fatto diventare un VERO GALANTUOMO.
Anche soffrendo non poco, con i grandi valori morali che mi ha inculcato, cerco di trovare la forza per superare le cattiverie di cui si è impregnata profondamente la società odierna.
Nonostante sono trascorsi 50 anni, tutti i pensieri e le azioni che mi ha inculcato la mia Mamma, mi fanno sentire un UOMO FORTE, SERIO e LEALE.
GRAZIE DONNA SPECIALE per quanto mi hai insegnato.

Tuo figlio e gli adorati nipoti.”

Qualche giorno fa, questa ‘carta’ è apparsa in diversi spazi d’affissione a Scicli.
Se mi consegno a uno spazio listato a lutto e mi tuffo a peso morto, non c’è dubbio che sono perso alla vita dalla nascita. Un prigione. Posso essere io il perso, il prigione, o può essere l’autore del necrologio, o Cortázar, Charlie Parker o tutti quelli che da un bar sono passati e passano possono essere i prigioni, i persi.
Ma come si fa a scrivere un necrologio? Un cadavere, spento da cinquanta anni, non può riattizzarsi impunemente. Cosa si paga? E a chi? A chi si parla? Il necrologio ha da mantenersi freddo, rigido, equilibrato, deve non dire. Invece, è proprio quando splende il comico, e fa i suoi gargarismi, che si manifestano le donne speciali, i figli orgogliosi, leali, forti. I galantuomini.

Cortázar, che da un necrologio parte per ‘disegnare’ Charlie Parker ne “Il persecutore”, dimostra che basta niente; e che dietro alle ragioni vi è sempre un ossesso, un galantuomo; cancella, infatti, le fantasime e detta il tempo che manca.

Cortázar, sì, lui, ha un occhio da una parte uno dall’altra l’altro ancora. La paternità ha segnali propri, e lustrini, baffi o barba. Se smette di conoscere, diventa diffidente; fa tanto per te, diventa patria; se guarda e aspetta, il tempo di mettere insieme

Bar Fidone, ieri sera, Plaja Grande. I flipper ci sono, il juke box manca. I gelati e le granite di Adriana. Alcuni partono, altri restano. Prodi presentava a Scicli il suo piano inclinato. La musica arriva, inattesa, da una sfera smeraldina, il cui brusio limita le bolle dell’autorità, gli scoppi e i rombi dell’alta cilindrata.

Il filo a massa dell’eredità – Angelo Rendo

Questo, ora che è arrivato a 57 anni, e non è sposato e non lavora e sta con la zia quasi centenaria – è uno scienziato (tutta una genìa di pazzi e scienziati, un suo cugino ha addirittura sfiorato il Nobel), spostato di un secolo e pieno di fobie, una volta ha incoppolato l’insalatiera con cetrioli e pomodori in testa alla badante, rea di aver lavato gli ortaggi con l’acqua del rubinetto – mi vuole dire, e mi perdoni se anche questa mattina riceve il mio sfogo, per quale razza di motivo non debba essere plausibile che chieda la grazia alla zia? Questa, infatti, nei momenti di più alta disperazione lo conforta, dicendogli che il Sacro Cuore di Gesù ha in serbo per lui lavoro moglie e tanta serenità. Lui la ringrazia in lacrime, e si placa.

Cattivi Cristiani – Angelo Rendo

Mi è rimasto questo ragazzo, gli altri due lavorano. Ci vuole fortuna – prima il padre poi il figlio ripetono senza sosta.

Entrambi a piedi – pur essendo venuti in macchina – i loro due destini disallineati rispetto ai destini degli altri due, e in ispecie rispetto al destino del figlio che a Milano ha preso per giunta anche moglie, e ricca.

Quanto più mi inabissavo nei loro gironi di vuoto, tanto più risalivano i due figli lontani. Mi ammonivano: questi due cretini pensano sia tutto uno scherzo. A non aver mezzi per riconoscere la finitezza, questa è la fine. Cretino il padre, cretino il figlio rimasto. Cattivi cristiani.

Scomparse – Angelo Rendo

A Scicli, ieri, nel tardo pomeriggio, una vecchina, nello spazio affissioni di Via Galliano – l’ampio slargo che dà aria al Corso Garibaldi e riannoda al centro tramite via Bixio – armeggiava con una fotocamerina dinanzi a una carta da morto, cercava di metterla a fuoco. Indugio con la macchina, fino a che non vedo la sua veste farsi nera e fumare dall’orlo inferiore. Ora. A Plaja Grande, al bar Fidone, da questa parte, avvisto una donna. Passo dall’altra parte. Assai chiomata, chiusa dentro occhiali scuri, rifatte le labbra, rifatto il seno, prorompente, slanciata, con tacchi e risibile pareo. Nuda, all’in piedi, all’ingresso. E uno sciame di api liberamente si avventa. Non si può guardare. Assisto alla suzione del cadavere.

Sciocco e luminare – Angelo Rendo

Ma com’è che mi rompe i coglioni, chiamalo, fallo scendere – così grida dal rifornimento Gpl al collega benzinaio sotto, lo sento distintamente.
Sono le 7:00. E io sono sulle scale, diretto dall’altra parte. Si apre alle 7:00. Attraverso la strada e, mentre mi avvio verso la porta del gabbiotto, il cliente mi apostrofa Ci dobbiamo alzare prima la mattina. Non è che, se vuoi, non puoi andare anche da un’altra parte – rispondo. Sono le 7:01, non le 7:15 e nemmeno le 7:30. Ma che discorso è, così è?! Indispettito, scosso e nero svita il raccordo e risale in macchina e parte a tutto gas.
Non spacco il minuto, la puntualità non è il mio forte. Di solito apro sempre fra le 7:00 e le 7:10. Anche perché a quell’ora non passa mai nessuno, tranne, di tanto in tanto, questo raffinato.
Le reazioni scomposte, le parole sbagliate non sono il mio forte, feriscono l’amor proprio e per giunta perdono il cliente. Danno fuoco alle carte, ristabiliscono il disordine. Non sopporto né la parola sciocco né la parola luminare, pur essendo dall’una e dall’altra ammorbato.

Lo stretto alveo della legalità – Angelo Rendo

Fra tutte le azioni di profondo igienismo civico a cui ho assistito durante la mia vita, luccica per eclatanza questa: le monetine di uno, due e cinque centesimi sparse – per una somma di toh dieci centesimi – da un cliente – e amico facebookiano – nell’area a nastro di bitume dove io governo.

Dopo aver pagato, l’amico mi mostra il palmo della mano destra, vi stanno calorosamente strette le minuscole e sinistre ammonitrici. Mi dice che vuole disfarsene, lento inizia ad artigliarle, quindi compie per quattro volte il gesto della dispersione ai quattro punti cardinali del vil danaro. Prima di ripartire, la sicumera lo spinge: tu, una volta che vado via, le andrai a raccogliere di corsa.

In fondo, le monetine lanciate nell’aprile del 1993 contro Bettino Craxi, che usciva dall’hotel Raphael, rappresentano il breve volo della compiutezza. Che una piccola vita sia compiuta nello stretto alveo della legalità.