Porto Ulisse, o della finitudine

Il mare di Porto Ulisse è effettivamente un mare da naufraghi: dolce, irruento; avvolgente, di razionalità apollinea. Non c’è nessuno – se non pochi cafoni come noi, come tutti noi umani – a bagnarsi, a opporvi resistenza. E quei pochi che affollano quest’ultimo lembo di costa ragusana d’Oriente, nei giorni dell’immediato ferragosto, entrano sicuri, e posteggiano le loro macchine direttamente sulla spiaggia. Ci riconosciamo, e ci scambiamo occhiate, ammollate fra il truce e il beffardo. Fra la spiaggia e il pantano.
I tempi non sono mai andati, tantomeno sono bei. Sono sempre qua. Sono come sono. E il futuro che incombe è un impedimento all’espressione della debolezza umana.

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L’etica dell’illusione (sul dialogo fra La Porta e Scarpa) – Angelo Rendo

Del dialogo fra Filippo La Porta e Tiziano Scarpa, ieri, a Ragusa Ibla, nel corso del penultimo appuntamento della rassegna di libri ‘A tutto volume’, giunta alla nona edizione, e chiusa da Paolo Mieli, certamente ricorderò il basso vertiginoso della città coi suoi ponti e le sue scale, e la tana. Il Teatro Donnafugata coi suoi cento posti, occupati per metà. E la nicchia – dove eravamo installati – che plaude al funzionarismo e al garbo, e al ceto libero dal bisogno, che si fa tutto orecchi per i divulgatori e il saggismo piano.
Ricorderò pure Davide Rondoni, fra il pubblico, poco prima già incontrato davanti alla Chiesa del Carmine; risalivamo dal belvedere – che cinge la chiesa e aggetta sulla cava col torrente San Leonardo – un sentiero nodoso e lurido.
A piedi da Ragusa Superiore a Ragusa Inferiore (Ibla) e ritorno per “Il bene e gli altri” di Filippo La Porta, per l’intersezione Dante – Simone Weil. Il ricordo è un ponte per l’aldilà.

Il vicesindaco di Chiamparino – Angelo Rendo

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Oggi è passato a gasarsi il vicesindaco di Chiamparino, ormai abita a Marina di Ragusa, è un pensionato. Tra una cosa e l’altra, non riuscendo a capirsi cosa fosse cosa e cosa fosse l’altra, a bruciapelo mi ha chiesto Lei è residente a Ragusa? No, a Scicli, questa landa è territorio di Scicli, peraltro. No, gliel’ho domandato perché sono in lizza per le Comunali di giugno a Ragusa. Ah, e con chi? Con una lista civica di Centro Destra. Ho capito. Lei ha già fatto politica, quando stava a Torino? (La volta precedente mi aveva rivelato di essersi da poco trasferito nel loco natio, a distanza di cinquant’anni, e di aver pure comprato casa. Un’occasione. Quindi, via, dopo aver messo cinque euro, con la sua Delta d’antan, la sua signorina, lui tutto impomatato.) Sì, sono stato vicesindaco di Chiamparino. (Chissà se durante il primo o il secondo mandato.) Ah, ora è migrato verso altri lidi. Sa come siamo noi politici, cambiamo facilmente bandiera.

La pietà popolare – Angelo Rendo

A Ragusa hanno fatto FestiWall, figa incipriata, street art pregna. La Scicli pia celebra invece la sua santa patrona, Maria Santissima delle Milizie. Memento per l’automobilista distratto, lungo una strada che qualche anno fa fu teatro di un terribile incidente. 
Un grigio serbatoio fa da vedetta, la matrice, occhio ciclopico, benedice, un cavaliere col suo timido cavallo per caso assistono all’impennata del cavallo santo, Maria fende orribilmente l’aria con la sua spada. Ma non c’è più nessuno. Se non dentro quella casa o nei ghetti festivalieri.

Gli sciacalli di Vanity Fair

Riprendo da http://www.sciclinews.com/news/Quei-cani-assassini-siamo-noi-siciliani-/0000009582

[Due sciacalli, Edoardo Camurri e Ottavio Cappellani, si passano su “Vanity Fair” brandelli di carne ed esultano sbronzi di sangue. Il Cappellani sostiene addirittura che il fenomeno dei cani selvatici esista solo nelle zone fra Scicli e Modica, nel Ragusano!

Come al solito, le mitologie localistiche, pezzenti, pregne di ars lacrimatoria tonante, miseramente liriche, impressionistiche, pubblicitarie esplodono. Gente senza naso, avida di fama insanguinata, senza progetto.

Coi flussi parolai, con sicilitudine e sicilianerie si costruiscono carriere. La terra d’oro è sottoposta a inerte rappresentazione, il breve sforzo genera. Si piange il morto, ma non ci si divincola dalla querimonia. Campano cerimonieri del limite, becchini, seppellitori di vita.

E intanto la Tradizione, la Bestia, e in ispecie la mondano – letteraria, trae fuori, depopolarizza e connette potere con folklorismo.

La terra sta, a fauce aperta.]

A. R.

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QUEI CANI ASSASSINI SIAMO NOI SICILIANI

Perché il branco attacca l’uomo? E perché solo a Ragusa? Per Ottavio Cappellani “i mannari sono l’incarnazione di una terra violenta e decadente”. E questo è solo l’inizio. [di Edoardo Camurri].

Non fatevi ingannare da questa frase: “Continuo a pensare alla Sicilia come a un luogo modernissimo, come al destino dell’Europa”, perché il suo significato va letto al contrario, cioè come maledizione, come precipizio, come prospettiva di terrore a cui siamo condannati. Me la dice, a proposito dei branchi di cani assassini che stanno terrorizzando la provincia di Ragusa, Ottavio Cappellani, 39 anni, siciliano, uno dei più bravi, se non il più bravo, scrittore italiano contemporaneo (il 30 marzo uscirà per Mondatori il suo nuovo libro, Chi ha incastrato Lou Sciortino). “La zona tra le spiagge di Sampieri, le stesse spiagge dove è stato azzannato a morte quel bambino, Giuseppe Brafa, è un luogo che mio padre frequentava da ragazzo. E già in quegli anni esistevano branchi di cani selvatici. Ma non attaccavano gli uomini, puntavano alle pecore. La cosa interessante è che questo fenomeno esiste solo lì”.

Cioè?

“E’ la parte più violenta della Sicilia. E’ la Sicilia carnosa delle carrube e degli olivi. La Sicilia del vino forte e del sole che spacca le pietre”.

E i cani?

“Sono il frutto di quella terra. Si dice che i cani assomiglino ai loro padroni. Io ci credo. Ho visto pitbull dolcissimi e cocker di una violenza pazzesca, a seconda del carattere delle famiglie che li ospitavano. Quei branchi famelici sono l’incarnazione della Sicilia”.

In senso orientale?

“Forse. E’ come se i siciliani si stessero reincarnando in questo genere di animalità. Tra un po’, visto che siamo in piena decadenza, in Sicilia appariranno le tigri con i denti a sciabola”.

Che tipo di decadenza è?

“E’ la violenza del sistema siciliano, ormai raffinatissimo nel far scomparire l’umanità e la compassione. Un sistema in cui il povero fa comodo in quanto serbatoio di voti; è vero che i cani hanno ucciso quel bambino, ma lo fa tutti i giorni anche questo sistema”.

I cani sono dunque un simbolo vivente?

“Il cane mannaro è l’espressione della fine dell’impero democratico. Siamo nel gotico dell’horror. In Sicilia tutto questo è al suo punto estremo, e presto si estenderà in tutta l’Europa”.