Pastizzi – Angelo Rendo

In una lettera del marzo 1908 a Robert Dreyfus un Marcel Proust trentasettenne scrive: “Quanto ai <pastiches>, grazie a Dio, non me ne resta che uno.”. Bene, a quasi 109 anni di distanza, a me ne è rimasto davvero più di uno, non in forno, ma nel freezer.

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Io penso te tu non pensare me – Angelo Rendo

Nella dashboard del blog Nabanassar, nel riquadro “Termini ricercati nei motori di ricerca”, oggi è comparsa la seguente stringa alfabetica: “io penso te tu non pensare me a cavallo”. Che in versi potremmo ricomporre così “io penso te tu/non pensare me a/cavallo” nella bara dell’amore di una donna ingenua per un uomo porco. O di una donna paranoica per un uomo buono. Oppure ancora di una donna infelice nel chiuso di una casa o di una perpetua in quello di una chiesa per un prete o per un cavaliere d’alta tavola.

O forse una languida donna alla barra stimorata ha digitato i tre versi sopra, con tutte le forze tesa a garantire la pudicizia di cagna gnesta; o un uomo, insicuro del proprio uomo, temendo di essere sostituito da un cavallo; o un uomo onesto, talmente onesto da non farsi passare per il principe azzurro; o un ragazzo – il quale assicura la mamma, non stia a preoccuparsi, ha fatto i compiti, è nella casa del compagnetto di classe, non a scorrazzare col cavallo del nonno per i campi, e nemmeno a lezione di equitazione – ha scritto sulla barra quelle parole sotto. E la barra gli ha dato il nostro indirizzo.
Ma a svelare il significato di questo pezzo è Lea: la vera cagna, la Mamma Cagna – invasata – abbaia a molle lingua che “io penso te tu non pensare me a cavallo” non è che un frustulo epitalamico di Quintino Sella, scritto in un accesso di libidine imperativa per la moglie, poco prima di partire.
Come una vuota distesa d’acqua, che d’acqua non sa, attira terra da tutti i pori e, riempita, sussurra all’azzurro che nulla si muove, una cosa contro l’altra sta. Duro sentire il sussurro, vedere l’azzurro nella macina che ogni cosa frantuma. Ma di ciò che non si vede la volontà s’abbiglia.

La verità è uno spiedo – Angelo Rendo

Nell’intervista per Rai Letteratura Manlio Sgalambro è a proprio agio. Sta gettato sulla poltrona della sua stanza come un concetto definitivo o una bara, a cascittuni. Mulina le mani e sbriciola l’aria che sposta rapsodicamente, la artiglia e fa sottile e di tanto in tanto la afferra a pugni portandosela a sé. Guarda con un occhio, l’altro essendo quasi del tutto marcio di teologia.

Stamattina al bar l’occhio mi è caduto su un quotidiano del quale nemmeno sospettavo l’esistenza: La verità, diretto da Belpietro. Pensavo trattarsi di un brogliaccio da testimoni di Geova a tutta prima; poi non mi è interessato più di nulla. L’ho subito ripreso e rimesso in orbita.

Ho chiuso e sono andato a mare. A correre. E a rubare scatti. La verità fa sempre male. È uno spiedo, ma senza testimoni.

Pensionati – Angelo Rendo

Avanti, facciamo il pieno, maestro! No, non lo faccio il pieno qua. Metta 10 euro. Siete cari. Sto andando a Palermo con Franco per il convegno Pensionati, ritorniamo lunedì, confida intanto parlando al cellulare a un amico. Lo gaso. Allora, che non le vuole le 10 euro, scherza. Sì, facciamo che è un regalo di fine anno, come fosse un calendario o una penna, dico. E ridiamo. Paga. Vah, che glielo faccio io un regalo, tenga questa agenda. Agendina FNP. CISL Pensionati.

Nomen Numen – Angelo Rendo

A Pisa, dove ho studiato, e in via Bovio, dove abitavo – oltre al circolo Arci Agorà, che arrivò dopo – insistevano altri esercizi, pochi e malmessi. Ricordo con affetto l’ossessivo “Targhe, incisioni, timbri Scarpellini”, e il severo “Possenti Impianti”, per esempio. O di via San Martino, subito a sinistra, uscendo di casa e scendendo per via Gori, ricordo con tremore e disincanto la temeraria “Macelleria Sbrana”. Ahi!