Il tempo ascolta – Denis Montebello (trad. Angelo Rendo)

[Una prosa fintamente lirica, tanto docile quanto minacciosa, come il tempo oggi e sempre. Un sapido boccone dello scrittore francese Montebello, che ringrazio. A. R.
Il testo francese originale qui]

*

La stessa cosa o quasi in occitano, la stessa qualità del silenzio, la stessa inquietudine nell’azzurro, che sembra lì dimorare per l’eternità, nell’aria che si respira, davvero troppo pura, talmente leggera da diventar pesante, carica di minacce, come nel Poitou “un esercito di preti”, grande gregge di nuvole nere.

Credo di aver sentito o letto questo occitano. Dalla bocca o dalla penna di Jaurès. Ma è possibile che io abbia sognato il discorso o il testo in cui questo silenzio, anche se non si sente, assedia le parole e le trasforma nel loro contrario, come se l’occitano, non contento di tormentare il francese col suo sinistro silenzio, predicesse i temporali a venire. Per avvertirci e, chi lo sa, per proteggerci.

Quel che è certo è che questa mattina gli uccelli del malaugurio hanno lasciato il mio palmo. Il cielo è limpido, l’azzurro purissimo, e la tempesta, annunciata per stasera, passerà. Come i ricordi.

Esthétique du mal [VII – VIII] – Angelo Rendo

VII

Come è rossa la rosa, la ferita del soldato,
le ferite di molti soldati, le ferite di tutti
i soldati caduti, insanguinati,
il soldato del tempo diventato immortale, grandissimo.

Un monte dove non c’è mai sollievo –
o forse indifferenza alla morte più profonda
significa pace – si innalza nel buio, una collina di spettri,
e là il soldato del tempo ha l’eterno riposo.

Cerchi concentrici di ombre, immobili
per parte loro, ma mosse sul vento,
formano intrecci mistici nel sonno
del soldato rosso del tempo, immortale sul suo letto.

Le ombre dei suoi compagni gli si fanno intorno
nella notte alta, l’estate soffia per loro
la sua fragranza, una sonnolenza pesante, e per lui,
soldato del tempo, spira un sonno estivo,

in cui la sua ferita è buona perché la vita lo fu.
Nessuna parte di lui fu mai parte della morte.
Una donna si massaggia la fronte con la mano
e il soldato del tempo giace calmo sotto quella mano.

VII

How red the rose that is the soldier’s wound,
The wounds of many soldiers, the wounds of all
The soldiers that have fallen, red in blood,
The soldier of time grown deathless in great size.

A mountain in which no ease is ever found,
Unless indifference to deeper death
In ease, stands in the dark, a shadows’ hill,
And there the soldier of time has deathless rest.

Concentric circles of shadows, motionless
Of their own part, yet moving on the wind,
Form mystical convolutions in the sleep
Of time’s red soldier deathless on his bed.

The shadows of his fellows ring him round
In the high night, the summer breathes fot them
Its fragrance, a heavy somnolence, and for him,
For the soldier of time, it breathes a summer sleep,

In which his wound is good because life was.
No part of him was ever part of death.
A woman smoothes her forehead with her hand
And the soldier of time lies calm beneath that stroke.

VIII

La morte di Satana fu una tragedia
per l’immaginazione. Una negazione
capitale lo distrusse nel suo palazzo
e con lui molti fenomeni blu.
Non era la fine che aveva previsto. Sapeva
che la sua vendetta provocava vendette
filiali. E la negazione era eccentrica.
Non aveva nulla della tonante nuvola giulia:
assassini lampo e tuono…Gli erano stati negati.
Fantasmi, cosa vi rimane? Quale sottosuolo?
Quale posto in cui essere non è abbastanza
per essere? Via, poveri fantasmi senza luogo,
come argento nel fodero della vista,
quando l’occhio si chiude… Che freddo abisso
quando i fantasmi sono svaniti e il realista scosso
per la prima volta vede la realtà. Il no mortale
ha il suo vuoto e tragiche fini.
La tragedia, tuttavia, può avere avuto inizio,
ancora, nel nuovo inizio dell’immaginazione,
nel sì del realista detto perché deve
dire sì, detto perché sotto ogni no
c’era una passione per il sì mai persa.

VIII

The death of Satan was a tragedy
For the imagination. A capital
Negation destroyed him in his tenement
And, with him, many blue phenomena.
It was not the end he had foreseen. He knew
That his revenge created filial
Revenges. And negation was eccentric.
It had nothing of the Julian thunder-cloud:
The assassin flash and rumle…He was denied.
Phantoms, what have you left? What underground?
What place in which to be is not enough
To be? You go, poor phantoms, without place
Like silver in the sheathing of the sight,
As the eye closes… How cold the vacancy
When the phantoms are gone and the shaken realist
First sees reality. The mortal no
Has its emptiness and tragic expirations.
The tragedy, however, may have begun,
Again, in the imagination’s new beginning,
In the yes of the realist spoken because he must
Say yes, spoken because under every no
Lay a passion for yes that had never been broken.

ESTHÉTIQUE DU MAL [V – VI] – Wallace Stevens (trad. Rendo)

V

Voi tutti amanti del vero, venite piano
senza le invenzioni del dolore o il singhiozzo
oltre l’invenzione. Nei limiti di ciò che permettiamo,
entro il reale, il caldo, il prossimo,
un’unità così grande, che è felicità ci lega
a chi amiamo. Per questo familiare,
questo fratello quasi dimenticato nella bocca della madre,
e queste insegne reali, queste cose rivelate,
questi lucori nebulosi nell’occhio strettissimo
del profondissimo segreto dell’essere, non ci lamentiamo
via, via gli ahi ahi

delle sfilate nelle più oscure selve.
Stammi vicino, vieni più vicino, toccami la mano, frasi
affettuose, due volte dette,
una dalle labbra, una dalle funzioni
del senso centrale, queste minuzie significano più
di nuvole, benevolenze, teste distanti.
Sono entro il consentito, l’al di qua
soave nella povertå contro i soli
dell’al di là, l’al di qua che trattiene gli attributi
con cui vestimmo, già, le forme d’oro
e la memoria damascata delle forme d’oro,
e il fiore dell’al di là e il fuoco delle feste
della memoria damascata delle forme auree,
prima di essere completamente umani e di conoscerci.

V

Softly let all true sympathizers come,
Without the inventions of sorrow or the sob
Beyond invention. Within what we permit,
Within the actual, the warm, the near,
So great a unity, that it is bliss,
Ties us to those we love. For this famiiar,
This brother half-spoken in the mother’s throat
And these regalia, these things disclosed,
These nebulous brillancies in the smallest look
Of the being’s deepest darling, we forego
Lament, willi gly forfeit the ai-ai

Of parades in the obscurer selvages.
Be near me, come closer, touch my hand, phrases
Compounded of dear relation, spoken twice,
Once by the lips, once by the services
Of central sense, these minutiae mean more
Than clouds, benevolences, distant heads.
These are within what we permit, in-bar
Exquisite in poverty against the suns
Of ex-bar, in-bar retaining attributes
With which we vested, once, the golden forms
And the damasked memory of the golden foms
And ex-bar’s flower and fire of the festivals
Of the damasked memory of the golden forms,
Before we were wholly human and knew ourselves.

VI

Il sole giallo clown, ma non un clown,
fa perfetto il giorno e poi fallisce. Dimora
nel già compiuto, eppure desidera ancora
una ulteriore realizzazione. Per il mese lunare
fa la ricerca più tenera, intento
a una trasmutazione che, vista, appare
deforme. E lo spazio è pieno dei suoi
anni respinti. Un grande uccello lo becca
per nutrirsi. L’appetito ossuto del grande uccello
è insaziabile come quello del sole. L’uccello
volò da una sua imperfezione
per cibarsi del fiore giallo del frutto giallo
caduto da foglie turchesi. Nel paesaggio
del sole, il suo grandissimo appetito diviene meno rozzo,
eppure, anche corretto, ha strane cadute,
scintillii, divinazioni di serena
indulgenza oltre ogni visione celeste.

Il sole è paese, dovunque sia. L’uccello
nel paesaggio più luminoso ruota verso il basso
disdegnando ogni astringente maturazione,
sfuggendo il punto del rosso, non contento
di riposare in un’ora o stagione o lunga era
dei colori del paese che si affollano davanti a lui,
poiché la mente dell’uomo-erba giallo è ancora immensa,
ancora promette perfezioni gettate via.

VI

The sun, in clownish yellow, but not a clown,
Brings the day to perfection and then fails. He dwells
In a consummate prime, yet still desires
A further consummation. For the lunar month
He makes the tenderest research, intent
On a transmutation which, when seen, appears
To be askew. And space is filled with his
Rejected years. A big bird pecks at him
For food. The big bird’s bony appetite
Is as insatiable as the sun’s. The bird
Rose from an imperfection of its own
To feed on the yellow bloom of the yellow fruit
Dropped down from turquoise leaves. In the landscape of
The sun, its grossest appetite becomes less gross,
Yet, when corrected, has its curious lapses,
Its glitters, its divinations of serene
Indulgence out of all celestial sight.

The sun is the country wherever he is. The bird
In the brightest landscape downwardly revolves
Disdaining each astringent ripening,
Evading the point of redness, not content
To repose in an hour or season or long era
Of the country colors crowding against it, since
The yellow grassman’s mind is still immense,
Still promises perfections cast away.

ESTHÉTIQUE DU MAL [III – IV] – Wallace Stevens (trad. Rendo)

III

Le sue salde strofe sono sospese come arnie nell’inferno
o quel che era l’inferno, poiché ora cielo e inferno
sono un’unica cosa, e sono qui, o terra infedele.

La colpa è di un dio umanissimo,
che per compassione si è fatto uomo,
indistinguibile, quando piangiamo

perché soffriamo, il nostro più antico genitore,
compagno del popolo del cuore, il più rosso signore,
venuto prima di noi.

Se solo non avesse così grande pietà di noi,
indebolisse il nostro destino, alleviasse dolori
piccoli e grandi, compagno fedele del destino,

questo troppo, troppo umano dio, simile alla pietà
di sé e genesi senza coraggio…Sembra
che la salute del mondo potrebbe bastare.

Sembra che il miele dell’estate comune
potrebbe bastare, che i favi d’oro sarebbero
parte di un nutrimento di per sé sufficiente,

che l’inferno, così modificato, svanirebbe,
che il dolore, non più mimica satanica, potrebbe
sostenersi, che di sicuro troveremmo la nostra via.

IV

Livre de Toutes Sortes de Fleurs d’après Nature.
Fiori di ogni sorta. Questo è il sentimentale.
Quando B. si metteva al pianoforte e faceva
una trasparenza in cui udivamo suoni trasparenti, suonava
note di ogni sorta? O ne suonava una
in un’estasi di note,
variazioni nei toni di un singolo suono,
l’ultimo, o suoni così singoli da sembrare uno?
E poi quello spagnolo della rosa, avvolta
nel fuoco e nerosangue, salvava la rosa
dalla natura, ogni volta che la vedeva, facendola,
quando la vedeva, esistere nel suo occhio speciale.
Possiamo immaginare che la curasse di meno,
che mancasse verso la padrona per le diverse cameriere,
preferendo alla passione più nuda lo scalzo
libertinaggio? … Il genio del male
non è un sentimentale. È
quel male, male nell’io, da cui
nel santificare disperato, nel gesto rozzo, la colpa
cade su ogni cosa: il genio della mente,
il nostro essere, sbaglia e sbaglia,
il genio del corpo, il nostro mondo,
è consumato nei falsi combattimenti della mente.

***

III

His firm stanzas hang like hives in hell
Or what hell was, since now both heaven and hell
Are one, and here, O terra infidel.

The fault lies with an over-human god,
Who by sympathy has made himself a man
And is not to be distinguished, when we cry

Because we suffer, our oldest parent, peer
Of the populacy of the heart, the reddest lord,
Who has gone before us in experience.

If only he would not pity us so much,
Weaken our fate, relieve us of woe both great
And small, a constant fellow of destiny,

A too, too human god, self-pity’s kin
And uncourageous genesis . . . It seems
As if the health of the world might be enough.

It seems as if the honey of common summer
Might be enough, as if the golden combs
Were part of a sustenance itself enough,

As if hell, so modified, had disappeared,
As if pain, no longer satanic mimicry,
Could be born, as if we were sure to find our way.

IV

Livre de Toutes Sortes de Fleurs d’après Nature.
All sorts of flowers. That’s the sentimentalist.
When B. sat down at the piano and made
A transparence in which we heard music, made music,
In which we heard transparent sounds, did he play
All sorts of notes? Or did he play only one
In an ecstasy of its associates,
Variations in the tones of a single sound,
The last, or sounds so single they seemed one?
And then that Spaniard of the rose, itself
Hot-hooded and dark-blooded, rescued the rose
From nature, each time he saw it, making it,
As he saw it, exist in his own especial eye.
Can we conceive of him as rescuing less,
As muffing the mistress for her several maids,
As foregoing the nakedest passion for barefoot
Philandering? . . . The genius of misfortune
Is not a sentimentalist. He is
That evil, that evil in the self, from which
In desperate hallow, rugged gesture, fault
Falls out on everything: the genius of
The mind, which is our being, wrong and wrong,
The genius of the body, which is our world,
Spent in the false engagements of the mind.

ESTHÉTIQUE DU MAL [I – II] – Wallace Stevens (trad. Rendo)

I

Era a Napoli e scriveva lettere a casa
e, fra l’una e l’altra, leggeva paragrafi
sul sublime. Il Vesuvio brontolava
da un mese. Era bello star seduto lì,
mentre le intuizioni più soffocanti e tremule

saettavano angoli nel vetro. Poteva descrivere
il terrore del suono perché il suono
era antico. Provò a ricordare le frasi: dolore
percettibile a mezzogiorno, che tortura se stesso
dolore che uccide il dolore nel punto esatto del dolore.
Il vulcano tremava in un altro etere,
come il corpo trema alla fine della vita.

Era quasi l’ora di pranzo. Il dolore è umano.
C’erano rose nel fresco caffè. Il suo libro
garantiva la più corretta catastrofe.
Se non dipendesse da noi, il Vesuvio avvolgerebbe
nel solido del fuoco le parti più estreme della terra
senza dolore (ignorando i galli che ci tiran su
per morire). Questa è una parte del sublime
di fronte alla quale indietreggiamo. Eppure, tranne che per noi,
tutto il passato nulla provò quando fu distrutto.

II

In una città in cui crescevano acacie, si coricava
sul balcone di notte. I trilli diventavano
troppo neri, troppo distanti, troppo gli accenti
del sonno travagliato, troppo le sillabe
che si sarebbero formate, nel tempo, e avrebbero comunicato
il segreto della sua disperazione, ed espresso
quel che la meditazione non aveva mai del tutto raggiunto.

La luna si levò come se fosse sfuggita
alla sua meditazione. Evadeva dalla sua mente.
Era parte di una supremazia sempre
sopra di lui. La luna era sempre libera da lui,
come la notte era libera da lui. L’ombra toccava
o solo sembrava toccarlo mentre recitava
una specie di elegia trovata nello spazio:

Il dolore è indifferente al cielo
a dispetto del giallo delle acacie, il loro
profumo nell’aria che ancora aleggia forte
nella notte biancosospesa. Esso non ha occhi
per questa libertà, questa supremazia,
e nella sua allucinazione non vede mai
che quello che lo respinge alla fine lo salva.

I

He was at Naples writing letters home
And, between his letters, reading paragraphs
On the sublime. Vesuvius had groaned
For a month. It was pleasant to be sitting there,
While the sultriest fulgurations, flickering,

Cast corners in the glass. He could describe
The terror of the sound because the sound
Was ancient. He tried to remember the phrases: pain
Audible at noon, pain torturing itself,
Pain killing pain on the very point of pain.
The volcano trembled in another ether,
As the body trembles at the end of life.

It was almost time for lunch. Pain is human.
There were roses in the cool café. His book
Made sure of the most correct catastrophe.
Except for us, Vesuvius might consume
In solid fire the utmost earth and know
No pain (ignoring the cocks that crow us up
To die). This is a part of the sublime
From which we shrink. And yet, except for us,
The total past felt nothing when destroyed.

II

At a town in which acacias grew, he law
On his balcony at night. Warblings became
Too dark, too far, too much ethe accents of
Afflicted sleep, too much the syllables
That would form themselves, in time, and communicate
The intelligence of his despair, express
What meditation never quite achieved.

The moon rose up as if it had escaped
His meditation. It evaded his mind.
It was part of a supremacy always
Above him. The moon was always free from him,
Or merely seemed to touch him as he spoke
A kind of elegy he found in space:

It is pain that is indifferent to the sky
In spite of the yellow of the acacias, the scent
Of them in the air still hanging heavily
In the hoary-hanging night. It does not regard
This freedom, this supremacy, and in
Its own hallucination never sees
How that which rejects it saves it in the end.

Inno omerico ad Ermes, IV, 1-183 [trad. Angelo Rendo]

Il testo greco: http:// http://www.perseus.tufts.edu/hopper/text?doc=Perseus%3atext%3a1999.01.0137%3ahymn%3d4

***

Canta Ermes, Musa, di Zeus e Maia,
il signore di Cillene e dell’Arcadia ricca di pecore,
il supremo messaggero degli dei, il figlio di Maia, dico,
– la venerabile ninfa dai bei capelli -, e di Zeus,
lei che i beati fuggiva, dimorando
nell’antro tutto ombra; qui, il Cronide
alla ninfa era solito unirsi

a notte profonda,

– mentre il sonno abbracciava Era dalle bianche braccia -,
di nascosto dagli dei e dagli uomini.

Ma quando Zeus compì il suo piano,
– e per lei il decimo mese passò nel cielo -,
da solo fece luce e illustre fu l’opera:
ella generò un figlio astuto, ingannatore,
ladro, guida di buoi, padrone dei sogni,
spia notturna, custode di porte,
presto famoso fra gl’immortali.

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Una ricetta siciliana: “Ossa di morto” – Denis Montebello

[L’originale francese qui. Traduzione: Angelo Rendo]

Se si ha la fortuna di “trovare un osso”, in Sicilia e per giunta in quest’epoca, non è che si possa fare i preziosi, storcere la bocca dinanzi a un simile godimento.

Una cosa del genere a noi sembrerebbe un problema, una difficoltà insormontabile.

Per Boccaccio lo scheletro di Polifemo costituiva senza il minimo dubbio la prova che il grande Omero aveva visto bene – benché cieco – e aveva detto il vero. E Virgilio. E la Bibbia. Concordi. I giganti esistono.

Testimone un uomo, che nel 1371 ne scoprì – in una caverna nei pressi di Trapani – lo scheletro e tre enormi denti, poiché il resto, appena toccato, si ridusse in polvere. In cenere e polvere. Tre denti ancora interi mentre del cranio nessuna traccia. Del cranio di questi elefanti nani, con il foro della proboscide. Fossili così piccoli che sarebbe davvero impossibile considerarli i resti dei Ciclopi.

A Boccaccio non interessa sapere come essi siano giunti fin là dai tempi geologici, attraverso quale ponte o mezzo siano arrivati in Sicilia, dato che già non la popolavano. Se non erano i giganti che la abitavano.
Non gli interessa se si servirono della proboscide come un boccaglio, e se davvero gli elefanti sono possenti nuotatori – come si dice -.
Perché questi grandi pachidermi sono diventati nani? Nel loro patrimonio genetico era forse inscritta questa mutazione? Che cosa l’ha scatenata? Che cosa l’ha favorita?
L’ambiente dell’isola coi suoi spazi ridotti e le sue risorse alimentari limitate? La rarità se non addirittura l’assenza dei grandi predatori?
Boccaccio non si pone queste domande. Nulla scuote le sue certezze. Le ossa che dormivano in questa enorme grotta vicino Trapani sono quelle di Polifemo. Non demorderà da questo convincimento. E le proboscidine che gli si potrebbero presentare non gli farebbero cambiare idea.

Novanta centimetri al garrese per cento chili di peso, ma con grandi zanne. E’ l’Elephas Falconeri, che fa bella mostra di sé al Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” di Siracusa nella sala a lui riservata.

0472_-_Siracusa_-_Museo_archeologico_-_Elephas_Falconeri_Foto_Giovanni_Dall'Orto_-_22-May-2008

Dalla vetrina da cui vi guarda con la sua unica e grande orbita, il piccolo mastodonte si mostra indifferente alla folla, al religioso rispetto che circonda il “Ciclope”. Non chiede il suo nome a Nessuno.

Goethe è una salsiccia! – Denis Montebello

[L’originale francese qui. Traduzione: Angelo Rendo e Denis Montebello]

Voglio parlare di un tempo nel quale fra poeti ci si sapeva insultare; quel tempo in cui non solo si poteva dare a Goethe della salsiccia (lo stesso che “dare dell’idiota a qualcuno”), ma anzi dire “Goethe è una salsiccia” costituiva un’azione rilevante di patriottismo, fra le più elementari, paragonabile, ad esempio, a quella di costringere un uomo che non si scappellava durante la Marsigliese ad ingoiare il proprio cappello (cosa che faceva il mio bisnonno Victor, il quale non volle scherzare con la bandiera).

“Tutto è salsiccia in Germania, una busta piena di cose disparate: la frase tedesca è una salsiccia, la politica tedesca è una salsiccia, i libri di filosofia e di scienza, con le loro note e i loro riferimenti, salsicce, Goethe, salsiccia! – Le colonne del casinò di Wiesbaden sono fatte di conchiglie agglomerate, salsicce!” (Paul Claudel, Journal, 1912, Vol. I, pag. 223).

Il pensiero di Claudel sulla Germania era condiviso da molti. Quelli che la vedevano come una “grande massa confusa di budella e interiora dell’Europa!” [« Saint Martin », dans Feuilles de Saints, Oeuvre poétique, p. 671] accoglierebbero con sommo piacere questa espressione familiare che Claudel avrebbe messo in bocca a uno dei personaggi di Pane duro: “Ganz Wurst! Tutto è salsiccia per me.” (Journal, 1913, t.I, p. 245, et Le Pain dur, acte III, scène 4, Théâtre, tome II, p. 85).

Goethe non fiatò. Come incassò il colpo, nessuno lo sa. Morto com’era, e da così lungo tempo, avrebbe fatto fatica a raccogliere il guanto di sfida. Ma esso non cadde nel vuoto. L’affronto non sarebbe rimasto senza risposta. La sua vendetta si sarebbe fatta attendere, ma sarebbe stata ancor più tremenda. A testimonianza le ultime parole di Paul Claudel, l’autore dell’insulto: “Dottore, voi pensate che sia stata la salsiccia?”.

A cosa si riferisce? A ciò che ha mangiato il giorno prima, evidentemente, rispondono in coro i medici. Non abbiamo le loro certezze. Non scartiamo alcuna pista, ma che si tratti di un nuovo colpo dei Surrealisti è pura fantasia.

Chi ha letto il loro opuscolo del 1 luglio del 1925, la Lettre ouverte à M. Paul Claudel, Ambassadeur de France au Japon: (“Cattolicesimo, classicismo greco-romano, noi vi lasciamo ai vostri vomitevoli gingilli religiosi; che vi giovino in tutte le maniere; ingrassate ancora, crepate sotto l’ammirazione e il rispetto dei vostri concittadini.”)? Chi può credere che una maledizione lanciata per gioco e da alcuni sconosciuti che avrebbero tutto di guadagnato a restarvi, si sia compiuta trent’anni più tardi e in modo così tragico e grottesco al tempo stesso? Piuttosto pensiamo – per il fatto che conosciamo la storia – che la salsiccia che soffoca Claudel, quel triste giorno di febbraio del 1955, non è quella che egli inghiottì durante la sua ultima cena, ma la salsiccia di Goethe. Quella che il grande poeta tedesco non ha trangugiato. Se l’ha inghiottita, costretto a forza, là dove era e nel suo stato, non l’ha digerita, ecco la prova.

Oggi i poeti, i poeti in erba se traitent (letteralmente si danno). Verbo intransitivo. Il pasto, cioè, non passa. O ils s’insultent de saucisse (letteralmente si insultano di salsiccia), a quel punto il boccone è difficile da ingoiare anche per un vecchio professore.

Fortunatamente ci sono, fra di loro, delle persone che si scambiano altre cose piuttosto che insulti. Angelo Rendo e io non ci conosciamo, non parliamo la stessa lingua, tuttavia dialoghiamo. In tempo reale e nel rispetto delle nostre specificità.

Questa mattina ci ha dato, tramite Facebook, La salsiccia di Claudel:

Pare che Paul Claudel, prima di spegnersi, si sia rivolto al dottore chiedendo se per caso non fosse stato il callozzo di salsiccia arrosto trangugiato la sera precedente a ridurlo in fin di vita.

Questa sera io, con questo testo, gli restituisco la gentilezza. E vi invito a casa sua.

***

[Denis Montebello est un écrivain français né le 12 mars 1951 à Épinal. Il fait ses études à Épinal puis à Nancy (hypokhagne et khagne au lycée Henri Poincaré, puis lettres classiques à la faculté).

Il habite à La Rochelle où il enseigne la littérature. Il anime aussi des ateliers d’écriture.

Auteur de récits et de romans, il procède en archéologue, cueille les traces, les fossiles qui s’incrustent dans notre présent. Des vestiges où mettre ses pas, ses mots. Mais le poète qu’il est cherche aussi la preuve par l’étymologie.

Il collabore régulièrement à la revue L’Actualité Poitou-Charentes pour laquelle il rédige notamment la rubrique Saveurs en collaboration avec le photographe et écrivain Marc Deneyer et le dessinateur Glen Baxter. Ses textes ont été publiés notamment par les éditions Fayard et Le Temps qu’il fait(en 2004, Fouaces et autres viandes célestes, et en 2007, Le diable, l’assaisonnement).

Ouvrages publiés

  • Le Sentiment océanique, Rumeur des Âges, 1988 (texte « mouvementé » par Régine Chopinot et le Ballet Atlantique et présenté en 2002 à La Rochelle, Lübeck et Poitiers)
  • Richard Texier ou le droit d’épave, Le Temps qu’il fait, 1989
  • Champignons pour mémoire, La Licorne, 1990
  • Verrines, Hautécriture, 1990
  • Moi, Petturon, prince celte, éditions de l’Aube, 1992
  • Le Bateau de sauvetage, Cheyne éditeur, 1993
  • Bleu cerise, Le Temps qu’il fait, 1995
  • Contes et légendes du Poitou et des Charentes, Nathan, 1997 et 1999
  • Au dernier des Romains, Fayard, 1999
  • Filature et tissage, Fayard, 2000
  • Trois ou quatre, Fayard, 2001
  • Au café d’Apollon, Dumerchez, 2001
  • Archéologue d’autoroute, Fayard, 2002
  • Fouaces et autres viandes célestes, Le Temps qu’il fait, 2004. Prix Erckmann-Chatrian (bourse de la monographie),Prix du Livre en Poitou-Charentes ; Prix des Mouettes
  • Couteau suisse, Le Temps qu’il fait, 2005
  • Le diable l’assaisonnement, Le Temps qu’il fait, 2007
  • Mon secret de Pétrarque, lu par Denis Montebello, Le Cerf, collection L’abeille, janvier 2011.
  • Tous les deux comme trois frères, Le Temps qu’il fait, février 2012.
  • Aller au menu, Le Temps qu’il fait, mars 2015.

Édition numérique

  • Immobilier-services, publie.net, 2008
  • Calatayud, publie.net, 2008
  • Le cactus car il capte, publie.net, 2008
  • Lachambre voyage, publie.net, 2009

Pièce radiophonique

  • Le bonjour aux arbres, France Culture, 2002

Traductions

Du latin :

  • L’Ascension du mont Ventoux, de Pétrarque, Séquences, 1990
  • Lettre à la postérité, de Pétrarque, Le Temps qu’il fait, 1996
  • Le Jardin de Priape, trois textes tirés de l’Appendix Vergiliana, Séquences, 1997
  • Le dernier mot, organisé et présenté par Ana Rodriguez de la Robla, Le Cabinet de lecture, collection dirigée parAlberto Manguel, L’Escampette éditions, novembre 2012

De l’occitan :

  • La Mar quand i es pas/ Absence de la mer, Joan-Pèire Tardiu, Jorn, 1997
  • Las quatre rotas/ Les quatre routes, Joan-Pèire Tardiu, fédérop, 2009.]

 

Una poesia di Carlos Drummond de Andrade – trad. Angelo Rendo

O BOLO

Na mesa interminável comíamos o bolo
interminável
e de súbito o bolo nos comeu.
Vimo-nos mastigados, deglutidos
pela boca de esponja.

No interior da massa não sanemos
o que nos acontece mas lá fora
o bolo interminável
na interminável mesa a que preside
sente falta de nós
                                                 gula saudosa.

LA TORTA

Su una mensa interminabile mangiavamo una torta
che non finiva
e improvvisa la torta mangiò noi.
Masticati, deglutiti da quella bocca
di spugna ci vedemmo.

Dentro l’impasto non sappiamo
cosa succede, ma là fuori
la torta interminabile
che governa sulla mensa interminabile
sente la nostra mancanza
                                                gola bramosa.

Angelo Rendo

Odissea, XI, 34-50 – (trad. A. Rendo)

——

Supplicati i morti,
afferrai e sgozzai le bestie
nella fossa: fiottavano nuvolaglie di nero sangue.

Fantasime venute dall’Erebo furono lì.

Giovani spose, giovinetti, vecchi che molto soffrirono,
tenere vergini afflitte da dolore recente,
uomini trafitti da armi di bronzo,
o uccisi in battaglia con le armi insanguinate
vagavano intorno alla fossa urlando
terribilmente: ingiallivo.

Ma feci coraggio ai compagni, gli ordinai
di scorticare e bruciare le pecore
– scannate col duro bronzo –
e di invocare gli dei: Ade potente
e Persefone tremenda.

Io stesso, poi, con la spada affilata alla coscia,
fermo, non lasciavo si avvicinassero al sangue
le teste impalpabili, fumo

prima di interrogare Tiresia.

*****

τοὺς δ᾽ ἐπεὶ εὐχωλῇσι λιτῇσί τε, ἔθνεα νεκρῶν,
ἐλλισάμην, τὰ δὲ μῆλα λαβὼν ἀπεδειροτόμησα
ἐς βόθρον, ῥέε δ᾽ αἷμα κελαινεφές: αἱ δ᾽ ἀγέροντο
ψυχαὶ ὑπὲξ Ἐρέβευς νεκύων κατατεθνηώτων.
νύμφαι τ᾽ ἠίθεοί τε πολύτλητοί τε γέροντες
παρθενικαί τ᾽ ἀταλαὶ νεοπενθέα θυμὸν ἔχουσαι,
πολλοὶ δ᾽ οὐτάμενοι χαλκήρεσιν ἐγχείῃσιν,
ἄνδρες ἀρηίφατοι βεβροτωμένα τεύχε᾽ ἔχοντες:
οἳ πολλοὶ περὶ βόθρον ἐφοίτων ἄλλοθεν ἄλλος
θεσπεσίῃ ἰαχῇ: ἐμὲ δὲ χλωρὸν δέος ᾕρει.
δὴ τότ᾽ ἔπειθ᾽ ἑτάροισιν ἐποτρύνας ἐκέλευσα
μῆλα, τὰ δὴ κατέκειτ᾽ ἐσφαγμένα νηλέι χαλκῷ,
δείραντας κατακῆαι, ἐπεύξασθαι δὲ θεοῖσιν,
ἰφθίμῳ τ᾽ Ἀΐδῃ καὶ ἐπαινῇ Περσεφονείῃ:
αὐτὸς δὲ ξίφος ὀξὺ ἐρυσσάμενος παρὰ μηροῦ
ἥμην, οὐδ᾽ εἴων νεκύων ἀμενηνὰ κάρηνα
αἵματος ἆσσον ἴμεν, πρὶν Τειρεσίαο πυθέσθαι.