Ecopoema – Angelo Rendo

Il poema compare alla fine
come una festa di leoni
in mutande sulle strisce pedonali.

Mentre Handke dice U.
Eco è un arrangiatore
e il cane ascolta
me leggere Esopo.

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Fumo – Angelo Rendo

Ce la siamo fumata una sigaretta?! Sì, l’ho gettata ora ora. Capisco che fuma con dedizione dal lezzo e dalla voce fangosa che mostra. Io due: una, dopo il primo caffè, l’altra, dopo il secondo, a pranzo – mi premuro. Ma come fa? Io almeno due pacchetti. Come fa?? – ripete. Studio, applicazione. Metodo.
Sa che io è dal 2008 che non vado al cimitero da mio padre? Vi sono stato nel 2013 ad accompagnare mia madre morta, ma da mio padre no. (E dal 2013 neppure da lei.). Gli promisi che, quando avrei deciso di smettere, mi sarei recato sulla sua tomba con il pacchetto di sigarette, e lì lo avrei lasciato per sempre.

Cosa, Poesia? – Angelo Rendo

[Ho rianimato e sistemato una poesia già stiracchiata.

Composta quattro anni fa per il censimento dei poeti under 40 di Pordenonelegge (dove zoppa compare), ricordo di non averla incoraggiata né confortata. La mandai all’ammasso con qualche spina di troppo al tallone. Schifai e schivai la poesia, come era necessario facesse un poeta.]

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COSA, POESIA?

La censura è dopo. E sto:
affare cosa non so

dire non dire fare
cosa poesia o no?

Non so, o piccola cosa,
che so.

 

Idioma dell’eroe / Uomo che trasporta una cosa – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

IDIOMA DELL’EROE

“Questo caos presto sarà compiuto.”
– dissero due operai.

Questo caos non sarà concluso,
casa rossa e casa blu mescolate,

non finito, mai e poi mai finito,
il debole sistemato,

il povero di notte
ascoltato

come il ricco e retto.
Il grande non sarà mischiato…

Io sono il più povero di tutti.
Non posso essere rammendato,

grazie alle nuvole, amiche,
pompa dell’aria.

IDIOM OF THE HERO

I heard two workers say, “This chaos
Will soon be ended.”

This chaos will not be ended,
The red and the blue house blended,

Not ended, never and never ended,
The weak man mended,

The man that is poor at night
Attended

Like the man that is rich and right.
The great men will not be blended…

I am the poorest of all.
I know that I can not be mended,

Out of the clouds, pomp of the air,
By which at least I am befriended.

UOMO CHE TRASPORTA UNA COSA

Bisogna che la poesia resista all’intelligenza
assolutamente. Illustrazione:

una figura bruna in una sera invernale resiste
all’identità. La cosa che trasporta resiste

al senso più necessario. Accettali, allora,
come secondarie (parti non proprio percepite

del tutto ovvio, particelle incerte
del solido certo, fondamento,

cose fluttuanti come i primi cento fiocchi di neve
di una bufera da sopportare l’intera notte,

di una bufera di cose secondarie),
un orrore di pensieri all’improvviso reali.

Dobbiamo sopportare i nostri pensieri tutta la notte, finché
l’ovvio che risplende ristà immobile nel freddo.

MAN CARRYING THING

The poem must resist the intelligence
Almost successfully. Illustration:

A brune figure in winter evening resists
Identity. The thing he carries resists

The most necessitous sense. Accept them, then,
As secondary (parts not quite perceived

Of the obvious whole, uncertain particles
Of the certain solid, the primary free from doubt,

Things floating like the first hundred flakes of snow
Out of a storm we must endure all night,

Out of a storm of secondary things),
A horror of thoughts that suddenly are real.

We must endure our thoughts all night, until
The bright obvious stands motionless in cold.

Paradigma per intellettuali: tanti siano gli alterati, pochi i lucidi – Angelo Rendo

[Considerati i disgrafemi di cui è contesto il pezzo di Christian Raimo nella prima versione, che riporto sotto, in parte, perché è sparita – mi avvedo ora che ce n’è un’altra, e definitiva – concludo che lo avrà scritto in uno stato di picco intellettivo, o dopo una seduta dall’analista, e che, per via di un maledetto lapsus, abbia scambiato lucidità con minorità. L’uso prepotente di avverbi, del resto, la dice lunga sul manicheismo: scartare, dividere, noi/loro, separare, lucidità versus razionalità. Il tiro – che manca del bersaglio – viene aggiustato di continuo. I detentori del verbo ‘temporizzato’ lavorano così. Si alterano e trafilano il discorso senza raggiungere una sintesi coerente.

“[…] la lucidità è una conquista. […] La lucidità è diventata tra le persone che conosco il bene posizionale per eccellenza.”.

Si andrà in guerra per la lucidità. Auguriamoci di essere lucidi. Mah. Tanti gli stressati, pochi i lucidi: un paradigma per intellettuali. Fra i primi si annoverano gli intellettuali, appunto, fra i secondi tutti gli altri, ovvero i classisti contro le masse e il lumpenproletariat.

Ma la lucidità non è nient’altro che la punta estrema dell’intelligenza, il vertice della razionalità, la vetta della phronesis. Quella parte più esposta alla luce. Cioè tutto.]

L’EPOCA DELLA LUCIDITÀ COME BENE POSIZIONALE – Christian Raimo

“La maggior parte di persone che conosco o che non conosco e con cui vengo a contatto solo occasionalmente – compreso me probabilmente – è alterata: molti sono tremendamente stanchi, stressatissimi, in crisi profonda, prendono psicofarmaci regolarmente, sono rincoglioniti, portano avanti malattie cronicizzate che ne minano la vigilanza, hanno accessi di rabbia improvvisa, sono in burn-out, credono ai complotti, hanno attacchi di panico, sono dipendenti dai social network, sono ipocondriaci, sono workaholic, vivono una depressione mascherata o plateale da anni, sono pesantemente insonni, hanno paura di addormentarsi al volante, manifestazioni malattie psicosomatiche, eccetera. Per la maggior parte di loro, la lucidità è una conquista. Che può essere raggiunta almeno momentaneamente con un’ora di sonno in più, con un doppio caffè, con una Red bull, con un’ora di yoga a settimana, con una seduta dallo psicanalista, con una call su skype con il coach, con una lunga telefonata di consigli con un amico, con un bagno rilassante, con venti minuti di meditazione che porti alla mindfulness, con una lettura attenta di una pagina di wikihow su internet (addirittura di una pagina su come migliorare la lucidità mentale), eccetera. Ottenere, anche momentaneamente, anche parzialmente, questa lucidità vuol dire rimettersi un passo avanti rispetto a chi è invece alterato, stanco, nevrotizzato, delirante, ossia tarato su uno standard psichico deficitario che però è talmente diffuso da essere considerabile una norma. La lucidità è diventata tra le persone che conosco il bene posizionale per eccellenza.
Se fino a qualche tempo fa, mi rendevo conto, quello che era inconsapevolmente richiesto dalla pervasività del Capitalismo era di essere performanti, ossia competitivi, ossia di dare il doppio di quello che davano gli altri, di dimostrarsi i migliori sempre, oggi lo status da ottenere non è un surplus rispetto a uno zero celsius che è quello del normale agire sociale – la performance, appunto, l’etica prestazionale. Oggi nella temperatura che è lo zero kelvin dell’alterazione cognitiva, il traguardo è ritornare a una lucidità che la maggior parte delle persone ha perduto, e che costituisce un bene relativo, posizionale, appunto nella scarsità generale che si è creata.
Essere lucidi è diverso da essere razionale. È una dimensione sociale. Nessuno pensa di sé, se non proprio in momenti di carente lucidità, “Io sono lucido”. La lucidità è un carattere che ci viene attribuito da qualcun altro. Carlo Fruttero raccontava, quando in vecchiaia chiunque lo incontrasse parlava poi di lui dicendo: “Ho visto Fruttero, sempre lucidissimo…”. Allo stesso modo cerchiamo di rintracciare in continuazione discorsi lucidi, brani di discorsi lucidi, parabole politiche lucide, o anche discorsi privati lucidi, chiacchiere famigliari che mostrino la lucidità.
Se essere razionali comporta una scelta e un’etica quindi (una phronesis direbbe Aristotele), essere lucidi no: si può essere lucidi e coglioni, lucidi e stronzi (magari non volendo), essere lucidi e razzisti o sessisti o fascisti, lucidi e persino assassini. La lucidità la bassa risoluzione dell’intelligenza, per usare un termine di Massimo Mantellini. Non richiede comprensione del passato e del futuro, non richiede memoria o progetto, è solo un dignitoso funzionamento della nostra attenzione al tempo presente. Si può essere lucidi infatti a tempo determinato. Oggi sono lucido, domani invece no. Ho due ore di lucidità, per la serata non ci riesco.
[…]
La lucidità è la bassa risoluzione dell’intelligenza. Non richiede memoria o progetto, è solo un dignitoso funzionamento della nostra attenzione al tempo presente. Si può essere lucidi infatti a tempo determinato. Oggi sono lucido, domani invece no. Ho due ore di lucidità, per la serata non ci riesco.
[…]
Per questo la lucidità deve essere visto come una sirena di Ulisse tra i valori che proviamo a evocare nel deserto dell’ideologia. Dona un sinistro conforto che non ci fa rendere conto di quanto siamo orfani di intelligenza e razionalità e phronesis, e – ahinoi – ci garantisce un classismo nei confronti delle masse di lumpenproletari che per condizioni materiali spesso non posso permettersi di costruire una dialettica di classe, ma soprattutto ci dà l’illusione antistorica che subire la realtà del mondo sia una scelta politica. E invece, clamorosamente, è solo una condizione di schiavismo intellettuale.”

Oralità Analità Infamità – Angelo Rendo

Imperterrito continuava a scrivere “la luce che acceca”. Non certo un buon motivo per apparire ciechi. Era infatti la ragione – che spegneva la facoltà oracolare – ad accecare per fortuna la luce.

Per prendere alle spalle, s’era costruito un credito, sperando gliene avanzasse il giorno in cui se ne fosse trovato senza. Lo perse strada facendo per uso massiccio di grama ironia. Quest’insana interlocutrice passa, infatti, per essere una donna fascinosa. Non lo è. Fa la vittima. Ricopre di spesse coltri le menti che agguanta e ritaglia ruoli su misura.

Le fedine politiche come adagio e il ritrovarsi della specie fanno ressa. È l’infamità: che viene, si siede e non si spiega, prova col lumicino a far breccia negli angoli più bui. Si perde nel fosso, s’alza, saluta e se ne va. Senza cibo, senza fama, senza vita.

Pompe di mondo* – Angelo Rendo

Di questo coetaneo – ora approdato a Mondadori – ho recensito – su sua esplicita richiesta – tre libri. Di poesia.

Le prime due volte mi mandò il pdf del libro. La terza pretesi il cartaceo, nonostante avesse prima tentato, e di nuovo, di rifilarmene un altro, di pdf. E via!

Stavolta ha prodotto un romanzo. E, contestualmente, un sito. Delle mie due letture una sola, la più lusinghiera, vi appare. Delle altre due non v’è traccia. Le più controverse.

Così passa il mondo. Al minimo. E di fretta.

Se mi legge, o se qualcuno lo fa per lui, ricordo non gradiva Facebook – ma, a ben pensarci, tanto, questa pompa finirà anche sul blog, dal quale credo invece passi di tanto in tanto – gli dica che aspetto il quarto. Senza pompa. Lo recensirò bene. Prepari una seconda urna per me sul sito, due mancandone.

*Devo questa espressione (“Pompi ri munnu”) a Dario Vanasia, il quale la mutuò dal nonno; grazie a lui e al defunto nonno. Ogni pompa arriva al mondo senza volerlo, tende a gonfiarsi, procede, avanza, quindi scompare. Inezie. Io, tu e tutti.