Feste di popolo – Angelo Rendo

Le città a basso carico d’umanità – l’umanità ispessita, severa, boriosa da capoluogo di provincia – non accolgono o, se accolgono, disseminano le loro patologie vittimarie lungo l’asse della paranoia. Capita, ad esempio, che il bigottismo sinistro sia assai sensibile alla diversità e pietisca il concittadino.
Che nei piccoli centri si sappia l’uno il nome dell’altro e ci si riconosca fino alla terza generazione pare cosa molesta. Ma la storia della generazione non è manipolabile a proprio uso e consumo, una linea familiare ha un suo portato, e su di esso si gioca l’harmonia mundi.
Così avere a noia le feste di popolo, spesso incarnate in idoli, che sintetizzano e ritualizzano il soffio vitale, significa volersi fare indagatori dell’ovvio, la cui sostanza non sarà mai nelle polle illuministiche dell’ateismo, freddo e baro Narciso, ma ridiventerà qualcosa nel faccia a faccia con la differenza.

Annunci

L’arciere

Lo prendo da qui, e lo metto là, dove, in conseguenza del fatto che ‘qui’ e ‘là’ rappresentano luoghi analogici, apprende a modificare il carattere.
Mentre il caso, che sempre tergiversa sul da farsi e pilota le regole, tenta di configurare la coscienza, neutralizzare.
Vincolato doppiamente, persa l’energia, ricorre a quel che ha visto e decide quali prescrizioni verranno a comporre la sua veste definitiva.
Interagendo le differenze, avrebbe dovuto sortire nell’ordine di una nuova mente, e mutare, ma ‘qui’ vige la regolarità e la validazione dell’accelerazione è nascosta appallottolata nel pugno dell’arciere.

Alba Talietti, o del tatuaggio – Angelo Rendo

All’improvviso compare davanti alla porta un uomo: Buongiorno, mi dicissi una cosa dove è Marina di Ragusa? Ah. E il castello di Donnalucata? Donnafugata. Ah. Dice che lì c’è un ristorante e si mangia bene. Ah. E mi dicissi un’altra cosa che c’è uno che fa tatuaggi a Marina di Ragusa, quanto mi ha detto che dista? 5 km. Ah. No, non c’è, per quanto ne so. Si deve fare un tatuaggio? No, me lo devo fare correggere. L’uomo viaggia in camper, è catanese, è panzutissimo e indossa una felpa nera con la scritta “Meglio un giorno da leone che cento da pecora”. Se la tira in alto di colpo: È questo – esclama. Mi lascia il tempo di interpretarlo. Una donna a seno nudo –  Alba sta scritto sopra la testa – che lui mi dice essere la Parietti, si mira in uno specchio, girato però verso chi guarda; alle sue spalle un mare slavato e appunto davanti lo specchio, a lato del quale leggo Talietti (“guardati” in siciliano). Se ne va senza salutare.

Quando l’immaginario è nutrito – Angelo Rendo

A esempio quando fa capolino il moralistico “Niente di peggio”, che, al primo comparire sulla punta della lingua – sono gli altri ad accorgersene di solito, a meno che non ci sia la volontà di vedere la volontà e forzare dunque la lingua in avanti – richiama alla mente l’associazione con “di un immaginario nutrito di suggestioni cavate dal cinema, dalla letteratura, dalla musica”, il disegno, in fatto di concorrenza, è diventato legge.

La forma del riso – Angelo Rendo

Non sappiamo nulla di cosa l’altro possa fare delle nostre parole. Quali forme possa dare loro. Ma certamente la rivelazione – fra le risa – che un amico mi ha fatto rispetto alle mie, non può che rallegrarmi.
Pare che spesso stralci dei pezzi o per intero li prenda e invii a un altro amico comune tramite Whatsapp o Messenger. E che ridano, si sganascino, arrivino fino alle lacrime. Non importa quale sia l’argomento. Ridono.

Sul torrente – Angelo Rendo

Non osai chiamarlo, non sapevo chi o cosa fosse. Vedevo una fronte emergere dalle scarse acque del torrente. Alle mie spalle due cretini di quarant’anni gli davano del tu come fosse loro padre e gli tiravano contro sassi lisci. Non riuscivo ad afferrare il suo nome. Solo lo colpirono ripetutamente alle estremità di quella che a me sembrava una fronte. Tornavano alle mie orecchie sibili acutissimi alla maniera di quelli che emette un flipper quando una palla o più colpisce un obiettivo. Io guardavo l’osso sempre più farsi convesso e pronto ad aprire bocca.