Pene – Angelo Rendo

Dopo che la ragazza è scesa dalla macchina e, impietrita, ha imprecato senza astio verso gli ignoti che sul cofano le avevano inciso un pene storto, ho provato tenerezza. Col collo torto avevo dovuto rivelarglielo, mentre le ripulivo il parabrezza. Questi bastardi ha detto, senza nemmeno credere qualcuno potesse esserlo.

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Mimmo e il cormorano nel giorno di Natale – Angelo Rendo

Ieri mattina, giorno di Natale, quel cormorano aveva caldo, e spiegava le ali come un essere umano spiega il suo accappatoio davanti a un camino. Sul frangiflutto – senza Mimmo temere, l’uomo che alle 10:40, tolti e lasciati i vestiti a mucchietto, si è buttato a mare e, galvanizzato, ha scritto con un frustulo di canna data ora e Mi sono fatto il bagno Che Sballo e firma mimma – è rimasto a riflettere.

Li ho incrociati all’andata. Al ritorno dal pantano, invece, di Mimmo non c’erano che i calamai e la scritta sulla sabbia, lambite dagli zoccoli del cavallo che al pantano avevo incontrato e che da lì muoveva, cavalcato, verso Donnalucata. Le fide tamerici poi, i pali e la fredda e chiara lastra di sole sul mare. E quieto e quasi completamente perso al passo il ponticello.

Le “fumarole” di Plaja Grande – Angelo Rendo

Dietro il bunker di servizio, dove scrivo, a cinque metri, ci sono le serre. Siamo a Plaja Grande, a due chilometri e mezzo da Donnalucata, in antico contrada Piano Grande, ultima plaga del territorio costiero di Scicli, ad Ovest.

Sulla provinciale Donnalucata – Marina di Ragusa – dove appunto lavoro – e su per incroci e crocicchi che dalla provinciale diramano, e ancora oltre fino ai Macconi, fino a Marina di Acate, ad Ovest, e fino a Pachino, ad Est, la cosiddetta fascia trasformata, il paesaggio è sequestrato dalle serre. E da chi ci vive.

Capita che, come oggi alle 17:00, a circa trecentometri da qui, in barba a ogni regolamento, si dia fuoco alle piante di pomodoro estirpate, che si celebrino le velenifere “fumarole”.
Le piante – tra l’altro ancora umide per via delle piogge – allungheranno il fastidio per chi nei pressi vive. E a seconda dei venti di ponente o tramontana, a seconda del loro indugiare o del loro risvegliarsi, le nebbie, il fumo, il tosco prenderanno forma.

Nessuno vigila. E nessuno – o pochi – conferisce questi rifiuti speciali. Brucia. E fa bruciare gli occhi, la bocca dello stomaco. Porta la nausea, eleva lo stordimento a fase rituale ultima. Nessuno.

Fasesu – Angelo Rendo

Le facezie non sono cose inemendabili, né sono cose lontane, e non si mangiano. Faceta è detta una persona che sa metterla giù bene, la parola, una parola di bell’aspetto, che corre verso una gioia senza alta luce, minorata ma che non si strappa né che se la tira; non è sfiorata da quel bisogno, chiusa a “quella” forma.

Fasesu è il facetus latino. In dialetto è scaduto il senso di questo aggettivo così pregno, fasesu vale per insensato, inaffidabile, punto dalla bizzarria.

Ora: ristabiliamo “fasesu”, e diciamo che esser faceto significa avere gli occhi che ridono.

Umiltà – Angelo Rendo

[Nella foto statua rappresentante l’Umiltà. Giacomo Serpotta, Oratorio di San Domenico, Palermo.]

Ad A.

Io – permettetemi di dire io: primo vagito, primo pianto, raglio – non ho mai sentito parlare una persona così. Così come? Così attenta, tesa e distesa. Che adatta il respiro alla bracciata, snida il covo di serpi, denuda le malcelate evidenze, toglie fiato alle vite inutili – ché ogni vita lo è, se non risponde -. Vita, parola prima e persa fra le prime quando ogni sentiero è perso, e ritrovata morente e mai grata sul corpo della mansuetudine.

Il costume più memorabile che ho indossato è… – Angelo Rendo

[Facebook ha lanciato da qualche giorno una nuova funzione ‘Lo sapevi?’, una serie di domande random poste all’utente. L’operazione rientra nell’usuale categoria del “data mining” del colosso. La domanda a cui ho risposto, e che leggerete sotto, mi è caduta in bocca e l’ho presa al volo.]

Non c’è il minimo dubbio. Avevo sedici anni, eravamo nel 1992. A Scicli si teneva – e ancora si tiene – un Carnevale (“Carnaluvari ra Stratanova”) che mina la norma carnascialesca, la esalta. Ovvero è fuori da ogni seppur minimo controllo (estetico). Ciascuno si combina come meglio crede. Ecco i vestiti del babbo, della mamma nonna o bisnonno persino, e le maschere dei personaggi più in voga del momento; quindi le mazze, nude o riempite di sabbia, le pistole e i caschi integrali.

In quell’anno, il 1992 dicevamo, io indossavo un abito spezzato (giacca bianca, pantaloni neri) di papà anni Settanta, un foulard della mamma, portavo inoltre un fazzoletto viola nel taschino e una imprecisata congerie di stracci premeva sotto la giacca. La maschera di Diego Armando Maradona coronava un costume a dir poco memorabile. Ho la foto, aspetto mio padre me la mandi. È arrivata, eccola.

Spettri, Lampi, Nomi e Numi (Ricordi Pisani) – Angelo Rendo

Di quando dalla casa di via Bovio arrivavamo alla stazione di Pisa col carrello della spesa sottratto alla Superal e zeppo di valigie. Destinati a Siracusa sul Treno dell’Etna.

Sarà stato il 1997 o il 1998. A Pisa. Io scendevo lungo via San Martino, loro salivano. Carlo Alberto Madrignani e Valerio Magrelli. Non so dove andassero. Stranito Madrignani, stretto nelle spalle Magrelli.

La mente di Dio è senza parola, per lenti e vacui balbettii registra ad ognuno il proprio numero nel libro insperato. E da questo gli atti, le manomissioni, e le ghiere tra gli uni e le altre. Come un pugile che tiene fermo l’obiettivo, dissanguandolo, così guardo e prego.

Quel grumo, che è detto essere, non è detto. Di questo falso convincimento, che non è più falso, parlavamo a Pisa. In linea di massima ogni generazione ha la propria mente in Dio e non c’è dubbio che forzi nel girone i passi inutili della poesia.

Che poi non è che l’opera di un maldestro fabbro, il quale nell’agosto di fuoco salda la luce del sole alla più trita limatura del pensiero.

In via Bovio, dove abitavo – oltre al circolo Arci Agorà, che arrivò dopo – insistevano altri esercizi, pochi e malmessi. Ricordo con affetto l’ossessivo “Targhe, incisioni, timbri Scarpellini”, e il severo “Possenti Impianti”, per esempio. O di via San Martino, subito a destra, uscendo di casa e scendendo per via Gori, ricordo con tremore e disincanto la temeraria “Macelleria Sbrana”. Ahi!

Palazzo Agonigi, via Galvani 1, IV piano, Sezione di Greco, Aula Aurelio Peretti, Dipartimento di Filologia Classica. Pisa.

Sono seduto, e mi tengo strettissimo, nell’unico angolo della stanza, alla sedia.
I tavoli da studio ricoperti di similpelle verde, disposti a ferro di cavallo, immobili, il docente al centro, dorato, tutti intorno dodici/sedici ragazzi, palafrenieri. Il dispari in un angolo, alla destra del professore, in fondo, un fondo vicino. Un poco nascosto.

“Cortesemente, Rendo, mi può prendere i ‘Prolegomena to Homer’ di Wolf? Se si alza, il testo è alla sua destra, sopra la sua testa, per quanto ha lunga la sinistra.”

Ho finito di leggere una recensione a ‘Paura reverenza terrore’, l’ultimo saggio di Carlo Ginzburg. E mi ha preso un lampo imaginale.
Primi anni del 2000, Pisa, mi dirigo alla stazione per andare chissà dove.
Sotto le logge di viale Gramsci mi imbatto in Ginzburg e Adriano Sofri. Il primo in talare rosso ponsò e galero è tutto orecchi per il secondo in clergyman e collarino bianco, ciondolante e stanco. Mi faccio il segno della croce.

Apocatastasi di Palermo – Angelo Rendo

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Apò

Mi seguivo, a Palermo, seguivo me che andavo. Ogni passo, due occhi. Non ce ne vogliono tanti, di occhi, per Palermo. Dimenticate il nefando, il crimine. E prendete la gentilezza, la signorilità, e lo scempio, mirate le prime due, sciolte per le strade, visibili, e fate fuoco sul secondo, brace della brace dei secoli dei secoli.

Per esempio all’OVS, per una manciata di minuti, sono uscito fuori binario. Ho seguito, alla giusta distanza, un padre e una figlia, cinquantenne, ritardata, che temeva la scala mobile e non voleva salire. Il padre il marito, l’uomo della sollecitudine, un cardinale. E la nostra piccola mente ferma sotto i colpi della sordità, del suono fesso del limite.

Quattro Canti, Corso Vittorio Emanuele, Via Maqueda, Via Roma, Via Cavour, via Ruggero Settimo, Corso Calatafimi.
Il palcoscenico, e le viscere cotte, il cervello di bragia innominate per troppa fame. Il rovello, l’assillo, la forza e la forza che ti preda: Palermo.

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Catà

Nel museo di Casa Professa (Chiesa del Gesù) – al quale si accede dall’abside – nella prima sala, in fondo, sulla parete di destra leggo una lapide, il cui testo riporto sotto (in latino, e in italiano). E rido. Padre La Nuza, come vedrete, ne è il protagonista, e il mattatore.

L’instancabile e carismatico gesuita di Licata (1591-1656) ha predicato in lungo e in largo per la Sicilia, al punto da giungere persino a Scicli, scopro. A Scicli, secondo quanto riferisce l’agiografo Padre Frazzetta nell’opera a lui dedicata nel 1708, il gesuita licatese praticò un esorcismo, servendosi della sua cintola per discacciare il Maligno dimorante nel corpo di una donna. La legatura della sua santa cinta strozzerà la voce della resistenza demoniaca, la seconda voce, la più tenace.

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ANNO CIRCITER MDCL, HUIUS AULAE CONCAMERATIONE VIX PERFECTA, V. P. ALOYSIUS LANUZA S. J., STRUCTORES UNA ACCUMBENTES NACTUS, ET AD FREQUENTEM CONFESSIONEM, QUOD ARTEM INOPINIS LAPSIBUS OBNOXIAM EXERCERENT, ADHORTATUS, APPOSITUM ACETUM, CRUCIS SIGNO, IN OPTIMUM VINUM CONVERTIT.
PAUCAS POST HORAS PHILIPPUS CARTAFAUSA, QUI EX ILLIS PRIMUS VINUM GUSTAVERAT, EX LIGNEO PONTE LAPSUS INOPINA MORTE PEREMPTUS EST.
EX PROCES: PAN: A. MDCLXVII

“INTORNO AL 1650, APPENA FINITA LA VOLTA DI QUESTA SALA, IL V. P. LUIGI LA NUZA DELLA COMPAGNIA DI GESÙ, ESSENDOSI IMBATTUTO NEGLI OPERAI, PRONTI A SEDERSI A TAVOLA TUTTI INSIEME, LI ESORTÒ A CONFESSARSI SPESSO, POICHÉ ESERCITAVANO UN LAVORO PASSIBILE DI CADUTE IMPREVISTE, QUINDI FECE IL SEGNO DELLA CROCE, E MUTÒ L’ACETO, CHE ERA SOPRA LA TAVOLA, IN OTTIMO VINO. POCHE ORE DOPO FILIPPO CARTAFAUSA, IL PRIMO AD AVER ASSAGGIATO IL VINO, MORÌ CADENDO DA UN PONTEGGIO DI LEGNO. DAL PROCESSO: PALERMO: A. 1667.”

***

VITA E VIRTÙ DEL VENERABILE SERVO DI DIO PADRE LUIGI LA NUZA COMPOSTA DA PADRE MICHELE FRAZZETTA (1708)

[…] Predicando nella città di Scicli, una donna invasata, nel più bel silenzio della predica, disse ad alta voce: “Qua sei venuto La Nuza?” E avrebbe detto di più, se il servo di Dio, col dito sulle labbra, non gliel’avesse vietato. Tacque per allora a suo malgrado lo spirito, finita però la predica, quasi libero dal divieto, s’appalesò con istrida d’arrabbiato: ma condotta la donna dai Sacerdoti all’altare della Beatissima vergine, quivi a forza di scongiuri, fu costretto l’infame ospite a diloggiare. Ma egli disse: “Non mai partirò se non me lo comanderà il La Nuza”: il che riferito al Padre, che stava orando, gli mandò la sua cintola, con cui cintasi l’energumena, restò prosciolta per sempre, di quel fiero carnefice, che la tormentava. Il nemico poi, dalle tante vittorie affatto avvilito, non più ardiva di combatterlo alla scoperta, ma mutata faccia, tutto ossequioso lo riveriva: onde egli soleva dire ad un suo compagno: “Il demonio con una mano mi fa delle riverenze; e con l’altra mi batte, e mi toglie le anime già convertite.”

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Stasi

Dopo tutto, non c’è potere bifido che possa intervenire e forzare la nostra più luminosa essenza. Che Serpotta coi suoi putti e le sue Virtù, i pupari coi loro pupi, i Cappuccini con le loro mummie onorino la norma alla quale in pochi rispondiamo, ognuno col proprio abito, e che solo la morte violi per non essere altro che una postilla – una immancabile nota del dopo che tiene lontano il rampantismo, e che dissocia la conoscenza dalla volgarità dell’arroganza – ecco, questo raccoglimento brutalizza già in vita chi in lei non vede. “La fissità porta a maggior gloria” risuona nella Cappella Palatina. E del mondo nootropico in cui viviamo non resta che quel nerd seduto all’angolo di via Bara all’Olivella che si fa una canna. Gracchia di boot e cola nello scolatoio delle catacombe dei Cappuccini nel tripudio generale di una giornata del FAI.

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Le minchiate del mattino – Angelo Rendo

Carissimo, appena sceso dalla macchina, oggi è il primo giorno di inverno, 21 novembre – enfatico alle 7:05.

No, oggi è il 20 novembre. L’inverno inizia il 21 dicembre, lo correggo sommessamente.

Vero, vero. Tu comunque ami, se non erro, questo mese. Ah, è stato eccezionale, come maggio, che dico, come giugno, te la sei scialata!

Ma insomma… veramente ha piovuto, c’è stato freschetto, come suole fare a dicembre, l’estate di San Martino è saltata…

Si avvolge nel suo sciarpone, e inizia timidamente a sparire, mi saluta con un cerimoniosissimo e ben dizionato Ti auguro un buon inizio di settimana!

Grazie! – ben diziono.

No, aspetta, oggi che giorno è?

Lo rassicuro Lunedì lunedì.

Ah, dopo quella del 21 novembre un’altra minchiata me la stavo sparando.

(E ride come uno scecco.)