Inspiracion

Non ha orecchie, è anonima, sconosciuta, non letta o letta e dimenticata.

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La prigione


La parentesi garantisce la scissione del pensiero. Da una parte il lezzo, dall’altra il vezzo.

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La voce arrochita, umida, penetrabile dal male, permalosa.

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Il mestiere – che prende tutto sopra di sé – dà forma all’intoccabilità.

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Chi entra – in qualsiasi modo lo faccia – disturba. La porta pare aperta.

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Se ti comprano per una briciola, tu, scimmietta, salti sul carro. Le tue non erano obiezioni, pensiero, ma fango gettato addosso, vergogna. Rabbonito, sei schiavo, e te lo meriti.

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L’esclusività è ricercata. Per stringerti il cappio. L’illusione che il gestore del capitale sociale ti stia ascoltando.

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La regola omertosa e castale: chi mi ama, mi segua. Chi non mi segue, è perché mi odia.

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Così, la scrittura è intesa come attività primaria, produttiva. E non come mora. Si può mostrare una presa?

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Evidentemente, la credenza del superamento dà senso ai condannati.

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Se non sopporto il buio, e nemmeno la luce, né il fango né la gloria, ho già un posto: l’istituzione.

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Affondo la mano nell’acqua panagia. Nessuna resistenza in superficie.

AL GELO CHE SI SCALDI – Gianluca D’Andrea legge Salvatore Della Capa

internoesterno1AL GELO CHE SI SCALDI: “Interno, Esterno”, di Salvatore Della Capa, L’arcolaio, Forlì 2008

Il mondo spinge, dalla confusione dei valori, giunge al raccoglimento.

Una poesia percettiva dal chiuso di una posizione per certi versi privilegiata, per altri sgretolata – quando il sentimento etico, inventato e creduto dalla persona-poeta come vera prospettiva e unico percorso, si rivela fragilissimo al cospetto della varietà del mondo, allora la stessa poesia rischia l’urlo dispotico o l’autismo più frustrato. Niente di tutto questo in “Interno, Esterno”, semmai il tentativo, la ricerca vera, ma non affannata per necessità, di un appiglio al reale: Della Capa fa oscillare le sue tematiche tra la percezione minima del mondo (a volte provocata da un fastidio a cui il poeta sembra assuefatto, vedi “Udito I”, p. 20), lo sdegno per il male insito nelle fibre stesse dell’esistenza ed una appartenenza, di là da venire, che sarà agnizione, riconoscimento.

Il verso è libero e colloquiale, breve, ed insieme all’impostazione epigrammatica dei componimenti tradisce una volontà di definizione, un tentativo di giustizia essenziale. Siamo lontani da risentimenti moralistici, il percorso pare spingerci verso una sentenziosità compassionevole che apre al religioso (s’intenda una religiosità laica, l’unica possibile leggendo attentamente il libro).

Ancora è presto per approntare conclusioni, meglio lasciare la parola ai testi, al loro monologare in cerca di dialogo:

***

Udito

I

Neanche stanotte dormi.

Ti tiene sveglio

un ronzio un fischio,

non capisci

ti sei alzato

hai controllato ogni cosa.

Poi ti arrendi e a occhi aperti

arriva il tuo sonno

all’affannare dell’orologio

(p. 20).

***

Oggi la madre porta il figlio in un fazzoletto.

Pezzo per pezzo.

Dorme accanto a lui un sonno di sciacallo.

Gli ricuce il volto per provarne pietà

(p. 36).

***

E sia. Sopra le rocce rimangono i nomi sparsi

i pianti mischiati alla pioggia.

Chi vedrà i tanti sensi dell’acqua

le pozze di urina e sangue?

Chi ascolterà la melodia del dolore?

Niente accade negli occhi magri

niente nei latrati dei cani.

Oh i lamenti ci ricordano

piano, ci dicono

«polvere alla polvere»

(p. 38).

Gianluca D’Andrea

Il romanzo del ventunesimo secolo

Io credo che il vero romanzo del XXI secolo sarà sempre più una questione di processo: non esisterà Autore, come predica Wu Ming 1, né dinamiche altre che quelle industriali, come dice Giulio Mozzi sul futuro a breve dell’editoria. Si tratterà, dunque, di Progetti (maiuscolo perché veicolatori di Idea e Prassi e Marchio) del tipo di quelli portati avanti dalle grosse società di ingegneria, che elaborano-finanziano da sé (tramite procurement)-consegnano “chiavi in mano” lavori dei quali hanno esse stesse creato assieme ai decisori politici un bisogno, definito in base ad un malloppo economico o simbolico (economicamente futuribile) da spartirsi. Diverrà narrazione la scansione temporale dell’iter realizzativo, nel quale entra in ballo l’umanità allo stato brado dei soggetti portatori di interesse: falchi cementificatori, civette ecologiste, iene finanziatrici, pavoni da sfilata, utili idioti, terzo & quarto stato. E’ già un romanzo, in questo senso, la vicenda del Ponte sullo Stretto, con l’appalto pesantemente contestato e ancora in dubbio vinto da Impregilo; è altrettanto romanzesca la storia dell’impianto-prototipo nucleare a fusione ITER, aggiudicato al sito francese di Cadarache. Cosa cambia per il prodotto in sé, nel XXI secolo? Il manufatto resta un prodotto assai valido (al top delle esigenze qualitative del settore, nel suo tempo), realizzato da soggetti raggruppati per cooptazione. Non verranno più realizzati manufatti al di sotto di un certo standard e non sarà umanamente possibile, per un singolo isolato, realizzare processi complessi. A questo rimarrà, da fruitore estraneo al processo e al prodotto, un interesse umano e umanistico (dunque letterario) nel *dietro le quinte*, nei brogliacci di studio, nelle liti tra i contraenti. Ma sarà un interesse da tagliato fuori, da spettatore, che però cercherà di emulare “dal basso”, assieme ad altri paria come lui, l’organizzazione strutturata dei grandi gruppi. E’ il trionfo della tecnica che si innesta su uno stimolo all’aggregazione e alla lotta! D’altro canto, questo occidentalissimo orientamento al risultato razionale è per eccellenza arte, artificio, manufatto: la vera Opera come Processo. Questo condensare a addensare know-how procederà a sbalzi, venendo di tanto in tanto sbalestrato da singoli individui (estranei al processo) che affermeranno dal basso, casualmente e per aggregazione, diverse dinamiche di senso (dunque Opere-prodotto), prima di creare essi stessi nuovi gruppi dominanti o venire inglobati in quelli esistenti. E’ la vita il vero romanzo.

marzo 2006 – ripreso dall’inchiesta di Davide Bregola alla quale avevo contribuito qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2006/03/il_romanzo_del_50.html

Jorie Graham a Roma e Firenze – 13/14 Novembre 2008

Riceviamo, e pubblichiamo, da uno sconosciuto, Paolo Gervasi, della Luca Sossella Editore, il seguente triadico invito:

Jorie Graham


L’angelo custode della piccola utopia
Poesie scelte 1983-2005
cura e traduzione di Antonella Francini
Luca Sossella editore
arte poetica
Presentazioni del libro
del Premio Pulitzer Jorie Graham
13 novembre 2008, ore 18,00
Centro Studi Americani
via Michelangelo Caetani 32, Roma
presentazione del libro
interverranno
Jorie Graham
Antonella Francini, curatrice del volume
Marina Camboni, Università di Macerata e Presidente Aisna
Guido Mazzoni, Università di Siena e condirettore della collana Arte poetica
per info
Centro Studi Americani (Valeria Rosignoli), t. 06 68801613
Luca Sossella editore, t. 06 68309494
14 novembre 2008, ore 18,00
Comune di Firenze – Quartiere 2
Villa Arrivabene, piazza Alberti 1/a, Firenze
presentazione del libro e letture di Jorie Graham
all’interno del XX Corso della scuola di scrittura
di Semicerchio. Rivista di poesia comparata
coordinerà Antonella Francini, curatrice del volume

per info
semicerchiorpc@libero.it
asfranci@syr.fi.it

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Se a Gianluca l’invito personale era giustificato, viste le letture fatte ai loro libri, a me e al Corvo, e a chissà quanti altri subiscispam il farsi dare del partigiano della poesia, dell’animatore culturale è una slinguazzata insostenibile, un quasi adescamento.

Insomma, Sossella fa’ la brava, ti distingui per dedizione alla poesia e qualità dei volumi, ma sappiti comportare. Qualche mese fa ti mandai “La mezza parola” e hai fatto orecchie da mercante. Nemmeno a dire grazie porco per avere pensato a noi ma non interessi. Ora mi cerchi, non funziona.

Per me, alla prossima, sei spam, spam spam spam smanioso, pure te! Beeeh…beeeeh…beeeeeh…