Quattro poesie dall’altare – Angelo Rendo

Sulla schiena sta
quale punta di pala
fastidia la pelle porta
terra dai gorghi notturni

tracima

in strisce dal cielo l’umido
cala netto taglia
la testa

s’adagia per lungo

la macchina coperta e tarda
in luogo preciso che dice
e non dice

quanto la notte è bella.

***

Da come se ne vanno basta
che vengano a colpire

dal bastione innalzato
le parole fanno la posta
all’altare.

***

Quel muro che alto non è
non piange del poco

e fermo s’abbatte la notte
scivolata in basso
a riposare.

***

Quattro poesie dall’altare risucchiano
se il sangue non è pronto a rapprendersi
in cocci invetrati nel legno di palissandro

ammettano i corvi di non vedere
che luce riflessa.

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Elzevirismo – Angelo Rendo

Che cosa leggono? [Ma chi, chi sono, di cosa parliamo?] Leggono i giornali, ascoltano la radio, navigano per siti d’inchiesta, ognuno sa e parla e prende posizione sul carnevale dei prelati, dei politici, delle mucche assassine. [Dove stiamo andando, che cosa fanno?] Intrecciano un discorso critico d’alta memoria storica e rimescolano il dato, continuando ad avvelenare le fosse. Tutto il contrario della latria. O di quell’abbaiare fuori dai recinti.

E seppure qualcuno sembrerebbe volerne uscire, si vede bene che quel qualcuno ha a cuore solo chi non c’è più; quel qualcuno sa bene che ci si fa spazio ingombrando la stanza o la strada di buone intenzioni o di belle erme: la vetrina dell’anticonformismo contro la quale si specchia, convinto di spaccarla a testate. Non è un caso si tenti il canone – avendo scarpe strette e vestitino rosa – sempre in luoghi deputati allo svolgimento dell’esercizio del potere.

Non importa chi sia chi scrive o parla, come non importa se quel qualcuno è tutti.

Dire grazie (Tindari) – Angelo Rendo

A chi parla questa Madonna nera del Tindari che trattiene il buio? Il Logos chiarirà. C’è molta confusione stamane a Tindari, è domenica; uno solo parla, la sua voce è inascoltabile per troppa umana forza. Lei è piccola, laggiù, in fondo, e con lei c’è Dio, irriconoscibile.

Col restauro del 1995-96 la Theotòkos bizantina ha perso il piviale di seta bianca, il diadema e il giglio, il Bambino la tunica candida e la corona. Nel corso dei secoli la Madonna aveva subito una progressiva e sfarzosa vestizione, oggi è nuda, nel suo legno di cedro del Libano, ed è la Nefertiti che inclina e sommove il promontorio del Tindari verso Oriente.

Il nostro passo, scosso, muove allora verso Occidente, verso la Tindari greco-romana, dopo un momentaneo stacco sul golfo di Patti e i laghetti di Marinello dall’alto del promontorio.

Ci si fa largo fra le bancarelle fitte sulla stretta via che conduce all’area archeologica fino a che non si giunge al cancello d’entrata; due cani ci accolgono all’ingresso e due impiegati alla biglietteria; prima tappa all’Antiquarium, quindi il decumano superiore, e subito ad est verso la Basilica (un propileo in direzione dell’agorà, sembrerebbe), poi l’insula IV, le due case signorili con terme, le botteghe e il decumano inferiore; si risale lungo il cardine e si svolta a ovest verso il teatro del IV sec. a.C, che, addossato a una collina, guarda il mare, pare Taormina. Niente templi. L’acropoli si suppone dovesse essere dove ora sorge il santuario e lì un tempio (?) dedicato a Cibele, mentre più in basso, alle pendici del Tindari, nell’attuale frazione di Mongiove, il tempio di Giove (?), il toponimo ne avrebbe mantenuta l’eco.

Il giro è stato veloce, c’era una comitiva nutrita che teatralizzava a tappe l’Ifigenia in Aulide, inframmezzata da note storico-archeologiche sul sito; una sosta lunga se l’è meritata invece l’Antiquarium: una testa in marmo di Augusto, due Nikai alate, una maschera tragica in marmo con copricapo frigio, statue romane di personaggi togati, iscrizioni, capitelli, un candelabro in bronzo, coroplastica votiva, un bel foculum dall’insula IV, urne cinerarie in piombo e in vetro con anse a “m”, unguentari vitrei campanulati, ecc. ecc.

Quando ce ne andiamo, dopo tre ore, dalle 10:00 alle 13:00 – eravamo partiti alle 6:15 – ce ne andiamo insoddisfatti un poco; è un sito mainstream, Tindari, di luce feroce, aperto all’azzurro del mare e alle tenebre dei Nebrodi; l’antichità sopravvive abbagliante e scontata. Si attende il miracolo, che qui arriva perché si è dimentichi del crinale su cui si svolge la vita. E allora dire grazie significa riavvolgere tutto il nastro, correre alle battaglie, al sangue, alla devozione che fa umano ciò che non ha nome e che riporta al quotidiano spento di un centro commerciale, l’Auchan di Melilli, ritornando a casa. Al Feltrinelli Village, una raccogliticcia libreria, dalla quale si scappa senza neanche aver fatto caso al misfatto compiuto dal signore obeso con in mano un libro di Chiarelettere, una scorreggiata sofferente e malevola senza alcuna tenerezza quale quella provata, invece, un’ora prima nell’area di servizio di Calatabiano. In bagno un marchettaro grasso quasi calvo con minicodino in mutande vestitino cortissimo e vaporoso a fiori e sandali con una pochette da bambina; e uno sguardo perso.

Odissea, XI, 34-50 – (trad. A. Rendo)

——

Supplicati i morti,
afferrai e sgozzai le bestie
nella fossa: fiottavano nuvolaglie di nero sangue.

Fantasime venute dall’Erebo furono lì.

Giovani spose, giovinetti, vecchi che molto soffrirono,
tenere vergini afflitte da dolore recente,
uomini trafitti da armi di bronzo,
o uccisi in battaglia con le armi insanguinate
vagavano intorno alla fossa urlando
terribilmente: ingiallivo.

Ma feci coraggio ai compagni, gli ordinai
di scorticare e bruciare le pecore
– scannate col duro bronzo –
e di invocare gli dei: Ade potente
e Persefone tremenda.

Io stesso, poi, con la spada affilata alla coscia,
fermo, non lasciavo si avvicinassero al sangue
le teste impalpabili, fumo

prima di interrogare Tiresia.

*****

τοὺς δ᾽ ἐπεὶ εὐχωλῇσι λιτῇσί τε, ἔθνεα νεκρῶν,
ἐλλισάμην, τὰ δὲ μῆλα λαβὼν ἀπεδειροτόμησα
ἐς βόθρον, ῥέε δ᾽ αἷμα κελαινεφές: αἱ δ᾽ ἀγέροντο
ψυχαὶ ὑπὲξ Ἐρέβευς νεκύων κατατεθνηώτων.
νύμφαι τ᾽ ἠίθεοί τε πολύτλητοί τε γέροντες
παρθενικαί τ᾽ ἀταλαὶ νεοπενθέα θυμὸν ἔχουσαι,
πολλοὶ δ᾽ οὐτάμενοι χαλκήρεσιν ἐγχείῃσιν,
ἄνδρες ἀρηίφατοι βεβροτωμένα τεύχε᾽ ἔχοντες:
οἳ πολλοὶ περὶ βόθρον ἐφοίτων ἄλλοθεν ἄλλος
θεσπεσίῃ ἰαχῇ: ἐμὲ δὲ χλωρὸν δέος ᾕρει.
δὴ τότ᾽ ἔπειθ᾽ ἑτάροισιν ἐποτρύνας ἐκέλευσα
μῆλα, τὰ δὴ κατέκειτ᾽ ἐσφαγμένα νηλέι χαλκῷ,
δείραντας κατακῆαι, ἐπεύξασθαι δὲ θεοῖσιν,
ἰφθίμῳ τ᾽ Ἀΐδῃ καὶ ἐπαινῇ Περσεφονείῃ:
αὐτὸς δὲ ξίφος ὀξὺ ἐρυσσάμενος παρὰ μηροῦ
ἥμην, οὐδ᾽ εἴων νεκύων ἀμενηνὰ κάρηνα
αἵματος ἆσσον ἴμεν, πρὶν Τειρεσίαο πυθέσθαι.