Marianne Moore, ‘Cosa sono gli anni?’ – trad. Angelo Rendo

Cos’è la nostra innocenza? Cosa
la nostra colpa? Tutti
esposti, nessuno salvo. E da dove
viene il coraggio: la domanda senza risposta,
il dubbio senza dubbio, –
che chiama senza parlare, ascolta senza sentire –
che nella sfortuna, persino nella morte,
incoraggia altri
e nella sua sconfitta muove

l’anima ad esser forte? Vede
profondo ed è contento chi
accede alla mortalità
e nella sua reclusione cresce
sopra se stesso come
il mare in un abisso,
che lotta per essere libero
e non riuscendovi trova
nella sua resa
la sua permanenza.

Così si comporta chi sente
fortemente. Lo stesso uccello,
cresciuto cantando, tempra
la sua forma verso l’alto.
Sebbene sia prigioniero,
il suo potente canto dice:
la soddisfazione è poca cosa,
la gioia cosa pura.
Questa la mortalità,
l’eternità.

WHAT ARE YEARS?

What is our innocence,
what is our guilt? All are
naked, none is safe. And whence
is courage: the unanswered question,
the resolute doubt —
dumbly calling, deafly listening — that
in misfortune, even death,
encourages others
and in its defeat, stirs

the soul to be strong? He
sees deep and is glad, who
accedes to mortality
and in his imprisonment rises
upon himself as
the sea in a chasm, struggling to be
free and unable to be,
in its surrendering
finds its continuing.

So he who strongly feels,
behaves. The very bird,
grown taller as he sings, steels
his form straight up. Though he is captive,
his mighty singing
says, satisfaction is a lowly
thing, how pure a thing is joy.
This is mortality,
this is eternity.

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A una lumaca – MARIANNE MOORE (trad. Angelo Rendo)

Se “la sintesi è la prima grazia dello stile”,
tu ce l’hai. La contrattilità
è una virtù, la modestia è una virtù.
Non l’acquisizione di una cosa qualsiasi
– capace di abbellire –
o la qualità in cui per caso ci s’imbatte
– concomitante con qualcosa di ben detto –
apprezziamo nello stile,
ma il principio nascosto:
nell’assenza di piedi, “un metodo di conclusioni”;
“una conoscenza di principi”,
nel curioso fenomeno del tuo tentacolo occipitale.

TO A SNAIL

If “compression is the first grace of style,”
you have it. Contractility is a virtue
as modesty is a virtue.
It is not the acquisition of any one thing
that is able to adorn,
or the incidental quality that occurs
as a concomitant of something well said,
that we value in style,
but the principle that is hid:
in the absence of feet, “a method of conclusions”;
“a knowledge of principles,”
in the curious phenomenon of your occipital horn.

A un compressore – MARIANNE MOORE (trad. Angelo Rendo)

Niente è per te

la parola senza l’attenzione.

Mezzo spirito, schiacci tutti
i frammenti in un’indistinta massa:
ci cammini, avanti e indietro, sopra.

Schegge scintillanti vengono schiacciate
fino al piano della roccia genitrice.
Non fosse “un’impossibilità
metafisica in estetica il giudizio
impersonale”, tu

potresti senza dubbio giungervi.

Quanto alle farfalle: non riesco affatto a immaginarne
una che si prenda cura di te; vano questionare
se esista, e possa completarti.

TO A STEAM ROLLER

The illustration
is nothing to you without the application.
You lack half wit. You crush all the particles down
into close conformity, and then walk back and forth
on them.

Sparkling chips of rock
are crushed down to the level of the parent block.
Were not ‘impersonal judgment in aesthetic
matters, a metaphysical impossibility,’ you

might fairly achieve
It. As for butterflies, I can hardly conceive
of one’s attending upon you, but to question
the congruence of the complement is vain, if it exists.

SERPENTI, MANGUSTE, INCANTATORI DI SERPENTI E ALTRE COSE DEL GENERE – MARIANNE MOORE (Trad. Angelo Rendo)

Ho un amico che pagherebbe oro
per quelle lunghe dita tutte uguali
per quegli orribili artigli d’uccello,
per quell’aspide esotico, per la man-
gusta:
animali del paese in cui tutto è
duro lavoro, il paese di chi cerca l’erba,
di chi porta la torcia, del cane col suo servo,
del messaggero-portatore, dell’uomo santo.

Assorto in questo distinto verme
selvaggio, feroce quasi
come il giorno in cui fu preso,

egli lo fissa

come chi guarda qualcosa senza esserci.

“La piccola serpe che rapida guizza nell’erba,
la mite tartaruga dal dorso screziato,
il camaleonte che passa dal rametto
alla pietra, dalla pietra alla paglia”,

lo accendevano rapinosamente prima,
ora, invece, la sua ammirazione è ferma.

Grosso, non pesante, sbuca dal cesto,
l’essenzialmente greco, il plastico animale
tutto d’un pezzo dal naso alla coda;
si è costretti a guardarlo come le ombre delle Alpi
che imprigionano nelle loro pieghe, come mosche
nell’ambra, i ritmi della pista di pattinaggio.

Questo animale, importante sin dai tempi più antichi,
raffinato per i suoi adoratori – perché è stato inventato?
A dimostrare che l’intelligenza nella sua forma pura,
avventuratasi sul treno del pensiero improduttivo,
tornerà indietro?
Non lo sappiamo; la sola cosa positiva è la sua forma;
ma perché protestare?
La passione di drizzare le persone è di per sé preoccupante,
una malattia.
Meglio il disgusto, che a sé non chiama alcun onore.

SNAKES, MONGOOSES, SNAKE-CHARMERS, AND THE LIKE

I have a friend who would give a price for those long fingers all/of one length—
those hideous bird’s claws, for that exotic asp and the mongoose—
products of the country in which everything is hard work, the country of the grass-getter,
the torch-bearer, the dog-servant, the messenger-bearer, the holy-man.
Engrossed in this distinguished worm nearly as wild and as fierce as the day it was caught,
he gazes as if incapable of looking at anything with a view to analysis.
“The slight snake rippling quickly through the grass,
the leisurely tortoise with its pied back,
the chameleon passing from twig to stone, from stone to straw,”
lit his imagination at one time; his admiration now converges upon this.
Thick, not heavy, it stands up from its traveling-basket,
the essentially Greek, the plastic animal all of a piece from nose to tail;
one is compelled to look at it as at the shadows of the alps
imprisoning in their folds like flies in amber, the rhythms of the skating-rink.
This animal to which from the earliest times, importance has attached,
fine as its worshipers have said—for what was it invented?
To show that when intelligence in its pure form
has embarked on a train of thought which is unproductive, it will come back?
We do not know; the only positive thing about it is its shape; but why protest?
The passion for setting people right is in itself an afflictive disease.
Distaste which takes no credit to itself is best.

Una faccia – Marianne Moore (trad. Angelo Rendo)

“Non sono sleale, duro, geloso, superstizioso,
supercilioso, velenoso, o proprio insopportabile”:

ne ho studiato a lungo i modi,

la sua esasperata disperazione
– sebbene non s’arrivi a una vera fine –
lo porterebbe a rompere
felicemente lo specchio;

invece, bisogna avere amore
per l’ordine, ardore, semplice
semplicità, e un’espressione di domanda!

Qualche faccia, una, due – o
una nella memoria –
bastano per la gioia.

A FACE

“I am not treacherous, callous, jealous, superstitious,
supercilious, venomous, or absolutely hideous”:
studying and studying its expression,
exasperated desperation
though at no real impass,
would gladly break the mirror;

when love of order, ardor, uncircuitous simplicity
with an expression of inquiry, are all one needs to be!
Certain faces, a few, one or two—or one
Face photographed by recollection—
to my mind, to my sight,
must remain a delight.

Idioma dell’eroe / Uomo che trasporta una cosa – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

IDIOMA DELL’EROE

“Questo caos presto sarà compiuto.”
– dissero due operai.

Questo caos non sarà concluso,
casa rossa e casa blu mescolate,

non finito, mai e poi mai finito,
il debole sistemato,

il povero di notte
ascoltato

come il ricco e retto.
Il grande non sarà mischiato…

Io sono il più povero di tutti.
Non posso essere rammendato,

grazie alle nuvole, amiche,
pompa dell’aria.

IDIOM OF THE HERO

I heard two workers say, “This chaos
Will soon be ended.”

This chaos will not be ended,
The red and the blue house blended,

Not ended, never and never ended,
The weak man mended,

The man that is poor at night
Attended

Like the man that is rich and right.
The great men will not be blended…

I am the poorest of all.
I know that I can not be mended,

Out of the clouds, pomp of the air,
By which at least I am befriended.

UOMO CHE TRASPORTA UNA COSA

Bisogna che la poesia resista all’intelligenza
assolutamente. Illustrazione:

una figura bruna in una sera invernale resiste
all’identità. La cosa che trasporta resiste

al senso più necessario. Accettali, allora,
come secondarie (parti non proprio percepite

del tutto ovvio, particelle incerte
del solido certo, fondamento,

cose fluttuanti come i primi cento fiocchi di neve
di una bufera da sopportare l’intera notte,

di una bufera di cose secondarie),
un orrore di pensieri all’improvviso reali.

Dobbiamo sopportare i nostri pensieri tutta la notte, finché
l’ovvio che risplende ristà immobile nel freddo.

MAN CARRYING THING

The poem must resist the intelligence
Almost successfully. Illustration:

A brune figure in winter evening resists
Identity. The thing he carries resists

The most necessitous sense. Accept them, then,
As secondary (parts not quite perceived

Of the obvious whole, uncertain particles
Of the certain solid, the primary free from doubt,

Things floating like the first hundred flakes of snow
Out of a storm we must endure all night,

Out of a storm of secondary things),
A horror of thoughts that suddenly are real.

We must endure our thoughts all night, until
The bright obvious stands motionless in cold.

‘Il corpo si perde nel corpo’. Quattro poesie di Jean-Louis Giovannoni – trad. Angelo Rendo

[Scelta di testi tratti da ‘Poesia’, numero 331 (Novembre 2017), lì curati e tradotti da Marco Rota.]

Si crede
qualcuno verrà
ad aiutarci.
O trattenere.

Errore.

Il corpo si perde nel corpo.

***

Si cade
nel fondo

le ossa
all’esterno.

***

Quando non si parla,
si crede
di essere fuori
dalle nostre parole.
Siamo invece
il loro corpo.

***

Non appena una parola
è detta,
si annida subito
in sé, luogo
della scomparsa.

TESTO FRANCESE

On pense
que quelqu’un viendra nous aider
à nous retenir

C’est une erreur

Le corps se sectionne dans le corps

***

On meurt
par effondrement

Les os
vers l’extérieur

***

Quand nous taisons
nous croyons vivre en dehors de nos mots
alors que nous sommes
par ce silence même
dans leurs corps

***

Dès qu’une parole
est pronuncée
elle cherche aussitôt
en elle
le lieu de son effacement

Alleluia, hai sconfitto il robot! – Angelo Rendo

Denis Montebello, scrittore francese della generazione dei padri, ha tradotto un mio testo, il viaggio a Tindari. Lucentezza, calore, netteté caratterizzano la sua prosa. È la prima volta qualcuno traduca un mio testo. Che sia stato Denis mi onora. Spero di meritarla, questa traduzione. Tuttavia, non dimentico mai che merito e onore sono nel guazzetto libertario insieme al destino. Quando l’onore cala, prende la forma di Excalibur. Dall’una e dall’altra parte vi è il patto silente della traduzione. Bisogna mettere in salvo il destino. Fuori da qualsivoglia ingerenza.

Alla traduzione di “Dire merci (Tindari)” di Montebello ha reagito una lettrice, Pascale, Denis ha risposto. [Lo scambio è rinvenibile qui: http://cotojest.over-blog.com/2017/…/dire-merci-tindari.html.%5D Ed eccolo anche qui, sotto:

Pascale: Più il testo si dispiegava, più diventavo scettica, ma niente affatto delusa, quel che ho sentito non c’entra nulla. Il testo è dionisiaco in francese, angelico in italiano. Grazie per questo doppio piacere.
Montebello: In questo caso l’interprete o dragomanno (non lo so neanche io, non siamo lontani dal ‘Viaggio in Oriente’) si rifiuta di fare l’interprete. Si lascia guidare. Per il suo più grande piacere.
Pascale: Alleluia, hai sconfitto il robot!

Dire Merci – Angelo Rendo (trad. Denis Montebello)

À qui parle cette Vierge noire du Tindari (on est dans le noir)? Le Logos mettra cela au clair.
Il règne une grande confusion ce matin à Tindari, c’est dimanche. Un seul parle, sa voix est rendue inécoutable par la trop humaine puissance. Une petite voix, là-bas, au fond, et avec elle, un Dieu qu’on ne parvient pas à reconnaître.
Avec la restauration des années 1995-96, la Theotokos byzantine a perdu son pluvial de soie blanche, son diadème et son lys, l’Enfant sa tunique d’un blanc éclatant et sa couronne. Au cours des siècles, la Vierge avait subi un habillage progressif et somptueux, aujourd’hui elle est en bois nu, de cèdre du Liban, la Nefertiti qui incline et pousse le promontoire du Tindari vers l’Orient.

Émus, dirigés par nos pas, nous marchons maintenant vers l’Occident, vers la Tindari gréco-romaine, après une courte halte pour voir le golfe de Patti et les petits lacs de Marinello du haut du promontoire.
Nous nous frayons un passage entre les stands installés sur la route étroite qui mène au parc archéologique, jusqu’à ce que nous trouvions le portail d’entrée; deux chiens nous accueillent à l’entrée et deux employés à la billetterie; première étape à l’Antiquarium, puis le decumanus supérieur, et, tout de suite, à l’est vers la Basilique (un propylée conduisant à l’agora, semble-t-il), l’insula IV, les deux demeures patriciennes avec thermes, les boutiques et le decumanus inférieur. Nous remontons par le cardo et tournons à l’ouest vers le théâtre du IVe siècle av. J.C., qui, adossé à une colline, regarde la mer: on se croirait à Taormina.

Rien, en fait de temples. On suppose que l’acropole était là où se dresse aujourd’hui le sanctuaire, qu’il y avait un temple (?) dédié à Cybèle, tandis que plus bas, sur la pente du Tindari actuellement occupée par le hameau de Mongiove, se trouvait le temple de Jupiter (?), le toponyme en aurait maintenu l’écho.
Le tour a été rapide, il y avait un groupe, une troupe qui théâtralisait par étapes l’Iphigénie en Aulide, entrecoupée de notes historico-archéologiques sur le site; une longue pause et un repos bien mérité après l’Antiquarium: une tête en marbre d’Auguste, deux Victoires ailées, un masque tragique en marbre avec bonnet phrygien, statues romaines de personnages en toge, inscriptions, chapiteaux, un candélabre en bronze, coroplastique votive, un beau foculum de l’insula IV, urnes cinéraires en plomb et en verre avec anses en « m », vases à onguents en verre en forme de cloche, etc., etc.

Quand nous nous en allons, après trois heures, de 10 à 13 -nous étions partis à 6h15-, nous ne sommes pas vraiment satisfaits; c’est un site mainstream, Tindari, à la lumière féroce, ouvert au bleu de la mer et aux ténèbres des Nebrodi; l’antiquité survit, éblouissante, évidente. On attend le miracle, qui arrive ici parce que vous oubliez la crête où se tient la vie.

Alors, dire merci signifie rembobiner toute la cassette, courir au combat, au sang, à la dévotion qui fait humain cela qui n’a pas de nom et qui ramène au quotidien mort d’un centre commercial, l’Auchan de Melilli, sur le chemin du retour. Au Feltrinelli Village, une librairie disparate dont on sort sans avoir fait attention, pas même au forfait accompli par le monsieur obèse un livre de Chiarelettere à la main, une pétarade nocive et malveillante. Celui-là n’éveille aucune tendresse, contrairement au type rencontré une heure plus tôt à l’aire de service de Calatabiano. Un gros tapinant dans les toilettes, quasi chauve, portant mini queue de cheval shorty robe très courte et froufroutante à fleurs et sandales avec un sac à main de fillette; et un regard perdu.

[È possibile leggere la traduzione di “Dire grazie (Tindari)” anche qui, il blog di Denis Montebello.]

Bernard O’Donoghue, ‘Cos’è l’amore’ [trad. Angelo Rendo]

È strano. Quanti i versi sull’amore
e nessuno che abbia detto
dove esso più stringa:
non nel sesso né nel volere
che l’altro stia bene,
ma nel passare tutto
il tempo a cena,
apparentemente presi dal discorso,
in realtà a incitare la mano
a tagliare l’invisibile spada sulla tovaglia
a toccare un dito che su di essa trema.

A un giovane prete di una parrocchia nel West Cork
fu detto che sua madre era molto ammalata
e che lui doveva venire a casa a Boherbue
(era già morta: volevano
ammorbidire la botta). Guidò come un pazzo
per il Mid-Kerry. Si schiantò. Morì
nella bella valle di Glenflesk.
E fu così perché, stolto, immaginò
di toccarle le dita per l’ultima volta.

~

The Definition of Love

It’s strange, considering how many lines
Have been written on it, that no one’s said
Where love most holds sway: neither at sex
Nor in wishing someone else’s welfare,
But in spending the whole time over dinner
Apparently absorbed in conversation,
While really trying to make your hand take courage
To cross the invisible sword on the tablecloth
And touch a finger balanced on the linen.

A young curate of a parish in West Cork
Was told his mother was seriously ill
And he must come home to Boherbue
(In fact she was dead already; they had meant
To soften the blow). He drow recklessly
Through mid-Kerry and crashed to his death
In the beatiful valley of Glenflesk.
This was because he fantasised in vain
About touching her fingers one last time.