FILOLOGIA E SARTORIA – Angelo Rendo

Nei banchi di mezzo, dove non c’era più nessuno, sedevo; tutti i normalisti stavano in prima fila, tranne qualcuno – poco interessato alla filologia, a Palazzo Quaratesi, in quella assai capiente aula – sotto il mio banco. E poggiavo sulla sedia vuota accanto il montone.

Vincenzo Di Benedetto, sommo grecista calabrese, arrivava accompagnato dal fido scudiero, quelle due volte a settimana in cui teneva lezione.

Aveva bisogno di conforto, il professore, di attenzioni, e cura. Io non sapevo. Dopo aver ricevuto dal Lami le rassicurazioni del caso, finalmente, toglieva il pastrano e prendeva il microfono; la vocina restava flebile e perduta, ignota. Lui lento, rigido e tremulo, minato dall’ideologia. I suoi occhi laminavano dietro lenti nere, cupe, lontani. Rincorreva se stesso nei segni alfabetici, nelle corrispondenze, e formularità – il corso era su Omero – parlava piano, non era tra noi, ma sperso dentro la lavagna, nei regesti, nei dizionari, negli elenchi.
Ricordo l’esame, bisognava aggrapparsi alla memoria, ed esibire le tessere del mosaico dell’intertestualità.

Molto sconnesso nell’eloquio, forse perché già malato, conduceva la sua battaglia contro la teoria oralistica. L’opera di Omero presuppone un impianto scritturale, sosteneva, riscontri intratestuali e trama organica starebbero a dimostrarlo. Omero era un autore col suo laboratorio, insomma.

Nei saggi del Di Benedetto il pensiero discorsivo diventava ossessivo, affilato; alla claudicanza vocale si sostituiva un incedere nervoso e assertivo.

La sapienza compositiva dei poemi omerici lo induceva a credere alla loro lenta macerazione scritturale contro i sostenitori dei tempi veloci di composizione.
Il sarto ha un disegno unico, trama e ordito ragioni che il cuore non ha.

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Ha’ rapiri l’uocchi! – Angelo Rendo

Ti si chiede soltanto di aprire gli occhi. Che cosa ti pare? Di compiere quest’azione che non costa nulla. Dormi, sta’ tranquillo, quel che ti si chiede è di svegliarti prima che sia troppo tardi. Non può venirti difficile aprire gli occhi.

(È una glossa alla luminosa espressione dialettale del titolo, che determina sbigottimento e radura. Se, per esempio, un uomo dice al proprio figlio di andargli a prendere le pantofole nella stanza da letto e il figlio non perde tempo nel mostrarsi ritroso, e rispondergli Miih, ma che stanno sotto il letto, sparse? Come fossero cento! Ecco, in quel frangente, l’uomo sarà costretto a confortare il figlio, e ad incitarlo, o a maledirlo, o a mandarlo a quel paese: Ha’ rapiri l’uocchi!)

Il vicesindaco di Chiamparino – Angelo Rendo

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Oggi è passato a gasarsi il vicesindaco di Chiamparino, ormai abita a Marina di Ragusa, è un pensionato. Tra una cosa e l’altra, non riuscendo a capirsi cosa fosse cosa e cosa fosse l’altra, a bruciapelo mi ha chiesto Lei è residente a Ragusa? No, a Scicli, questa landa è territorio di Scicli, peraltro. No, gliel’ho domandato perché sono in lizza per le Comunali di giugno a Ragusa. Ah, e con chi? Con una lista civica di Centro Destra. Ho capito. Lei ha già fatto politica, quando stava a Torino? (La volta precedente mi aveva rivelato di essersi da poco trasferito nel loco natio, a distanza di cinquant’anni, e di aver pure comprato casa. Un’occasione. Quindi, via, dopo aver messo cinque euro, con la sua Delta d’antan, la sua signorina, lui tutto impomatato.) Sì, sono stato vicesindaco di Chiamparino. (Chissà se durante il primo o il secondo mandato.) Ah, ora è migrato verso altri lidi. Sa come siamo noi politici, cambiamo facilmente bandiera.

Visita a Gesualdo Bufalino – Angelo Rendo

Fu agli inizi del nuovo secolo che mi saltò in mente di far visita a Gesualdo Bufalino. Non lo trovai.

Al cimitero di Comiso lo trovai, questo grandissimo scrittore, circonlocutivo e antifrastico. M’ero fatto 35 chilometri, ché tanto dista Comiso da Scicli, per non portare nemmeno un fiore, per non poter dire nemmeno una parola.

Ricordo di aver chiesto, stranito, al custode dove fosse la casa di Bufalino, e che di fretta mi diressi per il vialetto indicatomi. Mi pare girai a sinistra e che, prima di vedere Gesualdo Bufalino, vidi in basso Gesualdo Bufalino. Il nonno.

Due cose mi colpirono. La prima che i due Gesualdo avevano preso dimora entrambi a 76 anni, e la seconda l’epitaffio del nipote – del quale già sapevo – HIC SITUS LUCE FINITA. Ca n’attocca, quannu chiurimu l’uocchi. Mi parve inutile, ma formalmente ineccepibile, un ‘uno due due tre’ da chapeau. Non portavo cappello.

Fumo – Angelo Rendo

Ce la siamo fumata una sigaretta?! Sì, l’ho gettata ora ora. Capisco che fuma con dedizione dal lezzo e dalla voce fangosa che mostra. Io due: una, dopo il primo caffè, l’altra, dopo il secondo, a pranzo – mi premuro. Ma come fa? Io almeno due pacchetti. Come fa?? – ripete. Studio, applicazione. Metodo.
Sa che io è dal 2008 che non vado al cimitero da mio padre? Vi sono stato nel 2013 ad accompagnare mia madre morta, ma da mio padre no. (E dal 2013 neppure da lei.). Gli promisi che, quando avrei deciso di smettere, mi sarei recato sulla sua tomba con il pacchetto di sigarette, e lì lo avrei lasciato per sempre.

Pompe di mondo* – Angelo Rendo

Di questo coetaneo – ora approdato a Mondadori – ho recensito – su sua esplicita richiesta – tre libri. Di poesia.

Le prime due volte mi mandò il pdf del libro. La terza pretesi il cartaceo, nonostante avesse prima tentato, e di nuovo, di rifilarmene un altro, di pdf. E via!

Stavolta ha prodotto un romanzo. E, contestualmente, un sito. Delle mie due letture una sola, la più lusinghiera, vi appare. Delle altre due non v’è traccia. Le più controverse.

Così passa il mondo. Al minimo. E di fretta.

Se mi legge, o se qualcuno lo fa per lui, ricordo non gradiva Facebook – ma, a ben pensarci, tanto, questa pompa finirà anche sul blog, dal quale credo invece passi di tanto in tanto – gli dica che aspetto il quarto. Senza pompa. Lo recensirò bene. Prepari una seconda urna per me sul sito, due mancandone.

*Devo questa espressione (“Pompi ri munnu”) a Dario Vanasia, il quale la mutuò dal nonno; grazie a lui e al defunto nonno. Ogni pompa arriva al mondo senza volerlo, tende a gonfiarsi, procede, avanza, quindi scompare. Inezie. Io, tu e tutti.

Sfide – Angelo Rendo

A Pisa, prima di spegnere la luce, nella stanza che condividevamo con un amico, le serate passarono anche così: distesi pancia in giù sul letto, testa ai piedi, piedi alla testa.

Al centro della stanza veniva raccolta parte dei batuffoloni di polvere dimorante sotto i letti: lo strumento di gioco.

Sistemati nel centro esatto del ciclone, le timide lanugini subivano l’assalto polmonare. Soffiavamo senza posa, affinché dal centrocampo rotolassero sbilenche nella porta immaginaria dell’avversario. E la linea di porta era data dalla proiezione a piombo della barra laterale dei letti.

Il vincitore veniva decretato l’indomani.

Chi tossiva di più e/o starnutiva di più e/o si ritrovava più caccole nel naso (ne predisponevamo la conta) era il perdente.

Mimmo e il cormorano nel giorno di Natale – Angelo Rendo

Ieri mattina, giorno di Natale, quel cormorano aveva caldo, e spiegava le ali come un essere umano spiega il suo accappatoio davanti a un camino. Sul frangiflutto – senza Mimmo temere, l’uomo che alle 10:40, tolti e lasciati i vestiti a mucchietto, si è buttato a mare e, galvanizzato, ha scritto con un frustulo di canna data ora e Mi sono fatto il bagno Che Sballo e firma mimma – è rimasto a riflettere.

Li ho incrociati all’andata. Al ritorno dal pantano, invece, di Mimmo non c’erano che i calamai e la scritta sulla sabbia, lambite dagli zoccoli del cavallo che al pantano avevo incontrato e che da lì muoveva, cavalcato, verso Donnalucata. Le fide tamerici poi, i pali e la fredda e chiara lastra di sole sul mare. E quieto e quasi completamente perso al passo il ponticello.

Le “fumarole” di Plaja Grande – Angelo Rendo

Dietro il bunker di servizio, dove scrivo, a cinque metri, ci sono le serre. Siamo a Plaja Grande, a due chilometri e mezzo da Donnalucata, in antico contrada Piano Grande, ultima plaga del territorio costiero di Scicli, ad Ovest.

Sulla provinciale Donnalucata – Marina di Ragusa – dove appunto lavoro – e su per incroci e crocicchi che dalla provinciale diramano, e ancora oltre fino ai Macconi, fino a Marina di Acate, ad Ovest, e fino a Pachino, ad Est, la cosiddetta fascia trasformata, il paesaggio è sequestrato dalle serre. E da chi ci vive.

Capita che, come oggi alle 17:00, a circa trecentometri da qui, in barba a ogni regolamento, si dia fuoco alle piante di pomodoro estirpate, che si celebrino le velenifere “fumarole”.
Le piante – tra l’altro ancora umide per via delle piogge – allungheranno il fastidio per chi nei pressi vive. E a seconda dei venti di ponente o tramontana, a seconda del loro indugiare o del loro risvegliarsi, le nebbie, il fumo, il tosco prenderanno forma.

Nessuno vigila. E nessuno – o pochi – conferisce questi rifiuti speciali. Brucia. E fa bruciare gli occhi, la bocca dello stomaco. Porta la nausea, eleva lo stordimento a fase rituale ultima. Nessuno.