Cinquantadue Ruòccili – Angelo Rendo

trucioli[Il 3 Aprile, Andrea Calabrese ha fondato e lanciato un gruppo chiuso su Facebook, “Dialettu Sciclitanu”, poi “Dialettu Sciclitanu ‘A Canigghia”; mi ha invitato. (Grazie Andrea!)

Io ho a mia volta invitato altri, contribuendo insieme ad amici e conoscenti, tutti compaesani, a una felice riuscita e scambio di grande e rara urbanità. Da giovani a meno giovani a matusa.

Nel dialetto – pasta ancora fumante, fatto di carne netta e spiriti sottili – si entra con coraggio, volteggiando nei suoi cieli o pestando con forza gli arti nelle sue sabbie mobili.

Proverbi, parole singole, modi di dire, che si è cercato con cura di circoscrivere alla parlata sciclitana, consapevoli però che le invasioni nel campo della tradizione più ampia isolana sono sempre in agguato, naturalmente presenti.

In poco più di un mese, dal 3 aprile al 6 maggio, per mia parte ho formato una collana di “ruòccili” (trucioli). E “Ruòccili” è il titolo (Anzi: a Lucia Nifosì debbo il titolo, grazie!).

Camillo Sbarbaro, grandissimo e misconosciuto ardente poeta primonovecentesco nel 1920 scrisse i suoi “Trucioli”.  A Sbarbaro questi “ruòccili”!

Scuzzulari i mura, trovar licheni, frammentare prima, deframmentare tutto.]

***

1) Ruòccili

[Trucioli]

Si identificano con questo termine anche i tarzanelli e tutto ciò che in genere essendo arrotolato pende o insiste in pieghe: da ammennicoli a purulenze o lordure fattesi solide. Stracci, bende, lacci, brandelli, stringhe.

2) Tanti saluti ro Zu Caracuozzu u Sbizziali, chiddu ca ‘ncugnava i ricotti nal’ariu co’ peri ra scecca.

[Tanti saluti dallo zio Caracozzo lo Speziale, quello che lanciava le ricotte in aria con la zampa dell’asina]

Letteralmente ” ‘ncugnava” = “incuneava”: nel senso di “lanciava”. Qui lo slittamento rende più produttivo il gesto, la cui precisione è magistrale. La ricotta è un cuneo. E Caracozzo un maestro.

3) Ficimu u varagnu ri Marianu!

[Abbiamo realizzato il guadagno di Mariano!]

Pare Mariano fosse un commerciante scriteriato. Che comprasse a euro 200 per rivendere a euro 180, pur di sbarazzarsi della mercanzia. Di Mariano nulla si sa. Non è mai esistito.

4) Essiri ‘bbiatu a peri ‘i vancu.

[Di persona trascurata, o moralmente a pezzi. “Lasciarsi andare (Cedere) come un piede di banco”. “Vancu”: banco da lavoro dell’artigiano, che sostiene molto peso e alla lunga tende a cedere.]

Varianti:
– Essiri ‘bbiatu a pignata ri strattu.
[“Gettarsi come un pentolone di estratto di pomodoro”. L’estratto (‘strattu) di pomodoro riversato (sduvacato) nella maidda (maida).]
– Essiri ‘bbiatu a cascittuni.
[“Lanciarsi a mo’ di cassettone”. Nel cassettone si custodiva la pasta messa a lievitare. Capitava lo si lasciasse scappare dalle mani senza pratica di dolcezza!]

5) Firricciuocciulu
[Piccolo pezzo di fil di ferro]
Si dice di cosa o persona attorta su se stessa ben bene come fil di ferro. Inestricabile.

6) Palummiari

[Fare come il palombaro]

Ciò che dall’alto si getta (si dice anche “ittari”) verso gli abissi terreni nel post sbornia. Quel che fa un palombaro.

7) Sucapirata

[Aspira peti]

Colui che è disposto persino a quello. Uno zerbino, o un vizioso!

8) Quantu n’ha pirata!

[Quante arie si dà!]

9) Maiara

[Magara, maga]

La radice è *meg (gr.) / *mag (lat.). In coda il suffisso d’agente *-ara: “colei che compie cose grandi”, letteralmente. Poi, ahinoi, l’assonanza con maiala rompe l’incantesimo.

10) ‘Mpricuddata

[“Impicciolata”: Picciolo (“Pricuddu”), difficile, se non impossibile, da staccare]

Così intimamente legata al corpo grande della tradizione da rimanere come uno scaccione nel forno.

11) Scippa e chianta.

[Estirpa (Cogli) e pianta]

Della pioggia ad intermittenza.

12) Hai ‘na bella tirèrica!

[Hai un bel ventre!]

Di persona dalla pancia assai prominente.

13) Si tintu finu na vintrazza!

[Sei marcio fin dentro l’anima!]

Sei posseduto dal male. “Vintrazza” peggiorativo di ventre, repositorio dell’anima.

14) Scialamuortu!

[Sciala morto!]

È una parola composta (verbo~aggettivo). Scialare da esalare: emettere l’alito vitale. Se la sciala infatti chi dà fondo a ciò che fondo non ha.

15) Si ficiunu fratuzzi!

[Sono arrivati alle mani]

Quando una situazione volge al peggio, senza esser stato messo il peggio in conto. E due estranei si fanno fratelli, come fosse tutto un gioco sognato. Che si rivela, invece, prepotentemente per quel che è: una zuffa.

16) Si sputarru i cula.

[Si sono sputati ai culi.]

Due ciarlano di altri due, se la raccontano. Caricano di fango le già roche voci, e si fanno meraviglia di come le cose siano andate a finire a quei loro due amici disgraziati, al fatto che siano arrivati ai ferri corti.
Vicini ma di spalle, di culo. Non si degnano nemmeno di uno sguardo. Pusillanimi, si sputano alle spalle, al culo.

17) Miscamicci

[Intreccia micce]

Di chi artatamente intreccia micce (fatti di diversa natura) al fine di alimentare un fuoco divoratore.

18) ‘Mmiersica

[Rimbocco (delle lenzuola)]

Potrebbe essere un deverbativo di inverto, is, inverti, inversum, ere (‘rovesciare’, ‘rivolgere’). Im-miersica. Con assimilazione della fricativa -v-, amplificazione della -e- > -ie- davanti a consonante e suffisso -ica di relazione.

19) È ‘na cavetta ‘i pìrata!

[È una gavetta di peti!]

**

È ‘ncuopp’i fumu!

[È un coppo di fumo!]

L’una e l’altro sono due contenenti, la prima in metallo, il secondo di carta.
I peti e il fumo non fanno contenuto, invece. Un uomo di tal fatta non lascia sostanza. Tutt’al più ammorba.
La ‘formula’ ossimorica di alto riguardo, poi, costringe peti e fumo nell’ambito dell’utensileria di piccole dimensioni.

20) Scruviddarisi

[Spetazzare]

Come se il corpo – al punto di massima concentrazione – diventasse una ‘cruvedda’, un corbello e, a quel punto, cedendo sotto il peso dell’aria e dei gas intestinali, si rompesse, si lacerasse, andasse fuor dalla cruvedda.

21) Agghiu ‘na carminìa!

[Sono agitato.]

Una sorta di disperazione muta. Non riuscendo a comprendere a quale parte del corpo portar conforto, si intreccia a fil di voce una litania (da *carmen) sgangherata.

**

Baschi agghiu!

[Ho mal di stomaco.]

Un mal di stomaco migrante, “altalenante”. ‘Baschi’ dal celt. *waska (ansia), spagnolo ‘basca’ (nausea).

22) Talìa cuomu si cirnìa

[Guarda come si cerne.]

Quartiàrisi

[Farsi a quarti.]

Scarcaniàri

[Schiumare dalle risate.]

Come fosse farina nel crivello, si dà un tono e poi un altro, fa un salto e ritorna al punto di prima, si dimena e cambia ritmo. Cerca di darla a bere e si nasconde, è insicura. Il crivello lavora a sua insaputa.
È in funzione l’arte del setaccio, della distinzione, della separazione, della divisione. Si incarnano più parti. Di una se ne fanno quattro.
Una postura, una “camminata” possono svelare i quarti.
Meno male che in taluni casi diventi liberatorio ‘scarcaniari’: avere in gola quella risata ribollente. Che sbrocca.

23) Sbanìsciala prima ca sbaìnu e scièrru totali, ah!

[Smettila prima ch’ io perda la trave (il senno) e faccia a pezzi ogni cosa!]

Sbaniri: svanire.
Sbainari: dallo spagn. *vaina (trave); una trave che sbaina, cede.
Scirrari: dal fr. *descirer (lacerare, fare a pezzi, strappare)

24) Tacchiàmu pa’ casa!

[Subito a casa!]

Di solito è un padre che così si rivolge a un figlio, reo di averla combinata grossa (“curpiau”, ha dato botte, per esempio, a un compagnetto).
‘Tacchiare’: il tacco è il soggetto di questa fuga dal luogo del misfatto. Si deve sentire perfino il tacco della scarpina. Di corsa a casa, ci penso io a te. Te lo dico io.

25) Cu’ ‘ssa cosa ca mi rissa assuntumai.

[Quando poi mi disse quello che mi disse, mi prese un colpo.]

‘Assuntumare’: Esser colpito da un sintòmo, cioè a dire da un
accidente.

26) N’u stricarru funcia funcia!

[Ce lo hanno strofinato con cura sul muso!]

Fra animali si fa così.
Andrebbe però chiarito, onde evitare facili doppi sensi, che il riferimento è a chi non può fare a meno di mettere al corrente il prossimo delle sue mirabolanti gesta. La qual cosa – in vista di un corretto uso della porzione di vita a ciascuno di noi assegnata – dà solo noia.

“Funcia funcia”: è un’epanalessi, da *fungo; il muso è una spugna che assorbe tutto il laido che è destinato alla terra.

**

‘Funciaturaru’: solitamente lo si dice di un imbianchino di scarso valore, ma potrebbe ben dirsi di qualsiasi persona eserciti un’arte.
Nel caso in questione la funcia sarebbe il pennello, usato come un muso di porco che grufola nel vile della terra.

27) S’a cumparfiarru.

[Se la son fatta (ragionata) fra compari].

Ode al sotterfugio.

28) M’appizzau ‘na frusta.

[Mi ha piantato una grana.]

Il magnifico piantagrane.

29) Nenti turilla, piffavurieddu!

[Niente turiboli, fatemelo come favore!]

“Turilla”: neutro plurale da *turibulum (incensiere)?

Non spargiamo incenso, stiamo tranquilli, non sacralizziamo troppo l’evento, pena il rimanere dentro una nube stordente.

30) Buonu chiui ri cannuliaratilla!

[Santiddio, basta con questo tirarla per le lunghe!]

“Cannuliari”: Se la cialda arrotolata nella canna fa il cannolo, è chiaro che colui che “se la cannulia” è chi qualsiasi cosa abbia tra le mani o tra i piedi – per esempio quando si giocava a pallone da bambini il lezioso era per antonomasia un “cannuliatore” – o in mente la gira e la rigira, la intreccia e fa cannoli, spirali di fumo. Problemi.

31) A Santa Cruci, ‘na vota, unu muriu, mentri arriminava ‘i carti, co’ pruvulazzu re’ carti.

[A Santa Croce Camerina, una volta, successe che un tale morì mentre mescolava le carte, soffocato dalle stesse ridotte in polvere.]

Quando, giocando a carte, uno dei giocatori va in trance durante la mescola e il più presente del gruppo interviene sommesso pronunciando le parole di cui sopra: spauracchio di morte.

32) Ràascala!
[Ràschiala!]

La situazione che il fanfarone sta illustrando è torbida. Quasi tutti quelli d’intorno sono rapiti. Tranne uno, che dal doppio servizio grida: “Ràascala!”

33) Schittarruni

[Celibe]

Schietto, accresciuto in Schittarruni. Significa che non c’è proprio alcuna speranza per un simile individuo. Troppo puro.

34) M’a stapiti ciarmuliannu.

[Mi state affatturando.]

Quel che uno ha in sorte non sempre è visibile, ecco che le forze di gravità iniziano ad agire. Si augura il male con formule magiche, spesso inespresse, appena toccate dal pensiero, non da voce.
O da un parlottio a voce bassa, nascosto. Che diventa ‘carminìa’ per chi lo strasente.

Il molto produttivo carmen > charme > ciarmuliari.
Canto, formula magica > Fascino, incantesimo > Legare per mezzo di una malìa.

35) Francu/a ri naca

[Libero/a dal dover cullare.]

Si dice di persona che si arroga il diritto di non compiere il proprio dovere. Nello specifico, un uomo, che non aiuta la moglie a “nacare” (cullare) il figlio neonato, è libero dal cullare. La naca (“culla”) stava appesa alla trave.

N.B.  In realtà, in origine, l’espressione è riferita alla donna che non può avere figli, o che ne ha già avuti, e dunque non è più soggetta alla gravidanza.

36) ‘N’atru tanticchia! Chi n’avimu assai?! Ca t’a ‘llacacciu, t’a dusu, t’a ‘mmasunu una!

[Quanto deve durare ancora questa commedia? – intende dire il babbo al figlio adolescente. Un altro po’?! Ne abbiamo ancora molto?! Son pronto a ‘cacciarti’, dosarti, ‘baciarti’ un bel manrovescio!]

Allacacciari: uno schiaffo che avvolge come un laccio. Manovre di accerchiamento della preda.
Dusari: la giusta dose di cinque dita sul collo.
‘Mmasunari: (vasuni>bacio) la sberla arriva e schiocca come un bacio.

37) Vàriva ‘i viccia!

[Barba di tacchino!]

Così si apostrofa un uomo dalla barba strana al quale non sarebbe consentito nemmeno uscire di casa, figurati parlare. Un uomo ridicolo a vedersi cosa vuoi possa dire di decisivo o importante.

In barba alle apparenze condanniamo questa maniera di condurre una discussione.

“Viccia”: tacchino. Si tratta di un lemma dialettale di importazione, registrato in Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata.

38) Ciamma mia, com’eni accatubbatu!

[Fiamma del mio cuore, com’è cotto!]

Di “accatubbato” l’accezione comune pone in luce l’aspetto strettamente connesso al mal di bronchi. Un groviglio di tubi nel petto, inestricabile fino al colpo di tosse che toglie ogni freno.
Ma “catubbo” è un aggettivo (dal fr. ‘caduque’) e significa ‘cadùco’. A ogni passo un mancamento, a ogni pensiero i confusi segni del declino.

**

Mentri buonu è appurmunatu!

[Appolmonato, che assume in viso sembianza di polmone, di color grigio-nerastro]

In genere è un’immagine putrescente quella che ci si para innanzi. L’effigie del male. Di una brace informe grigionerastra spruzzata di sangue.

39) Putenza rô gibbiuni!

[Potenza della grande gebbia!]

Sarei quasi tentato di contravvenire alle regole del gruppo, non fosse che una forza senza nome e dalle gambe lunghe mi induce a non perdere di vista l’acqua fonda del gebbione.

[Perdindirindina quanta potenza ha il cervellone!]

40) Scilamutanni

[Sfila mutande]

Questo pezzo, “True” (https://www.youtube.com/watch?v=ldXgK71pgxs), ti scila sia i mutanni ca i urazza (braccia). Sappiamo bene che all’alto grado di libidine contribuisce anche la musica ‘scilamutanni’, sdolcinata, zuccherosa. Da danno cerebrale.

41) Hai bisuognu ri ‘na criata tignusa!

[Hai bisogno di una badante pelata!]

“Criata”: dallo spagn. *criada, ‘cameriera’.
“Tignusa”: tignosa, affetta da tigna, calva.

La moglie al marito, la madre al figlio, quando l’uomo non tiene in alcun conto l’ordine. La donna, pur accettando a denti stretti il ruolo, sbotta senza speranza. E certifica: per te ci vuole una criata senza capelli. Che almeno non possa strapparsene. È una situazione del limite, quella prefigurata. E di un altro tempo, ormai morto.

42) Ma cui chiddu? Viriti ca eni cauru ri fresa!

[Vi riferite a quello là? Lasciatelo perdere, è una testa calda!]

“Fresa”: da *φρήν [φρενός, ἡ], animo, cuore, mente.

Ma la fresa è anche un utensile, che, in mano a un artigiano, rompe, frantuma, fa a “ruòccili” (trucioli) l’oggetto nel quale viene introdotta.

La radice è sempre *φρ-: vaga, insostanziale nella prima accezione, tangibile, visibile nella seconda.

Di moto si tratta, un moto che ‘svacanta’, svuota la testa e l’animo, spaura.
Vi è poca o nulla prudenza in una certa persona, la quale brucia, ha il fuoco dentro. È sola, temuta e coglionata.

43) Matri matri matri…Sugnu ‘nchiatu cuomu ‘mmascu!

[Madre mia….Sono gonfio come un maschio/mortaretto!]

L’iterazione iniziale la dice lunga e tutta e mostra come ci si appelli alla mamma terrena o alla Madre Celeste nel momento del bisogno. Prima che tutto possa finire, prima che si finisca e scompaia.
In questo caso l’esplosione incombe, e si spera il fuoco d’artificio si risolva senza dramma, in festa.
Si è avuto l’ardire di satollarsi ben benino, caricarsi di polvere da sparo (cibo) fino all’inverosimile, incastrarsi in un punto qualsiasi della terra: mina.

**

Panza ‘i canigghia

[Ventre di crusca]

Un ‘panzecanigghia’ è un uomo grasso, flaccido, che non si cura di ciò che mangia, né, prima ancora, di ciò che è.

44) ‘Ttuppau ruru.

[Si è avvicinato per ‘sprovare’ (mettere alla prova), ma ha trovato un osso duro (resistenza).]

“‘Ttuppari”: *dal gr. τόπος, luogo, spazio. Appressarsi a un luogo, a uno spazio, anche mentale.

La situazione è difficile da intendere. Le aspettative da rosee son diventate, senza essersene avuto il minimo segnale, nere. Un abbaglio. Che uomo dà ad altro uomo.

45) Èeettulu!

[Gettalo!]

A volte, capita anche di ripetersela a mente, fra sé e sé, questa esortazione – essendo un poco lontani (ma sempre senzienti) dal luogo dell’accadimento – di solito rivolta a chi ha iniziato a tirare uno scaracchio; cosa che non capita, invece, quando si è vicini, nel luogo del misfatto; allora, si alza la voce e allunga a dismisura la ‘e’, fino a che l’esserino (‘u pisciruovu’, altrimenti detto) tocca terra e muore. Il detentore, sgravatosi, ringrazia.
È un imperativo apotropaico: il male deve essere gettato fuori.

46) Ma com’è ca ti ierru a dissunu ‘i corna ri spudditriariti?

[Ma com’è che le corna che tieni ti hanno spinto a sfinirti di lavoro?!]

Non si può uscire dal proprio regime di giri, in genere. Chi lo fa, lo fa per sé e per tre: si spuledra, dà punti persino a un puledro. Al fondo, l’idea di dover far qualcosa ad ogni costo, col rischio di fondere. È stato il cornuto (il diavolo) che acceca, sono state le corna che impresta a chi vi rimane impigliato a trasformare un uomo in cavallo.

47) Bascieri

Da “basciu” (basso). Di uomo che coi suoi bassi istinti tenta di conquistare una donna. “U cuorpu ‘o basciu”: un colpo basso, infingardo, esca per topine.

48) Pappariddiarisi

Frequentativo di “pappare”. Girarsi senza tregua in bocca parole come fossero bocconi e gustarsele avidamente. Riempirsene la bocca ed espellerle alla maniera di bombe pa pa pa pa, tradendo quel che si è: bambinetti. Tra la pappa e le bombe.

49) Catapacchiu
Pacchiu

Pacchio: [Vagina]

Pacchio dal *lat. pasco (pascolare, nutrire, allevare). Il pacchio è un pasto.
Catapacchio vorrà dire allora pasto all’incontrario: la negazione del pasto, un pasto capovolto, non conforme alla regola culinaria.

50) …Caticriàu!
…Catagginiràu!

Appunto “ruòccili” di parole, frùstuli, che acquistano una regalità discreta, passano in mezzo ai denti come sussurri, o vi si impigliano come ologrammi di verdure o carne, o si pensano, ma nemmeno troppo.

[“Chi ti ha creato, chi ti ha generato!”]

È la mamma, la sua qualifica, che manca, e che i puntini di sospensione si curano di mettere al sicuro. Che sia un poco di buono la donna che ti ha generato, anche solo per un attimo, quell’attimo in cui una situazione si fa pesante, non è buono. Sono sempre gli altri a dirlo.

51) Mammalunatu

[Mammone]

Forse, al giorno d’oggi, le mamme splendono un po’ meno, tuttavia il figlio “mammalunatu” esiste ancora. La mamma è la luna, che, piena, infiacchisce gli spiriti di rivolta, preda il figlio, placca e placa. Catturato dalla mamma-luna.

52) M’a ficia a cuoddu ri piu!

[L’ha tirata per le lunghe!]

‘Ccurzala ‘a ‘ncidda!

[Accorcia l’anguilla!]

La sintesi è tutto.

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Il peso del titolo – nota su un nuovo manuale di letteratura italiana – Angelo Rendo

Claudio Giunta dice bene in questo articolo, che ho già condiviso su Facebook. Avrebbe però dovuto ‘seguirsi’ fino in fondo.

Parto dal titolo e al titolo mi fermo. Il suo nuovissimo manuale di letteratura italiana per Garzanti Scuola si intitola “Cuori intelligenti”. Un titolo male assortito. Un binomio terribile, brutto, disarmante, che ricorda tutt’al più un testo di narrativa melò per le scuole medie inferiori.
Il sottotitolo ‘Mille anni di letteratura’, invece, coglie nel segno. Sarebbe bastato questo.

[Sono fermo ai tempi in cui la pizzeria si chiamava pizzeria, l’osteria osteria, il laboratorio di analisi cliniche laboratorio di analisi cliniche con l’aggiunta del cognome del conduttore.]

Quell’infausto binomio non fa che palesare platealmente l’oramai insopprimibile e introiettato senso di inferiorità della parola nei confronti del numero, delle materie umanistiche nei confronti delle materie scientifiche.

Non fa dunque che sovraccaricare di senso l’insensata – per chi ha poco sviluppati sensi – volontà di scrivere, la cui forma non è replicabile e che, immune per troppa forza e gentilezza dal volontarismo, o da ‘picchiate’ di arduo scientismo, tutto accoglie e tutto restituisce senza che alcuno si metta in mezzo a ‘professare’ scismi, o fedi.

Tre settimane di poesia nei lit-blog italiani 2012 – il .PDF gratuito

Il .pdf gratuito che raccoglie integralmente i dodici numeri della rubrica di segnalazioni poetiche dal web di Giuseppe Cornacchia, presentata a puntate sul blog “nabanassar” nel 2012.

[Ho avuto modo di leggere poesia sul web nel 2012 e riporto qui le mie sintetiche note con link diretto ai testi, per possibile confronto di idee. Quasi 120 autori censiti cronologicamente, come apparsi sulla rubrica nel blog “nabanassar”. In sintesi estrema, qualche luce e molte ombre: la parola mi e’ apparsa spesso come ecolalia ed autoterapia. Poeta dell’anno: Roberto Roversi. GiusCo]

Scarica qui il .pdf a gratis. Vai a “I nostri e-book” per altri volumi gratuiti.

mi dispiace non soffrire di astinenza dalla poesia

Nei mesi di luglio, una felice consuetudine del mio periodo inglese era spendere una ventina di sterline su Amazon per l’acquisto di volumi letterari o poetici con i quali ingannare il vuoto accademico agostano. Il riflesso condizionato mi ha spinto anche quest’anno a preparare l’ordine, ma non ho acquistato. Le remore sono svariate e, qui in Italia, piu’ pungenti che mai.

Fondamentalmente, sento di aver fallito come poeta ed intellettuale perche’ il mondo letterario del 2011 non e’ quello per cui ho lavorato nei miei 15 anni di pratica militante. Infatti, ingurgitati uno ad uno i Padri e distrutti uno ad uno i Fratelli, sono rimasto solo, a chiedermi del mercato e della conseguente medieta’ che tanto spazio hanno nei pensieri degli operatori e sugli scaffali delle librerie.

E’ difficilissimo, cioe’, trovare e vivere le Opere del mondo presente. A parte gli strabismi prospettici, arrivato a quasi 40 anni tocca tirare l’aratro in prima persona e in terra ignota, il che ruba tutte le energie. Nel contempo, un’umanita’ a me ignota, ontologicamente ignota in gusti e comportamenti, si affanna tutt’intorno.

I volumi che volevo acquistare sono i seguenti:

The ode less travelled: unlocking the Poet within;
The Writers’ and Artists’ Yearbook 2012;
Identity Parade: new British and Irish poets.

e-book: Giuseppe Cornacchia traduce Paul Muldoon – la raccolta completa

Traduzioni in italiano di ventuno testi da Paul Muldoon, compiuta da Giuseppe Cornacchia negli anni 2008 e 2009.

Una consistente selezione e’ stata presentata su questo blog. Una poesia (“the eel”, l’anguilla di Montale da me riportata in italiano partendo da Muldoon) e’ apparsa su TESTO A FRONTE n.39, 2009, Marcos y Marcos. La traduzione della poesia “the stoic” e’ su TESTO A FRONTE n.44, 2011, Marcos y Marcos.

Non sono stati inseriti i testi originali in inglese per questione di diritti riservati. Un estratto di queste traduzioni e’ presente in Translations, audio libro di poesia per iOS

Pubblicate su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

Giovanni – racconto di Natale

GIOVANNI (di Giuseppe Cornacchia, 1996)

Quando nacqui, mio padre aveva ventiquattro anni e mi mise a fissare le api sulla cima della montagna. Faceva freddo, ma una lupa s’accorse di me e venne a tenermi nel grembo come fossi suo figlio. Il bosco puzzava di muffa e i cercatori di funghi palpeggiavano la terra, così da spremere frutti, ma nessuno s’accorse del fagotto accanto alla pietra.

In cima al monte c’era una croce di legno; sotto, una cava, la tana di lepri. Per due giorni una lepre m’ha dato dei frutti, prima che arrivasse la lupa. Mia madre osservava dal basso, aveva una lente. Mio padre le aveva proibito di venirmi a guardare: “Se vuoi che sia un uomo”, le aveva detto, “deve imparare a morire. Se dopo dieci giorni sarà ancora vivo, Dio avrà avuto pietà di lui e potremo crescerlo sano. Se morirà, non era qui il suo posto: Dio lo riprenda.” Mia madre non capiva, piangeva, poi aveva pensato che ogni suo figlio avrebbe tremato se il primo non fosse sopravvissuto, così si mise a pregare e osservare. Aveva pianto nel ringraziare la lepre, aveva morso le labbra invidiando la lupa.

Il decimo giorno ero ancora vivo. Ero il figlio della lupa, mio padre dovette sparare per portarmi con sé. Mia madre fu fredda: non ero più suo figlio, voleva che morissi, voleva accecarmi, voleva mangiarmi. Si ammalò di rabbia e per un mese non uscì di casa: in paese si disse del bimbo bastardo e lei non sopportava, pensava che avessero ragione.

Avevo due anni quando mia madre morì. Ci fu un forte frastuono giù nel granaio, mio padre corse, ma non ci fu nulla da fare. Tutto il paese fu al suo funerale. “È colpa del figlio bastardo” si disse, e mio padre annuì.

Paesaggi di Babbagia: le rocce di monti gentili, i pendii di ripe scoscese, il mare di fianco alla foresta. I paeselli sono avamposti, i lupi s’avvicinano, a volte bisogna far fuoco davanti alle case per tenerli lontani. Le notti appartengono agli spiriti: col buio il mondo di ogni pastore si dilata fino a divenire reale, incubi e domande irrisolte. Per questo l’alba è tanto ben accetta: si radunano le capre e si tira su al monte. Certo, fa freddo, ma il sole allieta, il sereno ristora, le capre si rincorrono. Né fa paura lo schioppo nemico, morire di giorno è come giocare, si vede il sangue fiottare dal petto e si va velocemente, appena una smorfia.

A questa terra devo quello che sono. Quando salto sui rami sento graffi e dolore, ma non tremo: io sono il bimbo bastardo, quello che il padre ha abbandonato alla montagna perché aveva ucciso sua madre. Avevo due anni. Amo i burroni, amo le sorgenti nascoste tra i colli, guardo cinghiali, sento i fili dell’erba, conosco i frutti dai fiori, prendo le pietre e le lancio, le osservo cadere; la brina si scioglie a rugiada e i grilli s’intonano,frinire-frinire-frinire.

Dietro la casa dove nacque Antonino c’era una stalla. Quando tutto fu abbandonato, due forestieri chiesero di chi fosse, non ebbero risposta e si misero loro. In breve quel luogo tornò ad animarsi con bestie e cristiani. Fecero vigne e a settembre l’aria frizzava di mosto. A gennaio uccidevano i capponi.

Una sera un vecchio del posto si fermò a mangiare con loro. Fuori pioveva e aveva casa lontano. Per ringraziare, racconto’ del bimbo bastardo: “C’era una volta un uomo felice. Sua moglie era sana, il suo gregge pieno di latte, la sua terra piena di frutti. Grandissima gioia fu sapere che avrebbe avuto un figlio. Glielo disse sua moglie, lei lo sentiva dentro di sé e lui lo sentiva dal grembo di lei. Poi lo disse in tutto il paese.
Fuori di qui, a mezza giornata, c’è una casa infracidita. Dentro abitava una vecchia, una strega. Mio padre diceva del figlio, lei l’aveva maledetto e quello era morto malato, d’un male che nessun prete era riuscito a guarire. Questa vecchia prese a malvedere la casa di Giovanni. Faceva erbe, spandeva polveri, e lui impazzì. Mise suo figlio appena nato in cima alla montagna a guardare le api e quello divenne il figlio della lupa. Tenuto lì dieci giorni, sopravvisse, ma la madre non volle più saperne: era il bimbo bastardo.
Maria s’ammalò, prima di rabbia, poi di testa. Due anni dopo morì. Un incidente, si disse. Io so che lei si infilò una roncola in gola, l’ho vista prima che Giovanni arrivasse. Giovanni regalò suo figlio a due pastori della montagna, ma quelli erano così poveri che lo tennero un giorno, poi lo misero nel bosco. Non si sa se è vivo o morto.
Giovanni morì poco dopo. Io non so perché a me sia stata data questa sorte, ma sapevo che sarebbe morto; è vero, lo giuro, gli spiriti della notte possono essermi testimoni. Ascoltate. Ebbene, io dormo di fronte a una finestra su cui batte il sole al pomeriggio. Quando fa giorno, accade che sul vetro ci sia vapore e che con la mattina vada via. Una volta, un mese prima che morisse, un’ombra simile al suo viso è rimasta impressa sulla finestra, prima di sparire. Sorrideva, sembrava salutarmi. Io ero sereno nel guardarla, sapevo cos’era e non ero triste. Sapevo che Giovanni sarebbe morto, che lui lo sapeva. Sapevo anche che era sereno, così lui, così lui verso di me, e ciò mi tranquillizzava. Non ebbi paura, solo pace. Un giorno prima che morisse, la finestra lasciò l’impronta di una mano aperta che salutava e accanto l’iniziale del suo nome, G, come lui la scriveva. Io capii che era il suo addio e che di lì a poco sarebbe morto, ma ero sereno, così lui, così lui verso di me, e ciò mi tranquillizzava. Non ebbi paura, solo pace e pietà. Aspettavo questa notizia, ero sicuro che l’avrei saputo. Infatti il giorno dopo lui morì. Era malato.”

“È una storia molto triste” disse la contadina, e si alzò per toglier tavola.
“E del bastardo cosa si sa?” fece il contadino. Una sorda paura del luogo in cui viveva da dodici anni iniziò a venire fuori. Solo sensazioni, fino a quel momento. Improvvisi freddi, spifferi, silenzi.
“Il bimbo oggi avrebbe diciannove anni, ma nessuno lo ha mai visto. Credo sia morto sbranato da qualche lupo. Se permetti, ora vorrei riposare.” Il vecchio si alzò e andò nella stanza che gli avevano dato per la notte.

La donna tornò. “Che pensi?” chiese al marito.
“Che noi siamo polvere e non basteranno capre e vigneti a darci una morte serena, se non lasciamo questa casa disgraziata.” La donna annuì, baciò suo marito sul capo e si ritirò a dormire. Il contadino rimase a contare gli ettari, i capi, le vigne e pensò che sarebbe stato doloroso vendere tutto, ma che era necessario. E s’addormentò solo quando la candela finì. Era quasi l’alba del diciotto dicembre.

tratto da “Legenda”, Fara Editore 2009, diritti riservati

Sotto l’ombrellone: BACHECHE 2006

Riproponiamo il lavoro antologico creato nel 2006 da Gianfranco Fabbri (ora editore per l’Arcolaio) sul suo blog, nella versione successivamente concordata ed editata da Giuseppe Cornacchia, quindi ospitata su nabanassar in formato .pdf col nome di BACHECHE 2006 (clicca qui per scaricare l’e-book gratuito).

Fu un punto alto della nostra -come nabanassar- esperienza comunitaria, probabilmente il piu’ idillico e aperto. Ne fu informato un prodotto che univa esperienze diverse nel segno del medium blog, riportando anche i commenti alle poesie, il tutto filtrato dalla competenza di Fabbri.

L’e-book aveva una forma canonica: introduzione stilistica, singoli cappelli agli autori e i commenti dei lettori; ebbe un discreto riscontro, addirittura ne fu fatta una presentazione dal vivo a Forli’, sempre per idea e merito di Gianfranco Fabbri. Presentare un libro che non esiste su carta fu un’altra bella scommessa, in anticipo sui tempi.

La riproposta e’ un modesto suggerimento per l’estate, la riedizione di un unicum, per come poi si e’ venuta sviluppando la dinamica dei blog letterari.

POETI PRESENTATI:

Massimo Orgiazzi – Piemonte
Stefano Guglielmin – Veneto
Massimo Sannelli – Liguria
Luca Ariano – Lombardia
Matteo Fantuzzi – Emilia Romagna
Salvatore Della Capa – Campania
Mimmo Cangiano – Campania
Matteo Zattoni – Emilia Romagna
Tiziana Cera Rosco – Lombardia
Giuseppe Cornacchia – Puglia
Fabiano Alborghetti – Lombardia
Vittorio Pergola – Lazio
Adriano Padua – Sicilia
Filippo Amadei – Emilia Romagna
Francesca Serragnoli – Emilia Romagna
Giacomo Cerrai – Toscana
Luca Frudà, – Sicilia
Marco Ricci – Marche
Antonella Pizzo – Sicilia
Cristina Babino – Marche
Fabrizio Centofanti – Campania
Nicola Riva – Lombardia
Roberto Ceccarini – Lazio
Giovanni Tuzet – Emilia Romagna
Davide Nota – Marche
Daniele de Angelis – Marche
Sabrina Foschini – Emilia Romagna
Danni Antonello – Veneto
Christian Sinicco – Friuli Venezia Giulia
Alessandro Ramberti – Emilia Romagna
Paola Turroni – Lombardia
Gabriele Pepe – Lazio
Sebastiano Aglieco – Sicilia