IO E IL CINEMA – Angelo Rendo

Rarissimo io vada al cinema, poiché soffro di acuti sonni cimiteriali, in quel luogo.

È il buio, che acceca, diranno i più; un minor numero sosterrà è una questione di predilezione.

Al cinema è impossibile esercitare il privilegio della sospensione. Ogni cosa scorre non vista. Bramata e deglutita.

Perdo tempo al cinema. Per me – che fondamentalmente solo leggo, e mi caccio nei vicoli dei testi – vedere un film significa consegnarsi alla noia.

Ma lunedì, avevo proprio intenzione di addormentarmi al cinema, così sono andato per “L’apparizione” del francese Giannoli (terzo di quattro film del primo dei due cicli del cineforum diretto a Scicli dal caro amico Peppe Puglisi).

Iniziato in sordina, carburato nella parte centrale – durante la quale ho sofferto per una decina di minuti di abissi ipnotici – involatosi nella terza e ultima parte, un brusco risveglio, il film è di estrema sottigliezza, coi due protagonisti principali a far la differenza.

Il regista pare assumere un atteggiamento rinunciatario sul tema più grande, quello del mistero e della fede. Ma così non è. Su un sottile filo si regge. In equilibrio.

La Chiesa è mostrata pudicamente per quel che è, una sentina di vizi, come ogni contenitore umano; e la veggente vera – che sfugge alle visioni per farsi una famiglia, sostituita dalla più cara amica che, cristicamente, al suo posto si immola, e per lei muore – avvolge l’opera in una pellicola impenetrabile.

La salvezza per lo spirito (e per la Chiesa) dovrà ricercarsi al di fuori del ‘costituito’ – sembra più volte ribadire Giannoli.

E il comico e il tragico, stretti in un mortale abbraccio, garantiscono il mio sonno, la mia veglia.

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AUGURI DI NATALE (Delle due storielle, una, bisogna chiuderla!) – Angelo Rendo

Ogni anno, la vigilia di Natale, non manca mai di venirmi a trovare. Si gasa. Lo gaso. Certo, lui non me lo può dire il motivo – lo derubrichiamo fra gli atti di estrema educazione – ma è chiaro che venga per porgermi le gote rosse pregne di pino silvestre. E io, ogni anno, ricambio la gentilezza, anzi, lascio che per l’intera giornata il suo ricordo silvestre mi assedi le nari e riempia il cuore.

La seconda, non merita neanche di esser chiusa, ora che ci penso, è una maglia aperta, l’unica, di poco più di due chilometri nel tratto di costa che mi riguarda lungo quasi venti. Da Donnalucata a Plaja Grande. Un’entrata nella luce marina: scavalchi il guard rail e ti mangia il mare. Lo bevi. Una ferita benefica. Che solo accoglie. Invita ad entrare e uscire senza requie.

La Scicli di Velasco Vitali – Angelo Rendo

Non conoscevo quest’opera di Velasco Vitali del 2003: Scicli vista dal colle San Matteo.
Annegata nel piombo, Scicli sembra una città bombardata, in parte ricondotta al passato. O a climi mediorientali. Cancellata.
Un’interpretazione annichilente e furiosa. Non la più bella città del mondo, ma un quartiere di Beirut. Che poi, secondo una geografia interiore non malcelata ma esposta, è la Scicli di oggi.

Il vicesindaco di Chiamparino – Angelo Rendo

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Oggi è passato a gasarsi il vicesindaco di Chiamparino, ormai abita a Marina di Ragusa, è un pensionato. Tra una cosa e l’altra, non riuscendo a capirsi cosa fosse cosa e cosa fosse l’altra, a bruciapelo mi ha chiesto Lei è residente a Ragusa? No, a Scicli, questa landa è territorio di Scicli, peraltro. No, gliel’ho domandato perché sono in lizza per le Comunali di giugno a Ragusa. Ah, e con chi? Con una lista civica di Centro Destra. Ho capito. Lei ha già fatto politica, quando stava a Torino? (La volta precedente mi aveva rivelato di essersi da poco trasferito nel loco natio, a distanza di cinquant’anni, e di aver pure comprato casa. Un’occasione. Quindi, via, dopo aver messo cinque euro, con la sua Delta d’antan, la sua signorina, lui tutto impomatato.) Sì, sono stato vicesindaco di Chiamparino. (Chissà se durante il primo o il secondo mandato.) Ah, ora è migrato verso altri lidi. Sa come siamo noi politici, cambiamo facilmente bandiera.

Visita a Gesualdo Bufalino – Angelo Rendo

Fu agli inizi del nuovo secolo che mi saltò in mente di far visita a Gesualdo Bufalino. Non lo trovai.

Al cimitero di Comiso lo trovai, questo grandissimo scrittore, circonlocutivo e antifrastico. M’ero fatto 35 chilometri, ché tanto dista Comiso da Scicli, per non portare nemmeno un fiore, per non poter dire nemmeno una parola.

Ricordo di aver chiesto, stranito, al custode dove fosse la casa di Bufalino, e che di fretta mi diressi per il vialetto indicatomi. Mi pare girai a sinistra e che, prima di vedere Gesualdo Bufalino, vidi in basso Gesualdo Bufalino. Il nonno.

Due cose mi colpirono. La prima che i due Gesualdo avevano preso dimora entrambi a 76 anni, e la seconda l’epitaffio del nipote – del quale già sapevo – HIC SITUS LUCE FINITA. Ca n’attocca, quannu chiurimu l’uocchi. Mi parve inutile, ma formalmente ineccepibile, un ‘uno due due tre’ da chapeau. Non portavo cappello.

Serenate – Angelo Rendo

Cifra del nazionalpopolare, Cutugno contiene tutte le voglie, abbraccia tutti i facitori di layers – dai più intellettualmente saturi ai più sentimentali, dai più arguti ai più sottili militanti d’apparato – fa cantare polli, fagiani, pavoni e galli.

‘Bella ciao’, invece, non è una serenata per pensionati. Che la si distorca cognitivamente, non fa che abbassare i profili istituzionali. In tal caso, la memoria dell’antifascismo presta il fianco alla propaganda preelettorale. E ci rende capponi tutti. Italiani veri. Brividi.

Le “fumarole” di Plaja Grande – Angelo Rendo

Dietro il bunker di servizio, dove scrivo, a cinque metri, ci sono le serre. Siamo a Plaja Grande, a due chilometri e mezzo da Donnalucata, in antico contrada Piano Grande, ultima plaga del territorio costiero di Scicli, ad Ovest.

Sulla provinciale Donnalucata – Marina di Ragusa – dove appunto lavoro – e su per incroci e crocicchi che dalla provinciale diramano, e ancora oltre fino ai Macconi, fino a Marina di Acate, ad Ovest, e fino a Pachino, ad Est, la cosiddetta fascia trasformata, il paesaggio è sequestrato dalle serre. E da chi ci vive.

Capita che, come oggi alle 17:00, a circa trecentometri da qui, in barba a ogni regolamento, si dia fuoco alle piante di pomodoro estirpate, che si celebrino le velenifere “fumarole”.
Le piante – tra l’altro ancora umide per via delle piogge – allungheranno il fastidio per chi nei pressi vive. E a seconda dei venti di ponente o tramontana, a seconda del loro indugiare o del loro risvegliarsi, le nebbie, il fumo, il tosco prenderanno forma.

Nessuno vigila. E nessuno – o pochi – conferisce questi rifiuti speciali. Brucia. E fa bruciare gli occhi, la bocca dello stomaco. Porta la nausea, eleva lo stordimento a fase rituale ultima. Nessuno.

Il costume più memorabile che ho indossato è… – Angelo Rendo

[Facebook ha lanciato da qualche giorno una nuova funzione ‘Lo sapevi?’, una serie di domande random poste all’utente. L’operazione rientra nell’usuale categoria del “data mining” del colosso. La domanda a cui ho risposto, e che leggerete sotto, mi è caduta in bocca e l’ho presa al volo.]

Non c’è il minimo dubbio. Avevo sedici anni, eravamo nel 1992. A Scicli si teneva – e ancora si tiene – un Carnevale (“Carnaluvari ra Stratanova”) che mina la norma carnascialesca, la esalta. Ovvero è fuori da ogni seppur minimo controllo (estetico). Ciascuno si combina come meglio crede. Ecco i vestiti del babbo, della mamma nonna o bisnonno persino, e le maschere dei personaggi più in voga del momento; quindi le mazze, nude o riempite di sabbia, le pistole e i caschi integrali.

In quell’anno, il 1992 dicevamo, io indossavo un abito spezzato (giacca bianca, pantaloni neri) di papà anni Settanta, un foulard della mamma, portavo inoltre un fazzoletto viola nel taschino e una imprecisata congerie di stracci premeva sotto la giacca. La maschera di Diego Armando Maradona coronava un costume a dir poco memorabile. Ho la foto, aspetto mio padre me la mandi. È arrivata, eccola.

Apocatastasi di Palermo – Angelo Rendo

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Apò

Mi seguivo, a Palermo, seguivo me che andavo. Ogni passo, due occhi. Non ce ne vogliono tanti, di occhi, per Palermo. Dimenticate il nefando, il crimine. E prendete la gentilezza, la signorilità, e lo scempio, mirate le prime due, sciolte per le strade, visibili, e fate fuoco sul secondo, brace della brace dei secoli dei secoli.

Per esempio all’OVS, per una manciata di minuti, sono uscito fuori binario. Ho seguito, alla giusta distanza, un padre e una figlia, cinquantenne, ritardata, che temeva la scala mobile e non voleva salire. Il padre il marito, l’uomo della sollecitudine, un cardinale. E la nostra piccola mente ferma sotto i colpi della sordità, del suono fesso del limite.

Quattro Canti, Corso Vittorio Emanuele, Via Maqueda, Via Roma, Via Cavour, via Ruggero Settimo, Corso Calatafimi.
Il palcoscenico, e le viscere cotte, il cervello di bragia innominate per troppa fame. Il rovello, l’assillo, la forza e la forza che ti preda: Palermo.

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Catà

Nel museo di Casa Professa (Chiesa del Gesù) – al quale si accede dall’abside – nella prima sala, in fondo, sulla parete di destra leggo una lapide, il cui testo riporto sotto (in latino, e in italiano). E rido. Padre La Nuza, come vedrete, ne è il protagonista, e il mattatore.

L’instancabile e carismatico gesuita di Licata (1591-1656) ha predicato in lungo e in largo per la Sicilia, al punto da giungere persino a Scicli, scopro. A Scicli, secondo quanto riferisce l’agiografo Padre Frazzetta nell’opera a lui dedicata nel 1708, il gesuita licatese praticò un esorcismo, servendosi della sua cintola per discacciare il Maligno dimorante nel corpo di una donna. La legatura della sua santa cinta strozzerà la voce della resistenza demoniaca, la seconda voce, la più tenace.

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ANNO CIRCITER MDCL, HUIUS AULAE CONCAMERATIONE VIX PERFECTA, V. P. ALOYSIUS LANUZA S. J., STRUCTORES UNA ACCUMBENTES NACTUS, ET AD FREQUENTEM CONFESSIONEM, QUOD ARTEM INOPINIS LAPSIBUS OBNOXIAM EXERCERENT, ADHORTATUS, APPOSITUM ACETUM, CRUCIS SIGNO, IN OPTIMUM VINUM CONVERTIT.
PAUCAS POST HORAS PHILIPPUS CARTAFAUSA, QUI EX ILLIS PRIMUS VINUM GUSTAVERAT, EX LIGNEO PONTE LAPSUS INOPINA MORTE PEREMPTUS EST.
EX PROCES: PAN: A. MDCLXVII

“INTORNO AL 1650, APPENA FINITA LA VOLTA DI QUESTA SALA, IL V. P. LUIGI LA NUZA DELLA COMPAGNIA DI GESÙ, ESSENDOSI IMBATTUTO NEGLI OPERAI, PRONTI A SEDERSI A TAVOLA TUTTI INSIEME, LI ESORTÒ A CONFESSARSI SPESSO, POICHÉ ESERCITAVANO UN LAVORO PASSIBILE DI CADUTE IMPREVISTE, QUINDI FECE IL SEGNO DELLA CROCE, E MUTÒ L’ACETO, CHE ERA SOPRA LA TAVOLA, IN OTTIMO VINO. POCHE ORE DOPO FILIPPO CARTAFAUSA, IL PRIMO AD AVER ASSAGGIATO IL VINO, MORÌ CADENDO DA UN PONTEGGIO DI LEGNO. DAL PROCESSO: PALERMO: A. 1667.”

***

VITA E VIRTÙ DEL VENERABILE SERVO DI DIO PADRE LUIGI LA NUZA COMPOSTA DA PADRE MICHELE FRAZZETTA (1708)

[…] Predicando nella città di Scicli, una donna invasata, nel più bel silenzio della predica, disse ad alta voce: “Qua sei venuto La Nuza?” E avrebbe detto di più, se il servo di Dio, col dito sulle labbra, non gliel’avesse vietato. Tacque per allora a suo malgrado lo spirito, finita però la predica, quasi libero dal divieto, s’appalesò con istrida d’arrabbiato: ma condotta la donna dai Sacerdoti all’altare della Beatissima vergine, quivi a forza di scongiuri, fu costretto l’infame ospite a diloggiare. Ma egli disse: “Non mai partirò se non me lo comanderà il La Nuza”: il che riferito al Padre, che stava orando, gli mandò la sua cintola, con cui cintasi l’energumena, restò prosciolta per sempre, di quel fiero carnefice, che la tormentava. Il nemico poi, dalle tante vittorie affatto avvilito, non più ardiva di combatterlo alla scoperta, ma mutata faccia, tutto ossequioso lo riveriva: onde egli soleva dire ad un suo compagno: “Il demonio con una mano mi fa delle riverenze; e con l’altra mi batte, e mi toglie le anime già convertite.”

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Stasi

Dopo tutto, non c’è potere bifido che possa intervenire e forzare la nostra più luminosa essenza. Che Serpotta coi suoi putti e le sue Virtù, i pupari coi loro pupi, i Cappuccini con le loro mummie onorino la norma alla quale in pochi rispondiamo, ognuno col proprio abito, e che solo la morte violi per non essere altro che una postilla – una immancabile nota del dopo che tiene lontano il rampantismo, e che dissocia la conoscenza dalla volgarità dell’arroganza – ecco, questo raccoglimento brutalizza già in vita chi in lei non vede. “La fissità porta a maggior gloria” risuona nella Cappella Palatina. E del mondo nootropico in cui viviamo non resta che quel nerd seduto all’angolo di via Bara all’Olivella che si fa una canna. Gracchia di boot e cola nello scolatoio delle catacombe dei Cappuccini nel tripudio generale di una giornata del FAI.

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“Come figlio molto adulto”, o del compitare necrologi – Angelo Rendo

“Il… agosto sono trascorsi 50 anni dalla dipartita della mia adorata Mamma.

Donna di eletta virtù, BUONA, LABORIOSA, UMILE, AFFETTUOSA, ALTRUISTA, MODESTA.
Come figlio molto adulto non posso non ricordare la sua grande umiltà, per mezzo della quale mi ha fatto conoscere il vero ORGOGLIO che mi ha fatto diventare un VERO GALANTUOMO.
Anche soffrendo non poco, con i grandi valori morali che mi ha inculcato, cerco di trovare la forza per superare le cattiverie di cui si è impregnata profondamente la società odierna.
Nonostante sono trascorsi 50 anni, tutti i pensieri e le azioni che mi ha inculcato la mia Mamma, mi fanno sentire un UOMO FORTE, SERIO e LEALE.
GRAZIE DONNA SPECIALE per quanto mi hai insegnato.

Tuo figlio e gli adorati nipoti.”

Qualche giorno fa, questa ‘carta’ è apparsa in diversi spazi d’affissione a Scicli.
Se mi consegno a uno spazio listato a lutto e mi tuffo a peso morto, non c’è dubbio che sono perso alla vita dalla nascita. Un prigione. Posso essere io il perso, il prigione, o può essere l’autore del necrologio, o Cortázar, Charlie Parker o tutti quelli che da un bar sono passati e passano possono essere i prigioni, i persi.
Ma come si fa a scrivere un necrologio? Un cadavere, spento da cinquanta anni, non può riattizzarsi impunemente. Cosa si paga? E a chi? A chi si parla? Il necrologio ha da mantenersi freddo, rigido, equilibrato, deve non dire. Invece, è proprio quando splende il comico, e fa i suoi gargarismi, che si manifestano le donne speciali, i figli orgogliosi, leali, forti. I galantuomini.

Cortázar, che da un necrologio parte per ‘disegnare’ Charlie Parker ne “Il persecutore”, dimostra che basta niente; e che dietro alle ragioni vi è sempre un ossesso, un galantuomo; cancella, infatti, le fantasime e detta il tempo che manca.

Cortázar, sì, lui, ha un occhio da una parte uno dall’altra l’altro ancora. La paternità ha segnali propri, e lustrini, baffi o barba. Se smette di conoscere, diventa diffidente; fa tanto per te, diventa patria; se guarda e aspetta, il tempo di mettere insieme

Bar Fidone, ieri sera, Plaja Grande. I flipper ci sono, il juke box manca. I gelati e le granite di Adriana. Alcuni partono, altri restano. Prodi presentava a Scicli il suo piano inclinato. La musica arriva, inattesa, da una sfera smeraldina, il cui brusio limita le bolle dell’autorità, gli scoppi e i rombi dell’alta cilindrata.