‘Il corpo si perde nel corpo’. Quattro poesie di Jean-Louis Giovannoni – trad. Angelo Rendo

[Scelta di testi tratti da ‘Poesia’, numero 331 (Novembre 2017), lì curati e tradotti da Marco Rota.]

Si crede
qualcuno verrà
ad aiutarci.
O trattenere.

Errore.

Il corpo si perde nel corpo.

***

Si cade
nel fondo

le ossa
all’esterno.

***

Quando non si parla,
si crede
di essere fuori
dalle nostre parole.
Siamo invece
il loro corpo.

***

Non appena una parola
è detta,
si annida subito
in sé, luogo
della scomparsa.

TESTO FRANCESE

On pense
que quelqu’un viendra nous aider
à nous retenir

C’est une erreur

Le corps se sectionne dans le corps

***

On meurt
par effondrement

Les os
vers l’extérieur

***

Quand nous taisons
nous croyons vivre en dehors de nos mots
alors que nous sommes
par ce silence même
dans leurs corps

***

Dès qu’une parole
est pronuncée
elle cherche aussitôt
en elle
le lieu de son effacement

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Alleluia, hai sconfitto il robot! – Angelo Rendo

Denis Montebello, scrittore francese della generazione dei padri, ha tradotto un mio testo, il viaggio a Tindari. Lucentezza, calore, netteté caratterizzano la sua prosa. È la prima volta qualcuno traduca un mio testo. Che sia stato Denis mi onora. Spero di meritarla, questa traduzione. Tuttavia, non dimentico mai che merito e onore sono nel guazzetto libertario insieme al destino. Quando l’onore cala, prende la forma di Excalibur. Dall’una e dall’altra parte vi è il patto silente della traduzione. Bisogna mettere in salvo il destino. Fuori da qualsivoglia ingerenza.

Alla traduzione di “Dire merci (Tindari)” di Montebello ha reagito una lettrice, Pascale, Denis ha risposto. [Lo scambio è rinvenibile qui: http://cotojest.over-blog.com/2017/…/dire-merci-tindari.html.%5D Ed eccolo anche qui, sotto:

Pascale: Più il testo si dispiegava, più diventavo scettica, ma niente affatto delusa, quel che ho sentito non c’entra nulla. Il testo è dionisiaco in francese, angelico in italiano. Grazie per questo doppio piacere.
Montebello: In questo caso l’interprete o dragomanno (non lo so neanche io, non siamo lontani dal ‘Viaggio in Oriente’) si rifiuta di fare l’interprete. Si lascia guidare. Per il suo più grande piacere.
Pascale: Alleluia, hai sconfitto il robot!

ÈRA DIGITALE – Angelo Rendo

Correre, veloci, come coloni che si portino nelle terre da cui non si può uscire, senza temere che la verità possa aprire porte. Per ogni scoperta, per ogni rivelazione, per ogni metamorfosi non c’è dietro che un sogno. Che non lo si afferri, avvolgendosi in uno statuto fantasmatico, facile da emanare, impossibile da approvare, nullifica la proposizione. Si esiste svuotati, senza un etto di merda nell’intestino.
Preferire la morte piuttosto che aver torto: la ragione di ogni declino. Non eroismo, ma incapacità di leggere le mappe dell’altro, con le sue licenze.
Se tutti insieme i venti del creato soffiano sul digividuo, si potrà pure pensare il male, essere a pezzi, tenuti in piedi dal lezzo del compiacimento, ma la sostanza che traspare bucherà lo schermo. Lo finirà.

Dire Merci – Angelo Rendo (trad. Denis Montebello)

À qui parle cette Vierge noire du Tindari (on est dans le noir)? Le Logos mettra cela au clair.
Il règne une grande confusion ce matin à Tindari, c’est dimanche. Un seul parle, sa voix est rendue inécoutable par la trop humaine puissance. Une petite voix, là-bas, au fond, et avec elle, un Dieu qu’on ne parvient pas à reconnaître.
Avec la restauration des années 1995-96, la Theotokos byzantine a perdu son pluvial de soie blanche, son diadème et son lys, l’Enfant sa tunique d’un blanc éclatant et sa couronne. Au cours des siècles, la Vierge avait subi un habillage progressif et somptueux, aujourd’hui elle est en bois nu, de cèdre du Liban, la Nefertiti qui incline et pousse le promontoire du Tindari vers l’Orient.

Émus, dirigés par nos pas, nous marchons maintenant vers l’Occident, vers la Tindari gréco-romaine, après une courte halte pour voir le golfe de Patti et les petits lacs de Marinello du haut du promontoire.
Nous nous frayons un passage entre les stands installés sur la route étroite qui mène au parc archéologique, jusqu’à ce que nous trouvions le portail d’entrée; deux chiens nous accueillent à l’entrée et deux employés à la billetterie; première étape à l’Antiquarium, puis le decumanus supérieur, et, tout de suite, à l’est vers la Basilique (un propylée conduisant à l’agora, semble-t-il), l’insula IV, les deux demeures patriciennes avec thermes, les boutiques et le decumanus inférieur. Nous remontons par le cardo et tournons à l’ouest vers le théâtre du IVe siècle av. J.C., qui, adossé à une colline, regarde la mer: on se croirait à Taormina.

Rien, en fait de temples. On suppose que l’acropole était là où se dresse aujourd’hui le sanctuaire, qu’il y avait un temple (?) dédié à Cybèle, tandis que plus bas, sur la pente du Tindari actuellement occupée par le hameau de Mongiove, se trouvait le temple de Jupiter (?), le toponyme en aurait maintenu l’écho.
Le tour a été rapide, il y avait un groupe, une troupe qui théâtralisait par étapes l’Iphigénie en Aulide, entrecoupée de notes historico-archéologiques sur le site; une longue pause et un repos bien mérité après l’Antiquarium: une tête en marbre d’Auguste, deux Victoires ailées, un masque tragique en marbre avec bonnet phrygien, statues romaines de personnages en toge, inscriptions, chapiteaux, un candélabre en bronze, coroplastique votive, un beau foculum de l’insula IV, urnes cinéraires en plomb et en verre avec anses en « m », vases à onguents en verre en forme de cloche, etc., etc.

Quand nous nous en allons, après trois heures, de 10 à 13 -nous étions partis à 6h15-, nous ne sommes pas vraiment satisfaits; c’est un site mainstream, Tindari, à la lumière féroce, ouvert au bleu de la mer et aux ténèbres des Nebrodi; l’antiquité survit, éblouissante, évidente. On attend le miracle, qui arrive ici parce que vous oubliez la crête où se tient la vie.

Alors, dire merci signifie rembobiner toute la cassette, courir au combat, au sang, à la dévotion qui fait humain cela qui n’a pas de nom et qui ramène au quotidien mort d’un centre commercial, l’Auchan de Melilli, sur le chemin du retour. Au Feltrinelli Village, une librairie disparate dont on sort sans avoir fait attention, pas même au forfait accompli par le monsieur obèse un livre de Chiarelettere à la main, une pétarade nocive et malveillante. Celui-là n’éveille aucune tendresse, contrairement au type rencontré une heure plus tôt à l’aire de service de Calatabiano. Un gros tapinant dans les toilettes, quasi chauve, portant mini queue de cheval shorty robe très courte et froufroutante à fleurs et sandales avec un sac à main de fillette; et un regard perdu.

[È possibile leggere la traduzione di “Dire grazie (Tindari)” anche qui, il blog di Denis Montebello.]

Intellettuali in ostaggio – intorno a “Teoria della classe disagiata” di Raffaele Alberto Ventura, Minimum Fax, 2017 (Angelo Rendo)

Quanto pretende questo libro? E chi vuole compiacere? La teoria si autofagocita per sovradeterminazione. E il libro appare inopportuno, senza via di fuga. Sommerso dal contemporaneo – e nell’orizzonte di attesa che esso dispone alla vista – versa in condizione di resto, minutaglia. Facile e comodo per prefiche e lamentatori. Commemorativo: un epicedio prima del seppellimento.

Un libro di testimonianza, troppo concentrato su se stesso. Quando l’autore, verso la fine, riprende Scheler, il quale scrive “il caso estremo è quello di un individuo o di un gruppo che considera la propria stessa esistenza e il proprio stato come motivo di vendetta”, e a seguire chiosa: “[…] non è questa appunto la condizione della classe disagiata?”, a me pare che un atteggiamento discriminatorio, classista, di palpabile posizionamento in seno alla società, infantile, innervi la “Teoria” e la pianti al suolo. La voce che ristagna al fondo è pretesca e subisce il richiamo delle storture psicanalitiche. Così le “finestre” – che più volte nel testo si aprono sul campo letterario – finiscono per edulcorare la teoresi. E infiammare le code mozze dell’evoluzione. Kafka viene pestato.

Scrittura da fortino. Che non osa nulla. Cucitissima. Che non rischia note in calce né bibliografia. Una massa che non permette distinzioni di sorta fra chi scrive e chi è ripreso. Un libro da capolinea, carico di troppe fermate, e in posa.

Il riconoscimento reclamato non è che un freno, la forza latente dell’ironia rincula. Ma soprattutto è difficile comprendere come l’istinto classificatorio non abbia ancora finito di tenere in ostaggio l’umanità.

Il genere prevale sul caso – Angelo Rendo

Molti fra i più prolifici e logorroici scrittori italiani contemporanei sono dei sessuomani. Scrivono di preti, scuole, seminari, università, bel mondo, haute société, sezioni, bagni pubblici, seghe, marchette, stupri, moralismi, tic e cit. Ripartiscono, separano, secano: ciò che l’intelletto fa quando spinge e ordina. Albinati, Arbasino, Busi, Mari, Moresco, Siti. Del primo, ad esempio, ieri ho distrattamente preso tra le mani “La scuola cattolica”. Nel retrocopertina l’autore sta in posa e un buchino nero gli resta al centro delle labbra. Tutto l’emerso respira. Apro a caso a pagina 193, e continuo a leggere fino a pagina 194. Albinati racconta come da adolescente al solo sentir nominare la parola CO-STU-ME (da bagno) mettesse mano al pistolino e corresse a masturbarsi. Di come fosse dotato di una “sensualità sconvolgente”.

Anche quando vi è sessuofobia, il genere prevale sul caso. La storia è solo un accidente.

Resistere alla creazione (intorno a ‘Odiare la poesia’, Ben Lerner, Sellerio) – Angelo Rendo

La parola ‘amore’ non necessita che di ‘nulla’. Ovvero della sparizione improvvisa di ogni calcolo. Perciò pronunciarla (scriverla), e per giunta come sigillo ultimo del libro – come fa Ben Lerner nel suo pamphlet “Odiare la poesia” – non è che lo svelamento di una pratica innocua. E di un poeta vecchio.
Che poi l’odio faccia cadere anzitempo i denti dell’ingranaggio poetico risulta manifesto dal tarlo poetologico di un’editoria prolassata.

Nel 2004 “La medietà” si chiudeva con una appendice di tre poesie, ‘Darsi la corda: contro la poesia’:

Ed essi che non l’ebbero, ed essi
che mai l’ebbero, non l’ebbero
conosciuta che fu, si ruppero
in branchi cadevano, capelli,
bianchi, di luce che terra dal nero
prendevano e prendevano, annusavano

tirare: sommo impiego fu
un farsi continuo di occhi,

come il miraggio ruppe il ritmo,
lo riconsacrò, il ritmo, venne
compiuta la stasi: la fuce.

**

Distinguevano viscere, e creazioni
in astuzia, modo chiuso
qua, partono subito

**

fuochi dell’aperta campagna, alluminio
di due stagioni far apparire l’età
come presente come dato altrimenti
la possibilità, che è pesante, si carica
dell’indocile, spinta, chiedere
fluidità al Padrone, quello grande

sua misura, mio rispetto.
mia misura, suo rispetto.

Poesia a lume di naso (intorno a “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea) – Angelo Rendo

 

“[…] Il messaggio lontano della fogna
che, muta e pregna, vomita nel mare.” (p. 16)

È l’olfatto il senso più desto in D’Andrea, i ricordi aggallano, la storia è una congerie escrementizia. Ma dal titolo ci si aspetterebbe un passaggio. Altro, rispetto al subbuglio che, sin dagli esordi, ha caratterizzato la sua poesia. Invece ombra, questo essere a metà. Una sosta, quasi a rischiararsi e ristorarsi, credi. Ma all’ombra il poeta indugia troppo; non un transito ma una “seduta”, più mestiere che vocazione.

Una storia, la sua, che è talmente irrorata dalle più diverse tracce mnestiche da caricarsi sul dettato e ingarbugliare la forma, che quasi mai combacia con la sostanza.

È evidente che la malìa filosofemica affascini questa poesia e la sporchi, a quando una bonifica? Inoltre, la contemporaneità con tutti i suoi gingilli e le sue perfidie batte sotto, titilla il civismo poetico, ma non si scioglie nel verso, resta a mo’ di slogan.

XI

Eccidio, omofobia, femminicidio,
propaggini patriarcali,
benvenute effrazioni del dolore
sempre procrastinabili le scelte,
ogni bar-italia sventola le sue bandiere.
Platini, Baggio, Del Piero, Zidane,
la classe estinta in testate esiziali,
chiacchiere esorbitanti, nausea.
Ogni fatto morto, ogni effetto
estorto. Il dato certo risorto
in un battito irreperibile,
aquile bianche beccano lo zolfo
e il pietrisco dei Balcani;
silenzio d’Europa e connivenza
aprivano faglie tossiche e incoerenze afghane
confezionate a triplo strato
con pascoli di capre, markor, argali
a testimoniare l’indifferenza e l’impotenza
dei complotti. Piangevamo
il distanziamento intellettuale,
l’alibi e l’annientamento telecomandato
di ras afroasiatici.
Il seguito fu un’origine fragorosa
di acronimi e sintesi verbali,
geroglifici, emoticon, messaggi
connessi in una trama arcipelago.
Bottiglie da un territorio archiviabile,
nella presenza ridotta del respiro
umorale, degli odori coperti.
Un guizzo di tempesta, i tropici
ai poli e il boh sempiterno
sotteso a ogni risposta.
(pag. 32)

Tutto questo sferragliare viene temporaneamente interrotto da un dittico, il poeta si ferma e si guarda allo specchio. È il momento migliore del libro. La storia è incontenibile, i ricordi non possono afferrarla, le immagini non si riannodano al puro istinto.

L’identità (o trasposizione del poeta)

Sentiva di spostarsi e accadimenti
intercedevano per lui che si spostava,
sospinto dalla piena presenza
di se stesso. Impercettibilmente
ad agire era un moto secondario,
che diventava consistente e si perdeva.
Camminava pienamente.
Si alternava in tutto il movimento
la sensazione vera di non essere
se non se stesso in contatto perenne,
come accade nelle passerelle
agli aeroporti dopo un giorno
in piedi a calpestare i propri passi.
(p. 38)

Quindi, la sezione “Immagini, I Ricordi”: si entra nel vivo del fuoco. Presente nume Stevens. Qui c’è controllo, resa, mentre altrove è spesso imperfetta. Qui l’aria si rarefà e uno stato di sospensione fa capolino:

Temporale estivo

L’odore di terra bagnata –
chi non lo ricorda? – s’infiltra
e in queste pareti risponde
perentoriamente altra aria,
recando passati e passando
mi dice la terra e il suo spazio.

Il tempo, che sembra volersi
aprire di slancio, rallenta
e piano sorvola strutture,
futuri intuibili, quadri,
imposte, gli oggetti di vita
raccolti scompaiono e accede
il tremito nuovi di antichi
scenari, ritorno che zoppica,
infine interviene, dapprima
sul vuoto, ricorda gli odori,
sostiene se stesso e presenzia
cadute involute al presente.

Il tempo e lo spazio, membrane,
respirano passi e cadenze
ma come in un suono sospeso
che aspetta di cogliere strade,
passaggi, gli odori che passano,
ricordi di soglie che sembrano
scomparse, che sembrano eterne.

Così della terra bagnata
mi resta da dire il ricordo
che nei pochi spazi s’appressa
e scivola presto dall’ora
all’oggi, attraverso il ritorno
di questo mio essere in terra,
sia monito o sia promemoria
ripete un sentire diverso.
(p. 50)

La storia, le immagini, il racconto: il ricordo a tentare di sostenerle; ma già in “Era nel racconto” la struttura del libro sembra essere divorata dal poemetto che chiude la sezione; è come se l’esile equilibrio su cui si fonda questo ‘transito’ venisse sconvolto dalla marea montante di detriti alluvionali.

Il libro potrebbe finire, sfigurato, con questa sezione; invece se ne apre un’altra, “Zone recintate”. Poesie disperse, come quelle dell’ultima sezione (“Notturni”), delle quali si sarebbe fatto volentieri a meno.

Una poesia fatta di relazioni sconnesse, afflitta da lungaggini, “accampata nel semibuio”.

Io vorrei visitare il mondo – Angelo Rendo

La tentazione di entrare nel mondo è un atto troppo mondano. Nonostante mi sforzi a inforcare gli occhiali, non vedo nulla.

Petunia Ollister, di cui il 12 marzo per la prima volta ho letto la rubrica (#bookbreakfast) su Robinson, trae dall’antologia illustrata dal titolo “75 litri” (www.madebytuta.com) la seguente citazione: “Sono state sottoposte agli artisti queste domande: immagina di partire per un lungo viaggio dal quale forse non tornerai mai, qual è il luogo che vorresti visitare? Come organizzeresti il tuo zaino? Quali oggetti porteresti con te? E quali mappe? A chi manderesti una cartolina?”

Io vorrei visitare il mondo. Senza zaino e senza mappe, e al diavolo le cartoline.
Una delle tesi più accreditate è che vi sia somma sapienza al mondo, che sia una gemma dentro il castone.
Ma nessuno sa cosa sia il mondo e dove si trovi, nessuno di noi viventi vi è stato destinato, per quanto talora alcuni si gettino in avanti alla ricerca di qualche crepa e la intonino a Dio, senza di fatto rivolgerglisi.

Sospetto che gli instagramers siano una nuova comunità apostolica e che le loro faccende siano in mano al capitale immaginivoro. La labilità del mondo entrato in uno specchio, che riflette un surrogato di vita.

Quindici glosse per duecentosessantotto battute – Angelo Rendo

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[Le duecentosessantotto parole di “Quindici glosse per duecentosessantotto battute” sono state scritte nell’arco di nove giorni, dal 30 gennaio all’8 febbraio. Si tratta di quindici glosse a un libro. Il libro è “Le battute fulminanti di Richard Feynman”. Riunisco le due parti (“Dieci” e “Cinque”). A. R.]

È dentro questo clamore, dentro questa onda lontana. Spinge. Qualcuno non riesce a tenere la fila e si schianta contro la luce, qualcun altro contro il buio; chi, invece, la mantiene ha dalla sua i morti, chi come un missile trapassa tutti quelli che lo precedono sta sul bordo nel suo turno nel suo rigore infine.

Tenere l’intrigo separato dall’intrico è nell’ordine delle cose.

La ripetizione calibra persino la durata dei corpi. C’è uno stampo per ogni dove.

‘Come stanno le cose’ è senza dubbio una perifrasi di dominanza.

Se qualcosa scappa, prendila, se ci riesci, o dimenticala, non maledirla!

Comprimendo il tempo sullo spazio leghiamo il relativo all’assoluto.

Quel che cade non può essere in linea che con l’immaginazione. E con lei sola.

Quando stiamo per andarcene, c’è sempre una curva alle nostre spalle a trattenerci.

L’eleganza consiste nel fare in modo che il coniglio non esca dal cilindro.

E così il calore è una forma del dolore: quanto più da esso ci si allontana tanto più si fa vicino.

La rovina e, sotto, il fondo fascino e l’atomo. In una volta tutta compare la verità, a prova di bomba.

La tolleranza, se un peso la ottunde, necessiterà di un fuocherello, per essere sollevata.

C’è forse un argomento che possa governare l’astrazione?

Mi è tutto chiaro, dopo che faccio rotolare via la penna, lontano da me.

Ogni giorno, non possiamo pensare nulla di umano e vicino – fatto della nostra stessa carne, più prossimo e interno a noi di quanto lo siamo noi stessi prossimi a lui e a lui interni – se non smette di portare un nome.