Laura Pugno: La mente paesaggio – di Gianluca D’Andrea

[Recensione che è possibile leggere, prima ancora che su Nabanassar, qui e qui]

nel bosco che ti sbava sulla pelle

Si riprenderà tutto l’acqua fino alla prossima glaciazione. Niente di catastrofico, è solo la possibilità aperta da questo libriccino così diverso dall’ondata letteraria e classicista della poesia italiana attuale: mi riferisco a un versante linguistico che mi ostino a definire “lombardo” per impostazione narrativa e sobrietà tematica nonché per scelte lessicali e sintattiche attratte da una semplicità che, a volte, rischia la stucchevolezza. Allo stesso modo La mente paesaggio è distante da qualsiasi sperimentazione risultando piuttosto un libro basilare, originario e, a ben vedere, profetico. Ogni parola è calibrata su misure minerali, i versi non esistono, sono le risultanti di un linguaggio esploso da tempo, isole o villaggi di palafitte nella distesa della pagina; questo stesso galleggiare è il risultato di un vecchio tragitto e la possibilità del nuovo, posteriore ad ogni posteriorità. Il movimento, il cammino appunto, nel nuovo sentiero della storia che, a scanso di equivoci, non si è mai interrotto, nonostante l’uomo. Diceva Thoreau: «Il sole si spegne su qualche terra lontana, dove non è visibile alcuna casa, con tutte le glorie e lo splendore che prodiga alle città, e in maniera mai vista prima» (H. D. Thoreau, Camminare, Mondadori, Milano 2009, p. 59); le ultime parole di La mente paesaggio recitano: «dove sei adesso/ il sole cuoce il pane/ è perfezione// completato il corpo/ e tu lingua puoi perderti/ qui e non/ altrove» (p. 91): è la fine di un percorso che, come nell’immenso pensatore americano, realizza l’esistenza compiuta della lingua e del soggetto e che, sfondate le barriere socio-economiche e perduti i confini, non può che continuare a sorprendersi della ricchezza metamorfica e dello stesso cammino che apre continuamente al mondo.

In un libro di poesie pubblicato nello stesso anno di La mente paesaggio si ripete il medesimo messaggio: le parole, la lingua, sono doni di apertura alla possibilità di trasformazione per quanto possano condurre alla perdizione – che, come abbiamo potuto constatare nel libro di Laura Pugno, ha un effetto ri-creante – o al nascondimento del reale stesso (ma sono implicite funzioni del segno la mistificazione, l’infingimento – solo il riconoscimento dell’inganno apre uno spiraglio alla fede): «Copriremo/ con le parole il vuoto che abbiamo potuto vedere -/ solo disordine oltre le nuvole e i nomi,/ i segni splendidi a nascondere le cose» (G. Mazzoni, I mondi, Donzelli, Roma 2010, vv. 24-27, p. 58). Nonostante i toni e gli stili diversissimi, entrambi i libri ci conducono dentro la nostra storia, la storia di un millennio nato postumo e consapevole di ciò che Ivan Illich aveva prognosticato quasi quarant’anni fa: «Una volta oltrepassato il quantum critico di energia pro capite, è ineluttabile che le garanzie giuridiche dell’iniziativa personale e concreta vengano soppiantate dall’educazione agli astratti obiettivi di una burocrazia. Questo quantum segna il limite dell’ordine sociale» (I. Illich, Elogio della bicicletta, Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 12), ovvero consapevole di essere ad un passo dal disastro socio-economico, soprattutto dopo due tappe significative quali l’11 settembre 2001 e il 16 settembre 2008, data in cui si verificò il fallimento della banca Lehman Brothers, conseguenza dello scoppio della bolla finanziaria negli Stati Uniti nel 2007 e avvento della crisi economica mondiale.

Ritornando a La mente paesaggio e consci di un disastro di là da venire eppure già avvenuto attraverso tutte le informazioni che giungono a ravvisarlo, ecco che le dimensioni di tempo e spazio vanno riformulandosi lontano da ogni determinismo o causalità e, attraverso la consacrazione dei concetti di precarietà e indeterminatezza fisica, appaiono le dimensioni liminari dell’acqua (da habitat originario a rispecchiamento e riconoscimento nella mutevolezza) e del bosco («chi aprirà la porta che dà sul bosco» p. 85, v. 6; «il giardino è all’interno del bosco» p. 86, v. 1; «la porta che dà sul bosco/ non è diversa dalle altre» p. 87, vv. 1-2), casa reale a naturale di esseri che ineluttabilmente conservavano «la chiave/ in una tasca/ cucita nella carne» (p. 87, vv. 4-6) e che, nonostante un cammino di allontanamento durato millenni, custodiscono l’essere dentro il sistema mondo in un attraversamento che è memoria. Difficile da spiegare l’evenienza che tutta la costruzione umana originata dalla concatenazione causa-effetto si stia sbriciolando per divenire uno spazio-tempo assoluto ricchissimo di venature. I microliti richiamati come un’eco nel sistema linguistico della Pugno – e che formano l’architettura rizomatica del libro – intraprendono questo percorso di spaesamento e raccoglimento e si sostanziano come unico nutrimento: «la pianta che cresce sott’acqua/ con foglie carnose/ come salvia -// la pianta perduta/ che cambia/ la tua carne// come grano/ perfetto e splendente/ che cresce sott’acqua» (p. 60). Assistiamo al passaggio verso nuove coordinate che fungeranno presumibilmente da dimora, non assistiamo alla nuova etica dell’abitare in quell’oikos che «non è più la polis (la città) ma l’oikoumene (l’insieme della terra abitata)» (S. Latouche, Come si esce dalla società dei consumi – Corsi e percorsi della decrescita, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 70) ma siamo a un passo dal ricongiungimento ad esso: «il non dolore/ torna, il non/ conosciuto prima/ del dolore// lingua piccola,/ ma ancora/ viva/ che sei la stessa lingua/ la stessa voce// e dirai il paesaggio/ il corpo non/ dimenticando» (p. 90). Per incominciare a ri-abitare il mondo bisogna attraversare questo stesso percorso di de-nudamento (la poesia lo dice con i suoi strumenti e La mente paesaggio diventa uno dei paradigmi più profondi, perché unico esempio finora in Italia, di una vera spoliazione e decostruzione identitaria), in termini socio-economici «Bisogna diventare degli atei dell’economia, cioè non considerare un’evidenza indiscutibile il fatto che la crescita di qualsiasi cosa in modo illimitato è una buona cosa, e che la produzione di beni materiali è più importante dell’organizzazione politica o della felicità familiare» (S. Latouche, cit., p. 53).

Se è vero che «l’arte rappresenta un fondo storico della coscienza spaziale, e l’autentico artista è un uomo che vede gli uomini e le cose meglio e più esattamente degli altri, più esattamente soprattutto nel senso della realtà storica della propria epoca», come dice Carl Schmitt (C. Schmitt, Terra e mare, Adelphi, Milano 2002, p. 70), allora è ancora un’opera d’arte, in questo caso un’opera di poesia, a risvegliare e illuminare il senso di appartenenza e cura del mondo che due secoli di sviluppo economico tecnocratico hanno allontanato dalla prospettiva umana.

LOVED AND LOST – Una poesia di John Burnside tradotta da Giuseppe Cornacchia

[John Burnside ha vinto il TS Eliot Prize 2011 ed il Forward Prize 2011 con “Black Cat Bone”, raccolta edita da Jonathan Cape. Una sua intervista si trova su Granta 119: Britain, di Marzo 2012.]

AMATI E PERDUTI (link alla versione originale)

Ridatemi l’inizio e vivro’
come i gufi nel muschio e nel solco

del crepuscolo
– intravisto
mai davvero visto,

seguendo poi la scia
al rifugio a noi noto dall’inizio

attraverso solidago
e alstroemerie;

mentre in qualche altrove,
all’opposto capoverso del giorno,

un’anatra puntuta
fa il verso a se stessa

su per il grande lago,
la risposta che viene

ne’ piu’ ne’ men remota di come
siamo diventati l’uno all’altra,

molto esplorati
poi messi da parte, fino ad ammettere

che l’amore rivelato amor non e’:
solo il lento squamarsi di seconda pelle

insito nel fruscio del desiderio.


traduzione di Giuseppe Cornacchia, Aprile 2012, diritti riservati;
altre poesie da John Burnside sono inserite in TRADUZIONI per iOS e disponibili gratuitamente, come aggiornamento, a chi ha gia’ acquistato

Tre poesie da John Burnside, tradotte in italiano, sono state pubblicate su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

Appunti dal buon senso senza senso (5) – Angelo Rendo

Me ne sto nella cappella, pensando che saremo vivi quando non ci saremo; dall’altra parte, praticano la non oppressione, bisogna allora trovarsi una compagna sollecita, che stia con te nella cappella e giri fuori volando come un rondone, lo stesso io.
Tu potrai essere degno ma non ci sarai più, la nobiltà è parca non per qualche cosa, ma perché non ha mezzi; così la luminosità è contrastata dall’afflizione e mai sia che accada, altrimenti teorizzerete e quanto più lo farete, tanto più vi puzzerà l’alito; dalle viscere e dal fegato la rovina.
C’è tutta una schiera di oppositori contro i quali non vale contro, poiché al centro v’è un buco, dal buco esce il dito medio dell’ignoranza, lo mozziamo, o odoriamo.
Non essere sciocco e mendica un po’ di cibo, una volta due volte. Tra te e lo scarafaggio alcuna differenza, trasferisci il sorriso sulla sua groppetta nera, aiutalo a raddrizzarsi, porgi la mano alla zampetta scheletrita, che non s’illuda d’aver creato il mondo.
La città non ha intenzione – mi dicono – di dare impulso alle alterazioni, distinguendo fra produzione e condizionamento atmosferico.
Mi sono messo a girare in tondo, non è perdita di tempo, badate, cerco di capire, ma quando capirò non lo saprò. E dunque carota e bastone in dono; dona chi non è nobile. La parsimonia è un ghirigoro di cilebbra buttana, si infratta e cambia il senso alle parole.
Al modo di topo che rosicchia il foglio con le condizioni del contratto, la processione del tempo fa qualche fermata; si approfitti delle pause per puntellare la tettoia.
Gambe pelose e nude non siano avversate da chi poco peso trasporta. Rosicchia la mela o ciucciati la calzetta o sfrega a tutta lingua sul lenzuolo. Come dici? Vuoi i soldi?? Ah, per quello alla banca devi telefonare, non so cosa tu abbia fatto in questa vita che corre. Le nubi portano acqua, bisognerà inzupparsi, slappare acqua e putrido, senza rabbia, vedere la trazzera col brecciolino bianco e fresco. La liberalità è salita sul carro, il liberalismo sotto.
Quanto al resto, che non sappiamo quanto e dove sia, inutile parlarne. Il prezzo è caro, un caro ragazzo. Un elefante, animale saggio e grinzoso, sta nella pelle: che vaghi da una parte all’altra, senza dirigere a modo proboscide e lingua, è male.
Ora panna sull’intera torta porzionata, il papa ha fatto gli anni, onoriamolo. E onore pure ai compagni: mascarpone tutto di sopra, o tutto di sotto.
Non prendete piacere dai fiori, sbocciano, esplodono, vi sfondano, appassiscono, come me te tutti. Le ragadi attaccano, un poco di rugiada e calma. I legami richiedono ordine; quel che insieme si muove lascia resti, quel che siamo è della corrente del fiume. E già che ci sei, bevi quanto basta, attaccata alla suca. Poi, vattene. E poco mangia.

Tre settimane di poesia nei lit-blog italiani (V)

[Sarete letti una volta e poi conglomerati: questa e’ la promessa della poesia nel nuovo secolo interconnesso. GiusCo]

Nanni Cagnone: flebile ma udibile soffio della Storia che sedimenta nella coscienza (1 Apr 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/04/01/penombra-della-lingua/)

Mario Socrate: voce che emerge distintamente nell’uso di strumenti letterali piuttosto semplici (2 Apr 2012, trasversale, http://rosapierno.blogspot.it/2012/04/alcune-poesie-di-mario-socrate.html)

David Maria Turoldo: chiara ispirazione religiosa in testi piu’ inclini all’accettazione che al travaglio (4 Apr 2012, blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.it/2012/04/david-maria-turoldo.html)

Gianni Montieri: incantamento quieto nella forma di un dettato ammiccante e colloquiale (5 Apr 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/04/05/gianni-montieri-da-sud-in-caso-di-morte-inediti/)

Francesco Marotta: poesia che scartavetra incessantemente il consolidato crostume delle superfici (9 Apr 2012, la poesia e lo spirito, http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/04/09/francesco-marotta-esilio-di-voce/)

Gianmario Lucini: poematico dipanarsi della Storia sempre uguale per il popolo comune (9 Apr 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/04/09/poesie-in-difesa-delluomo-i/)

Luigi Cannone: intensa solitudine, atterrita di fronte all’immisurabile della vita (10 Apr 2012, compitu re vivi, http://miolive.wordpress.com/2012/04/10/da-annuario-puntoacapo-2012-luigi-cannone/)

Camillo Pennati: dettato rotondo ed estetizzante fine a se stesso e dunque originale (10 Apr 2012, blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.it/2012/04/camillo-pennati.html)

Franco Arminio: espressionismo a schizzi, nei quali resta impressa la nuda e sola vita di provincia (12 Apr 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=4391)

Giorgio Bonacini: forma narrativa e verso libero in tensione, ma gli esiti appaiono calchi immoti (13 Apr 2012, trasversale, http://rosapierno.blogspot.it/2012/04/giorgio-bonacini-poesie-inedite-dalla.html)

Lucetta Frisa: il bagaglio espressivo che da’ forma a questi canti non rende a dovere la cifra estetica della loro stessa originalita’ (14 Apr 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/04/14/lemozione-dellaria/)

Roberto Bertoldo: lamentazioni da un mondo brado e selvaggio che non offre ristoro ne’ riconoscimento (14 Apr 2012, compitu re vivi, http://miolive.wordpress.com/2012/04/14/da-annuario-puntoacapo-2012-roberto-bertoldo/)

Fiammetta Giugni: pochi versi, sufficienti a comunicare un trepidante senso dell’esistere (20 Apr 2012, carte sensibili, http://cartesensibili.wordpress.com/2012/04/20/fiammetta-giugni-carmina-flammulae/)

Lucio Klobas: qualche immagine potente, diluita in versicoli prosastici (20 Apr 2012, nabanassar, https://nabanassar.wordpress.com/2012/04/20/10-da-laria-che-tira-campanotto-2002-lucio-klobas/)

Daniele Poletti: colori sgargianti, materia fecale ed espressionismo un po’ disordinato (21 Apr 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/04/21/daniele_poletti_-_poesie/)

10 da ‘L’aria che tira’, Campanotto (2002) – Lucio Klobas

 

[Con l’indice di una delle due mani seguite la linea che scende ritta e lunga lunga, sussulta, inciampa, riprende la discesa a vite senza fine.]

Urtai leggermente

con la mano

il suo nome incerto

che sbandò

prese fuoco

precipitò a vite.

Il punto successivo

è la chiave del mistero.

Si chiamava nessuno

ma poteva essere anche

un nome di comodo,

un trucco

dietro cui celare

un corpo senza vita.

*

Anche con le regole minime

della buona creanza

il bambino più stupido del mondo

ci deve delle spiegazioni.

Se andate via con lui

(ma non è detto)

ditegli grazie

per la follia degli altri

che ci ha regalato.

Ma non si tratta solo di questo.

Per renderlo più leggero

aggiungete pure

(se volete)

l’ignoranza di chi vuole fare

di testa sua

o la testardaggine

di chi vuole portare con sé

il buonumore

anche nell’aldilà.

Il punto successivo

chiarisce ancora meglio

il pensiero.

Si chiamava nessuno

ma non stava a noi dirlo.

Viveva da Dio.

*

Era un bel visino

in miniatura

deposto con cura

sul colle.

La chiesina sul naso

oscillava ad ogni

sussulto,

il centro storico

impigriva

nella vallata dell’occhio

con accensioni vive

e respiri profondi,

l’albergo e il ristorante

sotto la volta

di capelli spioventi,

ai lati della bocca

pini e sterpaglia

molta sterpaglia

e pochi pini,

il fumo del camino

usciva dalla testa

e dalle orecchie,

il sorriso bruciava

come legna

tenuto sempre vivo.

*

Non è così evidente

come si potrebbe credere

di primo acchito

la connessione reale

tra le mie forze

(muscoli ossa pelle ecc.)

e il sole agostano

che mi sto godendo

in questo momento;

dico il vero sole agostano

che mi avvolge nella sua

calda pelliccia.

Neppure è così evidente

e di pubblico dominio

il mio rinsecchire

al sole agostano

il mio bruciare a fuoco lento

come un martire al rogo

come un animale allo spiedo

che sa di dolciastro

e che riempie il cielo

di fumo nero.

*

In treno il mio dolore

si sente di meno,

si allunga e si restringe

corre e resta indietro

fa ampi giri

procede di pari passo

con l’orizzonte.

Alla fine

verso il tramonto

diventa un piacere

vederlo.

*

L’allargamento della bocca

con le dita

giocando

(della tua bocca)

la portata e la forza

delle braccia

(mentre riposano)

la comparsa notturna

di macchie rosse

sulla pelle

(pomate e altro)

l’occhio pesto

(impacchi)

la zoppia precoce

(stampelle)

l’evidente perdita di memoria

(irreparabile),

trascende di molto

di troppo

ogni mia comprensione

anche la più volonterosa.

La corda del ragionamento

stretta e lunga

gira a vuoto

intorno all’argomento

principale.

Le molte vite inutili

le innumerevoli

persone sciocche

i moltissimi

casi umani

ti pongono di fronte

all’irreparabile:

ti fanno pensare.

*

Nello specchietto retrovisore

della mia coscienza

vedevo scorrere alle spalle

paesi stranieri che avevo

appena attraversato.

Vedevo anche paesaggi

magri e incompleti

che non mi appartenevano

né per formazione mentale

né per stile di vita.

Per fuggire alla propria

vita interiore

bisogna almeno superare

la velocità della luce

(l’ho sempre pensato).

Purtroppo in curva

(quella maledetta curva)

presi una cantonata

due muretti

e quattro cancelli

di fila.

*

Fra le altre cose

(e lo dico senza patemi d’animo)

ho sempre posseduto

una preoccupante tendenza

a invecchiare.

Anche in famiglia

un po’ di più

un po’ di meno

succedeva la stessa cosa.

Chissà perché

ero sempre vecchio

e di conseguenza

dotato di esperienza.

Ero vecchio e rispettato

Anche da ragazzo.

Invecchiare per me

è sempre stato un gioco

senza istruzioni

per l’uso.

A volte non capivo

se ero io dentro la vecchiaia

o se era la vecchiaia

dentro di me.

Beh, l’immortalità è una

faccenda più semplice

non ti impone scelte particolari

ma richiede uomini adulti.

*

Metti che un certo giorno

a una cert’ora

(è indifferente)

qualcuno mediti il suicidio

(quello vero),

metti che il primo tentativo

vada a vuoto

(l’inesperienza!),

metti che anche il secondo

non ottenga risultato

migliore

(l’incapacità!),

e così il terzo

e gli altri ancora

(la sfortuna!).

Cosa c’è di meglio allora

dopo aver cavalcato la linea

del bene e del male

che fingere somma

indifferenza

di fronte all’ineluttabile

(la saggezza!)

o addirittura candido stupore

per un evento

che divide gli animi

tra favorevoli e contrari

con tutte le conseguenze

del caso.

*

L’aereo filante

tracciato il primo

segno sottile

(questo è il ragionamento)

deve uscire

una volta per tutte

dal tunnel nero

in cui si è infilato

(altrimenti non si capisce).

L’aereo filante

non ha smosso

d’un millimetro

il suo punto di riferimento

iniziale.

L’aereo filante

(questo è il secondo ragionamento)

s’imbroglia alla vista

dell’orizzonte,

ecco perché non può

fermarsi due volte

nello stesso luogo:

cadrebbe di nuovo.

La vernice – Francesco Lauretta

Amo andare ai vernissage, sì, alle mostre. Ieri ce n’è stata una in un villaggio nei pressi di Santa Croce. Ho preso due amici e siamo andati. Guidavo io, naturalmente. Due giovani, un artista e un curatore che la prossima settimana andrà a Copenaghen –l’altro a Berlino. Io ormai ho smesso di fare l’artista, amen mi son detto. Però ogni tanto mi piace andare alle inaugurazioni. E così ieri, è stato magnifico. Quando vado alle inaugurazioni non vedo le opere, non le vedo mai, non mi interessano. Semmai le ascolto vuoi perché c’è qualche video in mostra o una installazione sonora. E spesso i cosiddetti tappeti sonori sono monotoni, inutili, altre volte utili e per diversi motivi che non elenco. Ma neanche per questo vado alle mostre. Ieri, per esempio, appena giunti nello spazio espositivo, una villa che all’esterno sembrava tutt’altro, un sanatorio con quell’ingresso a mezzaluna con una croce rossa, abbiamo pensato a un luogo di malati, ad un piccolo ospedale, ridendo. Così, appena alzata la pianta del piede sinistro per superare il gradino d’accesso al cortile della villa, sentivo una voce registrata, peraltro brutta e poco convincente allo scopo, che incitava, credo ad un battaglione immaginario, di caricare, puntare, mirare e sparare, fare fuoco verso non so dove e chi. Sentivo la raffica dei colpi, finta, dopodiché s’alzava una serie di inni tipici che accompagnano l’immaginario del potere dittatoriale. Che fastidio!, quasi inciampavo su una N di terra fresca che copriva l’immacolata ghiaia bianchiccia e croccante dell’ingresso, poi una Z, una I, un 0-12. Quindi non ho più visto gli amici. Mi lasciano fare. E nelle inaugurazioni non conosco nessuno. Avrò tre quattro conoscenze, mi salutano – li sento almeno- appena e con imbarazzo, e li comprendo anche perché non sapremmo cosa dirci, raccontarci poi. A stento ci si scambia un convenevole e innocuo Sto bene, grazie, cosicché giriamo i tacchi e ci allontaniamo con garbo. Non vedo le opere semplicemente perché guardo sempre per terra. E per terra sento che in quei posti c’è il segno civile e colto di questo mondo, non sui muri, non nell’aria a meno che, e purtroppo succede spesso, per terra non giaccia  qualcosa, una installazione, generalmente una scultura -così le chiamano- realizzata coi materiali più disperati: pietra, carta, buccia di banana, perfino un calzino unto. Ultimamente vanno di gran carriera questi interventi da queste parti. Mi sono indifferenti ma danno fastidio perché inciampano nella mia attenzione, sulla mia vera passione e ricerca. La cultura è sui piedi, mi dico spesso, di chi visita le mostre d’arte contemporanea, sulle scarpe. Il gioco divertente è scoprire, ed inseguire poi, chi di cultura non sa niente, o male, e, lo giuro, a ogni vernissage, c’è sempre qualcuno –pochi a dir il vero- che s’introduce circospetto nell’ambiente. Ieri, per esempio, ne ho individuati due… Anzi, uno è mezzo, un uomo e una donna. Torno a quel “mezzo” perché la scarpa rossa, laccata, poteva o sosteneva a metà l’orrore del tacco a spillo, alto ma palmato che finiva a toccare il suolo su un anellino dorato. Dalle 18 circa e fino alle 23 ho così segnato sul mio taccuino: 43 paia di Camper. 59 All Star Converse. 48 Dr Martens. 38 Blundstone. 11 Adidas Gazelle. 3 Adidas London e 73 paia di scarpe non meglio identificate ma di straordinaria bellezza. A metà serata ricordo che qualcuno ha apprezzato le mie London e le All Star di un artista che s’era appena fermato a bere con noi un bicchiere di rosso. Questi ha puntualizzato come le sue Converse fossero originali, di colore bordeaux, invidiabili aggiungo io. A fine serata ho preso il foglietto del comunicato stampa e la cartolina d’invito. The Wall (archives): istruzioni per l’uso. Mi piace fare così. Quando sono a casa leggo e immagino cosa non ho visto.

Questioni di lana caprina (Una lettera su “Del resto” di Claudio Olivieri) – Federico De Leonardis

[Da qui]

Non pretendo commentare qui un libro denso e complesso che merita qualcosa di più di un post. Mi occuperò solo di alcune prese di posizione dell’autore: sono d’aiuto alle tesi che cerco di sostenere fra le righe dei post che dedico da quasi due anni a mostre o eventi dell’arte contemporanea. Senza fare chiarezza su quanto è successo all’inizio del secolo scorso, un’epoca per l’arte visiva cruciale e rivoluzionaria di cui ancora viviamo le conseguenze, non usciremo dalla situazione di permissivismo e accademismo in cui oggi siamo finiti.

Caro Claudio, il terzo capitolo del mio In forma (1993), che si chiama significativamente Pamphlet e come sottotitolo ha L’arto alato’ (te lo allego), mi evita di farla lunga sui guasti perpetrati dal duchampismo sull’arte della seconda metà del secolo scorso fino a oggi. Per non ripetermi, aggiungerò che tu, forse involontariamente, hai messo il dito nella piaga quando lo hai diretto sulla genialata realizzata dal Maestro di scacchi nel porsi “fuori gioco”, “recuperando così all’arte” e ti correggi subito per fortuna, “o meglio al pensiero sull’arte, l’extraterritorialità dell’ipotesi”. Perché come da tutto il tuo libro risulta, una cosa è l’arte, un’altra il pensiero sull’arte e Duchamp, a cui dobbiamo certamente la più radicale lavata di cervello che ci sia stata somministrata da un secolo a questa parte, non era un artista, ma un grande teorico dell’arte. E’ un’affermazione perentoria e dato il contesto affrettata, ma su questo punto occorre la massima decisione. Sono perfettamente cosciente di quanti chiuderanno il libro o il blog o questa lettera dopo una tale dichiarazione, ma li inviterei a riflettere con un po’ di calma alla questione. Spero nel tuo contributo.

Intanto quelli che arricciano il naso constatino come in generale gli artisti se ne siano bellamente infischiati del terrorismo della puzza al naso per la trementina e hanno continuato a praticare l’arte, che è “un’altra maniera di pensare” (Rosenberg). In poche parole hanno continuato a fare il loro mestiere tranquillamente.

Ma forse troppo tranquillamente, perché non hanno capito in tempo che la famosa “indifférence”di D. si doveva combattere anche sul suo stesso piano, altrimenti prima o poi si sarebbe ritorta contro l’arte stessa. Per fortuna non ha fatto in tempo a farlo contro quella di Brancusi, Giacometti, Braque, ecc, che erano suoi contemporanei, ma lentamente, malgrado la resistenza di alcuni, ha invaso completamente la scena: dalla Transavanguardia in poi in modo sempre più precipitoso, stiamo scivolando verso il permissivismo assoluto grazie prima di tutto al Mezzo (che è diventato l’unico messaggio) e soprattutto grazie a una strumentalizzazione, che potrei definire sporchissima se non fosse anche stupidissima, di quello shampoo. Sono stato tacciato di ingratitudine nei confronti del Maestro e ho rotto delle amicizie con chi non condivideva questo mio punto fermo. Posso tranquillamente non praticarne di nuove: alla mia età ho raggiunto la rigidità senile delle cellule grigie per consentirmi di vivere con la magra pensione sociale che lo Stato concede perfino ai rompiciglioni come il sottoscritto (il Mezzo ha sposato il perbenismo e ti corregge automaticamente, ma le ciglia per guardare ce le ho ancora sane).

Ci sono delle frasi precise nel tuo Del resto che mi hanno aperto delle speranze: ne cito una, per chi leggerà questa lettera:“ Non ho mai fatto il mio lavoro per porre sul tavolo deterrenti culturali, per suscitare circostanze collaterali; considero estranea ogni collusione descrittiva, ogni anticipazioneLe arti visive nel complesso sono tutte in evidente difficoltà; l’arte non appare più come una lingua universale da quando non sembra credere più tanto all’elaborazione della propria forma e alla profondità, quanto creda e si affidi alle sintonie, ai rimandi, all’ammucchiata combinatoria postmoderna, da quando si occupa soprattutto di farsi riconoscere, di entrare nel circo della comunicazione, nello spazio dell’accidentalità.”

Non si può non essere pienamente d’accordo, ma quanto rende condivisibile quel che sostieni è proprio la tua pratica artistica, i tuoi quadri. Tu ti riferisci alla pittura e naturalmente tutto ciò è più che legittimo, ma siccome i tuoi interventi insistono anche sull’oltranza degli spazi generati dal colore, qui devo fermarti, perché io sono fondamentalmente scultore e voglio dire la mia.

Intanto un’affermazione di questo tipo (tu sei pittore ed io scultore, ancora siamo a queste categorie nominaliste?) certamente suona antiquata alle orecchie di chi segue alla lettera i dettati del Maestro di scacchi, perché tutto il suo operato lo ha portato a trascurare qualsiasi riflessione sull’autonomia e dunque anche sulla specificità del linguaggio. Io credo invece che occorra essere molto chiari su questo punto, ripartire anche da qui per tornare a recepire i messaggi che si vogliono legati all’arte visiva attraverso l’organo che privilegia. E quindi senza schematismi aristotelici esercitare la massima attenzione sulle differenze che contraddistinguono le varie ricerche.

Nel tuo libro citi Smithson che, a proposito di Duchamp, afferma ‘non interessargli le ragioni per trasformare un orinatoio in un’acquasantiera’. E’ una battuta molto divertente, che forse non aveva nemmeno bisogno di sbattere in faccia alla miriadi di speculatori sul pensiero di quel francese: si capisce a volo che con lui le “trappole inibitorie”, come tu le definisci, non funzionano e che un sasso pesa anche solo guardandolo. Profuma anche e suona, perché l’occhio è anche memoria di vita e come tale autosufficiente. E ben piazzato per affrontare qualsiasi operazione mentale.

Faccio un passo indietro e dichiaro senza mezzi termini che personalmente ho rinunciato al colore. E ora spiego in che senso.

Vedi, si finisce sempre fra noi da parlare di colore, di luce e di spazio e questo sarà pur significativo

Quanto alla mia affermazione è come dire di aver rinunciato all’aria per respirare o agli occhi per non inciampare. Evidentemente non va presa alla lettera, ma forse è ancor più drastica: ho rinunciato alla pratica artistica come fondamentale discriminante, scostante il suo fruitore. In parole povere, ho cercato di evitare il sottinteso ineliminabile: “tu sei artista, hai talento, sei abile, e io, ‘cristo polverizzato’, posso solo fruire della tua libertà”. Tutto ciò può apparire duchampiano, legato a quella fondamentale invenzione che è stato l’objet trouvé, ma se io accetto l’”extraterritorialità” rifiuto però qualsiasi forma d’indifférence. Qui si annida la pericolosissima contraddizione dentro cui è stato possibile inserire il cuneo dell’ “ammucchiata postmoderna” di cui parlavi sopra. La scultura, come la intendo io almeno, può sembrare meno compromessa della pittura in un mondo asservito all’immagine piatta di repertorio. Ma questo non è importante in generale: si tratta di una mia scelta ed è finita lì: un modo per evitare l’equivoco favorito dal Mezzo e dalla fotografia, che con la loro alleanza al facile, al banale e al superficiale hanno invaso, inquinato direi, ogni angolo del mondo, attraverso gli schermi, digitali o meno, i cartelloni, la carta stampata ecc.

Ma se la considerazione sulla compromissione delle varie ricerche non va alla radice del problema, (proprio la tua pratica, prima che le tue parole, dimostra certamente di sentirlo), non si può ignorare come la condizione di marginalità della scultura, e aggiungerei anche dell’architettura (non c’è più un muro esente da una lordura pubblicitaria o graffita!), la ponga in una condizione di crisi più profonda e quindi più favorevole (da tempo sostengo che le crisi vivificano l’arte). Insomma la scultura è meno una “pratica artistica” che un accidente occorso per la presenza dell’altro,  prima di ogni muro fra artista  e non-artista.

Ciò per chiarezza e senza pretese di sciorinare poetiche. Tu parli di spazio generato dal colore, per me il più importante è quello degli altri, quello fisico che ospita il mio segno, con la sua storia e la sua destinazione d’uso, e quello di memoria. E mi illudo che questo possa essere uno strumento per praticare una breccia in quel clima d’apartheid che ci soffoca e che tu stesso denunci. Fai benissimo a continuare il tuo lavoro con la coscienza critica con cui l’hai svolto finora: la pittura, l’arte che lavora essenzialmente sul colore, cercando di “ricongiungere ciò che è stato separato: i pensieri e le idee” non morirà grazie ad artisti come i Rothko, i Tancredi, i Licini e come quelli come te che lavorano sapendo che il loro linguaggio elettivo non sono le parole. Ma lasciami le pie illusioni di architetto mancato: i miei colori sono quelli dei “Ravatti” rifiutati e consumati dal mare.

Tutto ciò è personale e non interessa nessuno. Quel ch’è importante è il fatto che occorre riportare l’attenzione sugli errori perpetrati dal duchampismo, soprattutto durante la seconda metà del secolo scorso. A proposito del “Sistema”cui tu accenni, concludo, è molto importante quando puntualizzi che tale era già all’epoca in cui Duchamp, mettendosi fuori gioco, ha inteso scardinarlo: peccato che non lo si possa fare solo con le idee: ci vogliono anche i colori e le masse, ma di quelli e di queste lui era digiuno. Da ciò la sua regale indifférence! Una valanga di scribacchini, cui la società di massa ha delegato il potere di scegliere per la propria ignoranza, ha finto di ignorarlo.

Vogliamo avere il coraggio di dirlo una volta per tutte?

FDL

gamification – esperimento di viral marketing

A fine anni ’90 era il web statico, poi e’ arrivato il web 2.0 e quindi i social network. L’ultima frontiera, quel che sara’ da qui a 5-10 anni, sono le app per smartphone/tavolette e l’insito concetto di gamification applicato ad ogni esperienza della vita sociale.

Avendo a disposizione 50 promo codes dallo store Apple sia per “POESIE (1994-2004)” che per “Traduzioni” ed essendo in vena di esperimenti, la mia idea e’ la seguente:

– chiunque acquistera’ una delle mie due applicazioni letterarie e lascera’ una recensione su iTunes e sul suo spazio in rete (Twitter, blog, facebook, sito, youtube o altro), ricevera’ in omaggio un promocode per scaricare gratuitamente l’altra. Confermate il link al vostro spazio con la recensione nel colonnino dei commenti di questo post e sarete ricontattati per il promocode a voi spettante. Recensite “POESIE (1994-2004)” e avrete “Traduzioni”, recensite “Traduzioni” e avrete “POESIE (1994-2004)”. Sono apprezzatissime incursioni in spazi non squisitamente letterari, privi dunque della postura del lettore forte o dello scrivente in via di emersione.

Gamification e’ al nocciolo una tecnica di marketing come tante altre, una coglionizzazione fidelizzante dell’utente per trasformarlo in consumatore, ma sarebbe interessante provare ad usarlo per oggetti innatamente non mercatali, quali appunto poesia & traduzione, inserire una pagliuzza non attesa nel meccanismo istupidente. I proventi dell’esperimento saranno destinati alla produzione di una app/gioco parodica del meccanismo che sara’ quindi rilasciata gratuitamente.