Pragmatica del respiro – Angelo Rendo

Cosa possiamo dire del nostro respiro? Possiamo farcene un vanto?
Ritorniamo perché dobbiamo, anche quando non sembra possibile.

Si dà il caso, però, che qualcuno si metta in testa di annotare il suo respiro, i suoi sospiri. Possiamo accettare che il respiro diventi una discriminante fra ciò che si dice e ciò che si scrive? No, certamente. Quel che è scritto è un respiro più perso di quel che è stato detto. Chi può riaverlo non respira, prima di averlo scritto.

Capita che non ritorni. Quello è il momento saliente, quando i parenti esclamano ‘Maria, quanto è brutto!’
Qualcuno di loro proverà a sostenere la fantasia del sospiroso plaudendo: ‘Certo lui ne ha tanta.’
Tanta ma quanta? – chiederà la voce dell’ufficialità. Verranno gli effetti della capitalizzazione, della posizione sociale, della fine della fantasia.

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Contemporanei della munnizza – Angelo Rendo

È da quattro anni che viviamo qui a Marina di Ragusa, siamo fuggiti da Palermo dopo che è nata la nostra bimba. Ce ne siamo andati per la munnizza.
Munnizza ovunque, sulle cime dei monti, alle pendici, veleni, anche qui ora alla foce dell’Irminio e a Pantalica pure, munnizza; diamo il tempo all’autostrada di attraversare la provincia di Ragusa, forza! I barbari non aspettano altro.
Cosa ci appartiene ora, in questo momento? La munnizza, il disordine, che mondo, intanto fregatene, costruisci sul letto del fiume, permetti che ti permetto. Qualcuno sta preparando un altro mondo, un’altra intelligenza sta saturando ogni dove. Butta tutta la merda che hai dentro fuori, stiamo andando via, a dire il vero qualcuno prima di noi, noi schiatta di agenti corrotti senza lingua.

LA PREGHIERA DI UNA MACCHINA (Glossa a ‘Essere una macchina’, Mark O’Connell) – Angelo Rendo

Dell’eterno non vedeva nulla, tenacemente i frammenti restavano attaccati a un grigio velo, che restituiva la concezione di un tempo relativo.

Dapprincipio la pace, che è invisibile e sfinita, a cui non si può giungere se non a patto di distruggere l’espressione. Nuda e senza parola, infuocata, assente e smisurata. La vide senza riflessi, non legata a niente, troppo sveglia da sembrare non pervenuta e non assecondabile per quella via.
Certo, era il tempo dell’ordine inesperito, che spingeva al cambiamento di stato e negava la legge. Poi che tutto divenne fermo, si fece avanti il sogno. E l’insondabile perse la somiglianza con l’eterno.

Mutavano le idee sotto il dominio della sofferenza e un cielo chiuso in un vaso beneficava il cuore.

Signore della veglia, che scintilli nell’apparenza e nel fuoco dell’errore, vela la cognizione ordinaria e dissolvi il mondo senza alcuna spiegazione, guida il sonno oltre ogni logica impura e indimostrata. Oltre ogni soluzione. Pregava.

Sui fondamenti delle verità nascoste – Angelo Rendo

Madonna umidità, pioggia, zanzare, caldo, mosche, trombe d’aria una va una viene! – facendo mostra di perdere pazienza e riguardo per il creato l’uomo secco e calvo; manco il tempo che io arrivassi a udire per bene che, seduto con la sua stampella, dalla veranda del bar Dio tuonò “Cosa temi, tu, trombe, che di capello non te ne è rimasto nemmeno uno.” contro l’uomo secco e calvo.

Dio aveva i baffi, ed era quasi completamente pelato, se solo una mezza corona lanuginosa non gli avesse stretto nuca e tempie. Grazie alle sue difficoltà deambulatorie divinava sui fondamenti delle verità nascoste.

“LA NATURA CHE ESISTE E L’UMANITÀ CHE DIVIENE” – Angelo Rendo

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Liriche cinesi (1753 a.C. – 1278 d.C.), Einaudi, ed. 1957, a cura di Giorgia Valensin, prefazione di Eugenio Montale.

Copertina rigida in cartone, color verde mimetico, dorso in tela, 18 cm x 11,5 cm., pp. 250, collana Universale Einaudi.

Presumo la progettazione grafica – giocata tutta sul carattere, le dimensioni e i netti contrasti in un contesto di risoluta essenzialità – sia di Albe Steiner, il quale invita il lettore subito al centro, dentro una fitta foresta millenaria.

“La natura che esiste e l’umanità che diviene”: così Montale nella prefazione distingue i due mondi, l’orientale dall’occidentale.

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L’orgoglio – Angelo Rendo

Nel riflesso della coscienza, spesso, troviamo l’orgoglio, e troviamo la roccia. Un contenitore duale, che non scambia i due poli; ed è senza futuro.
L’orgoglio non ha una faccia pulita, e non sappiamo a chi si rivolga, pulsa. E si ripete, ignaro che nello spazio di una sillaba si perda la capacità di misura.
Malvagio come tutti i sensi interni, non esperisce che rinuncia, è mezzo in ogni forma e privo di vita.
Di colore rosso scuro, si attacca al cuore. Ruba coi suoi molteplici arti, ma non dal principio, sempre dalla fine, dal compiuto.
Lo rompono i più stabili e nulla può contro la natura, per quanto si creda concentrato e felice. Gode come un signore terricolo ma gli si è chiusa la fontanella; nonostante ciò fa la ruota e segue la luna di nascosto.
Solo se si imbatte per caso nel nodo in gola – cadendogli distrattamente la mano dalla narice – acquista sottigliezza e celeste concentrazione. Perde pienezza, e, fosco e diritto come un asparago, abbandona la strada. L’ottusità è il mistero del mondo, l’angolo illuminato. Qui passa il tempo carnalmente, godendo di sé. Mobile, vanitoso e prolisso, non c’è concetto che gli dia requie.
Poi il silenzio che avvolge nel braccio le spire del falso, le vene ininterrotte della disciplina.
E la mite irruzione del sapore che appaga e dà pace, fatto di midollo e sangue. Un pasto completo: la scrittura che preme sul brecciolino, distaccata, indifferente ad ogni enunciato residuo, che indaga il suo involucro.