Fasesu – Angelo Rendo

Le facezie non sono cose inemendabili, né sono cose lontane, e non si mangiano. Faceta è detta una persona che sa metterla giù bene, la parola, una parola di bell’aspetto, che corre verso una gioia senza alta luce, minorata ma che non si strappa né che se la tira; non è sfiorata da quel bisogno, chiusa a “quella” forma.

Fasesu è il facetus latino. In dialetto è scaduto il senso di questo aggettivo così pregno, fasesu vale per insensato, inaffidabile, punto dalla bizzarria.

Ora: ristabiliamo “fasesu”, e diciamo che esser faceto significa avere gli occhi che ridono.

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La poesia è un topicida – Angelo Rendo

Dal cuore aperto e placido della colonnina era possibile che il cane scappasse verso i covili e tutto odorasse senza troppo indugiare. Dunque, non conveniva armarsi di sospetto, meglio fermarsi ad asciugare le lacrime dell’animale, ché la gratitudine afferra alla nuca e prepara il giaciglio alla poesia.
Se due volte ti giri, comprendi. Con una sola volta, sbandi. Se pienamente vai, sfondi ogni posa. La ragione è questa.
Nella prosa mancano i vuoti campi gravitazionali, il discorso ammicca ad una compiutezza da pattern.
Nella poesia, invece, c’è l’errore – evidente all’occhio prima ancora che all’orecchio – un’oscura coltre del respiro, che genera fallimentari cadute, allentamenti. O riprovevoli altezze.
Qualcosa di simile a una carrozza è il nulla; perché non propriamente una carrozza, non chiedetemelo. Ché forse il nulla trasporta la nullità? E dove è la nullità? Non c’è. Il moto eterno nel silenzio che si taglia.
Ho un ricordo minimo, del quale poco mi pento, dell’attività letteraria, sono sempre stato un pelandrone letterario, un puledrone da spavento. Ho affrontato la parola da laconico, letto per disperazione. In una terra non mia.
Per quanto non esista, e, di massima, non segua i distinguo dell’intelligenza, dall’arguzia non si scappa. Chi è caduto nei suoi tentacoli, non scappa. Sigillato nella poesia.
In quel punto, lì, proprio lì – non temere – dove la strada s’allarga, lì, accanto al pantano posavano le anime della distrazione, giganti forti del loro fuoco.

Bisogna rispettare il tempo dieci
dodici ore al giorno il ragno fila.
Otto strade ferme e nere
quattro avanti quattro indietro
passi mi si passi
ora dentro
silenzio ragno.

I sette versi di questa poesia – dettatami dal ragno ieri visto sul muro di fronte alla camera da letto – fanno rientrare dalla finestra la sempre cacciata mosca in posa sul vaso di Pandora. Se rimaniamo alla lettera, il graffio non copre che una tara persa, il sogno dell’incivilimento della massa non è altro che la disperazione prodotta dalla fama.
Questo appunto pare scivolare di gradino in gradino per un difetto di visione: fino a che non si capovolga lo schermo e risistemi il piano.
La poesia naturalmente parla di nascosto, non che non si capisca cosa dica; ma nemmeno dice quel che non dice e non pensa; la massa poetica sta nel recinto, subito dietro il cancelletto, pronta ad accogliere il minimo scambio di parole, e già da un’altra parte, se la prevaricazione a tre gambe si apposta nel morbido giaciglio che lei appresta per gli spregiatori, i rovistatori che scartano i regali e svenano, tutti i ladri in falso contatto, la cui anima aperta alla sensiblerie più ruffiana del creato succhia la dannazione. Non più condanna divina, ma cartello in campo aperto a gloria imperitura per il poeta e monito, mina per l’invasore.
La parola ‘amore’ non necessita che di ‘nulla’. Ovvero della sparizione improvvisa di ogni calcolo. Perciò pronunciarla (scriverla), e per giunta come sigillo ultimo del libro – come fa Ben Lerner nel suo pamphlet “Odiare la poesia” – non è che lo svelamento di una pratica innocua. E di un poeta vecchio.
Che poi l’odio faccia cadere anzitempo i denti dell’ingranaggio poetico risulta manifesto dal tarlo poetologico di un’editoria prolassata.

Il topo continui a figliare prosa:
la poesia è un topicida.
Una poesia generi topi
e non s’opponga dopo.
Breve osservi fra le carte
rosa come il maschio
colore della prosa. Lunga
testa e coda.

Umiltà – Angelo Rendo

[Nella foto statua rappresentante l’Umiltà. Giacomo Serpotta, Oratorio di San Domenico, Palermo.]

Ad A.

Io – permettetemi di dire io: primo vagito, primo pianto, raglio – non ho mai sentito parlare una persona così. Così come? Così attenta, tesa e distesa. Che adatta il respiro alla bracciata, snida il covo di serpi, denuda le malcelate evidenze, toglie fiato alle vite inutili – ché ogni vita lo è, se non risponde -. Vita, parola prima e persa fra le prime quando ogni sentiero è perso, e ritrovata morente e mai grata sul corpo della mansuetudine.

Note su “Suca” – Angelo Rendo

[Note a “Ho scritto Suca sulla sabbia” (3 maggio 2016).]

Il sapere è signacolo da apporre sfrangiato su curriculum; a quel che potrebbe essere detto in sei righe si arriva a dedicare una tesi di laurea. Su Suca ho scritto brevemente più di un anno e mezzo fa sei righe estemporanee. Una studentessa palermitana una tesi.

Già nel titolo (“S-word. Segni urbani e writing”) si è arpionati dall’eufemismo, la parola nascosta e blindata nell’accademia; e, ulteriore spia – che è meglio bene dire invece che dir per come è – ne è la codifica (800A): la S che, trapassata da un tratto obliquo, diventa 8, la U, chiusa in alto, 0, la C, con le estremità ricongiunte, 0, la A che tale rimane.

Il fatto è che non siamo nessuno per svuotare un significante; se ciò avviene è perché Suca oggi passa per la bocca di chi non deve passare. Perde la sua intrinseca dimora. Anche i pellegrini se ne possono riempire la bocca, ormai. Ma non tutti possono pronunciarlo. Io, per esempio, comprendo in quali occasioni potrebbe affiorare, ma sono convinto non mi sarà mai possibile usarlo. Il vero Suca è da custodire più che da abbandonare alla serialità della ripetizione. Troppo soft e quasi quasi caduto nel “dire figo”.

Il costume più memorabile che ho indossato è… – Angelo Rendo

[Facebook ha lanciato da qualche giorno una nuova funzione ‘Lo sapevi?’, una serie di domande random poste all’utente. L’operazione rientra nell’usuale categoria del “data mining” del colosso. La domanda a cui ho risposto, e che leggerete sotto, mi è caduta in bocca e l’ho presa al volo.]

Non c’è il minimo dubbio. Avevo sedici anni, eravamo nel 1992. A Scicli si teneva – e ancora si tiene – un Carnevale (“Carnaluvari ra Stratanova”) che mina la norma carnascialesca, la esalta. Ovvero è fuori da ogni seppur minimo controllo (estetico). Ciascuno si combina come meglio crede. Ecco i vestiti del babbo, della mamma nonna o bisnonno persino, e le maschere dei personaggi più in voga del momento; quindi le mazze, nude o riempite di sabbia, le pistole e i caschi integrali.

In quell’anno, il 1992 dicevamo, io indossavo un abito spezzato (giacca bianca, pantaloni neri) di papà anni Settanta, un foulard della mamma, portavo inoltre un fazzoletto viola nel taschino e una imprecisata congerie di stracci premeva sotto la giacca. La maschera di Diego Armando Maradona coronava un costume a dir poco memorabile. Ho la foto, aspetto mio padre me la mandi. È arrivata, eccola.

Spettri, Lampi, Nomi e Numi (Ricordi Pisani) – Angelo Rendo

Di quando dalla casa di via Bovio arrivavamo alla stazione di Pisa col carrello della spesa sottratto alla Superal e zeppo di valigie. Destinati a Siracusa sul Treno dell’Etna.

Sarà stato il 1997 o il 1998. A Pisa. Io scendevo lungo via San Martino, loro salivano. Carlo Alberto Madrignani e Valerio Magrelli. Non so dove andassero. Stranito Madrignani, stretto nelle spalle Magrelli.

La mente di Dio è senza parola, per lenti e vacui balbettii registra ad ognuno il proprio numero nel libro insperato. E da questo gli atti, le manomissioni, e le ghiere tra gli uni e le altre. Come un pugile che tiene fermo l’obiettivo, dissanguandolo, così guardo e prego.

Quel grumo, che è detto essere, non è detto. Di questo falso convincimento, che non è più falso, parlavamo a Pisa. In linea di massima ogni generazione ha la propria mente in Dio e non c’è dubbio che forzi nel girone i passi inutili della poesia.

Che poi non è che l’opera di un maldestro fabbro, il quale nell’agosto di fuoco salda la luce del sole alla più trita limatura del pensiero.

In via Bovio, dove abitavo – oltre al circolo Arci Agorà, che arrivò dopo – insistevano altri esercizi, pochi e malmessi. Ricordo con affetto l’ossessivo “Targhe, incisioni, timbri Scarpellini”, e il severo “Possenti Impianti”, per esempio. O di via San Martino, subito a destra, uscendo di casa e scendendo per via Gori, ricordo con tremore e disincanto la temeraria “Macelleria Sbrana”. Ahi!

Palazzo Agonigi, via Galvani 1, IV piano, Sezione di Greco, Aula Aurelio Peretti, Dipartimento di Filologia Classica. Pisa.

Sono seduto, e mi tengo strettissimo, nell’unico angolo della stanza, alla sedia.
I tavoli da studio ricoperti di similpelle verde, disposti a ferro di cavallo, immobili, il docente al centro, dorato, tutti intorno dodici/sedici ragazzi, palafrenieri. Il dispari in un angolo, alla destra del professore, in fondo, un fondo vicino. Un poco nascosto.

“Cortesemente, Rendo, mi può prendere i ‘Prolegomena to Homer’ di Wolf? Se si alza, il testo è alla sua destra, sopra la sua testa, per quanto ha lunga la sinistra.”

Ho finito di leggere una recensione a ‘Paura reverenza terrore’, l’ultimo saggio di Carlo Ginzburg. E mi ha preso un lampo imaginale.
Primi anni del 2000, Pisa, mi dirigo alla stazione per andare chissà dove.
Sotto le logge di viale Gramsci mi imbatto in Ginzburg e Adriano Sofri. Il primo in talare rosso ponsò e galero è tutto orecchi per il secondo in clergyman e collarino bianco, ciondolante e stanco. Mi faccio il segno della croce.

‘Il corpo si perde nel corpo’. Quattro poesie di Jean-Louis Giovannoni – trad. Angelo Rendo

[Scelta di testi tratti da ‘Poesia’, numero 331 (Novembre 2017), lì curati e tradotti da Marco Rota.]

Si crede
qualcuno verrà
ad aiutarci.
O trattenere.

Errore.

Il corpo si perde nel corpo.

***

Si cade
nel fondo

le ossa
all’esterno.

***

Quando non si parla,
si crede
di essere fuori
dalle nostre parole.
Siamo invece
il loro corpo.

***

Non appena una parola
è detta,
si annida subito
in sé, luogo
della scomparsa.

TESTO FRANCESE

On pense
que quelqu’un viendra nous aider
à nous retenir

C’est une erreur

Le corps se sectionne dans le corps

***

On meurt
par effondrement

Les os
vers l’extérieur

***

Quand nous taisons
nous croyons vivre en dehors de nos mots
alors que nous sommes
par ce silence même
dans leurs corps

***

Dès qu’une parole
est pronuncée
elle cherche aussitôt
en elle
le lieu de son effacement

Alleluia, hai sconfitto il robot! – Angelo Rendo

Denis Montebello, scrittore francese della generazione dei padri, ha tradotto un mio testo, il viaggio a Tindari. Lucentezza, calore, netteté caratterizzano la sua prosa. È la prima volta qualcuno traduca un mio testo. Che sia stato Denis mi onora. Spero di meritarla, questa traduzione. Tuttavia, non dimentico mai che merito e onore sono nel guazzetto libertario insieme al destino. Quando l’onore cala, prende la forma di Excalibur. Dall’una e dall’altra parte vi è il patto silente della traduzione. Bisogna mettere in salvo il destino. Fuori da qualsivoglia ingerenza.

Alla traduzione di “Dire merci (Tindari)” di Montebello ha reagito una lettrice, Pascale, Denis ha risposto. [Lo scambio è rinvenibile qui: http://cotojest.over-blog.com/2017/…/dire-merci-tindari.html.%5D Ed eccolo anche qui, sotto:

Pascale: Più il testo si dispiegava, più diventavo scettica, ma niente affatto delusa, quel che ho sentito non c’entra nulla. Il testo è dionisiaco in francese, angelico in italiano. Grazie per questo doppio piacere.
Montebello: In questo caso l’interprete o dragomanno (non lo so neanche io, non siamo lontani dal ‘Viaggio in Oriente’) si rifiuta di fare l’interprete. Si lascia guidare. Per il suo più grande piacere.
Pascale: Alleluia, hai sconfitto il robot!

Le minchiate del mattino – Angelo Rendo

Carissimo, appena sceso dalla macchina, oggi è il primo giorno di inverno, 21 novembre – enfatico alle 7:05.

No, oggi è il 20 novembre. L’inverno inizia il 21 dicembre, lo correggo sommessamente.

Vero, vero. Tu comunque ami, se non erro, questo mese. Ah, è stato eccezionale, come maggio, che dico, come giugno, te la sei scialata!

Ma insomma… veramente ha piovuto, c’è stato freschetto, come suole fare a dicembre, l’estate di San Martino è saltata…

Si avvolge nel suo sciarpone, e inizia timidamente a sparire, mi saluta con un cerimoniosissimo e ben dizionato Ti auguro un buon inizio di settimana!

Grazie! – ben diziono.

No, aspetta, oggi che giorno è?

Lo rassicuro Lunedì lunedì.

Ah, dopo quella del 21 novembre un’altra minchiata me la stavo sparando.

(E ride come uno scecco.)