Il genere prevale sul caso – Angelo Rendo

Molti fra i più prolifici e logorroici scrittori italiani contemporanei sono dei sessuomani. Scrivono di preti, scuole, seminari, università, bel mondo, haute société, sezioni, bagni pubblici, seghe, marchette, stupri, moralismi, tic e cit. Ripartiscono, separano, secano: ciò che l’intelletto fa quando spinge e ordina. Albinati, Arbasino, Busi, Mari, Moresco, Siti. Del primo, ad esempio, ieri ho distrattamente preso tra le mani “La scuola cattolica”. Nel retrocopertina l’autore sta in posa e un buchino nero gli resta al centro delle labbra. Tutto l’emerso respira. Apro a caso a pagina 193, e continuo a leggere fino a pagina 194. Albinati racconta come da adolescente al solo sentir nominare la parola CO-STU-ME (da bagno) mettesse mano al pistolino e corresse a masturbarsi. Di come fosse dotato di una “sensualità sconvolgente”.

Anche quando vi è sessuofobia, il genere prevale sul caso. La storia è solo un accidente.

Annunci

Resistere alla creazione (intorno a ‘Odiare la poesia’, Ben Lerner, Sellerio) – Angelo Rendo

La parola ‘amore’ non necessita che di ‘nulla’. Ovvero della sparizione improvvisa di ogni calcolo. Perciò pronunciarla (scriverla), e per giunta come sigillo ultimo del libro – come fa Ben Lerner nel suo pamphlet “Odiare la poesia” – non è che lo svelamento di una pratica innocua. E di un poeta vecchio.
Che poi l’odio faccia cadere anzitempo i denti dell’ingranaggio poetico risulta manifesto dal tarlo poetologico di un’editoria prolassata.

Nel 2004 “La medietà” si chiudeva con una appendice di tre poesie, ‘Darsi la corda: contro la poesia’:

Ed essi che non l’ebbero, ed essi
che mai l’ebbero, non l’ebbero
conosciuta che fu, si ruppero
in branchi cadevano, capelli,
bianchi, di luce che terra dal nero
prendevano e prendevano, annusavano

tirare: sommo impiego fu
un farsi continuo di occhi,

come il miraggio ruppe il ritmo,
lo riconsacrò, il ritmo, venne
compiuta la stasi: la fuce.

**

Distinguevano viscere, e creazioni
in astuzia, modo chiuso
qua, partono subito

**

fuochi dell’aperta campagna, alluminio
di due stagioni far apparire l’età
come presente come dato altrimenti
la possibilità, che è pesante, si carica
dell’indocile, spinta, chiedere
fluidità al Padrone, quello grande

sua misura, mio rispetto.
mia misura, suo rispetto.

Poesia a lume di naso (intorno a “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea) – Angelo Rendo

 

“[…] Il messaggio lontano della fogna
che, muta e pregna, vomita nel mare.” (p. 16)

È l’olfatto il senso più desto in D’Andrea, i ricordi aggallano, la storia è una congerie escrementizia. Ma dal titolo ci si aspetterebbe un passaggio. Altro, rispetto al subbuglio che, sin dagli esordi, ha caratterizzato la sua poesia. Invece ombra, questo essere a metà. Una sosta, quasi a rischiararsi e ristorarsi, credi. Ma all’ombra il poeta indugia troppo; non un transito ma una “seduta”, più mestiere che vocazione.

Una storia, la sua, che è talmente irrorata dalle più diverse tracce mnestiche da caricarsi sul dettato e ingarbugliare la forma, che quasi mai combacia con la sostanza.

È evidente che la malìa filosofemica affascini questa poesia e la sporchi, a quando una bonifica? Inoltre, la contemporaneità con tutti i suoi gingilli e le sue perfidie batte sotto, titilla il civismo poetico, ma non si scioglie nel verso, resta a mo’ di slogan.

XI

Eccidio, omofobia, femminicidio,
propaggini patriarcali,
benvenute effrazioni del dolore
sempre procrastinabili le scelte,
ogni bar-italia sventola le sue bandiere.
Platini, Baggio, Del Piero, Zidane,
la classe estinta in testate esiziali,
chiacchiere esorbitanti, nausea.
Ogni fatto morto, ogni effetto
estorto. Il dato certo risorto
in un battito irreperibile,
aquile bianche beccano lo zolfo
e il pietrisco dei Balcani;
silenzio d’Europa e connivenza
aprivano faglie tossiche e incoerenze afghane
confezionate a triplo strato
con pascoli di capre, markor, argali
a testimoniare l’indifferenza e l’impotenza
dei complotti. Piangevamo
il distanziamento intellettuale,
l’alibi e l’annientamento telecomandato
di ras afroasiatici.
Il seguito fu un’origine fragorosa
di acronimi e sintesi verbali,
geroglifici, emoticon, messaggi
connessi in una trama arcipelago.
Bottiglie da un territorio archiviabile,
nella presenza ridotta del respiro
umorale, degli odori coperti.
Un guizzo di tempesta, i tropici
ai poli e il boh sempiterno
sotteso a ogni risposta.
(pag. 32)

Tutto questo sferragliare viene temporaneamente interrotto da un dittico, il poeta si ferma e si guarda allo specchio. È il momento migliore del libro. La storia è incontenibile, i ricordi non possono afferrarla, le immagini non si riannodano al puro istinto.

L’identità (o trasposizione del poeta)

Sentiva di spostarsi e accadimenti
intercedevano per lui che si spostava,
sospinto dalla piena presenza
di se stesso. Impercettibilmente
ad agire era un moto secondario,
che diventava consistente e si perdeva.
Camminava pienamente.
Si alternava in tutto il movimento
la sensazione vera di non essere
se non se stesso in contatto perenne,
come accade nelle passerelle
agli aeroporti dopo un giorno
in piedi a calpestare i propri passi.
(p. 38)

Quindi, la sezione “Immagini, I Ricordi”: si entra nel vivo del fuoco. Presente nume Stevens. Qui c’è controllo, resa, mentre altrove è spesso imperfetta. Qui l’aria si rarefà e uno stato di sospensione fa capolino:

Temporale estivo

L’odore di terra bagnata –
chi non lo ricorda? – s’infiltra
e in queste pareti risponde
perentoriamente altra aria,
recando passati e passando
mi dice la terra e il suo spazio.

Il tempo, che sembra volersi
aprire di slancio, rallenta
e piano sorvola strutture,
futuri intuibili, quadri,
imposte, gli oggetti di vita
raccolti scompaiono e accede
il tremito nuovi di antichi
scenari, ritorno che zoppica,
infine interviene, dapprima
sul vuoto, ricorda gli odori,
sostiene se stesso e presenzia
cadute involute al presente.

Il tempo e lo spazio, membrane,
respirano passi e cadenze
ma come in un suono sospeso
che aspetta di cogliere strade,
passaggi, gli odori che passano,
ricordi di soglie che sembrano
scomparse, che sembrano eterne.

Così della terra bagnata
mi resta da dire il ricordo
che nei pochi spazi s’appressa
e scivola presto dall’ora
all’oggi, attraverso il ritorno
di questo mio essere in terra,
sia monito o sia promemoria
ripete un sentire diverso.
(p. 50)

La storia, le immagini, il racconto: il ricordo a tentare di sostenerle; ma già in “Era nel racconto” la struttura del libro sembra essere divorata dal poemetto che chiude la sezione; è come se l’esile equilibrio su cui si fonda questo ‘transito’ venisse sconvolto dalla marea montante di detriti alluvionali.

Il libro potrebbe finire, sfigurato, con questa sezione; invece se ne apre un’altra, “Zone recintate”. Poesie disperse, come quelle dell’ultima sezione (“Notturni”), delle quali si sarebbe fatto volentieri a meno.

Una poesia fatta di relazioni sconnesse, afflitta da lungaggini, “accampata nel semibuio”.

Io vorrei visitare il mondo – Angelo Rendo

La tentazione di entrare nel mondo è un atto troppo mondano. Nonostante mi sforzi a inforcare gli occhiali, non vedo nulla.

Petunia Ollister, di cui il 12 marzo per la prima volta ho letto la rubrica (#bookbreakfast) su Robinson, trae dall’antologia illustrata dal titolo “75 litri” (www.madebytuta.com) la seguente citazione: “Sono state sottoposte agli artisti queste domande: immagina di partire per un lungo viaggio dal quale forse non tornerai mai, qual è il luogo che vorresti visitare? Come organizzeresti il tuo zaino? Quali oggetti porteresti con te? E quali mappe? A chi manderesti una cartolina?”

Io vorrei visitare il mondo. Senza zaino e senza mappe, e al diavolo le cartoline.
Una delle tesi più accreditate è che vi sia somma sapienza al mondo, che sia una gemma dentro il castone.
Ma nessuno sa cosa sia il mondo e dove si trovi, nessuno di noi viventi vi è stato destinato, per quanto talora alcuni si gettino in avanti alla ricerca di qualche crepa e la intonino a Dio, senza di fatto rivolgerglisi.

Sospetto che gli instagramers siano una nuova comunità apostolica e che le loro faccende siano in mano al capitale immaginivoro. La labilità del mondo entrato in uno specchio, che riflette un surrogato di vita.

Quindici glosse per duecentosessantotto battute – Angelo Rendo

feynman copertina.jpg

[Le duecentosessantotto parole di “Quindici glosse per duecentosessantotto battute” sono state scritte nell’arco di nove giorni, dal 30 gennaio all’8 febbraio. Si tratta di quindici glosse a un libro. Il libro è “Le battute fulminanti di Richard Feynman”. Riunisco le due parti (“Dieci” e “Cinque”). A. R.]

È dentro questo clamore, dentro questa onda lontana. Spinge. Qualcuno non riesce a tenere la fila e si schianta contro la luce, qualcun altro contro il buio; chi, invece, la mantiene ha dalla sua i morti, chi come un missile trapassa tutti quelli che lo precedono sta sul bordo nel suo turno nel suo rigore infine.

Tenere l’intrigo separato dall’intrico è nell’ordine delle cose.

La ripetizione calibra persino la durata dei corpi. C’è uno stampo per ogni dove.

‘Come stanno le cose’ è senza dubbio una perifrasi di dominanza.

Se qualcosa scappa, prendila, se ci riesci, o dimenticala, non maledirla!

Comprimendo il tempo sullo spazio leghiamo il relativo all’assoluto.

Quel che cade non può essere in linea che con l’immaginazione. E con lei sola.

Quando stiamo per andarcene, c’è sempre una curva alle nostre spalle a trattenerci.

L’eleganza consiste nel fare in modo che il coniglio non esca dal cilindro.

E così il calore è una forma del dolore: quanto più da esso ci si allontana tanto più si fa vicino.

La rovina e, sotto, il fondo fascino e l’atomo. In una volta tutta compare la verità, a prova di bomba.

La tolleranza, se un peso la ottunde, necessiterà di un fuocherello, per essere sollevata.

C’è forse un argomento che possa governare l’astrazione?

Mi è tutto chiaro, dopo che faccio rotolare via la penna, lontano da me.

Ogni giorno, non possiamo pensare nulla di umano e vicino – fatto della nostra stessa carne, più prossimo e interno a noi di quanto lo siamo noi stessi prossimi a lui e a lui interni – se non smette di portare un nome.

​In mezzo a un libro (su Dany Laferrière, “L’arte ormai perduta del dolce far niente”) – Angelo Rendo

Seduto di tre quarti innanzi al sole, con King Rok sulle gambe, distese su una sedia, e il naso affondato dentro la carta Fedrigoni Lux Cream delle edizioni 66thand2nd. Respiro e annuso, respiro e annuso. Godo. Il vero odore di libro. Raro. Che certamente Dany Laferrière (1953), scrittore haitiano-canadese – dal 2013 seggio 2 dell’Académie française –  e il suo ‘L’arte ormai perduta del dolce far niente’ meritano di diritto.

Chi entra in questo memoir caleidoscopico e di adamantina raffinatezza, pieno di orecchie, entrate ed uscite, anche di emergenza, umano cuore e fatica e intelligenza rabdomantica, resisterà alla lettura pur di non finirlo. E si sistemerà al centro. A narici frementi.

“Sul bordo della poesia”, intorno a ‘Storia d’amore’ di Daniele Mencarelli – Angelo Rendo

schermata202016-01-1320alle2002-59-21

Parevano premere delle personae in “Bambino Gesù” (2010) di Daniele Mencarelli; ciò che presumevo è venuto via via materializzandosi. Ben si può dire che – dopo, appunto, “Bambino Gesù” del 2010 e “figlio” del 2013, entrambi pubblicati per nottetempo – “Storia d’amore” (2015), apparso nella collana pordenonelegge di Lietocolle, rappresenti la chiusura di una trilogia. La lingua di Mencarelli si trattiene a fatica sul bordo spesso della poesia.

Non sono però sicuro che questa raccontata sia una storia d’amore. Ci sono la ferocia, la rabbia, il lutto della carnalità. Ci sono le slogature della riluttanza a raccogliere un più alto grado d’amore, che qui è nascosto nel maiuscolo di quel “Lui”, è vero. Ma l’intreccio dei piani risulta pretestuoso. La vita è sempre dopo, mai prima; la volontà di riannodare le fila è compito del romanzo, laddove la poesia invece trema, sonda e acquista forza e sapere nella perdita.

Mencarelli intende raccontare una storia, ma la corteggia troppo; e il ritorno ad un evento assai andato gli comprime la voce al punto da caricarla oltremodo, ridurla a replica di un dire che nei precedenti libri subiva la necessità di un tempo tutto incarnato e in sé risolto, mentre ora il rischio è quello di attestarsi nei pressi della forma-canzone.

Nascosto dalla sigaretta
cerco qualcosa sul tuo viso,
magari saperlo cosa di preciso,
intero passo ogni lineamento
ogni tratto da orecchio a orecchio
da fronte a mento passando per la bocca
fino al collo liscio e giù alle spalle,
ma quello che di te non so
nulla di più riesco a sapere,
mentre tu con le tue amiche
a discutere di storia da studiare
di antichi da conoscere a memoria
neanche fossero tra noi ora,
tanto ti è cara la questione
che vibrano le labbra e il viso
da dolcezza a fiamma viva
forza celeste dentro l’iride.
Mi distrae una tosse acre
un sapore plastico alla gola,
il filtro della sigaretta non si fuma.

Il fuoco minimo di una sigaretta: uno schermo. Il pensiero poetico è preda di una carne dopata, ogni sintagma fortemente interiorizzato e digerito, dal sapore dolciastro. Come se la voce-esca venisse a tal punto portata all’indietro da giungere dentro lo specchio lenta e solo a fatica trovasse il mare.

E’ sempre l’animo creaturale a fare Mencarelli, seppure in minore stavolta, con ricorrenze talora lancinanti, salmi nascosti in invisibili bolle di nero, come in questo caso:

Scendi dal bus carnaio
e una voce da dentro esplode
punta dritto all’azzurro altissimo
al cielo che diventa spazio
voce che urla una parola sola
parola sentita parola toccata
Grazie ripetuto Grazie
in eterno allo sfinimento Grazie,
ma chi per la tua carne bionda
per l’incendio che fai scoppiare
fino al mare lontano una linea
chi ringrazio per il tuo nome
per la dolce voce luminosa
per il viso amato tuo viso
chi posso inginocchiato ringraziare?
Tuo padre autista brav’uomo
piccolo di fronte stempiata?
O tua madre donna di scuola
maestra di classi d’asilo?
Perché sento più grande di loro
gigante il mio grazie?
Ma chi o cosa è così grande?
E se fosse niente da ringraziare
come si ringrazia il niente?

La terzultima delle sette sezioni di cui si compone il libro è la più flagrante; iniziamo a sentire il riso, perciò deflagra in più alta unione il risicato passo indietro sul quale Mencarelli ha tentato di fondare il poemetto.

Non è il mio inferno
quel regno di pena e fiamme
minaccia ai bambini sul più bello,
il mio demonio è una mattina
scolorata dal cielo alle persone
tu di chilometri lontana
in gita con la scuola per l’Italia,
io scarpa senza la gemella
buttato da una parte sconto il tempo.
Non è teatrale il mio demonio
non è mostruoso non ama il fuoco
lui gioca a svuotare le promesse
ad alitare il suo comandamento
tutto il suo verbo in un solo ritornello
tre parole piantate in mezzo agli occhi:
Non rimane niente, non rimane niente,
di questo tempo di tutti i tempi
di tutte le madri le mani dei padri
del tuo viso inciso nei giorni
non rimarrà che il niente,
siamo un urlo nello spazio
per caso viventi per caso amanti
disordine è il padre da onorare.
Questa è la terra dell’inferno
questo niente da tramandare
niente da difendere niente da sperare,
ti prego fai presto, torna,
senza di te sono meno di un disperso,
io senza il tuo neo come mi oriento?

La donna-stampella, la cui ombra si proietta alta lungo la Scala.

Hai dato nomi al magma
incendiato il nulla con la luce
nell’acqua sorgiva dei Tuoi mari
ti sei specchiato e quel che hai visto
vive sul suo viso di ragazza,
il sangue assaporato dal suo dito
è del Tuo colore la Tua razza,
lei è Tua figlia prediletta
lei è la Tua terra migliore,
come ogni umano a ben vedere.
Questo noi siamo, questo noi valiamo.

E così la poesia di Mencarelli si radica a terra, fronteggia Montale, per poi, inaspettatamente, nella penultima sezione, mettere le ali, gigioneggiare, sognare, premere sul basso ininterrotto popular fino a che non piomba la lettera dell’amata, Anna: la ferita si richiude, il poeta scompare.

La Moira di Paul Claudel – Angelo Rendo

A poco più di trent’anni, Paul Claudel stava per ritirarsi in un monastero; ma il priore del monastero, tergiversando, lo fece disfiziare.

Così, nel 1900, quasi a fine anno, ricevuta la nomina a console in Cina, il poeta diede un colpo di testa e si imbarcò.

Durante la traversata conobbe Rosalie, magàra polacca fatta e finita, maritata con M. Ventch. Si innamorarono e Claudel pensò bene di aiutarne il marito, lurido trafficante.

La donna – da cui Claudel avrà una figlia, Louise, cantante lirica e compositrice, nata nel 1905 e morta nel 1996 – ebbe sei figli dal primo matrimonio, uno in seconde nozze, una appunto con Claudel.

Per mettere a tacere le maldicenze – che copiose fioccavano sul capo di lui, poeta, console e protettore di M. Ventch – spinse Rosalie, incinta di Louise, a ripartire per la Francia.
Sulla nave Madame Ventch non perderà tempo e si legherà a un altro. Il primo marito e l’amante Claudel “trangugiati” e “troncati di netto”. 
Invano il console tenterà di riaverla; nella sua ricerca coinvolgerà persino M. Ventch; i due cercheranno anche di portarle via un figlio, ma condivideranno una nottata di sonno in macchina, Ciccì e Coccò, prima di ritornare ognuno alle rispettive occupazioni.

Claudel – che per il dolore si ammalò di subitanei attacchi di folle riso – scriverà “Partage de Midi” nel 1904. Lo pubblicherà solo nel 1948. In italiano brutalmente suona come “Crisi di Mezzogiorno”.

Il callozzo a cui tanto fu legato il poeta non rappresenta altro che una moira, una parte; tanto ne cianciò, mentre quel che gli toccò in sorte non fu che una prolungata verginità (fino al 1901).

“Destino di un uomo a metà” o “Crisi di Mezzogiorno”?

Uno sciame insidia l’utopia – Angelo Rendo

Dentro la libreria, nei pressi di Piazza Navona, c’erano delle commesse, tre, chiacchierone e vanitose; era tutto un dire questo l’hai letto e quest’altro, io ho Siti sul comodino e se lo dice Cortellessa; si davano molto tono, si pompavano, e disturbavano.

I due titoli del caso, dunque, non potevano che essere “Nello sciame. Visioni del digitale” di Byung-Chul Han, edizioni Nottetempo, libri poco curati nella veste grafica e cari nel prezzo, impaginati in maniera sciatta al punto da sembrare oggetti da rilegatoria, tesine e “Letteratura come utopia” di Ingeborg Bachmann.

Fin dove arrivano le scritture che si muovono per opposizioni, afferendo più a una critica del gusto che a una sentita epochè, volevo vedere.
Da una parte la verità, selettiva, esclusiva, implicita, che impegna il negativo, dall’altra l’informazione, cumulativa, additiva, esplicita, che tiene al positivo.
Il filosofo coreano delimita il campo di analisi conducendo una battaglia di retroguardia, affidandosi a una bibliografia minima, datata e scontata: McLuhan, Barthes, Linder, Le Bon, Hardt-Negri, Von Gehlen, Heidegger, Sartre, Lacan, Bredekamp, Arendt, Flusser, Schmitt, Hegel, Foucalt, Benjamin. Quel campo risulta patentemente massificato, rappresentazionale: un campo di apocalissi vestite.
La forma del pamphlet è appetibile, sfiziosa, persuasiva. Per professionisti della cultura, senza dubbio. Non appena lo apro e affondo il naso al centro, sento gli stilemi della castrazione.
“La società della sorveglianza digitale […] sviluppa tratti totalitari: ci consegna alla programmazione psicopolitica e al controllo.”
Byung-Chul Han scaglia i suoi modelli previsionali in preda ad un’ansia di nominazione, e di rimozione del caos; il suo orientamento filosofico è troppo schiacciato sul presente e dello sciame è l’ape regina.

Dell’immondo – John Cascone

[Il seguente testo è il libretto della performance “Dell’Immondo” di John Cascone, eseguita il 5/6/2015 a Roma presso il Teatro dell’Orologio e l’area antistante al teatro, nell’ambito della mostra “La Forma del Pathos”, a cura di Gianluca Brogna.]

***

Voce: Veronica Cruciani

Azioni: John Cascone

***

Se vi chiedete perché sto leggendo un testo bisogna prima di tutto fare dei chiarimenti:

Io sono John Cascone e in questo momento mi trovo fuori dal teatro, sto fumando una sigaretta e sono appoggiato ad una macchina, la voce che state ascoltando non è la mia ma di Veronica Cruciani, perciò esistono due io in questo momento:
io testo copione
io corpo voce
siamo necessari uno all’altro.

Dunque siamo noi a parlare, potrei complicare le cose, potrei incominciare a leggere un testo così saremmo in tre, ma non c’è fretta andiamo per ordine.

Prima di tutto parliamo delle regole
Esiste la prima regola: noi e voi stiamo momentaneamente creando questa finzione.
Dopo la prima regola viene la seconda: la finzione modifica il reale.

Accartoccia un foglio e tiralo sul pubblico

Quello che è successo ora è una modificazione da nulla della condizione precedente però è utile perché introduce la terza regola: bisogna stare in agguato.

A volte le cose vengono da molto lontano o da un altro tempo, a volte da pochi metri come me fuori dal teatro che fumo una sigaretta e sono appoggiato ad una macchina, non mi vedete eppure ci sono, anzi ci siamo, io sono il testo il copione, io sono il corpo la voce.

Certo il mio è un agire all’oscuro, all’oscuro di tutto, voi non esistete ora mentre sto scrivendo, ma nel momento in cui io sarò voce voi esisterete.
Io so ma non vedo e tra poco anche questa sarà la vostra condizione.

Allora di che cosa vogliamo parlarvi?
di ciò che non esiste eppure accade, di ciò che è aldilà di questo spazio,
e se questo spazio fosse il mondo bè allora stiamo parlando dell’immondo.

L’immondo è il fuori luogo e il fuori tempo
come me ora che scrivo questo testo
come me ora fuori da questo spazio, da questo teatro,
perciò voi siete nel mondo e io nell’immondo,
bene ora vi trasmetterò ciò che sto facendo nell’immondo,

immaginate tutto ciò che vi dico e lo vedrete.

Una premessa,
tra ciò che farò io e vedrete voi ci sarà una leggera differita avanti o indietro nel tempo, ma accadrà o è già accaduto.

Incominciamo. Come primo esempio per far comunicare fisicamente il mondo con l’immondo possiamo costruire una trappola, non so se funzionerà né che cosa comporterà realmente, ma possiamo provarci:
Eccomi! mi vedete? sono fuori, davanti all’ingresso del teatro,
ho finito la mia sigaretta,
dallo zaino tiro fuori tutto ciò che mi serve per costruire una trappola: del nastro bianco e rosso e un cartello.

Mi pongo sul lato opposto all’entrata del teatro,
prendo il nastro bianco e rosso, lo lego alle grate di una serranda e lo collego ad un paletto già presente sul lato del teatro,
continuo ad avvolgerlo andando avanti e indietro finché non costruisco una barriera alta circa un metro in cui le strisce bianche e rosse si incrociano, in questo modo chiudo l’accesso alla strada.

Infine pongo sulla transenna un cartello con su scritto:
Per la rimozione della transenna rivolgersi alla Sala Moretti del Teatro dell’Orologio.

Non dimenticate mai la terza regola: bisogna stare in agguato.

Nel caso in cui verrà qualcuno chiedo che debba essere accolto con la massima gentilezza e cortesia, e dispongo che la terza persona della seconda fila o il successivo rimuova la barriera, basterà un semplice taglio del nastro dall’alto verso il basso e a tal fine deve essergli consegnato un taglierino.

Nel caso in cui verrà qualcuno la lettura verrà interrotta e successivamente ripresa nello stesso identico punto.

In attesa che qualcosa accada o che sia già accaduto, ricordiamo che:

l’immondo è ciò che avevamo escluso o che pensavamo che fosse da escludere,
l’immondo non appartiene alla storia,
non è mai esistito finché non è comparso sotto i nostri occhi,
nell’immondo non si sa realmente che cosa accade.

Perché l’immondo è
il possibile quando era impossibile,
l’immaginabile quando era inimmaginabile,
nessuno può testimoniare che cosa stia accadendo fuori nell’immondo,
il suo spazio è illimitato,

la sua temporalità abbraccia tutti i tempi verbali,
l’immondo è il non addomesticato,
qualcosa che sfugge anche se compreso, il disatteso,
ed è tutto ciò per cui sono state create le spiegazioni o le narrazioni del reale.

E’ l’irruzione di ciò che ancora non è stato definito o compreso,
ciò che pur essendo presente si pone come totalmente estraneo, lontano, distante, ma reale, come voi, ora, presenti in questa sala.

Arrivati a questo punto facciamo una piccola parentesi, una nota al testo o come possiamo dire….. un fuori testo,
ritorniamo al mondo, a voi,
ci sarà utile perché anche voi ora avete qualcosa che va aldilà di voi,
qualcosa che ci aiuterà a comprendere l’immondo.

Voi che siete nel mondo, in questo mondo, in questa sala,
in cui io testo divento io voce,
vivete ora di una ambiguità…. cerco di essere più chiaro:

in questo momento voi siete testimoni non oculari di azioni che sono già successe o che succederanno, la vostra condizione non è di contemporaneità con ciò che sta succedendo fuori, siete in anticipo come in ritardo, siete fuori tempo e fuori luogo, come me ora che scrivo da un altro tempo in un altro spazio.
Ricordate la seconda regola? La finzione modifica il reale.

Se usciste ora dal teatro potreste scoprire ciò che è successo veramente, ma non più ciò che potrà succedere perché io testo io voce non ci saremmo, vivreste solo il passato, restando invece in questa sala vivete contemporaneamente il passato e il futuro di ciò che sta accadendo fuori, ovvero in questa sala, mentre ci ascoltate, siete in anticipo come siete in ritardo.
Ricordate la seconda regola? La finzione modifica il reale.
A proposito mi sono spostato, sto percorrendo via dei Filippini, mi sto lasciando alle spalle la trappola, obbligato ad andare avanti dalla presenza a destra come a sinistra di due costruzioni in pietra, due montagne possenti, molto più alte di me, molto più alte di voi, dovreste mettervi uno sopra l’altro per raggiungere la loro altezza. Cammino fino a arrivare al Corso Vittorio Emanuele, giro a destra, seguo il marciapiede, ha una trama d’asfalto cucita scucita e ricucita mille volte, dalle granulosità diverse, di epoche diverse, ed è così per almeno una ventina di metri, poi bruscamente il marciapiede si interrompe, ed ecco che per terra compaiono delle linee bianche parallele e un po’ sbiadite…. delle strisce pedonali:

da quando ho attraversato per la prima volta una strada ho sempre visto le strisce pedonali come un ponte, fatto di tavole, ogni striscia una tavola, una tavola una striscia, come nei film di avventura, in cui una riva di un fiume o ancora meglio un dirupo è collegato da una parte all’altra da un ponte sospeso. Intorno il vuoto, l’abisso, il nero dell’asfalto, il pericolo, bisogna percorrere velocemente il ponte perché da un momento all’altro può crollare o scomparire, perché quando la luce diventa rossa il ponte non è più percorribile, bisogna aspettare il ritorno della luce verde ed ecco che il ponte ricompare e può essere di nuovo attraversato.

Ma le strisce pedonali che ora ho sotto gli occhi sono sempre percorribili non ci sono semafori, e poi riflettendoci in generale possiamo dire che le strisce pedonali tendenzialmente sono sempre uguali a se stesse, sempre parallele, al massimo alcune sono un po’ sbilenche con una punta che va verso l’alto o verso il basso per adattarsi alla linea del marciapiede.

E’ innegabile, e anche voi ne converrete, le strisce pedonali sono noiose.

Almeno questo accade nel vostro mondo, in cui tutto è definito
e così sono state definite le strisce pedonali,
qui fuori nell’immondo le cose invece possono essere diverse,
perché, come vi abbiamo detto prima,
l’immondo è
il possibile quando era impossibile
l’immaginabile quando era inimmaginabile.
e tenete a mente sempre la seconda regola…

Perciò, dopo la trappola, che ho costruito di fronte al teatro, ho pensato che non sarebbe male riscrivere questo spazio che ho davanti a me, cambiare il ritmo delle strisce pedonali, un breve saggio di sovrascrittura, semiologicamente parlando, dare un tocco alle strisce, un accento, spezzare questa monotona bianca linearità, sì ci vuole un ritmo…………queste strisce saranno a pois.

Esattamente sono tra Corso Vittorio Emanuele e Vicolo Cesarini Sforza, le strisce pedonali che sono davanti a me sono composte da sei linee bianche, potremmo dire un ponticello, dallo zaino prendo degli adesivi tondi, e gli appiccico qua e là sulle strisce…..

Peccato che siete ancora lì nella sala Moretti del Teatro dell’Orologio perché ora queste strisce hanno un ritmo, potremmo dire a levare, sincopato, unico nel loro genere.

Ma vi ricordate cosa vi ho detto prima…. ?
Se uscirete potreste scoprire ciò che è successo veramente, ma non più ciò che potrà succedere perché io testo io voce non ci saremmo, vivreste solo il passato, invece, restando in questa sala vivete contemporaneamente il passato e il futuro di ciò che sta accadendo fuori. Perciò in questa sala, mentre ci ascoltate, siete in anticipo e siete in ritardo, non vedete ma sapete.

Torno indietro, ripercorro quel tappeto sbriciolato d’asfalto, chiamato marciapiede, e mi ritrovo sulla Piazza della Chiesa Nuova a pochi metri da voi.

Alzo lo sguardo verso l’alto, dei volatili girano intorno alla piazza, è il momento di mettere in atto l’ultimo movimento, sta per tramontare.

Creerò una coreografia qui in mezzo alla piazza, non certo per umani, ma per volatili.

L’eseguirò utilizzando del mangime per uccelli, per l’occasione ne ho comprato un po’ di chili.

La figura non si creerà immediatamente, ma in successione, un uccello attirerà l’altro, un richiamo attirerà un altro uccello ancora, e la figura si comporrà lentamente e nel suo prendere forma si disgregherà, ogni punto della linea corrisponderà ad una beccata, un disegno che letteralmente si consuma nel suo prendere forma.

La potenzialità di un disegno quindi, come tutto qui fuori nell’immondo in cui tutto è possibile, basta ricordarlo.

Sarà un brulicare di arrivi, di spostamenti, di beccate.

Ora mentre l’eseguo vi descrivo le linee, i movimenti che creeranno la figura, visualizzatele a mente.

Movimento n1, l’apertura
divido la piazza con un linea verticale.

disegna nel vuoto la linea

Movimento n2, il semidoppio
rispetto all’asse verticale traccio due semicerchi uno a destra e uno a sinistra in modo che la parte curva dei due semicerchi sia quasi tangente all’asse verticale.

disegna nel vuoto i due semicerchi

Movimento n3, gli accenti
nel centro dei due semicerchi traccio due piccoli cerchi.

disegna nel vuoto i due piccoli cerchi

Movimento n4, gran finale
collego prima i due piccoli cerchi tra di loro e poi questi al vertice della linea verticale, si creerà così un triangolo.

disegna nel vuoto il triangolo

Centinaia di uccelli di diverse specie prendono, prenderanno, hanno preso posizione seguendo in maniera disordinata ma coerente le linee, i 4 movimenti della coreografia.

E’ indubbio i volatili eseguiranno una libera interpretazione delle linee tracciate

perché l’immondo è il non addomesticato,
qualcosa che sfugge anche se compreso, il disatteso,
è’ l’irruzione del conosciuto che si comporta da sconosciuto,

nessuno può testimoniare che cosa stia accadendo fuori nell’immondo,
perché, come ormai saprete, l’immondo è il luogo del possibile, della potenzialità.

Siamo giunti alla fine, si creerà allora un momento di massima tensione, in cui dalla coreografia si passerà ad una zuffa all’ultima beccata e poi, ad un certo punto, lentamente, dopo aver popolato la piazza con il loro svolazzare d’ali, beccate, e richiami, uno dopo l’altro i volatili ritorneranno da dove erano venuti e la composizione consumata si disgregherà.

tutto questo accade
tutto questo è già successo
tutto questo accadrà

esci e vieni fuori da me.

***

John Cascone
Nato a Cheltenham (UK) nel 1976. Artista visivo e sonoro, performer e videomaker. Si è laureato nel 2004 in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Pisa. Dal 1999 è stato fondatore e collaboratore di diversi gruppi multidisciplinari (Formiche Elettriche, VOI, Città del Maiale Nero, EX, CARGO CULT). Assistente di Cesare Pietroiusti, la sua ricerca si è concentrata sullo studio del rapporto tra immagine-tempo-materia. Vive e lavora a Roma.