SULFUREA, O DELL’AGRIGENTINO – Angelo Rendo

Nel primo occidente siciliano si fa ritorno. Sono risme di diavoli, invisibili, nascosti sotto terra, ma fumanti, a richiamarci.
Qui si viene per decrearsi e umettare gli angoli delle bocche sulfuree a chi vi abita. Qui l’uomo è zolfo, giallo, e distruttore di tutte le cose. Qui stranieri, baroni e gabelloti hanno sublimato all’inverso lo zolfo, annerendo terre e uomini. Disagio, depressione, decadenza, sciatteria, trascuratezza danno forma a Favara, e non basta il vivaismo culturale da Farm Cultural Park, roba per stranieri, baroni e gabelloti. Vezzo e ricreazione. Si è attratti dal ratto morto in pieno centro, non dai topolini dell’arte sloganistica e slogata, colorata e glamurosa.

Da Favara proseguiamo per Naro, imboccando la strada della diga Furore, punteggiata da vigneti, scaffe, avvallamenti, e monumentali discariche incendiate. Trentanove gradi. Naro, frontale, la fulgentissima, imponente col suo castello e il Duomo normanno propileico, un’ustione, fiammeggia e spara lingue di fuoco nell’etere. Il drago Naro.

Ma il mare non può essere spento. Imperterrito continua a prendersi le falesie di marna argillosa ed erode Eraclea, Giallonardo e la costa agrigentina tutta, solo Sciacca appare aperta, serena, forte, ognuno sembra stare al suo posto, sembra. Ancora per poco.

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