Plaja Grande, Scicli, Scempio – Angelo Rendo


Vogliamo vedere il mare, la natura non può ostare alla nostra sete di aria, di bellezza; e temiamo anche l’intrico. Disboschiamo. Questo è avvenuto a Plaja Grande. Un timido boschetto d’eucalipti è stato in una parte –  per una ventina di metri – spianato e più avanti – sempre sul lungomare – ha subito un assai sostanzioso taglio. 
Il primo uomo avrà dato coraggio al secondo, che si è concesso però una certa e ipocrita pelosa misura. Ora, gli affacci sul mare di due ville mirano all’infinito: un acquitrino che chiama a sé uragani.

Clinica dei Balcani – Angelo Rendo

A tarda sera usciti dall’autostrada a Rosolini, di ritorno da Lubiana – mentre tagliavamo Rosolini lungo il suo margine occidentale per tornare a Scicli dalle contrade modicane di Trebalate e Rocciola, e proprio quando i pensieri iniziavano a inurbarsi – un cartello segnaletico a freccia, incastrato a un palo nell’angolo di una via, scivolato quasi al suolo, rompeva fiaba e incantesimo: “La clinica del tubo (impianti elettrici)”.

Chi non parla è uno spettro. E la felicità è connaturata alla parola, quandanche tardi a riconoscersi, come tarda la bellezza esaurita di Venezia – pronta ad affondare e riemergere nel sogno – ma si riconosce.

Più vai indietro, più trovi il tempo, e paesaggi urbani, grazia naturale, lindore, opacità non esibita consustanziale al destino del patimento. E potrebbe darsi che Lubiana condivida queste forme di razionalismo ermetico col trapasso del confine, che altro, se non la mano tesa di un amico?

La compostezza del clamore, l’eleganza del fugace, inserti di mutevolezza ben digerita. Poi la cristallina violenza del cielo di Zagabria, i vetri rotti e qualche edificio sordo, che solo la sfrenatezza di un pittore in lutto avrebbe potuto ridurre a massima concentrazione, nascosta nella trasparenza del vetro. Un becco di uccello piegato sul seme invisibile.

La pietà popolare – Angelo Rendo

A Ragusa hanno fatto FestiWall, figa incipriata, street art pregna. La Scicli pia celebra invece la sua santa patrona, Maria Santissima delle Milizie. Memento per l’automobilista distratto, lungo una strada che qualche anno fa fu teatro di un terribile incidente. 
Un grigio serbatoio fa da vedetta, la matrice, occhio ciclopico, benedice, un cavaliere col suo timido cavallo per caso assistono all’impennata del cavallo santo, Maria fende orribilmente l’aria con la sua spada. Ma non c’è più nessuno. Se non dentro quella casa o nei ghetti festivalieri.

L’affaire Zappa – Angelo Rendo

Nel 1982 Frank Zappa tenne un concerto a Palermo, e per l’occasione visitò Partinico, luogo di origine del nonno e del padre; il concerto durò solo venti minuti a causa degli scontri tra polizia e spettatori all’interno dello stadio, originatisi da una errata disposizione del palco: la gradinata distava troppo e gli spettatori si risolsero ad avvicinarsi scavalcando la recinzione.

(Successe l’iradiddio.)

Ma pochi sanno, anzi credo nessuno, che il grande musicista fu anche a Scicli. Era il mese di luglio, in Spagna si giocavano i mondiali di calcio, e a Scicli Zappa arrivò per uno strano motivo. Nessuno ha mai saputo di cosa si trattasse, per quanto qualcuno si sia azzardato a sostenere che Zappa fosse venuto a trovare un vecchio amico del padre di origine sciclitana e alla cui mensa da adolescente, a Lancaster, aveva assaggiato un piatto tipico sciclitano, il “Pastizzu ri ciurietti” (“Pasticcio di cavolfiore”).

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In effetti, riportando alla memoria una foto di archivio – in alto a sinistra nel nostro collage – vero è che Frank regge con un forchettone una matassa di spaghetti – a dire il vero appare abbastanza schifato – mentre in basso a sinistra lo vediamo ritratto in occasione della sua toccata e fuga a Scicli. Ma questo cosa significa? Significa che ama il cibo italiano alla follia? Significa che la gola ha fatto tanto? Ma soprattutto siamo sicuri che sia lui quello in basso a sinistra??

Non sappiamo da dove provenga Zappa con quella padella bisunta contenente poco più di mezzo pastizzo a cui dan man forte dei medusei spaghetti (altro e fondamentale ingrediente del ripieno del pastizzo).

Forse che scappava dalla baldoria, che i pastizzi se li stessero tirando faccia faccia, o che lui stesse per riservare un pezzo di pastizzo a uno del suo entourage? Boh. Lo sguardo è, però, vivido e atterrito.

Fatto sta, infine, che siamo in estate e l’abbigliamento di Zappa risulta di certo non adeguato, camicia a jeans e giubbotto di pelle.

La scena è poco chiara, ma il pasticcio è tutto per Zappa!

“Paesi e città”, l’e-book di ‘Doppiozero’ a cura di Luigi Grazioli

“La libreria di doppiozero continua a crescere, con un nuovo titolo da scaricare e leggere su tablet o su carta, stampando il pdf.

Oggi vi proponiamo un volume a cura di Luigi Grazioli, Paesi e cittàQui il link per scaricarlo.

L’Italia raccontata attraverso i suoi paesi e le sue città. La raccolta degli scritti apparsi su doppiozero all’interno del dossier Unità e disunità d’Italia.” Tratto da http://www.doppiozero.com

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[Facendovi soci di “doppiozero” (10 euro il costo della card), potrete acquistare gli e-book doppiozeriani appunto e, inoltre, avere gratis – fra i tanti gratuiti disponibili – il volume caldo-caldo “Paesi e città”, a cura di Luigi Grazioli, sopra il link.

Siamo 102 i partecipanti: io ho scritto di Scicli, Francesco Lauretta di Ispica, Simona Castiglione di Catania, Angelo Orlando Meloni di Siracusa, per restare ai siciliani che conosco; poi ci sono Luigi Grazioli, Federico De Leonardis, Enrico De Vivo, Toni Fachini, Janis Joyce, Ivano Mugnaini, Anna Stefi: continentali amici facebookiani. Siamo tutti, spero, non siamo nessuno! AR]

Paesi e città, a cura di Luigi Grazioli
Paesi e città, a cura di Luigi Grazioli

Appunti dal buon senso senza senso (19) – Angelo Rendo

Lucia è una donna – già nel nome impostole – luminosa; è una bambina luminosa che donna e santa diventa, decapitata per via della sua fede. Santa Lucia.

Riccardo Iacona, giornalista, ha scritto un libro dal titolo “Se questi sono gli uomini. La strage delle donne” (chiarelettere); in esso racconta del femminicidio in Italia, di numeri spaventosi di donne uccise dai rispettivi compagni (mariti, fidanzati, amanti). Un libro d’inchiesta, travolgente, crudo e delicato.

Fra le donne assassinate ve ne è una di Scicli, Rosa Trovato. A lei è dedicato un lungo capitolo, commovente. Santa Rosa.

Dov’è l’uomo? E’ rimasto a terra, incapace di elevarsi, schiavo dell’azione (solo sognata), e senza cielo.

La donna è nel presente, nel passato, nel futuro; mentre l’uomo è fuori da questa triade, fuso con l’eterno.

Dinanzi a questa presenza diretta, forte, che non lascia scampo alla forma telefonata, il maschio sprigiona un vapore ferino annichilente.

Le probabilità che di questo passo io continui l’argomento sono tante, le probabilità che il maschio diventi vittima di se stesso, dopo averla fatta, la vittima, sono ancor più grandi, e per le vie del cielo.

La voce – Francesco Lauretta

Pietro Di Lorenzo Busacca, benefattore (Scicli), foto Santo Abbattista
Pietro Di Lorenzo Busacca, benefattore (Scicli), foto Santo Abbattista

Turiddu, ecculu qua, a piazza, u Cianu u ciamamu nui, ci dumannu pirchì s’inniu a Santa Maria Maggiore a fari a missa. Iddu ma spiega, seraficu. Stavu taliannu a televisioni, i sira e già eru co pigiama quannu na vuci na testa mi ciamau: Turiddu, Turiddu chi fai caintra a chiesa tinnaghiri, a missa a fari. Prima rimasi a ucca aperta, ma qu’è ca mi chiama, cu è chistu, astura? E allura, ancora: Turiddu, ancora scavusu sii, susiti, curri a chiesa ca a missa a celebrari, avanti! Scantatu mi susì e di cursa ma fici, senza scarpi trasii a chiesa e u parrinu stava cirimuniannu, a genti c’era, magari a ma soru. Allura mentri ci fu un po’ ri confusioni rittu all’altari minnì e a muttuna spustai o parrinu ca nun mi vulia lassari stari u microfunu. E mentri facia sti cosi a vuci mi parrava forti: Bravu, accussì a fari, avanti uora parra dall’altari. Ma mancu rissi, Prigamu tutti, na scucciata di coddu m’arruau ca a testa mi fici girari, a ma suoru era: Pazzu, sì pazzu, chi stai faciennu? E mi pigghiarru. A Busacca mi purtarru, o manicomiu di Scicli.  Ora sugnu sotto cura, imbottito sugnu. E io, Ma scusami, non ti vergognavi?, perché sei voluto andare, non sentivi che non era normale fare una cosa del genere? E mi guarda: Avrei volutu a viriri a tia. Ch’è ca putia affari, cià via ddiri No, o Signuri?

E’ in rete ‘doppiozero’!

[E’ online da ieri “doppiozero”, un luogo trasversale a radici fascicolate, a cura di Marco Belpoliti e Stefano Chiodi. Sotto le istruzioni per l’uso, tratte direttamente dal sito.

Potete leggere un pezzo di Luigi Grazioli, di Ivan Baio con Angelo Orlando Meloni, del sottoscritto e di Francesco Lauretta. A. R.]

doppiozero: istruzioni per l’uso

Tutte le esperienze di produzione e informazione culturale si stanno ormai affacciando in rete e l’utopia di un sapere diffuso, accessibile a tutti, sembra non esser mai stata così vicina a realizzarsi. Un anno fa ci siamo messi intorno a un tavolo con quest’idea in testa: trovare un modo nuovo per produrre e pubblicare (nel senso di rendere pubblica) cultura in rete con uno sguardo più lungo e più lento, capace di interpretare la contemporaneità, di mostrarla come un campo dove non conta solo il libro, l’immagine o il personaggio del momento ma in cui risuona la memoria e germoglia il futuro. Stimolare riflessioni, discussioni, partecipazione: questi i nostri punti di partenza. E soprattutto, formulare nuove domande e cercare nuove risposte per sollevare la temperatura culturale del nostro paese, per cercare di capire chi siamo e dove andiamo.

E così eccoci qui, con qualcosa che è allo stesso tempo un esperimento, un passo avanti e una prova: una versione beta, come si dice sul web. Che tradotto significa: ciò che vedete è solo una piccola parte di quello che abbiamo in mente.

doppiozero esplora la contemporaneità attraverso dossierrubricheinterviste, immagini, saggi: si spinge all’indietro, alle radici della nostra identità nazionale, studia il paesaggio urbano, raccoglie testi dimenticati e ne sollecita di nuovi, invita a viaggiare nel tempo e nello spazio. E lo fa pubblicando testi brevi e interi libri, blog d’autore e polemiche, fedele alla sua  impostazione non profit, perché la cultura sia davvero uno spazio di sperimentazione, di rischio, di condivisione.

doppiozero è un progetto editoriale, un luogo di incontro, una biblioteca e un archivio. Un luogo dove fare scoperte, approfondire questioni, incontrare scrittori, artisti, critici, poeti. Dove costruire insieme una comunità di lettori. Speriamo ci seguiate in questa avventura.

PER MIMMO PUZZO (1946 – 2004) – IL PITTORE PIU’ GRANDE CHE SCICLI ABBIA MAI AVUTO E PER FRANCESCO LAURETTA – LA PITTURA FINISCE A ISPICA

Solo sacrificando la bella intelligenza violenta la stirpe autonoma, solo col sacrificio della stirpe autonoma la bella intelligenza crea il mondo. Infatti, l’universale volontà di spodestare la zolla armata di infanti legittima la sopravvivenza della scoria.

Come tale, il recupero sarà affidato allo scontro fratricida, all’intestinità del travaglio, all’icona.

La solitudine sprigiona il lento dissapore dell’unione, a chi daremo il dio giusto? Dall’invocazione al Terminato, il cui governo si carica di scopi ulteriori.

Chiarifico a me stesso, o in forma di glossa scrivo il libro. Il lento attraversare procura fuoco.

Il Grande si sente minato dal Piccolo, non lo condivide; il Medio, invece, butta l’orecchio, ausculta il Piccolo.

Allorché il genere entra, il sacrificio è consumato. Quasi che la spontaneità non contenesse i grumi risoluti della ragione. La grandezza la si fugge gravando d’intelletto il discorso. La volpe sfugge al cacciatore.

Il ridondante nesso “ricerca di stile” riguardo a una presunta mancanza di stile ricercato nell’opera puzziana – più la smania egocentrica di leggere il diverso, costringendolo ad un proprio blando canone – non ha coesistenza con lo stile. La “ricerca” è dell’ambizioso volenteroso, di colui per il quale la scienza è calcolo; lo stile, invece, non si esplicita nella prolungata dialettica con l’amicalità artistica, nemmanco nel confronto serratissimo con la tradizionale Bestia, ma sgorga necessario e strafottente da falda remota; ha bisogno di assestamenti idiotici e si intarla.

Ancora, il “messaggio voluto” – che si dice mancare in Puzzo – dovrà perdere l’aggettivazione “voluto”, essendo piuttosto oggettivabile e nudo e senza vie di fuga contrappuntistiche.

La poesia non è fatale, ma insiste nell’ordine gerarchico incognito. Non c’è gratuità, ma scompiglio e volo.

Fino a comprendere che il centro è invisibile, ai più periferia.

Credere sia possibile “approfittare della vita” certifica la regola e condanna ad un destino di tenebra.

Quella di Francesco Lauretta è un’epopea concettuale senza fine, una foga operaia ad intermittenze che paga il prezzo di un irrisolto contrasto fra una poderosa e cannibalistica verve orientata sulla parola e sul suono e il gesto pittorico arrivato tardi, sfinito, con la lingua a penzoloni.

Strenuo, minuzioso, valoroso nell’affrontare la posa ormai dominante dell’arte contemporanea Lauretta si dibatte nella sua gabbia vuota, sepolcro aperto di legno, pollo arrosto sulla rampa di lancio della trascendenza che – passando per lo svuotamento del sacro e l’affetto per la morta quotidianità – tende ad altro approdo, ad uno strappo risolvibile nell’abbandono di una certa pittura, verso una visione spurgata dal troppo pieno umano.

La sua appartenenza alla stirpe autonoma è testimoniata dall’estrema consapevolezza della fine del gioco, da una forma idiotica ancora tutta da esplorare e da una virulenza serena che, all’interno di un sistema corrotto e marcio, rischia il fraintendimento o il boicottaggio. L’artista sta immolandosi. Non va bene, bisognerà preconizzare il non preconizzabile.

Nella costruzione del nome hanno da sempre contribuito i carpentieri del sorriso.

Lasciandoti in balia della parola, muta lo stato, non il profondo battente.

Il valore testimoniale di un’opera d’arte è il surplace dopo una corsetta.

A picco un filo stretto e lungo

girando s’ispessisce a ferro di cavallo.

La carne soda agisce fuori dai filamenti reticolari del nuovo mondo.

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Angelo Rendo, 8 agosto 2010, diritti riservati.