UN PALO – Angelo Rendo

Un palo della luce copre una minima porzione di mare, che una cerniera lontano sovrasta e per sempre chiude. Alla sua sinistra, un grande vaso di plastica, senza convinzione alcuna, ospita una meditabonda e smunta cycas; ha un fianco fessurato, e si strugge di non poter osservare il volo di un gabbiano, essendo storto, ferito e chiuso alla vista da un prepotente sedile in pietra di Comiso. Del muretto, in basso, infero, non conta fare parola, è bassissimo e lacrimoso. Gli oleandri e le palme nane, a destra, invece, trattengono i venti di ponente e fanno ombra, mentre il cocus, ritto nel tronco ma spazientito nelle chiome, mira al palo, alla sua inerzia.

IL FUOCO DELLA DISCRIMINAZIONE – Angelo Rendo

Dalla cultura, dall’intelletto a vista, dalle grandi letture, o dallo studio, e dalla curiosità redenta promanano il fetido, il carcere, il compartimento, la classe. Un sistema. Chiaro e tondo.
Come un anatema o un’invettiva cade, e salta i fossi, limita le frequenze, così abbassa gli occhi pieni di protervia chi è seduto bene e se ne vanta, mentre il fuoco della discriminazione a lui concede non più di due secondi prima di condurlo via.

Di fronte alla morte non vi è corpo che possa sparire o anima fatta di vento che possa farsi turbine e incenerire gli intelletti che parlano tramite la consueta bocca.

TRUMAN CAPOTE – Angelo Rendo

Nel 2016 parte delle ceneri di Truman Capote venne messa all’asta, il compratore spese 43.000 dollari.

Di quest’uomo estinto, del corpo che solo per una beffa sembra vivo, non possiamo dire nulla, siamo stati deestinti senza aver affrontato alcuna pratica migratoria, o magica: nel margine la parola muore per rinascere sepolta.

Ogni atto del pensiero verbale è intristente, mentre ogni dolore va nascosto; non è dolore la vita, ma essere, gioia; tecnicamente, un controsenso si chieda alla parola la gioia. La parola: una bava luminosa, un frammento di esistenza che rompe il piano liscio del codice.

CHIODO SCACCIA CHIODO – Angelo Rendo

Dovremmo imparare ad accettare la volontà, il suo assoluto, lasciarla alla luce come una foce visibile al buio. Non avere nulla da dirle, o rimproverarle, su quella cosa della cui esistenza non è lecito dubitare. Quella cosa, ogni cosa, che a noi viene incontro, presa, e non ritorta contro. Da lontano, non si percepisce il detto, e solo l’evento trova modo, tempo e conclusione. Mai si dica perciò È inaccettabile; che lo si pensi, e si cambi strada, senza ribadire il diniego, se proprio non si riesce a fare a meno di tenere la bocca chiusa.