RESET – Angelo Rendo

È venuto da Marina di Ragusa, in vesti da lavoro e con una lisa magliettina a maniche corte, bello in carne e gioviale, accaldato, settantenne direi. Iperteso, diabetico, ma magari no. Si carica la bombola e sorride. Ridiamo guardandoci. E che cosa dobbiamo fare, ci hanno rizzittati (rassettati, riposizionati, resettati, azzerati) esclama in dialetto. Non c’è scampo, mi rimbecca, lei ha la mascherina, ma non c’è mascherina che tenga. Rimarrà chi è più forte. Dopo cinque minuti arriva un altro, in pantaloncini, lo stoppo subito, prima che esprima la sua richiesta, Anche lei viene da Marina di Rg, vero? Sì, è da due settimane che sono in pantaloncini. Ha ricci fitti, a guisa di anelletti per la pasta alla Norma, incollati al cranio, e l’occhio ha giurbino.

LETTERA ALL’EPIDEMIA – Angelo Rendo

La società non si invera nell’eros, e nemmeno v’è profondità che possa perdersi nel rito, bisognerà vedere quanto larga la visione che informa gli officianti.
Proprio la parola-schermo, il logos imperante – che è anima del dispositivo – proietta su un palcoscenico e fa meta- di tutto, sperimentalismo e riscrittura.
Quale palcoscenico – che benedizione! – Siamo fuori dalla socialità, dalla sua scontatezza, e colui che parla tra di noi è il primo, e l’ultimo, agapico e senza nome.
Lontani dalle falsi luci, l’inganno annidandosi al livello certificato dal ruolo sociale.
Ma non si dà pienezza senza il capovolgimento del fronte: desacralizzare il flusso metastatico-evolutivo, impietrirlo.

Si è spento, allenterà la presa finché io stesso non lo risveglierò.
Non basta misurare la distanza fra due individui, il caso di luce fioca ammanta il male senza che nessuno possa.

Non credere che la parte più segreta e generativa sia fatta d’intenzione o che sull’intenzione possa darsi il dispiegamento delle forze alate.

Così il cervello è stato deregolamentato, e finito negli ingranaggi iposonici. E nell’andirivieni tecnofilosofico le forme si slabbrano, si spargono, e riorientano verso la nullificazione dell’esperienza.

NON ASCOLTATE I POETI – Angelo Rendo

I poeti sono noiosi, non raccontano niente, tengono tutto per sé. E nulla sanno, tutto hanno dimenticato. Non fanno mistero su quel che accadrà. Non contano frottole, né accampano un sistema, sono là, a due passi da te, non si curano. Tossiscono, starnutiscono. Non danno una mano.

Quando parlano, sette, o sette volte su sette, sono immuni dalla poesia. Chi li ascolta guarisce da un male che non ha, chi no s’ammala.

UN PALO – Angelo Rendo

Un palo della luce copre una minima porzione di mare, che una cerniera lontano sovrasta e per sempre chiude. Alla sua sinistra, un grande vaso di plastica, senza convinzione alcuna, ospita una meditabonda e smunta cycas; ha un fianco fessurato, e si strugge di non poter osservare il volo di un gabbiano, essendo storto, ferito e chiuso alla vista da un prepotente sedile in pietra di Comiso. Del muretto, in basso, infero, non conta fare parola, è bassissimo e lacrimoso. Gli oleandri e le palme nane, a destra, invece, trattengono i venti di ponente e fanno ombra, mentre il cocus, ritto nel tronco ma spazientito nelle chiome, mira al palo, alla sua inerzia.

IL FUOCO DELLA DISCRIMINAZIONE – Angelo Rendo

Dalla cultura, dall’intelletto a vista, dalle grandi letture, o dallo studio, e dalla curiosità redenta promanano il fetido, il carcere, il compartimento, la classe. Un sistema. Chiaro e tondo.
Come un anatema o un’invettiva cade, e salta i fossi, limita le frequenze, così abbassa gli occhi pieni di protervia chi è seduto bene e se ne vanta, mentre il fuoco della discriminazione a lui concede non più di due secondi prima di condurlo via.

Di fronte alla morte non vi è corpo che possa sparire o anima fatta di vento che possa farsi turbine e incenerire gli intelletti che parlano tramite la consueta bocca.