I PIÙ ALTI CANTI D’AMORE – Angelo Rendo

Vorrei scrivere tanto, ma sono troppo occupato dal rispondere al bisogno umorista, non mi serve scrivere. Certe giunture hanno iniziato ad assumere un’altra articolazione. Come se chi ci parla non dovesse più rincasare. Ma, a ben vedere, è lo stesso che un autore chiami chi non voglia essere chiamato. Lo spirito si perde sempre nei peggiori momenti della storia. Così dice chi non ha mai pensato al dicibile, a quale paradosso neghi la parola alla parola in un cortile. Nelle più aperte stanze della terra c’è chi lotta per chiudere una partita, mentre in ogni segreta corte i più alti canti d’amore.

È un’altra cosa. Un’altra cosa quella che voglio dirmi, magari non la si trova che nel giorno. O forse abbiamo paura che di giorno viva la notte. Non è che un’affermazione l’augurio che tutti noi abbiamo elevato ad essa.

Scriverei quel che non canto, solo fosse mortale quel mondo, la parola che lo scrive. Ma quel mondo non è che lo sguardo più delicato del destriero dell’ultima cosa rimasta.

Quale sia il panorama potremmo non più saperlo, o averlo visto dalla notte del tempo, benché l’acqua non fluisca se togliamo ogni nesso.

Dimentichiamo il peso, la coorte romantica che circonda le generazioni paghe di visioni.

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