ABBIAMO DELLE BELLISSIME BRANDE – Angelo Rendo

“Abbiamo delle bellissime brande cuscini di gommapiuma materassi di gommapiuma materassi a molle…materassini per lettino euro letto poltrona letto materassino per culla materasso matrimoniale…”

Dove abitano i miei, e dove io ho abitato fino a qualche anno fa, continua a passare, noto e lo annoto qui ed ora, col suo camion questo venditore ambulante di materassi. Col suo ritornello. Una salda certezza. Bambino di sei anni, c’erano ancora i nonni, primi anni Ottanta, e già lui così cantava. Passava trentasette anni fa, passa ora. La voce è sempre la sua. Aperta, cordiale, da chicchirichì.

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LOGICA E RAGIONAMENTO – Angelo Rendo

Questo scritto non deve dimostrare niente: si mostra (e non si pronuncia) per essere scritto, non alterna stati, e non è fatto di parole che possano condurlo altrove.
Apodissi, non calcolo e canto.
Ora, potremmo ribaltare il ragionamento, e non trovare la logica.

JP E L’ULTRAMONDO – Angelo Rendo

C’era un ristorante cinese in via Toselli a Pisa, e c’era JP. Chissà in quale ultramondo si saranno cacciati cinesi e sigle.

Di JP ricordo il collo morso, e quel che mi riferirono: era rimbalzato contro un filo sottile e invisibile, da parte a parte teso lungo la stretta via perpendicolare alla Toselli. Come non ci rimase secco!
Saettava con la sua vespa, e non sappiamo per quale ragione i due cinesini, che lì giocavano, non riuscirono a sgozzarlo. Poco ci mancò.

O di quando JP, seduto di fronte allo schermo scomparso e bruciato di una tv persa con un piccione in testa, concentrato su un audio di un altro mondo, compariva di spalle a noi che rientravamo a casa. Solo, al centro della stanza, e col finestrone, aggettante sulla viuzza, spalancato a meglio ricevere i miasmi del cinese.

DI UN FANTASMA – Angelo Rendo

Ero dentro la tabaccheria – un poco discosto dalla cassa, al centro, fra il banco e la porta d’uscita; alle mie spalle la bacheca coi settimanali, alla mia destra stretto il cane – quando entra un signore.
Chiede un pacchetto di sigarette da dieci, che la ragazza gli porge insieme al resto di un euro. L’uomo artiglia male il primo, il secondo se lo lascia scivolare. In terra l’uno e l’altro. Non ci fa punto caso, intento a strampolare come un ubriaco, o una scimmia. Quasi le mani gli strisciano in terra, e il busto vacilla, la testa ondeggia. Arriva appena in tempo ad avvinghiarsi alla ringhiera all’uscita, pensoso. Non so se avvicinarmi o meno, rientrerà a riprendere il proprio, mi convinco. No. Indugia al palo. Mi calo, recupero pacchetto ed euro, esco e glieli porgo. Ah, bi, grazie. Rientro. Ma poi, preoccupato, volendo sincerarmi stia bene, ritorno da lui per chiederglielo. Sì, tutto bene, risponde. Me ne vado, e, mentre mi dirigo verso la macchina, mi accorgo che il proprietario della tabaccheria lo invita caldamente a sedersi.
Era un fantasma. Terribile ed inetto, vecchio che è stato giovane, senza un lavoro, senza un amore. Oppresso da tutte le parti, bastonato, finito.

VERTIGE ET MÉLANCOLIE, par Angelo Rendo (trad. Denis Montebello)

[Ringrazio Denis Montebello per la generosità e l’amicizia. Mi onora il fatto che abbia manifestato interesse per questo scritto. A me non capita mai di uscire fuori. O fuori dai confini. Ora, e per la seconda volta, e sempre per mano di Denis, un pezzettino di Sicilia, eroica e profonda, prende la strada della Francia, di La Rochelle, del sud Ovest, della Nuova Aquitania, del Golfo di Biscaglia, della francofonia.

Denis Montebello ha ripulito il testo dalle incrostazioni dell’afferramento, lo ha levigato. E mi pare la sua traduzione abbia superato l’originale.

Qui, il blog di Denis Montebello, e “Vertigine e malinconia” in francese.]

À Enna et à Piazza Armerina, l’une des présences les plus réelles, les plus rassurantes, est le rite funéraire: tout un pullulement d’affiches mortuaires géantes et de magasins de pompes funèbres pour les rues du centre. Beaucoup de vieux, beaucoup d’affaires.

Les services funéraires seront inévitablement les derniers à quitter ces pays désormais perdus, dépeuplés.

Ici la mort triomphe, elle envahit tout, on ne la laisse pas, comme c’est le cas ailleurs, entre parenthèses; elle tapisse les murs; aucun lieu ne lui échappe, aucune pierre.
Enna et Piazza Armerina n’ont plus sens, villes rétrécies et closes. Ces temps n’en veulent plus, elles se préparent à être aspirées dans les enfers plutoniens. Même si Perséphone a tenté l’irruption dans les sphères célestes, Pluton détient le nombril de la terre et, sans répit, nettoie la peluche qui l’empoisonne, un peu plus bas, à Pergusa.
Dans les quelques mots des indigènes la fatigue et la mélancolie, le noir et le vertige. Gardiens de pierres destinées à tomber, l’une après l’autre.
Des endroits de l’autre monde, c’est vrai, d’une Sicile continentale, lombarde. Haute, inaccessible, boisée et verte. D’une rationalité froide qui se heurte à l’idiotie de l’homme quand il n’est plus un homme pour l’homme.
Ainsi la pierre, placée en 1960 sur la façade d’une maison morne et inhabitée, au terme de la montée qui conduit à la limite d’Enna, le Castello di Lombardia, à nous faire contemporains de Cicéron (qui semble avoir demeuré là, en 70 A. C., à l’époque du procès contre Verrès), et à sauver Enna du souffle qui la soulève, elle, cité d’une arrogante beauté. Oublieuse et altière.

VERTIGINE E MALINCONIA – Angelo Rendo

A Enna e a Piazza Armerina, una delle presenze più vere e rassicuranti è l’onoranza funebre: tutto un pullulare di manifesti mortuari giganti e di negozi di onoranze per le vie del centro. Molti vecchi, molti affari.
Gli addetti alle pompe funebri, inevitabilmente, saranno gli ultimi a lasciare questi paesi ormai persi, spopolati.

Qui la morte fa la sua bella figura, è invadente, non la si lascia tra parentesi, come altrove, e usualmente; i muri ne sono tappezzati; lei entra in ogni luogo, cova ogni pietra.

Enna e Piazza Armerina non hanno più senso, città incastellate e chiuse. Non servono a questi tempi, si preparano ad essere risucchiate negli inferi plutoniani. Per quanto Persefone abbia tentato l’irruzione nelle sfere celesti, Plutone detiene l’ombelico della terra e, senza requie, lo ripulisce della lanugine che lo attassa, lì, poco più in basso, a Pergusa.

Nelle poche parole degli indigeni la stanchezza e la malinconia, il buio e la vertigine. Guardiani di pietre destinate a crollare, una dopo l’altra.

Posti dell’altro mondo, è vero, di una Sicilia continentale, lombarda. Alta, irraggiungibile, boscosa e verdeggiante. Di una razionalità fredda che cozza contro l’idiozia di ogni uomo che non è più uomo per l’uomo.
Così, è la lapide – apposta nel 1960 sulla facciata di una tetra e disabitata casa, su per la salita che conduce al termine ultimo di Enna, il Castello di Lombardia – a farci contemporanei di Cicerone (che ivi sembra aver dimorato nel 70 a.C., ai tempi del processo contro Verre), e a riscattare Enna dal turbine che la fiata, lei, città di tracotante bellezza. Dimentica e altera.

IO E IL CINEMA – Angelo Rendo

Rarissimo io vada al cinema, poiché soffro di acuti sonni cimiteriali, in quel luogo.

È il buio, che acceca, diranno i più; un minor numero sosterrà è una questione di predilezione.

Al cinema è impossibile esercitare il privilegio della sospensione. Ogni cosa scorre non vista. Bramata e deglutita.

Perdo tempo al cinema. Per me – che fondamentalmente solo leggo, e mi caccio nei vicoli dei testi – vedere un film significa consegnarsi alla noia.

Ma lunedì, avevo proprio intenzione di addormentarmi al cinema, così sono andato per “L’apparizione” del francese Giannoli (terzo di quattro film del primo dei due cicli del cineforum diretto a Scicli dal caro amico Peppe Puglisi).

Iniziato in sordina, carburato nella parte centrale – durante la quale ho sofferto per una decina di minuti di abissi ipnotici – involatosi nella terza e ultima parte, un brusco risveglio, il film è di estrema sottigliezza, coi due protagonisti principali a far la differenza.

Il regista pare assumere un atteggiamento rinunciatario sul tema più grande, quello del mistero e della fede. Ma così non è. Su un sottile filo si regge. In equilibrio.

La Chiesa è mostrata pudicamente per quel che è, una sentina di vizi, come ogni contenitore umano; e la veggente vera – che sfugge alle visioni per farsi una famiglia, sostituita dalla più cara amica che, cristicamente, al suo posto si immola, e per lei muore – avvolge l’opera in una pellicola impenetrabile.

La salvezza per lo spirito (e per la Chiesa) dovrà ricercarsi al di fuori del ‘costituito’ – sembra più volte ribadire Giannoli.

E il comico e il tragico, stretti in un mortale abbraccio, garantiscono il mio sonno, la mia veglia.

Militello Val di Catania – Angelo Rendo

La verità non va difesa sentenziava un colto sessantenne, avventore del bar, accanto a noi seduto con un più giovane amico, a mezzogiorno a Militello Val di Catania. E il paese ancor più si distendeva nel giorno di San Giuseppe sotto un sole benedetto. Tranquilla, ordinata la cittadina, senza belletto alcuno. Austera e retta, dalla Fontana della Zizza passando per la caelicola Santa Maria della Stella e San Nicolò di magnificente linearità fino alla chiesa di San Benedetto Abate con l’annesso monastero, sede del Municipio, autorevole e mai lezioso tardobarocco, cedevole all’impianto medievale che tuttora tiene in pugno Militello.

Per la verità è degno di nota anche il laminato di alluminio rosso scuro. Ripara le facciate di molte case, e ferisce il volto luminoso di questa perla del basso Catanese, o alto Ragusano che dir si voglia. La tiene in pugno. Ma è d’uso comune anche a Scordia e a Grammichele, mi accorgo, rivestire del più bell’abito le case (del Calatino, per dirla giusta).

Pale eoliche intimidenti, asini festanti, mandorli in fiore e aranceti a perdita d’occhio, e una comunità tutta stretta intorno al comiziante sindaco Burtone, infine, hanno aperto e chiuso la levata domenicale, rinnovellando che del centro non si fa strame.

NUN ‘U CUGGHIU RI ‘NTERRA – Angelo Rendo

Chi cade deve essere aiutato, un frutto bisogna sia raccolto – solo se arancia selvatica, o nespola, o fico, per esempio, va lasciato alla terra. Non le si raccoglie da terra, perché diventate cose, non più frutti, queste cose. Come l’anima di un uomo, troppo grossolana, il cui schianto si presente da lontano. Quell’anima nun si cogghia ri ‘nterra. La terra, la tomba.