“Che è un po’ quello…” e un po’ quest’altro!

«Se c’è una cosa che ci hanno insegnato i situazionisti già negli anni Cinquanta, prima di tutti Guy Debord, è che anziché contrapporsi frontalmente all’egemonia dell’avversario si può mimare la sua strumentazione, criticare scendendo sullo stesso terreno. Che è un po’ quello che fa Saviano. In una società culturale in cui lo scrittore diventa un personaggio, colui che appare, Saviano si è posto al di fuori di una dimensione puramente letteraria, ha adottato una specie di guerriglia semiologica per validare qualcosa che si contrappone alla società dello spettacolo usando proprio la fama, la visibilità, la presenza come armi. Una pratica che le arti visive hanno scoperto da un po’, basta pensare a Cattelan. Certo può essere un gioco pericoloso che presta il fianco ad accuse di cinismo, ma ha un senso».

[Parole di Andrea Cortellessa tratte dall’articolo «Come Don Chisciotte». La missione dei critici per spiegare il presente. Il dibattito dopo il saggio di Ferroni di CRISTINA TAGLIETTI, “Corriere della Sera”, 30 aprile 2010.]

**

La luce è luce per tutti ed ogni mattina si alza. Ma quando si realizza che il giorno di oggi dovrebbe essere uguale al giorno di ieri, si allontana.

L’entranza indiscriminata ha eliminato ogni forma estesa e sotterranea di apparire. Non altro può significare “mimare la strumentazione”: la necessità mimetica della condivisione dello spazio. Concedersi il mezzo altrui con la soggiacente intenzione di prevalere e dettare l’agenda del Galateo. Evidenza vuole che in difetto di una profonda opzione alternativa si applichi la pellicola di una uniformazione interessata e spartitoria.

Per di più la “guerriglia semiologica” (validante “qualcosa [cosa? mi chiedo] che si contrappone alla società dello spettacolo usando proprio la fama, la visibilità, la presenza come armi.”) contiene l’eccipiente della schiumazza sopra il tono.

Non si comprendono più queste parole, hanno esistenza vuota e straccia e tenero-disarmante.

Si dice, inoltre, che Cattelan cinico – secondo vulgata impiegatizia – abbia un senso (uno e uno solo), insegnando la presenza del rumore e del fumo, mentre la marea nera sta inghiottendo tutto.

Nondimeno, per saltare c’è bisogno di un’asta, e del vuoto. Diversamente, polli in batteria, e scendiletto sotto.

[Angelo Rendo]

[L’immagine-logo proviene da http://www.coconutz.it/index2.htm, ringraziamo.]

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Stefano Ferreri ascolta The Magnetic Fields, “Realism”

[Data di uscita: 26/01/2010]

Quanto può essere dura la vita dei grandi songwriter, intrappolati anche loro malgrado tra le pagine patinate delle solite riviste di musica alternativa. Troppo comodo limitarsi a considerare gli allori tributati da qualche adepto entusiasta o le lisciate superficiali di una critica ad orologeria, non meno repentina nel gioco al massacro di quanto sappia esserlo nell’adulazione ruffiana. Prendiamo il caso eclatante di Mr. Stephin Merritt. Dubito che la sua vita d’artista si sia rivelata una passeggiata, in questi ultimi dieci anni. Quando partorisci un disco come ‘69 Love Songs’ non puoi tirare avanti come se nulla fosse, ignorando di aver lasciato ai posteri il documento che ti rappresenterà per sempre, come nient’altro al mondo. Arrivare sulla vetta porta con sé la contemplazione del proprio limite, nella consapevolezza che d’ora innanzi si avrà sempre un termine di paragone con cui confrontarsi ed essere confrontati, volenti o nolenti. Nella vicenda dei Magnetic Fields, l’ego smisurato dell’uomo solo al comando e la mole delle aspettative lasciate a gravare sulle sue misere spalle hanno esacerbato gli sviluppi di questo dato di fatto, sino all’inevitabile esito parossistico. Schiavo nella dipendenza dal riconoscimento del proprio genio, Merritt deve aver sofferto come un cane alla ricerca dell’idea giusta, meritandosi l’appellativo di “uomo più depresso del rock” con cui venne etichettato tempo fa dal grande Bob Mould. Persuaso della necessità che un’opera epocale vada replicata ad oltranza, l’infelice musicista si è affidato con forza all’autosuggestione, al mito di sé come maestro di concept, credendo che anche dietro il più pretestuoso degli spunti si potesse nascondere un capolavoro. Si sbagliava ovviamente, ma il fallimento non gli ha impedito di dare vita a dischi estremamente intriganti. Dopo aver rimasticato come bubblegum gli stereotipi del country e del noise, Stephin sceglie ora di apporre la propria firma pop anche su un universo sonoro tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi tempi. Per sua stessa ammissione ‘Realism’ è un album folk, per quanto l’incapacità cronica del suo autore a “tollerare il suono di una chitarra acustica per più di tre minuti consecutivi” sia sintomo di un approccio non ortodosso al genere. Tutto il mondo racchiuso in un LP caleidoscopico, con la menzogna gentile di un continuo sdoppiamento autoriale e la sorpresa reiterata dentro ogni brano. Il sound britannico di fine anni ’60, la tradizione che svolta verso il barocco, l’amore per le ampollosità più svenevoli ed anacronistiche. Dal suo magico cilindro Merritt tira fuori una buona dose di rimandi estetici e simbolici, oltre a ribadire la predilezione cabalistica per il numero 13 e confermare in toto la sua folle squadra delle meraviglie: la malìa è garantita come sempre dalle voci preziose di Claudia Gonson e Shirley Simms, non mancano le fisarmoniche di Daniel Handler alias Lemony Snicket, ed il John Woo che si cimenta con banjo e bouzouki è sempre e solo un omonimo del regista di Hong Kong. Come nei due lavori precedenti non c’è spazio per i synth, mentre è una novità l’esclusione radicale di percussioni e chitarre elettriche, se non si tiene conto delle tablas e degli spifferi di distorsione confinati sullo sfondo di ‘The Dada Polka’, a mo’ di ironica autocitazione da ‘Distortion’. Proprio quel disco e questa nuova operina erano nati nella testa di Stephin come solida coppia, le due facce di una stessa medaglia i cui titoli avrebbero dovuto essere ‘Vero’ e ‘Falso’, senza tuttavia precise indicazioni in merito all’effettivo abbinamento. L’ascolto di questo seducente gioiellino parla in ogni caso di una nuova finzione, naturalmente premeditata dal suo creatore. Se là si palesava la falsificazione di certi canoni rock, è innegabile che il “realismo” annunciato dal nuovo titolo non vada al di là dell’impiego di una vastissima gamma di strumenti unplugged, dunque “autentici”, mentre gli scenari evocati vengono sistematicamente filtrati dalla prospettiva deformante del fiabesco e di quella estenuata raffinatezza fuori moda tanto cara ai nostri poeti crepuscolari. Il santone dei Magnetic Fields si riaccredita dunque come inguaribile decadente, specie quando – spesso – sceglie di ripiegare sulle comodità del proprio classicismo oppure torna a vestire i panni del consumato cantastorie (vedi ‘Walk a Lonely Road’, per il suo adorabile omaggio a Leonard Cohen). ‘Better Things’ o ‘Everything Is One Big Christmas Tree’ rientrano agilmente tra le migliori paginette dell’easy listening merrittiano, memorabili per il retrogusto dolciastro e per quel candore un po’ inquietante che il leader della band di Boston ha sempre saputo dipingere con sommo talento. Dietro lo sfarzo degli orpelli e la squisitezza dei ninnoli, popsongs di classe come ‘You must Be Out of Your Mind’ e ‘Always Already Gone’ tradiscono l’accentuato minimalismo di una scrittura che è tutta sostanza, con una polpa melodica a tal punto consistente da poter sostenere come per magia arrangiamenti tutt’altro che leggeri. Con la magnificenza triste delle nuove canzoni sembra affiorare per la prima volta un’ammissione di impotenza. I Don’t Know What To Say. “E’ insensato affidarmi speranze che si dimostreranno inutilmente riposte”, sembra dichiarare con lucidità il cantante, “se qualunque cosa io dica o faccia non verrò preso sul serio”. La voce del disincanto di un Merritt che torna a “non credere nel sole” lascia parole amare che smentiscono la delicatezza da ballerina nel carillon, l’eleganza delle finiture, la dolcezza di una trama tanto semplice e spensierata. Il presente è quello descritto negli ultimi versi della ballboyana ‘From a Sinking Boat’, con la più netta confusione che sembra imporsi in un clima di sconfinata disperazione prima di arrendersi alla meraviglia di una sola certezza, l’amore. In fin dei conti i Magnetic Fields non hanno mai smesso di farci sognare con la più celebre delle loro ossessioni.

[tratto da Monthly Music]

Stefano Ferreri

Una poesia di Gianluca D’Andrea – tratta da “Evosistemi”

[Per le Edizioni L’Arca Felice a febbraio è stata pubblicata una silloge di Gianluca dal titolo “Evosistemi” con dipinti di Orodè Deoro. La raccolta era già apparsa su “La dimora del tempo sospeso” di Francesco Marotta nel settembre 2009; cliccate qui per leggerla interamente.

Proponiamo la nota di retrocopertina scritta da Mario Fresa e una poesia.]

La poesia di Gianluca D’Andrea si presenta mobile, liquida, trasversale, ponendosi in una direzione che tende continuamente a sorprendere e a deviare l’attenzione del lettore, con una lingua sempre sinuosa, mercuriale, imprendibile. Qui la scrittura agisce come strumento scardinante della realtà, rielaborata per il tramite di un costante e anarchico sovvertimento, con l’impiego di una incessante, estrema trasformazione del misterioso suo apparire.

Mario Fresa

*

Cercavo la clausura

Cercai quel calore infantile,

quel caos d’insorgenze, afrori e ludi

da appiccicare allo studio di parole,

amori madidi e candore

per esperire contatti attuali.

Albedo, lucore di cavi, paesaggi vulcanici

avvertono l’imminenza minerale,

un corpo litico

e la fusione in cui articolare

solidi gesti, cloni,

stimmi febbrili.

The Merman & Armageddon, Armageddon VII – Paul Muldoon, 1977 (4,5)

IL TRITONE

Stava tracciando il suo singolo solco
attraverso la verde densa torba
d’acqua; io mettevo grano d’inverno
sulla riva. Le strade s’incrociarono.

Nessun solco in realtà, ebbi a dire.
Nulla sarebbe venuto dall’acro,
solo, del raccolto un simulacro,
l’ululo del vento, la pioggia folta.

Non voleva possedere la terra
che pure avrebbe arato tutto il giorno?
E amicizia, amore, queste cose?

Ricordò campi di fieno e granturco
quando stoppie s’alzavano da terra.
In sottofondo grida di dolore.

*

APOCALISSE, APOCALISSE

VII

Notte d’estate a Keenaghan
Cosi’ scura che il lumino si fioca
Per paura. E io con lui.
La Mustard Seed era del tutto buia.

Ero uscito col bollitore
Verso un ruscello interrato
Che riaffiora nel canneto
Quando una blatta si poso’ sul dito
Risalendo il palmo
Come un blistere indisponente,

La mia mano pietrificata
Da quel modo di muoversi.
Dovetti scuotere il polso a forza
E recuperarla al mio volere.

Dalla raccolta Mules, 1977 – trad. Giuseppe Cornacchia, 2010, diritti riservati

Pubblicate su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

“La mondanità del dolore” – Note a “Bambino Gesù” di Daniele Mencarelli

[Acquista il libro]

[Rassegna Stampa]

Sei anni fa di Daniele Mencarelli scrissi – per quanto la sua pronuncia rimandasse già ad una dimora ben esplicitata  – di trovarlo “irsuto”, al fondo, nel bollore più inspiegato che s’addensa in parola, ma certo “soluto” nel tratto segreto, laddove ruvidezza e ragione si prendono per mano.

Mi sembrava di osservare un mosaico luminoso e trasognato, al punto da riferire ai versi una primogenitura placentare. Era chiaro il garbo, il prudente e continuo giungere nei dipressi di una scaturigine nullificante e nell’empatia comandata si finiva per non avere più occhi.

Dicevo, a suo tempo, della consapevolezza dell’autore, del moto riflettente i morsi subiti dal reale e del quotidiano ciclico ritornare di una coscienza vigile.

Continuo a credere che la bava di questa poesia attenda ad una manifestazione più ampia, in vista di personae.

*

Nel febbraio 2010, a distanza di sei anni dalle parole sopra, Daniele esce per Nottetempo con la raccolta “Bambino Gesù”.

L’opera è divisa in tre sezioni: “Bambino Gesù ospedale pediatrico”, “In marcia”, “Guardia alta”.

Dal nucleo infuocato iniziale (l’ospedale) attraverso la terra di mezzo e transizionale (la strada) per giungere alla memoria prima e identitaria (l’origine).

Schegge liriche a forma d’ariete aprono le tre sezioni. E’ il caso, ad esempio, della “corsivata” poesia d’apertura, una salmodia lancinante, o della prima della seconda sezione; la prima della terza, invece, è più smussata, in linea con la parabola descritta dal libro.

La voragine – poesia, che ha il centro focale nel volto bucato di un infante [p. 32-33], restituisce un autore mondano, il quale, chiamato al dovere della vita, cannibalizza eroicamente il dolore, vincendo la scommessa sulla sua indicibilità o meglio sull’inopportunità che esso venga nominato – come se la poesia potesse risolversi in terrena e laica scienza e non altrimenti nell’albero della vita.

Tra spettri, discese ed ascensioni si consuma il giorno del poeta:

Gli ascensori dell’ospedale

grigi d’acciaio scuro vanno

in perenne salita e discesa,

i nostri, quelli di servizio,

ammaccati, soffocano di più ancora.

Tanti di noi lì dentro

si lasciano andare, a battute,

spesso pure a sacre arie,

tra le risate si consuma il breve viaggio.

Ieri scesi al piano più basso

una lettiga c’ha tagliato la strada,

adagiato c’era un lenzuolo bianco,

riempito da un corpo minuto

le gambe il bacino il piccolo cranio,

restammo immobili ci fissavamo,

non ci riuscì di togliere via

dalle labbra dagli occhi il riso.

[p. 19]

I tagli, i punti dati all’oralità e la necessità di comporre scene nelle quali ciò che si tace è il personaggio principale:

Una mattina come tutte le altre

sole e piccioni freschi in cielo,

“prima o poi doveva capitarti,”

così gli altri operai mi dissero.

Non ho ricordi ad aiutarmi

tranne il tavolo d’acciaio bucherellato,

gli arnesi riposti nelle vetrate

l’odore pungente della formalina.

Ancora pago quell’attimo

quell’unico attimo d’innata curiosità,

ricordo barattoli e niente altro,

più che altro niente voglio raccontarti,

se non lo specchio al lato della stanza

che rifletteva uno frenetico a spazzare

a finire il prima possibile il suo dovere,

sudato zuppo con gli occhi vitrei allucinati.

[p. 21]

La vita che cade sulla morte [p. 23].

Vogliamo dire: una poesia bene detta, la cui memorabilità, il piglio aperto dipendono dal rude contatto con la pelle arsa del mondo.

Ogni “carico” filosofico è tolto di mezzo, la potenza vive intera nel dettato. La segreta forza demolitrice è sapientemente controllata [p. 29].

*

Con la seconda sezione,“In marcia”, si entra nel dominio del lutto. Leggiamo la prima e la seconda poesia, quest’ultima dedicata a Giovanna Sicari [p. 41, p. 42]. A questo giro la lontananza temporale spinge alla dissimulazione, eternando il vissuto in una logica ferrea perché universale.

[…]

Non sono invincibili gli uomini

si sdraiano lungo strade buie

smettono di vivere come fosse naturale.

[p. 43]

Scorriamo anche sulla morte, solo un essente stuporoso può salvarsi [p. 45].

In questa seconda sezione, la parola di Mencarelli è senza dubbio meno compromessa, ma più fluida sul nastro:

Ore passate a singhiozzo

cantilena di gas frizione freno

mani a memoria tra cambio e volante,

così estenuante il mio ritorno

che per stanchezza non più distinguere

tra la vista degli occhi e il parabrezza

dove la carne termina

e inizia invece la meccanica,

corpo di nervi ed elettronica

fusione di articolazioni e ingranaggi,

mostro sbattuto un metro avanti

un metro in meno da casa distante.

[p. 49]

La morte viene mascherata dalla vita:

Davvero sei bellissima

si capisce dai capelli dalle linee

del tuo viso in faccia al cielo illuminato

dagli occhi che ancora sembrano guardare.

Noi non facciamo altro che spiarti

in questo incrocio qualsiasi voluto sulla terra,

tu sei la regina al centro della scena

rottami sparsi con cura tutto intorno.

Poterli raccontare tutti gli uomini

e donne e bambini fissati al tuo cospetto,

al casco strappato come corazza di cartone,

alla tua posa così scomposta

da non essere più umana.

[p. 51]

L’atmosfera cortazariana si fonde in una musica crudele ed impattante, ma cordiale:

[…]

quel volo invece ti accompagna, incastrato

nel minimo spazio tra palpebra e pupilla.

[p. 55]

Chi cade, cade per sé, e la vita impietosa continua.

*

La terza sezione, “Guardia alta”, serve a riconoscersi – come dicevamo – la tensione scema. Il “sé piccolo” ritorna e si prende il meritato nonché conseguente spazio. La funzione memoriale, il sapersi “bianc[o] come allora”, battono il ferro ardente sull’incudine acché non scivoli via il segno.

La sezione traballa, accoglie il tremore intrinseco alla scelta.

“Quanto è duro vegliare il mio vagone[…]”

[p. 90]

*

Il capolavoro di Mencarelli, un’opera destinata a resistere al tempo, per grazia, autenticità. Una voce misurata tra terrore e pacata accettazione dell’esistenza.

[Angelo Rendo, aprile 2010, www.nabanassar.wordpress , diritti riservati]

Dancers at the Moy, Paul Muldoon, 1973 – (2)

Danzatori vicino Moy

La piazza all’italiana
E la piana intorno
Nere un tempo, con le giumente
E i loro stalloni,
Il placido Blackwater
Rimacinando va

Ora dopo ora,
I loro zoccoli brillavano
E subito sparivano
Sotto la nera pioggia,
L’una o l’altra guerra greca
A colorare la citta’

Mai cosi’ nera
Di stalloni infuriati
E delle loro giumente,
Tappeti di carne,
Il placido Blackwater
Incapace di tenersi

All’orda di cavalli,
Lungo acri di grano,
Rovesciata nel fiume nero e d’oro.
Nessun manipolo di ateniesi
Giunse alla fiera di Moy
A far spese per la battaglia,

La pace essendo stata dichiarata
E un trattato firmato.
Il fiume nero e d’oro
Finiva in goccioline di marrone
Dove i cavalli eradicavano
Rovi e ginestroni,

Mangiandosi l’un l’altro
Come le genti in carestia.
Il placido Blackwater
Masticava i suoi detriti
Ondulando gravemente
E riassestandosi nel letto,

I locali recuperavano
I bianchi scheletri.
Cavalli sepolti per anni
Sotto le fondamenta
Danno allo sterrato
L’agio dei trampolini.

da NEW WEATHER (1973) – trad. Giuseppe Cornacchia, 2010, diritti riservati

Pubblicata su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

Wind and Tree, Paul Muldoon, 1973 – (1)

Vento e alberi

Come molto del vento
Soffia dove sono gli alberi,

Molto del mondo
Si centra su di noi.

E spesso quando il vento tira
Scrollando forte gli alberi,

Ognuno un altro cerca
E tiene insieme.

I rami vorticano
S’intrecciano furiosamente.

Solo, non e’ amore.
Si torcono l’un l’altro.

E spesso penso a me
Albero solitario, senza suolo,

Il mio braccio non vuole, non puo’
Spezzarne un altro. Le mie ossa rotte

Dicono un tempo nuovo.

dalla raccolta NEW WEATHER (1973)
trad. Giuseppe Cornacchia, 2010, diritti riservati

Pubblicata su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474