Horatius Rendo – (Carmina I, 34)

[Qui il testo latino]

 

***

Poco gli dei onoro e niente

pare.

Folle? Saggio? Erro. Ora

mi tocca ripartire da dove

avevo lasciato.

 

Ecco Giove affettatore

di nubi col fulmine spingere

nel puro tonante

cavalli e alato carro,

 

Giove scuotitore di terre e fiumi,

Stige, oltretomba e estremo

confine. Dio che basso fa

alto e alto basso buio luce.

 

Il rapace, la fortuna all’uno

tolse stridendo la corona

all’altro gode porla.

[Angelo Rendo]

Biennale di Venezia 2011 – di Federico De Leonardis

[Vengo incontro all’interesse che qualcuno mostra per il mio blog e faccio conoscere subito le mie impressioni, frutto di una visita attenta ma incompleta, perché la quantità delle mostre collaterali all’esposizione ufficiale ai Giardini e all’Arsenale è tale da richiedere ben più dei tre giorni scarsi che ho potuto dedicare a Venezia. Mi ritengo libero di tornare sull’argomento, perché alcuni artisti di cui si espone qualche opera in sedi “fuori” meritano un commento legato alla manifestazione stessa, ma così, a caldo dopo la delusione ricevuta, lo penso improbabile. Pur rimanendo fedele anche qui al mio intento di essere il più possibile sintetico, dovrò sfondare il limite di una sola pagina che mi sono imposto per i post, perché la Biennale 2011 è veramente mastodontica.]

Darò subito un giudizio lapidario sulla manifestazione ufficiale nel suo complesso: la peggiore Biennale vista finora, in assoluto (ma ho mancato le ultime due).

Meno sinteticamente e comunque con molta stringatezza: apertasi la falla, il fiume ha distrutto l’argine e ha allagato tutto. Il disastro è irreparabile: passeranno molti anni prima che il prestigio della manifestazione possa essere ripristinato. Parlo alle persone che ancora credono che l’arte non possa morire: se non fossi tra questi, dichiarerei senz’altro avvenuta la sua fine dopo aver visto quello che ho visto (quasi tutti i padiglioni ai Giardini – non quello inglese: una coda di due ore – e tutto l’Arsenale, meno il lavoro di James Turrel – anche in questo caso una coda di chilometri).

Per non scoraggiare proprio del tutto la vostra visita alla manifestazione ufficiale, darei questo consiglio: per vedere il lavoro di questo serissimo artista (all’Arsenale), quello di Boltansky (al padiglione Francese), quello di Markus Schinwald (al pad. Austriaco), quello di Prats (al pad. Cileno, Arsenale), quello di Andreatta Calò ( sempre all’Arsenale), e infine sulla via del ritorno, passare alla Dogana a vedere la ristrutturazione operata da Tadao Ando e per me la vera unica rivelazione della Biennale 2011, Adel Abdessemed, scegliete una giornata autunnale, possibilmente con previsioni metereologiche catastrofiche (tengono lontani i turisti), prendete il treno la mattina e tornatevene a Milano la sera: il tempo per incontrare senza tanta gente intorno le opere degli autori menzionati è sufficiente. Ah, ne ho un altro: munitevi di cattiveria e di un sacco per raccogliere la bile: è il nuovo carburante per la velocità necessaria a lasciar fuori il resto, tutto il resto, con buona pace di Vittorio Sgarbi (l’alter ego di Berlusconi nel mondo dell’arte visiva) e dei vari curatori dei padiglioni, che pur costruendo un allestimento spesso corretto, hanno dimostrato di non saper assolutamente scegliere. Certo è che anche gli artisti, quelli ancora in vita, non scimuniti dalla vecchiaia, non improvvisamente impazziti, che si sono adattati alle messa in scena del responsabile dell’Arsenale o alla volontà del loro gallerista o del critico che sponsorizzava la loro presenza in ogni modo, hanno le loro brave responsabilità (che io sappia, l’unico a essersi rifiutato è stato Luca Vitone). Raramente, anche nelle Fiere d’Arte di quarta categoria, ho visto rendere peggior servizio alle opere. Non ho altro da aggiungere? Certo moltissimo, ma mi premeva prima di tutto dire l’essenziale. Con l’andar del tempo il consolidamento della cultura di massa ha reso tutti ricattabili e quella che trionfa è la più assoluta ignoranza.

Avrei finito qui, ma già sento frullare nelle orecchie le voci di quelli che mi daranno del rigido, del superbo o quel ch’è peggio dell’invidioso. Cari malevoli lettori, amo troppo il mio mestiere (di artista intendiamoci e non di critico) per rinunciare alla mia intransigenza e quindi sono costretto a aggiungere qualche particolare, per dare una mano a chi ancora crede possibile l’esercizio dell’arte.  La Biennale 2011 ha dato una seria batosta al mio ottimismo, ma vediamo di riprenderci.

Anche qui occorre una premessa: “fuori”, a parte il tanto sbandierato Mimran, con le sue nuvole kitch (non vale nemmeno la pena parlarne), a parte alcune altre mostricciattole in giro per le calli, tra cui quella orribile del consolato giapponese, che presentava solo artisti (artisti?) della nazione, ho visto solo Kiefer  e Vedova, la Dogana e il museo Correr con due grosse mostre (una contaminazione curata da B. Corà e una personale di Schnabel).

Partiamo dalle delusioni inaspettate, Kiefer e Vedova, per esempio: mi dispiace per il maestro veneziano, morto da non molto vecchissimo, ma l’allestimento intelligente e sensibile dello Studio Renzo Piano (facile però sulle strutture architettoniche di base), non è stato sufficiente ad arginare la foga di mercato degli eredi della fondazione: le tele ammassate per terra e sulle pareti, senza alcuna soluzione di continuità, fanno capire i limiti della sua arte: quando nella singola tela un artista perde la tensione, la quantità mette impietosamente allo scoperto questa verità: questa non fa la qualità e il maestro ripeteva stancamente se stesso (all’epoca di Ragghianti era partito bene; peccato!); quanto a Kiefer, la cui intervista di qualche giorno fa (24.5) concessa a Repubblica lasciava sperare che  riacquistasse la verve d’un tempo visto che le idee chiare ce le ha, ha dato scarsissima prova di seguirle. Il suo pseudosottomarino fa acqua da tutte le parti, anzi è già affondato: la sbandierata alchimia galvanotecnica sul piombo, con gli acidi e lo zolfo (S), mostra che una cosa è pensare e volere, un’altra fare; e comunque, anche qui la qualità non è il risultato alchemico della quantità: il troppo pieno è evidente, dirò di più, soffocante: sono uscito da lì molto deluso e con un fortissimo desiderio di vuoto. Riflettevo: Vedova, questo novecentista audace, era vissuto troppo a lungo e il mostro dell’ipertrofico mercato era riuscito ad acchiapparlo al volo; Kiefer ha “solo” 67 anni, ma il successo e (malgré soi a sentir lui) lo stesso mostro ormai onnipresente gli stanno facendo fare la stessa fine.

Quindi l’intenso bisogno di vuoto, dicevo, mi ha fatto fuggire da lì. Purtroppo però, una volta fuori, siamo stati subito circondati (ero con due amici giovanissimi) dal pecorume vociante venuto a Venezia per partecipare alla grande festa (ma il Carnevale non è a febbraio?), tutti felici e col naso per aria (noi tre invece, in basso, sul più piacevole spettacolo dei culi ben torniti delle ventenni, naturalmente venute a Venezia per farsi ammirare, ma, riflettevo, anche qui riflettevo, già pronte al pasto del mostro summenzionato: si ciba di carne fresca quello! E chi può dargli torto?)

Via dalla pazza folla! Ma dove andare? Dietro e vicino, alla ristrutturazione della Dogana operata da Tadao Ando e diretta da François Pinault: ci fa tirare un sospiro di sollievo. Peccato solo che il grande collezionista, che solo per i lavori di recupero e trasformazione ha speso una fortuna, di arte ne capisca pochino, visti gli artisti chiamati a esporre nelle sale. Per essere precisi, Donald Judd si è già visto e in tutte le salse e, tra l’altro, dei minimalisti per me è il più debole; la scelta di dare a ciascun artista uno spazio adeguato e libero da vicinanze ingombranti, una scelta felicissima, non è sufficiente a rendere la visita soddisfacente. Certo, per farsi un’idea chiara dei limiti e delle potenzialità di ciascuno di quelli scelti, lo spazio diretto e orchestrato dall’architetto giapponese è l’ideale. A visita conclusa ci siamo fatti un’idea precisa su Polke, Cattelan, Schütte, Koons, Chen Zen e Mc Carty, (tutte stelle del firmamento attuale sulle quali hanno fatto i soldi, elargiti da collezionisti gonzi e ignoranti, migliaia di galleristi & C) e questo ci aiuta a evitarli altrove, ma la delusione rimane. Rimane il senso di solitudine, la disperazione per la constatazione del buco nero in cui è finita la sedicente arte dei nostri giorni: ci domandiamo, e non è la prima volta, che cavolo son venuti a fare al mondo gente come Beuys, Matta Clark, Anselmo ecc, se nessuno ne ha colto la lezione (e non è coglierla sfruttare solo in senso formale le invenzioni di quest’ultimo, cara Tatiana Trouve)? Sono troppo severo, troppo esigente, troppo intransigente? Il cuculo della grande Accademia dei linguaggi più disparati e opposti (a ciascuno il suo, la sua singolarità, la riconoscibilità che garantisce il mercato più cieco) è da tempo che ha occupato il nido e s’è magnato le uova dell’usignolo. Tutto questo va bene, tutto questo fa parte del sospiro rassegnato del mondo: è sempre andata così, la mondanità e la prepotenza di chi ne sa gestire a proprio vantaggio le debolezze c’è sempre stata; pensiamo per esempio alla Venezia del tempo di Tintoretto e Lotto, la capitale dell’arte di allora: il primo (presente tra l’altro nel padiglione Italia con tre tele di cui solo la centrale è bella, ma con molti errori: il Grande Maestro non è poi così grande nelle tele sacre, mentre lo è indubbiamente nei ritratti!), col suo esagitato attivismo e l’organizzazione della sua enterprise (leggi bottega), fagocitava tutte le commesse e con la sua malalingua contribuiva in definitiva all’esilio del secondo: ci sono voluti  ben 400 anni  e due palle come quelle di Berenson per ribaltare il verdetto sui valori dei due (a proposito, si aprirà presto a Roma una mostra sull’ultimo e non va mancata da chi saprà sopportare le code: les affaires – comunali – sont les affaires!). Tutto questo va bene, anche perché, con l’animo pesante, anzi proprio dalla garanzia di obiettività che regala sempre l’animo appesantito dalla tristezza di constatare la chiusura degli orizzonti, nell’ultima sala della Dogana incappiamo in una scoperta: un algerino non ancora quarant’enne fuggito dalla sua terra all’epoca della guerra civile è stato per me un’autentica rivelazione: l’arte non è morta. Non commenterò il suoi lavori, perché questi bastano a se stessi e poi voglio rispettare la libertà dell’occhio altrui, ma ripeto, sono gli unici che per me valgano veramente la gita a Venezia, questa terribile città rosa a morte dal cancro contemporaneo: il turismo di massa.

Non voglio commentare il lavoro di Schnabel al  Museo Correr, perché non ha per me alcun interesse: S. è un artista sopravvalutato, un sottoprodotto delle Transavanguardia, spocchioso e altamente ingombrante. Accennerò invece a grandi linee a quello di Bassiri nelle sale del museo archeologico dello stesso Correr: per quanto semplicissimo e quasi minimale, e in questo senso lodevole, forse per mancanza di libertà o per difetti di illuminazione, non ha raggiunto lo scopo: le lastre specchianti non riescono come vorrebbero a dialogare con l’ambiente altamente condizionante e quindi la “contaminazione”, che era certamente nell’intenzione, oltre che dell’artista anche del curatore (Corà ne ha recentemente organizzata una molto interessante a Milano – vedi il mio post Burri e Fontana a Brera); la scelta delle scorie vulcaniche (?), che giustificano il titolo (Meteoriti),  nel confronto con la statuaria antica è felice, ma per i soliti impedimenti che sorgono quando si interviene all’interno di una gestione poco sensibile all’arte contemporanea, il tutto mi sembra decisamente troppo pieno.

Per il momento non voglio aggiungere altro. La rabbia per la constatazione di quanto il mondo dell’arte sia caduto in basso mi avrà accecato, ma questo è il prezzo che si deve pagare, ho dovuto pagare io e dovrete pagare voi, al credito che curatori e galleristi hanno concesso alla presunzione giovanile. Perché è proprio all’ignoranza unita alla sicumera di questi ultimi che dobbiamo il grande casino orchestrato da Sgarbi & C. Tanto per citarne una, perfino un’artista seria come la Accardi all’Arsenale viene soffocata e travolta dall’onda del fiume uscito dagli argini. L’idiozia più becera e più spocchiosa di chi non ha mai guardato niente, di chi, per aver maneggiato con discutibile talento un computer o una cinepresa o una macchina fotografica, pensa di conoscere il mondo e di avere delle idee, la fa da padrona e ha fatto tramontare per diversi anni l’interesse per la manifestazione veneziana da parte delle persone che ancora credono all’esistenza dell’arte: i lavori menzionati sopra non sono sufficienti a ribaltare il verdetto. Minori o maggiori, tutti i curatori hanno dovuto seguire l’onda della moda: il mostro di cui parlavo prima condiziona tutto e tutti e i migliori valori e talenti vengono facilmente soffocati.

Un’ultima constatazione, direi un epitaffio: la più grande Fiera del mondo si è aperta a Venezia il 2 giugno appena passato e rimarrà aperta per molti mesi. L’apparente differenza dalle altre che si tengono in giro per il globo (soprattutto occidentale, ma ora anche l’Oriente e il Terzo mondo promettono bene) è quella che qui non si può vendere o acquistare niente di quanto esposto. Però i collezionisti muniti di block notes non devono scoraggiarsi: a loro disposizione, con abbondanza di particolari, possono trovare migliaia di pubblicazioni e gallerie che sponsorizzano impassibili questo gran mucchio di…

P.S.

Herbert Marcuse diceva che l’uomo del novecento si era appiattito a una sola dimensione ed è facile indovinare quale fosse. Quarant’anni fa, quando uscì il libro che spiegava perché, gli diedero dell’esagerato. Credo che qualsiasi persona seria, colta o meno, preparata o meno, dopo la visita alla Biennale 2011, dovrà ammettere il grande valore profetico della sua affermazione. In un tale stato delle cose ci domandiamo fra quanti anni sarà ancora possibile l’esercizio dell’arte.  Per il momento rassegnamoci a cercarla col lanternino in qualche caverna della nuova Tebaide.

[Classe 1938, Federico De Leonardis è un architetto di formazione che, nella sua lunga e complessa pratica artistica, ha sempre mantenuto uno stretto rapporto con l’architettura; tra le sue installazioni permanenti, Fessura e Contravvento I (a Sesto S. Giovanni), Fessura e contravvento II e Muri II (a Peccioli). 

Tra le numerose mostre e collaborazioni, De Leonardis ha lavorato con Galleria Continua (dal 1994 al 2001) ed esposto in vari contesti. Tra le sue ultime mostre, ricordiamo “A latere” (Maria Cilena Arte Contemporanea, Milano, 2006), “Polemos” (Castello di Gavi, 2006), “Firmamento nero” (Fondazione Cini, Venezia, 2008), “Nostalgie” (Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce, Genova, 2008), “Palinsesti” (San Vito al Tagliamento, 2008), “Quasi niente” (Pocko Gallery, Milano, 2009.]

Giuseppe Cornacchia traduce Philip Gross – Tre poesie (2 di 2)

Tre poesie da “The Water Table”:
– Sluice Angel (L’angelo sul canaletto)
– Designs for a Water Garden (Bozze per un Giardino d’Acqua)
– Severn Song (Canto del Severn)

Queste traduzioni sono inserite in Translations, audio libro di poesia per iOS

[Ottobre 2010, diritti riservati, Giuseppe Cornacchia. I testi originali non sono riportati e appartengono a Bloodaxe, 2009]

Pubblicate su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474