L’orgoglio – Angelo Rendo

Nel riflesso della coscienza, spesso, troviamo l’orgoglio, e troviamo la roccia. Un contenitore duale, che non scambia i due poli; ed è senza futuro.
L’orgoglio non ha una faccia pulita, e non sappiamo a chi si rivolga, pulsa. E si ripete, ignaro che nello spazio di una sillaba si perda la capacità di misura.
Malvagio come tutti i sensi interni, non esperisce che rinuncia, è mezzo in ogni forma e privo di vita.
Di colore rosso scuro, si attacca al cuore. Ruba coi suoi molteplici arti, ma non dal principio, sempre dalla fine, dal compiuto.
Lo rompono i più stabili e nulla può contro la natura, per quanto si creda concentrato e felice. Gode come un signore terricolo ma gli si è chiusa la fontanella; nonostante ciò fa la ruota e segue la luna di nascosto.
Solo se si imbatte per caso nel nodo in gola – cadendogli distrattamente la mano dalla narice – acquista sottigliezza e celeste concentrazione. Perde pienezza, e, fosco e diritto come un asparago, abbandona la strada. L’ottusità è il mistero del mondo, l’angolo illuminato. Qui passa il tempo carnalmente, godendo di sé. Mobile, vanitoso e prolisso, non c’è concetto che gli dia requie.
Poi il silenzio che avvolge nel braccio le spire del falso, le vene ininterrotte della disciplina.
E la mite irruzione del sapore che appaga e dà pace, fatto di midollo e sangue. Un pasto completo: la scrittura che preme sul brecciolino, distaccata, indifferente ad ogni enunciato residuo, che indaga il suo involucro.

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L’uomo che prega – Angelo Rendo

Come se fosse forte l’impellenza, agitato, mi chiede dove sistemarsi. In bagno? No, si corregge, bagno sporco. Qui, sull’ammattonato, fuori dal mio bunker, ma ci ripensa, e decide per il piazzale, lontano, e aperto al verde, dopo essere giunto improvviso col suo mezzo.
Quindi, tira fuori un tappetino nero, e, rivolto a nord-est, stretto da superstizione subitanea, in ritardo sull’ora del tramonto, e su tutto, acchiappa per i capelli la divinità, che lesta fugge via sulla sua Focus, prima che felice, coi denti in vista, mi saluti, e ringrazi, il dolce pakistano.

Di cosa sa la poesia? Di brodo – Angelo Rendo

Riccardo Falcinelli, insigne e autorevole grafico romano, nel realizzare per Carocci questa bella copertina, scrive – senza scriverle – tre cose: 1) la poesia sarebbe una cosa importante; 2) di essa, però, non resiste nulla se non un esoscheletro robotico. Anzi, solo due settenari, il primo ‘rotto’, il secondo liscio e rosso la garantiscono. Tre. Questi:

Pier Vincenzo
Mengaldo
Com’è la poesia

Ondivago, e dal carattere nervoso, il primo verso ‘abbruna’ il passionale e indifeso secondo.

Nell’adolescenza, a Scicli, quando si chiedeva a un amico Com’è, ci stava che la risposta fosse Co’ bruoru! (Col brodo!). Una maniera spiccia di murare l’interlocutore. Come va? Di cosa sa, la poesia? Di brodo. E addubbiti ri bruoru (‘Riempiti di brodo!’) un’altra colorita espressione per dire che di carne non ce n’era, solo brodo.

La lettera – Angelo Rendo

Ho scritto una lettera, che subito una nube ha avvolto. Dall’apice stillava sino al pedice un liquore cristallino; impassibile, non faticavo a riconoscerla, nonostante i livelli inferiori si componessero in rapporto unitario e ostinato. E ci fosse tutta una ressa di correnti e grani di sabbie ulteriori nel derma sottostante.

Come siamo messi? E dove? – gemmò la lettera.
Ci siamo, risposi.

Ogni gemma dimostra che la poesia propugna costantemente l’irrelazione. Per getti, innesti, silenzi e grida correla i passaggi di stato alla coscienza.

Quando fu che morì il mio barbiere? – Angelo Rendo

Il mio barbiere è morto ventitrè anni fa.

Fino al millenovecentottantaquattro, mi ci accompagnò nonno, attendendo paziente dalla poltroncina Mickey Mouse rimbalzassi a terra.

Nei due anni che seguirono, invece, il nonno si risolse a introdurmi solamente oltre la soglia; mentre, all’età di dieci anni, e per circa otto anni, iniziai ad andarvi da solo, con sommo fastidio.

Nel millenovecentonovantacinque decisi fosse giunta l’ora il barbiere morisse; comprai una macchinetta.
Che supplizio l’attesa, quanta ansia il numerino. E tutto quel va e vieni!
Lì viveva il destino, per intero riflesso sull’imponente e austero muro di specchio. Mi inghiottiva, quel muro, manco il tempo di chiedergli con vocina sommessa ‘Quanto ci vuole?’ che scomparivo muto, mai osato specchiarmi. Quanta resistenza.

Invero, il barbiere è morto l’anno scorso.

La Scicli di Velasco Vitali – Angelo Rendo

Non conoscevo quest’opera di Velasco Vitali del 2003: Scicli vista dal colle San Matteo.
Annegata nel piombo, Scicli sembra una città bombardata, in parte ricondotta al passato. O a climi mediorientali. Cancellata.
Un’interpretazione annichilente e furiosa. Non la più bella città del mondo, ma un quartiere di Beirut. Che poi, secondo una geografia interiore non malcelata ma esposta, è la Scicli di oggi.

MURFAGGHIATA – Angelo Rendo

Ognuno di noi ha un’immagine. In testa, nel portafogli o sotto il letto. Che ci perseguita. Ecco la ragione per cui passiamo avanti, e ci pare agevole trasfigurarla. È, di certo, una fatica, però; anche se, talvolta, càpita che l’apparenza venga intercettata col dito mignolo. E la murfagghiata, cosiddetta, capìta, e contenuta. In fondo, stiamo valutando l’immagine riflessa di Dio. Quanto nascosto e produttivo sia l’ancoraggio che l’accresce e spregia nel contempo.
Capire la murfagghiata significa presentire, chiudere un occhio per aprirne due.