Pasquale Giannino 2010: New Writing Factory

L’ingegner Pasquale Giannino, ex ricercatore Nokia-Siemens, va a lavorare nella letteratura, aprendo un’agenzia di valutazione/instradamento editoriale (New Writing Factory) assieme all’ingegner Roberto Vacca, divulgatore molto noto a livello nazionale e all’eclettico scrittore milanese Franz Krausphenaar. Il cerchio si e’ chiuso: il figlio del sud che tanto ha studiato, si e’ ricongiunto alle radici: anche i tecnici hanno un cuore, liddove la voce pubblica della professione e’ sempre piu’ rarefatta. Real Italian Epic 2010.

E sono dieci anni che qui in “nabanassar” cerco tecnici che facciano letteratura a livello serio, partendo dai propri studi, senza finire nell’escapismo dei generi o nelle distopie della fantascienza. Modelli canonici: Dostoevskij, Musil, Gadda, Sinisgalli. L’augurio alla New Writing Factory dell’ ing. Giannino e’ che possa scoprire talenti in questo senso. Sarebbe auspicabile creare sinergie con editori ugualmente intraprendenti, magari immaginando una vera e propria collana letteraria di tecnici/scienziati, ma questi sono discorsi posteriori. Per il momento, buon inizio a voi.

Ecco il comunicato stampa di lancio sul blog “la poesia e lo spirito”.

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Arriva l’ora del ricercatore low-cost, di Pasquale Giannino (real italian epic)

chiusura_siemensFinalmente un articolo che dice come stanno le cose: lo trovate in allegato. Perché la vicenda dei seicento ricercatori milanesi (di cui faccio parte anch’io, ma questo è solo un dettaglio) è emblematica di un discorso molto più ampio. Io lo tratto da alcuni anni nei miei racconti e nei miei interventi virtuali, autorevoli studiosi lo avevano anticipato molto prima di me: la deindustrializzazione dell’occidente. Che l’Italia poi sia più “avanti” di altri in questo campo non meraviglia, visto il fior di classe politica che dobbiamo sopportare. È colpa della crisi… La crisi un par de ciufoli. E forse ha perfino ragione la vecchia volpe di Arcore: il peggio è passato. A livello finanziario però. Bisogna chiarire di cosa stiamo parlando. Se avete fatto degli investimenti sbagliati – non per colpa vostra, per carità, ma di qualche imbonitore in giacca e cravatta che se non vi truffava perdeva il posto – se vi siete ritrovati della carta igienica al posto dei vostri risparmi e avete avuto la forza di resistere, forse fra un po’ riuscirete di nuovo a respirare. Se siete dei lavoratori presso una ditta colpita dalla crisi – quella vera, intendo dire una ditta che non ha più ottenuto finanziamenti dalle banche – se avete avuto il culo di non finire in qualche lista di proscrizione forse la busta paga in qualche modo riuscirete a salvarla. Ma quando parliamo di un colosso multinazionale che ha i soldi che gli escono dalle orecchie – e pensa bene di sfruttare l’onda della crisi per accelerare i suoi piani di delocalizzazione verso i paesi dove ancora è ammessa la schiavitù del lavoro (non solo manuale) e imprimere una crescita esponenziale ai suoi margini – beh, a questo punto l’emergenza non è più economico-finanziario ma diventa sociale. E la responsabilità non è tanto dei top manager che tutto sommato fanno il loro mestiere, ancorché vomitevole dal punto di vista etico (ma esiste ancora la parola “etica”?). La responsabilità è politica. Perché dietro quei seicento ricercatori ci sono seicento famiglie che dall’oggi al domani sono state costrette a reinventarsi la vita. Dietro quei seicento specialisti sfigati ci sono seicento progetti esistenziali andati in fumo. Questo sta accadendo nel paese, e il peggio deve ancora arrivare. Le potenze transnazionali in procinto di abbandonare l’Italia dopo averla spremuta come un limone sono tante. E nessuno può fermarle. Non esiste nessuna legge che tuteli non dico il posto di lavoro ma la dignità di quei seicento impiegati e delle altre migliaia che verranno. La responsabilità è politica. Ma come, vieni in Italia, ti permetto di accedere ai finanziamenti, ti offro i migliori cervelli del paese, li selezioni, li utilizzi al meglio per aumentare i tuoi profitti fino all’inverosimile… e a un certo momento li pianti in asso perché c’è un altro posto nel buco del culo del mondo che ti offre gli stessi cervelli praticamente gratis e senza nessuna tutela che si possa neanche lontanamente definire civile? Ma come si può tollerare un sistema così! Oltre a essere moralmente inaccettabile è proprio da fessi tollerarlo un sistema del genere. Santo Dio, tu vieni in Italia a fare i tuoi porci comodi, va bene, ti do i finanziamenti, ti do carta bianca ma tu mi garantisci un piano industriale da qui a dieci anni. Altrimenti fora d’i ball…

Erano gli anni del riflusso, di Pasquale Giannino, real italian epic (R.I.E.)

Nonno Domenico era un uomo alto e dalle spalle larghe, i capelli ondulati e candidi come la neve dei suoi monti. Erano la sua vita quelle montagne aspre e selvagge, un tempo rifugio di briganti e ladroni. Quando parlavi con lui era tutto un gioco di sguardi e silenzi, a volte accennava un sorriso, gli occhi velati di malinconia. Parevano gli occhi di un vecchio, ma non aveva neanche sessant’anni… La sera prima era venuto a trovarci. Mi sembra di vederlo, proprio qui davanti a me, avvolto in quel mantello che non finiva mai: il cappotto a rrota dei pastori calabresi. Il gregge lo aveva venduto. Qualche mese prima i miei mi avevano portato su a vedere la mandria, e lui le sue pecore me le aveva presentate una per una: “Lei è Genoveffa, quella lì è Camilla… quell’altra laggiù è Nicoletta, la più dispettosa…”. Poi affidò il gregge alla guida dei cani, mi prese per mano e ci addentrammo nel bosco. “Che animali ci sono qui dentro?” gli chiesi. “Tanti…” mi rispose. “Anche i lupi?” “Sì… ci sono pure i cinghiali” disse, stringendomi più forte la mano. Io lo guardavo e mi pareva un gigante, ed ero sicuro che mi avrebbe difeso dalle bestie più feroci… Era la vigilia dell’epifania, io ormai lo avevo capito che la befana non esiste, così avevo chiesto ai miei di portarmi con loro a prendere i regali. A quei tempi spopolavano i cartoni giapponesi, soprattutto quelli dei robot mastodontici che difendevano la terra dagli alieni. Potevano arrivare mostri di ogni genere dalla galassia più remota, ma il nostro megarobot li affrontava con le sue armi invincibili e per loro non c’era scampo. Ebbene, avevo chiesto ai miei di comprarmi uno di quei robottini. Il primo tentativo fu in paese. A San Donato, in realtà, un vero e proprio negozio di giocattoli non lo trovavi. Però c’era la putiga di zia Duminica a magliara, un piccolo negozio che si affacciava su uno dei tanti vicoletti dove, in mezzo alle stoffe e alla merceria, potevi trovare pure qualche giocattolo. Mio padre tentò di spiegare a zia Duminica il mio desiderio, uno di quei robot che si vedevano in televisione. Ma cos’erano queste cose moderne! Al massimo c’era il modello di una ruspa o di un trattore. Così dovemmo andare a Cosenza, come accadeva sempre per gli acquisti più “importanti”. Che strano tornarci dopo l’esperienza al nord! Ogni volta che la vedo mi sembra più piccola. E pensare che allora mi pareva una metropoli… A ogni modo, andammo a corso Mazzini, la via dello shopping. Era facile, tra la folla, distinguere i cittadini dai paesani. Non solo per la cadenza inconfondibile del capoluogo: i “cafoni” della provincia li sgamavi per come vestivano e come si muovevano… Entrammo in un negozio che sembrava il paese dei balocchi: trenini, auto da corsa, soldatini, pistole, orsacchiotti e pupazzi vari, i mitici Lego… Poi c’era tutto uno scaffale di robot da combattimento, astronavi, mostri intergalattici… Fra le altre cose notai un carro armato: chiesi a mio padre di comprarmelo insieme al robot.

Quella sera non stavo nella pelle, sapevo che doveva arrivare nonno Domenico, non vedevo l’ora di mostrargli i doni della befana. Quando lo vidi gli saltai addosso, poi corsi a prendere i regali. Non rimase particolarmente colpito dal mostro meccanico. Presi il carro armato, lo misi a terra e lo azionai. A un certo punto raggiunse la sua scarpa, si ribaltò e continuò la marcia dalla parte opposta. Stranamente il suo volto si incupì. L’indomani sentimmo bussare alla porta: vidi mio zio Carlo visibilmente agitato. I miei si precipitarono fuori. Non capii esattamente cosa stesse accadendo, ma pensai a mio nonno. I suoi occhi erano più tristi del solito quella sera. Forse l’innocuo giocattolo gli aveva ricordato gli orrori della guerra, la prigionia… Oppure aveva avuto uno strano presentimento. Avrà pensato a quelle montagne incontaminate, alla pace dei boschi… prima di baciarmi per l’ultima volta.

Pasquale Giannino – gennaio 2009

Anni di piombo? di Pasquale Giannino, Real Italian Epic (R.I.E.)

versante orientale
San Donato di Ninea - versante orientale

Spesso rimpiango di non aver vissuto gli anni Settanta. Ero troppo piccolo, mi resta solo qualche frammento, come il giorno in cui rapirono Aldo Moro. Mi pare di vederlo, mio padre, che fra un sorso di whisky e l’altro commentava la notizia con un amico in salotto, e non capivo perché fossero entrambi così preoccupati. Ricordo che scoppiai in lacrime quando dissero che era morto papa Luciani. Non so perché, ma io a quel papa volevo bene. Poi elessero il polacco, ma se devo essere onesto non mi era per niente simpatico. Dopo, crescendo, ho imparato che ha avuto un ruolo cruciale per la storia del mondo, che ha dato al muro la scossa definitiva e tutto il bla bla bla che hanno imbastito intorno alla sua figura. Ricordo l’elezione di Pertini, e fu anche per lui amore a prima vista: era come se avessero eletto mio nonno… La nostra casetta si affacciava su via XXIV Maggio, una viuzza tutta in salita che cedeva il posto, una ventina di metri più in alto, a una scalinata che era uno schianto. Appena la imboccavi c’era sulla destra il palazzo di don Peppino, un vecchio medico rimasto nel cuore della gente. Morì proprio in quel periodo, quasi novantenne. Lo ricordo quando usciva per andare a prendere il giornale vestito da gran signore: il bastone sotto il braccio, lo sguardo altero, camminava dritto come un fuso. Qualche tempo fa gli hanno intitolato una piazza, in verità si tratta di un piccolo slargo: quello che separa la via dalla scalinata. Io sono stato sempre molto attento agli aneddoti che ci raccontavano i vecchi del paese, eppure vi confesso che non ho mai capito, da quei racconti, quale fosse il merito di tanta adorazione. Sarà stato un medico dei poveri, uno alla Céline, uno che non chiedeva soldi a chi aveva problemi… Macché, niente di tutto questo: era uno che si pagava profumatamente. Conosco la storia di un contadino che dovette vendere l’asino per pagare una sua prestazione… Davvero, non ho mai compreso il motivo di tanta reverenza. Se qualche volta vi capita di passare da San Donato di Ninea, provate a chiedere chi era don Peppino Lamensa. Sicuramente vi sentirete rispondere che era un santo… A ogni modo, dall’altra parte della scalinata c’era una putiga, un negozietto di generi alimentari e altri prodotti utili al lavoro delle massaie. Ogni quartiere ne aveva una. A quei tempi i centri commerciali non c’erano ancora… Proseguendo per una cinquantina di metri trovavi un’altra piazzetta, in alto campeggiava una scritta del ventennio. Ce ne erano altre sparse per i vicoletti, ma quella era particolare: faceva riferimento alle sanzioni che avevano colpito l’Italia dopo l’impresa coloniale voluta dal duce. Dalla piazzetta potevi accedere al municipio, che era l’ultimo palazzo costeggiato dalla scalinata. Mio padre a quei tempi faceva parte della giunta. Avevano dato vita a una coalizione molto strana: il sindaco era un democristiano incallito; il suo vice era pazzo di Almirante; mio padre era un socialista della corrente di Mancini. Insomma, avevano realizzato in ambito locale un compromesso storico ancora più spinto di quello sperimentato a livello nazionale… Una notte mi svegliai di soprassalto: fuori c’era un trambusto che non avevo mai sentito prima. Urlavano slogan che mi parevano incomprensibili, ma uno lo capii: ce l’avevano col sindaco e con la giunta. L’indomani mattina mio padre mi portò con sé al comune, quando passammo davanti alla scritta commemorativa, notai che era stata sfregiata con uno strano simbolo. “Cos’è quello?” chiesi a mio padre. “Il simbolo dell’anarchia.” “E cos’è l’anarchia?” Non mi rispose.

Ecco, questi sono i miei ricordi degli anni che sono stati consegnati alla storia come anni di piombo. Il resto l’ho appreso dai libri e dalla vita che vivo ogni giorno sulla mia pelle. “Bisogna essere competitivi!” ci ripetono fino alla nausea. È questo il “Verbo” del nuovo millennio. Ma nessuno ci avverte che la competizione è per pochi.

Pasquale Giannino, ottobre 2008

Pasquale Giannino: real italian epic (R.I.E.)

…………………………………………………intervento di Giuseppe Cornacchia……………………

Ho letto il saggio di Roberto Bui sul New Italian Epic, scaricabile qui: http://www.wumingfoundation.com/italiano/WM1_saggio_sul_new_italian_epic.pdf

Documento lungo e sicuramente interessante, da rimasticare senza fretta. Le perplessita’, come sempre quando si vuole recintare una presunta “nuova tendenza” o “tendenza in atto”, riguardano la congruenza dei dati raccolti (i libri esaminati, il contesto socio/letterario nel quale sono inclusi) e la plausibilita’ delle ipotesi che ne dovrebbero scaturire. Siamo in un periodo nel quale tutto si puo’ dire, anche che gli asini volano, per cui non stupisce che le reazioni siano eclatanti e soprattuto che tanta gente prenda queste 18 pagine sul serio; a me pare essenzialmente che un insieme di scrittori noti per la loro “macchinosita’” (concettuale, stilistica o di costruzione del plot narrativo) cerchi di mettersi a testuggine e fare massa critica, anche nei riguardi di eventuali sbocchi all’estero. E’ tutta una cricca? No, e’ semplicemente un manipolo di coraggiosi chiacchieroni molto molto italiano. E’ comunque un’operazione legittima, picarescamente mastodontica e tutto sommato innocua, ottimo fulcro di discussione anche animata. L’appunto sostanziale che a prima vista mi muove e’ che molto di quel che si scrive in Italia, a questo punto, essendo rimastico di americanita’ piu’ o meno mitizzata, possa rientrare nella categoria. E mi trovo a stupirmi di come, invece, gente che scrive molto meno macchinosamente e soprattutto piu’ italianamente (con tradizione che va indietro verso Alvaro e Gadda, fino a Verga, ad esempio), venga ignorata pur avendo tutti i crismi per rappresentare davvero la RIE, real italian epic. Ecco, per dire, l’inizio del racconto di Pasquale Giannino, oggi trentaseienne, ingegnere trapiantato nel milanese, che lascia le sue tracce letterarie sul bloggone “la poesia e lo spirito”:

“Quando mi sento giù ascolto un disco di Renato Carosone. L’ho visto nel ‘91 al teatro di Altomonte. È un paesotto del cosentino a una manciata di chilometri dal mio. A differenza degli altri comuni della zona, che stanno morendo, ad Altomonte negli anni Ottanta c’era un vecchio professore di lettere che ebbe un’idea particolare. Disse: Noi non abbiamo niente in questo piccolo paese, neanche gli occhi per piangere. Però abbiamo un borgo che molti ci invidiano: da una parte le case a forma di presepe naturale, dall’altra un belvedere da restare senza fiato. Per di più siamo nella Magna Grecia, l’unica cosa che ci manca è un teatro…” … il racconto di Giannino continua su:http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/05/31/il-maestro-del-buonumore/

La strimpellata del buon Carosone (tu vuo’ fa l’americano, mericano, mericano) riecheggia nel cielo della NIE come il “vita mia” di Amedeo Minghi risuonava nei comizi del sindaco calabrese Cetto La Qualunque, vivida espressione del RIE (real italian epic… qui riprodotto esemplarmente: http://it.youtube.com/watch?v=_DyM9s9J14Y) che ad un tratto vediamo sorpassato da questi eruditi operatori fieristici del book globalizzato. Nemmeno fossimo noi Italia un residuo coloniale cosi’ interessante in ambiti anglofoni, tralaltro, Gomorre a parte.