“LA NATURA CHE ESISTE E L’UMANITÀ CHE DIVIENE” – Angelo Rendo

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Liriche cinesi (1753 a.C. – 1278 d.C.), Einaudi, ed. 1957, a cura di Giorgia Valensin, prefazione di Eugenio Montale.

Copertina rigida in cartone, color verde mimetico, dorso in tela, 18 cm x 11,5 cm., pp. 250, collana Universale Einaudi.

Presumo la progettazione grafica – giocata tutta sul carattere, le dimensioni e i netti contrasti in un contesto di risoluta essenzialità – sia di Albe Steiner, il quale invita il lettore subito al centro, dentro una fitta foresta millenaria.

“La natura che esiste e l’umanità che diviene”: così Montale nella prefazione distingue i due mondi, l’orientale dall’occidentale.

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Addosso alla dittatura mediatica! E poi scoprire di esserne foraggiati…

DUE ESEMPI DA MANUALE

EVELINA SANTANGELO: “A me non interessa il «messaggio» in sé, che sento parola pericolosissima, se brandita come una spada, né interessa (in assoluto) chi ha prodotto quell’opera e con quanti soldi (perché tutto ciò avrebbe a che fare con un altro genere di riflessioni e un altro genere di problemi, rilevanti, ma di natura diversa. Problemi, per inciso, che mi riguardano, certo, e mi toccano personalmente, avendo pubblicato anche io con Einaudi gran parte dei miei libri).”.

Evelina Santangelo, palermitana, domina con queste parole (tratte da un intervento a chiusura di questo post su Nazione Indiana, qui) la “dannazione”.

Quale forza, a monte della professoralità – che pasce a valle ruminante -, mi chiedo, dovrebbe possedere autore ed opera e per quale strada andare o quale spada brandire colui che ha fatto sfida al tempo con la popolarità vanesia del ruolo? Come può?

A me interessa il messaggio, da dove viene, e il suo effetto di trascinamento; la relativizzazione, snobberia della più bell’acqua, è una tana.

GABRIELE FRASCA: “Il mio rapporto con l’editoria è ambivalente. Mi trovo a lavorare sia per la piccola editoria che per la grande editoria, come per esempio può essere per Einaudi e in questo caso parliamo proprio del nemico perché Einaudi ormai è Berlusconi. Per altre cose, invece, cerco disperatamente di trovare altri editori e di lavorare in una maniera diversa per rifuggire alla massificazione che è inevitabile nel caso della grande editoria.

Il mio lavoro per Einaudi mi lascia totale libertà ma soltanto perché mi occupo esclusivamente di due settori particolari. Uno è la poesia. La poesia non vende e quindi sulla poesia non intervengono anche perché sarebbe inutile visto che il più delle volte le poesie non si capiscono. Il secondo sono le traduzioni beckettiane e lì si tratta di un’opera che già esiste e quindi non si può bloccare.

Credo, invece, che scrittori che lavorano per Einaudi, come ad esempio i Wu Ming, abbiano dei problemi ben più seri; penso che loro debbano rimanere per forza su un target, non potrebbero mai scrivere una cosa diversa da come la scrivono. Volendo metterla su questo piano, i Wu Ming si sono venduti da subito. […]

Ho scelto di non fare lo scrittore di professione, perché altrimenti non sarei stato libero, però, ovviamente, faccio il lavoro più vicino a quello dello scrittore, cioè insegno.”.

Gabriele Frasca, napoletano, sembra affiorare da una nicchia (qui, l’intervista da cui le sue parole), lavora o, come dire, tiene famiglia, scrive poesie, la poesia non è capita, traduce Beckett, un classico; pensa di farla franca. Di nuovo, come sopra, e con in più l’inserto moraleggiante per i teneri Wu Ming, nell’insegnante che scrive c’è conflitto fra idealità supposta e pratica realizzazione.

Insomma: estenuatezza, maestria nel calcolo alfanumerico, manualizzazione della parola.

Non scappa nulla alle menti brillanti che certosinamente e con pazienza fanno quel che c’è da fare. Senza il minimo sospetto che il tempo si perde.

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Angelo Rendo, diritti riservati, ottobre 2009

Ho una macchina sotto le palle – Rendo legge Siti

Sono troppi i parassiti che succhiano questo reale, così la sua triste sposa non potrà che essere la televisione, argomento inflazionato da cui cavare ultimo sangue. Nei pressi, Siti. Con l’opera capitale Troppi paradisi (2006), conclusiva di una trilogia composta da Scuola di nudo (1994) e Un dolore normale (1999). […]

Troppi paradisi è l’opera di un piccolo-borghese, che sente forte la necessità dell’autoanalisi, mettendo in scena persino la radice parentale con le sue serpi, trasmessegli. Ha voluto fare i conti. […]

L’autore nasce ritardato, lacrimoso; vorrebbe, dunque, dare luce all’occasione perduta. La ricerca della stabilità lo ha ritardato, collocato nelle retrovie. Nonostante tutto, Siti ha avuto premura di bene addentellarsi col meccanismo a lui prossimo: la letteratura del e dal dentro. Non riserva sorprese. […]

 

Walter Siti si colloca all’interno di un sistema di potere consolidato, ove tutti si conoscono. Si pubblica perché non può che essere così, facendo parte “do Sistema”. Ogni opera è rivolta a lettori che sanno già ciò che trovano. Il target è manifesto. W. S. cattura un segmento in forte emersione, come un polipo dai mille tentacoli.

Siti è l’arciitaliano, appartiene alla schiatta dei raccontatori del disastro, del naufragio. Abbacinato da un’epoca estrema, in bilico, alla fine la fa sua. A reggerlo v’è una forza rabbiosa, propria di chi è venuto fuori, solo all’inizio della vecchiaia, da una funesta compressione.

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