L’INCOGNITA – Angelo Rendo

Tuccio Tagliabua, scrittore, amava essere a corto di idee. No che gliene fregasse non averne, era più per gli altri, che ne avessero gli altri, e basta, di idee.
Non conosceva nessuno al mondo, non conosceva altri scrittori, cosa volevano, perché lanciavano grida, facessero i seri, ritornassero al loro antico mestiere.
Un giorno, attraversando il ponte della Triste Usazza, inciampò su una trista pietra; e fu allora che si imbattè per caso – gli ruzzolò fra le palle, diciamo – in Rocco Il Neonatologo, neoteologo, il quale non parve degnarlo, come fosse stato un vituperato trattatista ebraico, mentre era proprio lui, lui il pacificatore estremo delle rovine, lo scienziato, e tante altre cose, persino il costruttore, l’operaio, il sanpietrino, il trattatista, e avrebbe dovuto capire.

NOVEMBRE – Angelo Rendo

Non sono rimaste che orme
tre lingue sature col più grande
spazio al centro.

Tumulo e alta onda lontana
alle dune alla fine del cielo.

Bisogna stare al contrario
Per vedere meglio come la terra
Come il cielo sia la terra
Il mare.

C’è sempre qualcuno
Davanti al fotografo
Sempre.

Ne inizi una che pare
La giusta, la vera
Mentre un’altra bussa e dimentica
Che la terza è la prima.

Novembre

Ha i colori delle salme
La luce indifesa di novembre

Dell’argento sepolto.

EPOMENI STASI SYGGROU FIX – Angelo Rendo

Le parole diventano umili, deboli e sconnesse; si piegano alla semplicità. Discettano sulle loro sorgenti. Compiono le azioni più scontate, vitali.

Uno scoppio nell’atrio del Museo Archeologico Nazionale ad Atene. Io che faccio la fila, Adriana alle mie spalle seduta. Adriana che svita il tappo della bottiglietta di acqua frizzante. E boooom! La bottiglietta rimane tramortita e ritta sul suo grembo, decollata, il tappo lì accanto giace. Nessuno che si preoccupa, l’acqua non si versa, ribolle, nemmeno sfiora le teste possa trattarsi di un attentato. Il botto è stato incredibilmente forte, da non credere. Adriana già si vede circondata dalle guardie, dai custodi. Io rido. Sono nel mio centro. Intronato. Gli altri ridono. Non è successo nulla, nessun controllo. Abbraccio il vaso del Dipylon.

Il Picasso in dialogo coi manufatti cicladici e dell’antichità greca al Museo Goulandris è terribile, gli basta niente, pochi gesti, per rimescolare le carte e diventare l’artefice cretese della testa di toro o il veggente scultore di idoli cicladico, il tebano, o il minoico appunto, il miceneo, distruttore di mondi. Questo fa Picasso, chiuso in una bolla temporale grande quanto l’orbe tutto. Fa confusione di ruoli.

Il maialino da latte a Kolonaki o le costolette di agnellone a Syntagma, il sovlaki di Pangrati. Epomeni stasi Syggrou Fix.

I FIGLI SUOI PIÙ DEBOLI – Angelo Rendo

La cronaca irrompe minuta e franta nel lazzaretto-mondo, incespica su se stessa e manda avanti i figli suoi più deboli.

È il caso, stavolta, del sindaco di Messina Cateno De Luca, il quale, intestatosi di promuovere una manifestazione di motoenduro, ha prodotto un video nel quale lo si mira equipaggiato di tutto punto da endurista e in sella a una moto nella sua stanza al municipio, smarmittando e suonando il clacson per compiere l’opera.

Non c’è alcuna forza che possa fermare e dimettere l’autorità, che, in tutta evidenza, si autofagocita e restituisce la più alta degnità al terrore che avanza.

MITRA – Angelo Rendo

MITRA

Nel molle pomeriggio di oggi,
Mitra aveva
sul sedile anteriore come passeggero
un coltello lama 20 con manico giallo.
Che riposava su un fianco, sprizzando
luce, disinibito.

Ho arretrato il mento e strabuzzato gli occhi,
ma niente ho detto. Gli ho dato il gas
benedetto.

Non sai mai
cosa possa passare
per la testa di un pezzo di pane.

Mitra sa che non è possibile
dare un passaggio a un coltello,
o averlo
per amico alla luce del sole,
per quanto s’abbia un buon cuore.

O non lo sa.

Che è poi la stessa cosa
che credersi un poeta essendolo,
o non credersi poeta essendolo.

Un fenomeno ricorsivo
che taglia in due
inizio e fine del viaggio.

MITRA – Angelo Rendo

Nel molle pomeriggio di oggi, Mitra aveva sul sedile anteriore come passeggero un coltello lama 20 cm con manico giallo. Che riposava su un fianco, sprizzando luce, disinibito.

Ho arretrato il mento e strabuzzato gli occhi, ma niente ho detto. Gli ho dato il gas benedetto. Non sai mai cosa possa passare per la testa di un pezzo di pane.

Mitra sa che non è possibile dare un passaggio a un coltello, o averlo per amico alla luce del sole, per quanto si abbia un buon cuore. O non lo sa.
Che è poi la stessa cosa che credersi un poeta essendolo, o non credersi poeta essendolo.
Un fenomeno ricorsivo che taglia in due inizio e fine del viaggio.

ATENE MANCA – Angelo Rendo

Il nero, vuoto e montuoso Peloponneso è ad una stretta di mano da Catania. Dall’alto, è una casa del cielo.
Un’ora e dieci per l’Attica. Atene. E il fondo, silenzio, nel lindo sottopasso del Venizelos a Spata.

Atene, ano d’Europa, e Grecia – panno usato e scosso da irresistibili venti occidentali – che teme, che desidera le coste turche, contro le quali impatterà, mentre le isole Egee, sconvolte da un ciclone indomabile, tentano di frenarne lo schianto, a guardar bene carta e forme.

Più l’occidente s’avvicina, meno si compattano le terre, e più l’oriente scarica le colpe al mezzo.

Rimane la rovina, la superba decadenza, l’angusto sentiero dell’abisso metafisico dentro quei volti strizzati e composti. La metro è un grande banco di prova, aiuta. Presa all’arrivo e mai più lasciata. Nessuna lingua straniera nelle viscere della terra. Gli Ateniesi covano il lutto. E da siciliano prendere parte all’ininterrotta processione dei treni è stato naturale.

Lo sguardo non è libero di vagare, come nei paesi dell’Europa del nord, ma deve dar conto all’umanità circostante. È per questo che non c’è più spazio. Atene manca. Secoli e secoli di esistenza non possono che condurre dritti alla tomba. Il tempo non batte più, come del resto se ne sbatte dell’Italia, il tempo.

Atene manca mi diceva Adriana. Certo, mi son detto, manca della morte, che la regalità sta apprestando per l’immondo futuro, o per il mondo futuro, abiotico.