Stupidaire – sei anni di commenti in Nazione Indiana

Rileggendo sei anni di commentario nel blog piu’ trendy d’Italia, mi rendo conto di quanto il mezzo mi abbia istupidito, messo sotto sale, infine consegnato al chiacchiericcio saccente e parvenu, il cui tono e’ molto probabile appartenermi di natura.

scarica qui lo Stupidaire, tutti i commenti dell’ineffabile GiusCo.

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Senza Titolo

Penso alle volte che noi (tutti i viventi) –

siamo un messaggio che viene scambiato

tra due (o nx) entità.

I nostri corpi, con tanto grossolani errori di costruzione

– che però potrebbero essere

grossolani scherzi da osteria – tipo usare le

stesse zone per l’espulsione di detriti e la

fabbricazione di nuovissimi corpi, siamo

appunto qualcosa da decifrare,

con beneficio che il messaggio venga a sua

volta certificato

e portato a conoscenza del suo stesso senso

Senso che si sente senso – ma cripticamente

tuttavia – e sepolto in sé, nel suo stesso essere “vita”

singola vita.

Latente ideologia in ogni malattia

in ogni corpo vivente

(atto scritto nonostante il dito a scatto 2004?)

Andrea Zanzotto (Conglomerati)

Inno metalinguistico sproiettato

Inno metalinguistico sproiettato

La città “è” la banalizzazione del luogo, lo spazio libero anticoercitivo, senza limiti se non quelli fisici dell’altro oggettuale (palazzi, marciapiedi, pali, piloni, semafori, cani, gatti, uomini ecc.).

Sfiorare i limiti, le soglie corporee – primo grado di un rapporto aleatorio – inizio di una pregnanza avvertita come irriducibilità del mondo, l’ormai classica irreparabilità.

Solo l’essere banale, conscio della propria mancanza di originalità, della propria messa al bando (che si mette al bando), riesce ad intravedere una diversa singolarità comunicativa divenendo il principale nemico dello stato in quanto a-politico abitante, o meglio, commerciante-cliente non cittadino, mercante primitivo del proprio essere disseminato che, essendo consapevole della propria singolarità comune, diviene responsabile della propria assenza di scopo o fine (sé in-finito, in ogni caso continuamente provvisorio, precario). E’ questa – dell’essere singolare comune – l’unica prospettiva plausibilmente slegata da ogni forma di nichilismo, l’ottica nuova che riesce a svincolarsi dal tentativo concettualmente obsoleto di una ricostruzione identitaria, quel punto di vista in-finitamente di-versificato il quale conducendo ad effettiva estraniazione produce il libero movimento dell’essere, la sproiezione nella varietà-verità del mondo.

Proprio perché a-causale (casuale), il singolo comune è inadatto a sciogliere il nodo individuale e in tal modo è sempre pronto ad accogliere e disperdere (da un punto di vista fisico, si pensi ai residui organici e non), ad appena avvertire – sfiorare – l’altrui soglia ovvero il comune esser vago nel vuoto: ogni eventuale legame è disciolto nell’eventuale presenza-assenza. Metaforicamente l’essere singolo comune è campo coltivabile indefinitamente a cui s’intreccia (non si sovrappone) la figura del seminatore razionalmente consapevole dell’impossibilità di auto-inseminazione – in pratica la fertilità di un interscambio attivo, osmotico, d’azione. Paradossalmente questa sproiezione metaforica dell’essere singolo comune tras-pone un principio individuale dell’ordine delle cose, non un ritornare dialettico bensì uno stornare in itinere: nel senso che l’azione sproiettata nell’a-spazialità (precipuità ineffettiva) del continuo movimento spaziale dis-pone alla creazione di un mondo (mistificazione assidua: la nuova tecnica o la nuova arte se si vuole).

La nuova visione che scaturisce da questa trasposizione dispositiva dell’essere si spiega in termini di stupro identitario che il singolo compie nell’approccio, accettazione, connessione all’altro (abolizione definitiva di qualunque concettualizzazione di verginità traslata; piuttosto ritorno all’origine etimologica cioè alla spinta e poi forza, energia, turgore, nutrimento, maturità – lo slancio è l’opposto della stasi, l’intatto l’immacolato è deflorazione). Stupro identitario cioè perdita di una memoria atavica, il vetusto valore della tradizione occidentalidentitaria: la dissoluzione della trita memoria è pratica, ginnastica di continua sostituzione, etica nuova nuovo costume, nuova prospettiva, frustrazione del fine – la verità – nessun centro, nessun bersaglio, l’unica attenzione possibile è dis-tratta e quindi attratta su ciò che potrebbe sfuggire.

Solo un’attenzione disattenta all’evidenza del momento è accadimento del reale, desiderio d’esterno, dispiegamento di mondi intreccio momentaneo e dissoluzione di trame, sboccio, aria, amore. Scaturigine spontanea di una partecipazione ineluttabile proprio perché involontaria, la vita è dovere esorcizzare la morte come concetto a-priori, blocco dovuto a un preconcetto identitario e umanista, nonché, in quanto esperienza decentralizzata, apertura al possibile.

Gianluca D’Andrea (23/05/2003)

http://www.nabanassar.com/testinno.html

 

METODO – reprise

Ho smesso di commentare nei blog e sto raccogliendo integralmente i miei sei anni di presenza nel loggione in Nazione Indiana. Tale “Stupidaire”, o delle mirabolanti punture di GiusCo, verra’ presto rilasciato in .pdf quale ennesimo ed ultimo esperimento individuale di scrittura piana e in italiano. Che GiusCo possa considerarsi una persona letteraria e non la saccente versione telematica dell’uomo Giuseppe Cornacchia, sara’ simpatico valutare a tempo debito.

Nella trascrizione fedele della GiusCo-eide, risalendo dai primissimi post del 2003 ormai qualche settimana fa (dopo l’ultima e fatale baruffa col commentatore Salvatore D’Angelo) sono oggi arrivato al 5 novembre 2007, data in cui Andrea Raos mise online la mia METODO e la prima traduzione inglese (a cura di Chiara De Luca, Gray Sutherland, Judy Swann), che poi sarebbe confluita leggermente modificata nell’Ottonale bilingue pubblicato da Erbacce Press, Liverpool, 2008.

Ripropongo quel post per i commenti, nei quali si discusse soprattutto la traduzione del termine italiano nocciolo con core, preso dal gergo nucleare. Una sorpresa fu l’intervento di Adeodato Piazza Nicolai, a confermare che i blog, alcuni blog, sono davvero letti da un numero silenzioso di intellettuali non ancora disposti a scendere nell’arena dove hanno battagliato i GiusCo & affini, se non in casi del tutto eccezionali. Peraltro, il garbo di Piazza Nicolai e’ raro e non si impara in accademia.

Trovate il post qui: poesia del METODO su Nazione Indiana