I “Racconti immobili” di Luigi Grazioli (Quarta)

[Pubblichiamo la quarta e ultima puntata sui “Racconti immobili”(Greco & Greco, 1997) di Luigi Grazioli.]

Racconti immobili

Stelle sospette

Poi sono comparse in cielo quelle due stelle sospette, troppo brillanti, con un principio di mobilità che subito rientrava, non prima di essere stato nettamente accennato però, come un segnale, con quella loro linea buia, appena un po’ obliqua, a suggerire chissà che corpo ovale o piatto in mezzo, loro due sole troneggianti in una regione del cielo per il resto deserta, come se tutte le altre stelle fossero state sloggiate, o si fossero volontariamente allontanate, ritirate a mucchi, impaurite forse, negli altri angoli di un universo fattosi all’improvviso sovrappopolato, meschino con quella mandria di luci tremolanti che si strofinavano l’una contro l’altra fino a soffocarsi.
E quelle lì, sopra il suo paese a minacciarlo, facendo un buco nel buio come per risucchiarvelo in un ultimo sforzo prima di spegnersi o di andarsene altrove, dove dai loro traffici avrebbero ricavato miglior profitto, aspettando che qualcun altro si accorgesse di loro per ricominciare proprio da lui.
Restano così sulla terra zone vuote da una notte all’altra, paesi boschi e montagne che scompaiono senza lasciare traccia, se non gigantesche buche piene di sabbia con al fondo piccoli specchi d’acqua stagnante, pozzanghere più che laghetti, ma di un’acqua oleosa, di un verde innaturale che non rispecchia alcun cielo, o perlomeno non quello che transita sopra di loro come se niente fosse, buche dalle quali le popolazioni limitrofe estraggono grate materiali per un’edilizia troppo prosperosa, dagli effetti insospettabili, perché postumi, e che si affrettano poi a riempire di rifiuti o a trasformare in attrattive turistiche dalle quali c’è sempre qualcuno che non ritorna, chissà perché, spesso senza che nessuno se ne accorga. Ne arrivano talmente tanti, che chi si preoccupa di controllare quanti poi realmente se ne partono?
Alla sera i parcheggi e i bordi delle strade sono disseminati di macchine vuote che poi, col favore del buio, vengono fatte sparire. Ci sono bande di ladri che ne approfittano indisturbate, tanto non è mai capitato che i proprietari ne reclamassero la restituzione. Per forza, erano scomparsi anche loro! E così quelli continuano i loro traffici: portano le macchine ai carrozzieri della zona, questi ai rivenditori autorizzati e la gente le compra a prezzi irrisori, tutti contenti di aver fatto un buon affare, a ragione. Nessuno che sappia ciò che sta facendo, eppure tutti, indistintamente, agenti volontari della sparizione, sicari del nulla.
Lui guardava quelle due stelle con la curiosità di un detective che sta seguendo un altro caso, con una certa spavalderia addirittura, come chi sa di essere sempre e comunque protetto: gli sembravano persino patetiche, per una volta, in quello sfoggio di brillantezza velleitaria! Nessuna minaccia poteva intimorirlo. Gli aerei che di solito attraversavano quel settore del cielo seguendo la rotta del fiume prima di atterrare, se ne stavano invece bellamente alla larga, con scuse miserabili che all’aeroporto non riuscivano a capire, ma comunque accettavano senza discutere. Se tutti facevano così, le ragioni dovevano essere più che buone. Un paio però sono finiti contro le vicine montagne, cioè di sicuro uno: ali ghiacciate all’improvviso, hanno detto, o il motore bloccato inspiegabilmente, quasi certamente per un difetto di fabbrica minimo: basta un niente per certe cose. Ma che difetto di fabbrica: per paura, nient’altro che per paura! E’ facile immaginarlo: viaggiano distratti, passano di lì per la prima volta badando solo a controllare gli strumenti, finché all’improvviso si trovano di fronte quelle due luci non segnalate e intorno solo vuoto, e non capiscono più niente; guardano, controllano, riguardano e ricontrollano, e hanno paura; non sanno più che fare, pensano solo ad andarsene di lì ma non vedono più niente: sono persino contenti, per un attimo, quando la montagna gli si para davanti inevitabile. Infine subentra di nuovo la paura. Per ogni cosa che succede, sempre difetti di fabbrica, errori meccanici, istruzioni incomplete, equivoci, distrazioni, malori, leggerezze, fatalità: ma a chi vogliono darla a bere? Da qualunque parte uno volga gli occhi non c’è nient’altro da vedere che la paura.

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I “Racconti immobili” di Luigi Grazioli (Terza)

[Pubblichiamo la terza di quattro puntate sui “Racconti immobili”(Greco & Greco, 1997) di Luigi Grazioli.]

Racconti immobili
Una cosa
Voglio un’opera opaca, qualcosa in cui l’interprete-fruitore-spettatore-lettore non possa riflettersi, un’opera che se ne stia bella pacifica per conto suo, catafratta, intransitabile, che non chieda a nessuno di essere completata dal suo sguardo, dal suo senso, che non abbia bisogno di porgli domande, e si rifiuti a qualsiasi domanda anzi. Se ne sta lì, chiusa, perfetta.
Qualcosa che non suggerisca percorsi, non indichi imbocchi di strade, e nemmeno che una strada è possibile; che mi respinga non per disgusto o provocazione ma perché fa benissimo a meno di me, come di ogni altro. Le passo accanto e lei si fa i fatti suoi, non ha nemmeno lo sfizio di voltarsi dall’altra parte o di fingere indifferenza: non sa che ci sono e non le interessa che io ci sia. Non vuole sedurmi o colpirmi, non mi segnala differenze o parentele, non cerca un luogo o un tempo: uno qualunque le basta, così come l’assenza di tutti.
Non è grezza né squisita, non le serve l’ironia, e tuttavia non ostenta convinzioni o sicurezze, è normale, scontata persino: una cosa che assolutamente non conosce l’abiezione di voler essere amata e che non è opera di qualcuno che di tale abiezione ha fatto la propria regola e ragione, come le è estranea quella di voler essere riconosciuta, identificata per qualcosa che sia questo e non altro.
L’unico modo per trovarla è quello di cozzarci il naso, visto che non chiama e non è conosciuta prima: dopo aver tamponato il sangue, resterebbe solo da chiederle scusa, se potesse sentire. Ma lei non si è accorta dell’urto: canticchia da sola in un modo quasi impercettibile. Lo si è sentito soltanto quando l’orecchio l’ha sfiorata durante l’urto e nonostante il dolore, ma non si è capito cosa cantasse.
Allora si riprova, si riaccosta l’orecchio, ma ancora non si capisce. Non si può descrivere, anche se si deve tentare di farlo; e mentre si tenta si comincia a cantare.
Ho bisogno di un’opera che non abbia bisogno di me e che mi faccia cantare.
Una cosa è così. (Ma una cosa non è un’opera.)

I “Racconti immobili” di Luigi Grazioli (Seconda)

[Pubblichiamo la seconda di quattro puntate sui “Racconti immobili” (Greco & Greco, 1997) di Luigi Grazioli.]

Racconti immobili
Racconti immobili

La sbarra sugli occhi

Mentre sto leggendo sul balcone, sul lato in ombra della casa, nel mattino già afoso di questa afosissima estate, oltre il giardino vedo passare in bici una giovane donna, bionda e minuta, col figlioletto accomodato su un seggiolino alle sue spalle. La guardo, la vedo, ma è come se non la vedessi. Infatti la sbarra trasversale dell’inferriata le sega a metà la testa all’altezza del naso e degli occhi. La seguo con lo sguardo sperando nell’apertura del cancello alla mia sinistra non dico per riconoscerla (mi sembra di non averla mai vista prima), ma quanto meno per farmi un’idea completa del suo viso. Devo vederlo, è necessario che lo veda, mi dico, anche se non so perché, anche se sono lontanissimo da qualsiasi curiosità erotica o d’altro genere. Anzi, la necessità è più impellente proprio perché vuota, immotivata. Invece, quando la ciclista arriva al cancello, che nel mio condominio non è mai stato chiuso negli ultimi quindici anni, l’estrema propaggine orizzontale di un ramo del cedro che mi sta di fronte prosegue con sardonica precisione il lavoro di ostruzione della sbarra trasversale, fino a quando non inizia la siepe che recinge i bidoni della spazzatura, che esclude ogni vista ulteriore. Dopo un quarto d’ora, durante il quale proseguo la lettura mentre il retrobottega della mia testa annebbiata dal caldo e dal fumo dell’ennesima sigaretta si fissa con desolante insistenza su questo passaggio che difficilmente potrà ripetersi, la donna ritorna. Mi accorgo di lei quando ha già passato il breve intervallo vuoto del cancelletto d’ingresso al condominio alla mia destra, anch’esso aperto ininterrottamente da almeno quindici anni. La donna pedala con questa striscia marrone che le cancella la parte mediana del viso, con la fronte e la sommità del cranio che scivolano autonome a mezz’aria lungo un piano che sembra puntare con decisione verso il prato al di là della curva che la strada opera seguendo i confini del giardino, mentre le narici, la mascella e il mento restano collegati al corpo sottostante che a questo punto mi accorgo di non aver nemmeno guardato, come se fosse stato privato di ogni interesse dall’impossibilità di definire gli occhi e la sella del naso. Invece di aiutarmi a ricomporre la parte mancante, l’insieme ne è stato prima frantumato e poi cancellato. Aguzzo lo sguardo ma la ciclista è scomparsa, non l’ho vista nemmeno svoltare. Al suo posto resta solo la linea continua della sbarra che, noto adesso, dalla parte che guarda verso di me è cava.

I “Racconti Immobili” di Luigi Grazioli (Prima)

[Pubblichiamo la prima di quattro puntate sui “Racconti immobili” (Greco & Greco, 1997) di Luigi Grazioli.]

Il futuro anteriore

Amo il futuro anteriore, trovo bello che ci sia questa possibilità di immaginarsi, e quindi in qualche modo già di essere, postumi a se stessi; la possibilità di pensare già da ora come compiuto qualcosa che è ancora in atto o che addirittura non ha ancora conosciuto l’inizio; di poter esprimere non l’intenzione o la speranza o la previsione solo in rarissimi casi certa come nel futuro semplice, ma l’inesorabilità del già accaduto, e il compiacimento che lo sia, col sigillo del passato, per ciò che ancora non lo è, per ciò che ancora contiene tutte le possibilità della vita e non la definitività della morte. “Avrò fatto”, “sarò stato”, “avrò amato e sarò stato amato” comprendono la consolazione dell’opera e dell’esistenza e insieme la gioia di saperle ancora in corso, e più ancora quella che si proverà nel viverle. C’è naturalmente, nella parola “consolazione”, un che di malinconico, ma si tratta di una malinconia dolce, quella di chi non si fa troppe illusioni sul tempo e sa che ogni cosa deve finire, ma che invece di misurare ciascuna dalla chiusura ne gusta ogni volta il percorso. Di questo tempo amo anche l’inesorabilità, quando cioè enuncia la sofferenza del negativo come una pena che si deve ancora tutta scontare, che niente sembra poter evitare e che nessuna fine potrà cancellare o redimere. Anche in questo caso esprime una condizione di postumità, ma rispetto a una vita mai vissuta, il rimpianto già postumo di chi non è mai nato mentre ne aveva il costante desiderio: presa alla lettera, la mortificazione. “Non avrò fatto” significherà allora il fallimento di colui che avrebbe voluto e forse anche potuto fare: la condanna; e “avrò sofferto”, “non avrò fatto che soffrire”: la desolazione.

Più basso

A volte, in particolare quando sto camminando lentamente, magari mentre leggo, e mi fermo un momento a pensare, all’improvviso mi sento basso, e sento che lo divento sempre di più: la percezione dello spazio è cambiata, il suolo è più vicino, il corpo più pesante, le membra sprofondano l’una nell’altra, come a causa di una maggior densità dovuta a un’istantanea evacuazione del vuoto corporeo: le ginocchia sfiorano le caviglie, il torso si incassa nel bacino, come la testa nelle spalle, i capelli si appiattiscono e, sotto, il cervello preme contro la fronte e sulle vertebre che si incollano l’una all’altra fondendosi in un unico blocco, pur restando ogni cosa esattamente identica a come è sempre stata, così come sempre lo stesso sono io, anche se mezzo metro più lontano dal soffitto, o dal cielo.

Luigi Grazioli