Intervista rubata – Angelo Rendo

[Allo scrittore toscano Vanni Santoni è venuta l’idea di porre undici domande agli scrittori stranieri partecipanti al Premio Von Rezzori. Ha titolato le interviste ‘Discorsi sul metodo’. Compaiono sul blog di Minimum Fax (http://www.minimaetmoralia.it/wp/tag/discorsi-sul-metodo/). Ne ho letta qualcuna, quindi ho immaginato di essere uno scrittore internazionale di prima grandezza. E ho risposto alle domande.]

# Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dieci ore, durante le quali può darsi mi escano delle battute. Solitamente battute di arresto. Non esigo nulla. Non è esatto l’inesigibile.

# Dove scrivi? Hai orari precisi?

Da un po’ di tempo, da quattro anni almeno, scrivo direttamente sullo smartphone, scrivo post su Facebook; le traduzioni, invece, passano prima per la carta. Poi Facebook, quindi blog. Bara.

# Fai preproduzione o scrivi di getto?

Premo sui meridiani. E il sapere si aggruma prima, poi sfuma.

# Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

La ripetizione, il prima e il dopo svelano; il lavoro non è provocato dal taglio, ma da una piana carezza o da un papagno definitivo.

# Scrivi più libri in contemporanea?

No. Il libro è un’entità sofisticata, un lume ottuso, bellissimo, oltrepassato, che oscura il portato inscalfibile. Ha interiorità violenta e virale.

# Carta o computer?

La prima mi deprime, il secondo mi solleva.

# Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Minchiate.

# Come hai esordito?

Del mio esordio, avvenuto in quinta elementare, io, rotondetto, lento ma di piede buono, ricordo un gol all’incrocio dei pali poco fuori dall’aria di rigore nel campo di calcio a 5 del Polivalente di Jungi a Scicli. Impietrii. Non se lo aspettava nessuno, nemmeno io. Non ricordo più come finì l’incontro.

# Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Continuai per altri tre anni, ma diventai sempre più goffo e lento. Inutilizzabile.

# Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Per ogni libro che non ho finito ho taciuto sui finiti. Le certificazioni sono al vaglio della polizia.

# “Esisti” online?

Sì. Lì.

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Il destino del Mediterraneo – Angelo Rendo

Ieri  mattina, sabato, ho ricevuto una telefonata sul cellulare da un giornalista di un quotidiano filogovernativo, un comune amico ragusano gli aveva dato il mio numero, è sempre fastidioso una sconosciuto ti chiami. Ancor più che l’amico diventi lampaestampa uno sconosciuto. Sono stato cortese, ma non so quanta verità abbia detto, io a lui, lui a me. Abbiamo annullato l’intervista. Piacere!

Non c’erano dubbi. E non ce ne sono stati. Che percezione ha da siciliano di queste invasioni di popoli venuti dal mare? Per andare al sodo. Ho risposto che il Mediterraneo è un mare che porta sogni poco lucidi, infoltisce di rovi i sentieri della polis, che è insicuro della propria rilevanza, ed è tirato per le giacchette, in balia delle correnti del capitale, di cui è organo escretorio, e penetrabilissimo nel contempo. Questa la prima domanda; non ve ne è stata una seconda, avendo perso il fiato entrambi e sopravvenendo una macchina da rifornire.

Intervista a Damiano Abeni

L’editore “minimum fax” di Roma opera da qualche anno con forte appeal su un pubblico giovane, grazie al catalogo imperniato sulle opere di Carver, sulla generazione beat e sugli under quaranta, anche inglesi e italiani. La recente pubblicazione di “west of your cities”, antologia di poeti di gran nome americani (dodici autori nati tra il 1934 e il 1950 scelti tra laureati e pluripremiati), a cura di Mark Strand e Damiano Abeni -anche traduttore in italiano- è in un certo senso sorprendente e stimola alcune domande, alle quali Abeni stesso ha gentilmente accettato di rispondere.

1) Come si giustifica in “minimum fax” l’idea di un’antologia di poesia americana del tipo di “west of your cities”? Voglio dire: minimum fax è nota per le sue operazioni carveriane, con frequenti incursioni beat, e per la grande attenzione ai giovani under quaranta, ora anche inglesi; questa nuova antologia si pone nel mezzo (nel giusto mezzo, direi…) e celebra i pluripremiati. Da lettore sono contento, ma non capisco. Mi aiuta?

Non credo di essere la persona più adatta a rispondere: Marco Cassini e Daniele Di Gennaro potrebbero senza dubbio darvi una migliore collocazione di “West of Your Cities” da un punto di vista editoriale. Comunque io penso questo: un editore connotato e seguito come Minimum Fax punta di certo ad uno specifico gusto letterario e al suo pubblico, ma comunque privilegia la qualità dei testi, per cui… ho idea che sia stato abbastanza naturale per Minimum Fax presentare alcuni tra i migliori poeti nati fra il 1934 e il 1950 e molte delle migliori poesie scritte negli ultimi quarant’anni negli Stati Uniti.

…………. continua su: https://nabanassar.files.wordpress.com/2008/06/intabeni.pdf , aprile 2004

Diventero’ uno scrittore stupido

dialogo con Marco Drago (http://www.maltesenarrazioni.it)

1. Tu ti difendi dalla “visione”. Manchi di carisma. Sei un condensato che
non quaglia. In poesia, saresti un analogo di Umberto Fiori.

L’accusa è quella di essere uno scrittore prudente? Mah, la prudenza è sempre troppa, d’accordo… ma chiunque potrebbe essere accusato di prudenza, non so, forse siete come Moresco, che consiglia sempre di “tirare dentro tutto”? Io credo che la tendenza a tirare dentro tutto sia anche la mia, poi magari non ci riesco, ma dovreste leggervi i racconti de “L’amico del pazzo”, il mio esordio del ’98, lì direi che prudenza letteraria non ce ne sia proprio. Il carisma non è certo il mio forte, avete ragione, ma alla fine chi se ne frega? Non voglio fare il condottiero, non ho nessuna truppa, sono abbastanza solitario, più invecchio più mi accorgo di essere ignorante e approssimativo. È giusto che il centro del palcoscenico venga occupato da quelli che se lo meritano per aver studiato e per aver lavorato di più.

Sul “condensato che non quaglia” devo dire che il mio grande problema è una certa mancanza di programma. Prima o poi i nodi vengono al pettine: mi si chiede a volte di esprimere giudizi letterari che non sono in grado neppure di elaborare; mi si chiedono spiegazioni su certe scelte stilistiche o contenutistiche delle storie che scrivo o della radio che faccio e io non le so fornire. Come ho già più volte detto, il fatto di essere un artista non necessariamente implica che io sia un artista autoconsapevole. Molte delle cose che faccio scrivo o dico forse non hanno neppure un perché ed è doloroso venirlo a sapere nel momento in cui mi fanno una domanda specifica. Dunque, come dire, fate quel che volete ma lasciatemi stare.

…………continua su http://www.nabanassar.com/mdrago.html , maggio 2003

Paul Muldoon in italiano

libro muldoon

E’ finalmente uscito il selected in italiano di Paul Muldoon, curato da Luca Guerneri e pubblicato da Mondadori. Disponibile in libreria dal 15 aprile.

Riproponiamo qui l’intervista a Luca Guerneri per “nabanassar”, di qualche anno fa, e alcune poesie di Muldoon tradotte da Giuseppe Cornacchia e già apparse sul sito. Cornacchia sta lavorando autonomamente ad una selezione muldooniana di 20-30 testi che sarà pronta in estate.

2) Qual è il tuo approccio alla traduzione poetica e quale autore ti si adatta di più?

Questa è la classica domanda da un milione di dollari (sterline?). A un convegno sulla traduzione a Torino un paio di anni fa avevo paragonato la traduzione della poesia a un rigore calciato fuori dalla porta. Ma con stile ed eleganza, con la pressione del pubblico con il fiato sospeso, la rincorsa che solleva uno sbuffo di linea bianca, l’impatto sordo del piede sul cuoio gonfiato. Ma la palla finisce fuori e si ricomincia a giocare. Forse oggi direi che la palla ogni tanto finisce sul palo o sulla traversa ma la sostanza rimane quella. Anzi, maggiore è la consapevolezza della densità del testo, migliore è la tua capacità di lettura più aumenta la frustrazione di questa strana operazione del “dire quasi la stessa cosa”. Resta un grande divertimento e anche un ottimo modo per conoscere la poesia. Poi c’è la tecnica e quella si affina con il lavoro sul campo, evitare il poetichese, l’aggettivo per forza di cose prima del sostantivo, il compensare su altri piani quelle qualità formali quasi irriproducibili, dalla rima a al logoramento del cliché. C’è un libro davvero bello uscito per Quodlibet non molto tempo fa. La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza di Antoine Berman, è una delle cose più belle uscite negli ultimi anni sulla traduzione. Rimette in gioco tutta una serie di categorie ormai abusate da Teoria/Prassi a Fedeltà/Infedeltà, costringe a un ripensamento dei dualismi che hanno caratterizzato da sempre la storia della riflessione sulla traduzione e dai quali, così mi sembra, anche certi approcci recenti di ordine ermeneutico non sono riusciti a saltare fuori (penso ad Apel). Ah, e anche il volume che Giometti ha scritto sul rapporto tra Heidegger e la traduzione, uscito sempre per quodlibet. Direi che ultimamente l’approccio che mi interessa di più sta da quelle parti.     

 

l’intervista continua su: http://www.nabanassar.com/intguerneri.pdf

“The stoic”, “The merman”, “Why Brownee left” tradotte da Cornacchia: http://www.nabanassar.com/cormuld.pdf , http://www.nabanassar.com/duemuldoon.pdf

 

“C’è un’opera infinita che ci attende”

Intervista a Francesco Lauretta
a cura di Teresa Zuccaro

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Rubiamo (ma in fondo non è affatto un furto, lo vedrete) un po’ dello spazio che Nabanassar dedica solitamente alla poesia per fare un’ incursione fra le arti figurative, dato che abbiamo avuto la fortuna di poter fare qualche domanda ad uno degli artisti più interessanti dell’attuale scena italiana. Ecco dunque le domande e le risposte.


Pensando ad alcune delle tue ultime mostre, mi sembra di intravedere uno spostamento dell’attenzione da momenti e occasioni corali – Le Metafisiche – a riflessioni su categorie e gruppi – il ruolo dell’artista in Non saremo noi – fino ad arrivare a una dimensione forse più personale, quella di storie singole che si sfiorano in uno spazio catalizzatore nel progetto attualmente in lavorazione che si intitolerà, se è lecito dare una piccolissima anticipazione, Privato. E’ così? C’è un filo conduttore, un percorso che lega questi diversi momenti?


C’è una vita che significativamente si aggira intorno a questi titoli e c’è un coro che non sempre si vede, ma del quale si intuisce la presenza e, se non sempre questo coro è visibile, è riconducibile a cose vive seppur non necessariamente è composto di cose vive. Lavoro e m’impasto da sempre con qualcosa che io individuo come una presenza, necessaria perché m’avvisa della mia singolarità spesso provata da un quotidiano che fatico a comprendere e ad abbracciare, e pertanto questo fare, l’affannarmi intorno ai linguaggi, mi disorienta verso un immaginario che ringrazio e del quale godo come sontuosamente visibile, responsabile, perché mentre rispondo sto leggendo “Che ne sarebbe di noi, dunque, senza l’aiuto di quel che non esiste?” – è Paul Valéry che scopro ad inizio dell’ultima fatica di Tommaso Pincio, Gli alieni; perché mentre rispondo alle mie spalle c’è una casa che inizia a comporsi nel suo mito, una strada blu che proprio ieri credevo di avere sognato e che realmente vedo nelle foto che ho ritirato giusto ieri, foto che ancora realizzo intorno a questa casa ormai da sette anni, quasi. Sette anni fa avevo appena inaugurato Ceci n’est pas une pipe. Dopo, Matrimia, Via degli astronauti e così via fino a Privato che spero di risolvere in fretta anche perché sono curioso di quanto ancora mi manca.
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…………………..continua su http://www.nabanassar.com/fralauretta.pdf