Fuori di copione la lingua è una materia – John Cascone

[Il seguente testo è il libretto della performance Fuori di copione la lingua è una materia di John Cascone eseguita il 26/9/2015 presso Palazzo Vai (Monash University) a Prato come contributo al Tavolo sulla Lingua Italiana al Forum dell’Arte Contemporanea, 25/26/27 settembre 2015 Prato.]

voce: Veronica Cruciani

azione: John Cascone

***

Se vi chiedete perché sto leggendo un testo bisogna prima di tutto fare dei chiarimenti:

Io sono John Cascone, sto percorrendo un corridoio della Monasch University, e la voce che state ascoltando non è la mia ma di Veronica Cruciani.

In realtà, in questo momento, sono in un altro luogo e in un altro tempo e contemporaneamente  con voi:

-sono in una casa di campagna in Sicilia da dove sto scrivendo

-sto scendendo le scale della Monasch University

-sono qui con voi, dove non mi vedete ma sentite le mie parole

Sono stato, sono, e sarò contemporaneamente con voi perché io sono il testo, il copione, io sono l’azione.

Nel copione tutto è prefissato, già scritto, come in questa stanza in cui tutto è al suo posto pur essendo fuori posto (imbarazzanti i passaggi di tono che dalla parete toccano le sedie per rimbalzare sul parquet, poi sul battiscopa fino ad arrivare agli undici riquadri delimitati da delle cornici in stucco bianco con carta da parati su tono, si sono undici i riquadri a parete, non perdete tempo a contarli), perché il copione è come se contenesse tutte le possibilità e di solito è l’azione che segue il copione ma in questo caso succederà qualcosa di diverso.

Perché si può uscire dal copione,

soprattutto quando la trama si è allentata, si è usurata

quando non sa più rispondere alle nostre domande.

Il fatto di uscire dal copione non lo esclude, tutt’altro, implica la creazione di un nuovo copione, o se volete chiamatela stagione, mappa, configurazione, paradigma, spartito, costellazione, immaginario….e nei casi migliori epoca, ma lì per lì quando si esce da copione è come se non si esistesse, come se non si fosse presenti, si entra in una sorta di limbo… Ritornando a noi, in questa occasione faremo un semplice esperimento, un saggio campione, incominciamo:

fuori di qui, da questa stanza, fuori dal copione, sta succedendo qualcosa che è stato soltanto tracciato, descriverò ciò che sto facendo fuori, ma lentamente, la descrizione sarà sempre meno aderente al reale, non perché il copione non sia veritiero ma perché il reale s’impossesserà dell’azione, a tal punto che dovrò abbandonare il copione o forse sabotarlo, non si tratterà di una improvvisazione, ma del reale, e gli unici attori e testimoni saranno fuori da questo copione, da questa stanza, e voi qui dentro sarete gli spettatori di un copione che non sarà più.

Inutile dirvi che se uscirete da questa stanza non saprete mai se ciò che vedrete rientrerà o no nel copione. Ed altrettanto inutile è dirvi che, se invece resterete in questa stanza, non saprete mai che cosa stia realmente accadendo fuori.

Mi affido allora alla vostra sospensione del giudizio, e ora, incomincerò a descrivere ciò che sto facendo qui fuori, anzi facciamo così datemi un attimo, giusto due minuti, prima vi dirò la mia sulla lingua e nel frattempo vi dirò cosa sto facendo….

La lingua è una materia come potrebbe essere il ferro, il legno, il vetro, il marmo, la plastica o il cemento, ma in realtà è una materia speciale perché ci hanno insegnato ad usarla fin dalla nascita. Le proprietà di questa materia quali la malleabilità, la duttilità, il peso, etc. vengono sperimentate quasi inconsciamente tutti i giorni. Come le materie viste sopra, la lingua non è uguale in tutti i luoghi, ma ha una specificità in base al luogo di provenienza o in base alle componenti interne attraverso le quali è stata creata; ad esempio con la balsa possiamo realizzare dei modellini ma non travi (in questo caso andremmo ad utilizzare l’abete), sta a noi scegliere le parole giuste, quelle adeguate alla costruzione di un discorso che possa reggersi in piedi così da non risultare né troppo duro (come l’ebano), né troppo morbido (come la balsa).

mi trovo per strada in Via Pugliesi vedo le tre finestre della sala dove siete ora voi.

In verità non è così facile da usare questa materia perché, inaspettatamente, alcune parole leggerissime possono risultare illuminanti come tungsteno (il filamento della lampadina), quelle più trasparenti risultare taglienti come vetro e infine alcune possono facilmente trarci in inganno vedi eternit.

E così questa materia, la lingua, pensata a lungo come qualcosa di immateriale, di inconsistente, sarebbe il caso di ripensarla sulla base delle sue proprietà fisiche poiché attraverso questa materia invisibile modifichiamo costruiamo creiamo in continuazione il reale.

Sono qui fuori, continuo a stare fermo a guardare le tre finestre, cerco di immaginarmi lo spazio all’interno, cerco di vedervi, di ricordare la vostra posizione all’interno dello spazio, di vedere Veronica che legge, forse qualcuno si aaccia forse no. Sembrate sospesi tra due piani perché qui dall’esterno non è possibile comprendere dove incomincia il pavimento e dove finisce il sotto.

Quindi nel momento in cui pensiamo la lingua come una materia bisogna valutarne le proprietà specifiche che come abbiamo detto prima non sono poche:

il Peso

il Calore

la Conduttività termica elettrica magnetica la Dilatabilità

la Resistenza alla corrosione la Cristallinità

il Ritiro

la Permeabilità l’Opacità

il Colore la Durezza l’elasticità

la Plasticità etc.

Come abbiamo visto, sono tante le proprietà di questa materia invisibile, ma c’è di più, perché nel caso della lingua italiana il nostro patrimonio, la nostra eredità linguistica è ricchissima, a tal punto da poter riempire interi palazzi.

sono ancora sotto le tre finestre, rivolto verso di voi ma con gli occhi chiusi e m’immagino che galleggiate in quello spazio indefinito tra sotto e pavimento, vedo Cesare Jacopo e Giancarlo aggrappati al tavolo con le mani e con il corpo fluttuare mollemente in orizzontale, Cesare prende un sacco di spazio, e gli altri ruotano nella stanza con le loro sedie beige come piccoli astronauti, apro gli occhi e mi allontano.

Ma ci sono due paradossi:

  • il possesso non corrisponde all’uso, il nostro patrimonio culturale non corrisponde alla nostra civiltà
  • spesso è un uso improprio delle proprietà linguistiche, come gli errori, le cadute di stile o di senso, che ci fa sperimentare il valore delle E’ l’uso non appropriato di una materia che ci dà la possibilità di accedere alle sue ulteriori facoltà espressive.

Sinteticamente: ciò che ci serve è una forma di reinvestimento improprio del capitale linguistico ereditato.

Ho lasciato alle mie spalle l’edificio con tutti voi dentro, in realtà non so bene dove sto andando, so che di là un po’ più in fondo c’è piazza duomo e che ieri sera sentivo un grillo cantare fortissimo, ma in questa piazza non ci sono alberi, è una distesa di pietra, il grillo cantava forte e con una cadenza così costante che sembrava un suono elettronico, poi c’è stato un leggero cambio ritmico e il silenzio, pochi istanti di silenzio e la piazza sembrava vuota, l’aria più fredda e il cielo più alto. Un grillo aveva riempito una piazza ed ora era scomparso. Nell’istante successivo il grillo ripopolò la piazza e in quel momento abbiamo capito da dove veniva il suono, la direzione del suono, ci siamo avvicinati ma non c’era niente anche se il suono era più forte, mi giro e vedo un tombino, mi abbasso, e il grillo era lì dentro, forse il grillo si era infilato dentro il tombino per usarlo come cassa di risonanza…a me piace pensarla così.

Ora sono su quel tombino, lo sto segnando con un cerchio così se per caso vi trovate a passare da qui lo troverete subito, un cerchio con un segno più all’interno, ricordatevelo.

Allora vado verso Largo Giosuè Carducci, credo che continuerò di qua, che andrò in giro a segnare luoghi come questo, troverete un cerchio con un segno più all’interno e voi capirete….

però ora non so cosa sto vedendo, perché non sono mai stato a Largo Giosuè Carducci

come proseguirà questa azione non è scritto in questo copione, continuerà a prescindere da me da voi.

Ora non so più che cosa accadrà…..

perché nessuna parola può descrivere ciò che accade,

perché non sono più in questo territorio, ma fuori di esso, fuori da questo testo da questa stanza, non so più che cosa sto facendo.

Credo che in questo momento l’azione abbia abbandonato il copione, ciò che rimane è la voce e tra qualche brevissimo istante anch’essa scomparirà.

Dell’immondo – John Cascone

[Il seguente testo è il libretto della performance “Dell’Immondo” di John Cascone, eseguita il 5/6/2015 a Roma presso il Teatro dell’Orologio e l’area antistante al teatro, nell’ambito della mostra “La Forma del Pathos”, a cura di Gianluca Brogna.]

***

Voce: Veronica Cruciani

Azioni: John Cascone

***

Se vi chiedete perché sto leggendo un testo bisogna prima di tutto fare dei chiarimenti:

Io sono John Cascone e in questo momento mi trovo fuori dal teatro, sto fumando una sigaretta e sono appoggiato ad una macchina, la voce che state ascoltando non è la mia ma di Veronica Cruciani, perciò esistono due io in questo momento:
io testo copione
io corpo voce
siamo necessari uno all’altro.

Dunque siamo noi a parlare, potrei complicare le cose, potrei incominciare a leggere un testo così saremmo in tre, ma non c’è fretta andiamo per ordine.

Prima di tutto parliamo delle regole
Esiste la prima regola: noi e voi stiamo momentaneamente creando questa finzione.
Dopo la prima regola viene la seconda: la finzione modifica il reale.

Accartoccia un foglio e tiralo sul pubblico

Quello che è successo ora è una modificazione da nulla della condizione precedente però è utile perché introduce la terza regola: bisogna stare in agguato.

A volte le cose vengono da molto lontano o da un altro tempo, a volte da pochi metri come me fuori dal teatro che fumo una sigaretta e sono appoggiato ad una macchina, non mi vedete eppure ci sono, anzi ci siamo, io sono il testo il copione, io sono il corpo la voce.

Certo il mio è un agire all’oscuro, all’oscuro di tutto, voi non esistete ora mentre sto scrivendo, ma nel momento in cui io sarò voce voi esisterete.
Io so ma non vedo e tra poco anche questa sarà la vostra condizione.

Allora di che cosa vogliamo parlarvi?
di ciò che non esiste eppure accade, di ciò che è aldilà di questo spazio,
e se questo spazio fosse il mondo bè allora stiamo parlando dell’immondo.

L’immondo è il fuori luogo e il fuori tempo
come me ora che scrivo questo testo
come me ora fuori da questo spazio, da questo teatro,
perciò voi siete nel mondo e io nell’immondo,
bene ora vi trasmetterò ciò che sto facendo nell’immondo,

immaginate tutto ciò che vi dico e lo vedrete.

Una premessa,
tra ciò che farò io e vedrete voi ci sarà una leggera differita avanti o indietro nel tempo, ma accadrà o è già accaduto.

Incominciamo. Come primo esempio per far comunicare fisicamente il mondo con l’immondo possiamo costruire una trappola, non so se funzionerà né che cosa comporterà realmente, ma possiamo provarci:
Eccomi! mi vedete? sono fuori, davanti all’ingresso del teatro,
ho finito la mia sigaretta,
dallo zaino tiro fuori tutto ciò che mi serve per costruire una trappola: del nastro bianco e rosso e un cartello.

Mi pongo sul lato opposto all’entrata del teatro,
prendo il nastro bianco e rosso, lo lego alle grate di una serranda e lo collego ad un paletto già presente sul lato del teatro,
continuo ad avvolgerlo andando avanti e indietro finché non costruisco una barriera alta circa un metro in cui le strisce bianche e rosse si incrociano, in questo modo chiudo l’accesso alla strada.

Infine pongo sulla transenna un cartello con su scritto:
Per la rimozione della transenna rivolgersi alla Sala Moretti del Teatro dell’Orologio.

Non dimenticate mai la terza regola: bisogna stare in agguato.

Nel caso in cui verrà qualcuno chiedo che debba essere accolto con la massima gentilezza e cortesia, e dispongo che la terza persona della seconda fila o il successivo rimuova la barriera, basterà un semplice taglio del nastro dall’alto verso il basso e a tal fine deve essergli consegnato un taglierino.

Nel caso in cui verrà qualcuno la lettura verrà interrotta e successivamente ripresa nello stesso identico punto.

In attesa che qualcosa accada o che sia già accaduto, ricordiamo che:

l’immondo è ciò che avevamo escluso o che pensavamo che fosse da escludere,
l’immondo non appartiene alla storia,
non è mai esistito finché non è comparso sotto i nostri occhi,
nell’immondo non si sa realmente che cosa accade.

Perché l’immondo è
il possibile quando era impossibile,
l’immaginabile quando era inimmaginabile,
nessuno può testimoniare che cosa stia accadendo fuori nell’immondo,
il suo spazio è illimitato,

la sua temporalità abbraccia tutti i tempi verbali,
l’immondo è il non addomesticato,
qualcosa che sfugge anche se compreso, il disatteso,
ed è tutto ciò per cui sono state create le spiegazioni o le narrazioni del reale.

E’ l’irruzione di ciò che ancora non è stato definito o compreso,
ciò che pur essendo presente si pone come totalmente estraneo, lontano, distante, ma reale, come voi, ora, presenti in questa sala.

Arrivati a questo punto facciamo una piccola parentesi, una nota al testo o come possiamo dire….. un fuori testo,
ritorniamo al mondo, a voi,
ci sarà utile perché anche voi ora avete qualcosa che va aldilà di voi,
qualcosa che ci aiuterà a comprendere l’immondo.

Voi che siete nel mondo, in questo mondo, in questa sala,
in cui io testo divento io voce,
vivete ora di una ambiguità…. cerco di essere più chiaro:

in questo momento voi siete testimoni non oculari di azioni che sono già successe o che succederanno, la vostra condizione non è di contemporaneità con ciò che sta succedendo fuori, siete in anticipo come in ritardo, siete fuori tempo e fuori luogo, come me ora che scrivo da un altro tempo in un altro spazio.
Ricordate la seconda regola? La finzione modifica il reale.

Se usciste ora dal teatro potreste scoprire ciò che è successo veramente, ma non più ciò che potrà succedere perché io testo io voce non ci saremmo, vivreste solo il passato, restando invece in questa sala vivete contemporaneamente il passato e il futuro di ciò che sta accadendo fuori, ovvero in questa sala, mentre ci ascoltate, siete in anticipo come siete in ritardo.
Ricordate la seconda regola? La finzione modifica il reale.
A proposito mi sono spostato, sto percorrendo via dei Filippini, mi sto lasciando alle spalle la trappola, obbligato ad andare avanti dalla presenza a destra come a sinistra di due costruzioni in pietra, due montagne possenti, molto più alte di me, molto più alte di voi, dovreste mettervi uno sopra l’altro per raggiungere la loro altezza. Cammino fino a arrivare al Corso Vittorio Emanuele, giro a destra, seguo il marciapiede, ha una trama d’asfalto cucita scucita e ricucita mille volte, dalle granulosità diverse, di epoche diverse, ed è così per almeno una ventina di metri, poi bruscamente il marciapiede si interrompe, ed ecco che per terra compaiono delle linee bianche parallele e un po’ sbiadite…. delle strisce pedonali:

da quando ho attraversato per la prima volta una strada ho sempre visto le strisce pedonali come un ponte, fatto di tavole, ogni striscia una tavola, una tavola una striscia, come nei film di avventura, in cui una riva di un fiume o ancora meglio un dirupo è collegato da una parte all’altra da un ponte sospeso. Intorno il vuoto, l’abisso, il nero dell’asfalto, il pericolo, bisogna percorrere velocemente il ponte perché da un momento all’altro può crollare o scomparire, perché quando la luce diventa rossa il ponte non è più percorribile, bisogna aspettare il ritorno della luce verde ed ecco che il ponte ricompare e può essere di nuovo attraversato.

Ma le strisce pedonali che ora ho sotto gli occhi sono sempre percorribili non ci sono semafori, e poi riflettendoci in generale possiamo dire che le strisce pedonali tendenzialmente sono sempre uguali a se stesse, sempre parallele, al massimo alcune sono un po’ sbilenche con una punta che va verso l’alto o verso il basso per adattarsi alla linea del marciapiede.

E’ innegabile, e anche voi ne converrete, le strisce pedonali sono noiose.

Almeno questo accade nel vostro mondo, in cui tutto è definito
e così sono state definite le strisce pedonali,
qui fuori nell’immondo le cose invece possono essere diverse,
perché, come vi abbiamo detto prima,
l’immondo è
il possibile quando era impossibile
l’immaginabile quando era inimmaginabile.
e tenete a mente sempre la seconda regola…

Perciò, dopo la trappola, che ho costruito di fronte al teatro, ho pensato che non sarebbe male riscrivere questo spazio che ho davanti a me, cambiare il ritmo delle strisce pedonali, un breve saggio di sovrascrittura, semiologicamente parlando, dare un tocco alle strisce, un accento, spezzare questa monotona bianca linearità, sì ci vuole un ritmo…………queste strisce saranno a pois.

Esattamente sono tra Corso Vittorio Emanuele e Vicolo Cesarini Sforza, le strisce pedonali che sono davanti a me sono composte da sei linee bianche, potremmo dire un ponticello, dallo zaino prendo degli adesivi tondi, e gli appiccico qua e là sulle strisce…..

Peccato che siete ancora lì nella sala Moretti del Teatro dell’Orologio perché ora queste strisce hanno un ritmo, potremmo dire a levare, sincopato, unico nel loro genere.

Ma vi ricordate cosa vi ho detto prima…. ?
Se uscirete potreste scoprire ciò che è successo veramente, ma non più ciò che potrà succedere perché io testo io voce non ci saremmo, vivreste solo il passato, invece, restando in questa sala vivete contemporaneamente il passato e il futuro di ciò che sta accadendo fuori. Perciò in questa sala, mentre ci ascoltate, siete in anticipo e siete in ritardo, non vedete ma sapete.

Torno indietro, ripercorro quel tappeto sbriciolato d’asfalto, chiamato marciapiede, e mi ritrovo sulla Piazza della Chiesa Nuova a pochi metri da voi.

Alzo lo sguardo verso l’alto, dei volatili girano intorno alla piazza, è il momento di mettere in atto l’ultimo movimento, sta per tramontare.

Creerò una coreografia qui in mezzo alla piazza, non certo per umani, ma per volatili.

L’eseguirò utilizzando del mangime per uccelli, per l’occasione ne ho comprato un po’ di chili.

La figura non si creerà immediatamente, ma in successione, un uccello attirerà l’altro, un richiamo attirerà un altro uccello ancora, e la figura si comporrà lentamente e nel suo prendere forma si disgregherà, ogni punto della linea corrisponderà ad una beccata, un disegno che letteralmente si consuma nel suo prendere forma.

La potenzialità di un disegno quindi, come tutto qui fuori nell’immondo in cui tutto è possibile, basta ricordarlo.

Sarà un brulicare di arrivi, di spostamenti, di beccate.

Ora mentre l’eseguo vi descrivo le linee, i movimenti che creeranno la figura, visualizzatele a mente.

Movimento n1, l’apertura
divido la piazza con un linea verticale.

disegna nel vuoto la linea

Movimento n2, il semidoppio
rispetto all’asse verticale traccio due semicerchi uno a destra e uno a sinistra in modo che la parte curva dei due semicerchi sia quasi tangente all’asse verticale.

disegna nel vuoto i due semicerchi

Movimento n3, gli accenti
nel centro dei due semicerchi traccio due piccoli cerchi.

disegna nel vuoto i due piccoli cerchi

Movimento n4, gran finale
collego prima i due piccoli cerchi tra di loro e poi questi al vertice della linea verticale, si creerà così un triangolo.

disegna nel vuoto il triangolo

Centinaia di uccelli di diverse specie prendono, prenderanno, hanno preso posizione seguendo in maniera disordinata ma coerente le linee, i 4 movimenti della coreografia.

E’ indubbio i volatili eseguiranno una libera interpretazione delle linee tracciate

perché l’immondo è il non addomesticato,
qualcosa che sfugge anche se compreso, il disatteso,
è’ l’irruzione del conosciuto che si comporta da sconosciuto,

nessuno può testimoniare che cosa stia accadendo fuori nell’immondo,
perché, come ormai saprete, l’immondo è il luogo del possibile, della potenzialità.

Siamo giunti alla fine, si creerà allora un momento di massima tensione, in cui dalla coreografia si passerà ad una zuffa all’ultima beccata e poi, ad un certo punto, lentamente, dopo aver popolato la piazza con il loro svolazzare d’ali, beccate, e richiami, uno dopo l’altro i volatili ritorneranno da dove erano venuti e la composizione consumata si disgregherà.

tutto questo accade
tutto questo è già successo
tutto questo accadrà

esci e vieni fuori da me.

***

John Cascone
Nato a Cheltenham (UK) nel 1976. Artista visivo e sonoro, performer e videomaker. Si è laureato nel 2004 in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Pisa. Dal 1999 è stato fondatore e collaboratore di diversi gruppi multidisciplinari (Formiche Elettriche, VOI, Città del Maiale Nero, EX, CARGO CULT). Assistente di Cesare Pietroiusti, la sua ricerca si è concentrata sullo studio del rapporto tra immagine-tempo-materia. Vive e lavora a Roma.

Su e per ABBITATTSTAIL / n°1 OVER/TUR di John Cascone e Dario Vanasia – Angelo Rendo

balcone caggia

La città protagonista di questi tagli da Google Maps è Gela. Bisognava aprire “Abbitatstail” col botto (OVER/TUR, prima parte del progetto di John Cascone e Dario Vanasia) e cercare un modello di sana e robusta costituzione, affermato e di fama consolidata. Una lingua franca. A Modica, al C.O.C.A. (archivio biblioteca arti contemporanee), Corso Umberto I n. 420, domani, venerdì 1 novembre la prima azione.

Smisuratezza, verticalità per nulla dirimenti il conflitto tra padri e figli, mancanza di piano, sfalsamenti e falsari, fiancate nude, muri carichi di coltri, aperture e chiusure intercambiabili, in agguato, garage cuore di casa, appropriazioni indebite di suolo pubblico, spudoratezze fognarie, coperture da stabulazione, merlature: i linguaggi dell’alienazione.

Il piano regolatore gelese risale al 2010; atteso dal 1968.

Il supposto potere accentratorio che la periferia eserciterebbe sul centro è vuoto concetto, riempiendo il quale, crollerà ogni costruzione di senso, e lo spontaneismo fungino del blocchetto rientrerà nei ranghi donde è venuto. Le grandi soluzioni artistiche non passano per un sottovuoto praticato in presenza d’aria ma sono lo stretto foro della regola. Qui, a Gela, o laddove la libertà di parlare (costruire) a vanvera è data/fu data, al massimo, v’è un caos applicato, funzionale a tratti, solo a tratti irreale. Perciò cosa, lurida cosa senza essente.

chiamate

John Cascone
Nato a Cheltenham (UK) nel 1976. Artista visivo e sonoro, performer e videomaker. Si è laureato nel 2004 in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Pisa. Dal 1999 è stato fondatore e collaboratore di diversi gruppi multidisciplinari (Formiche Elettriche, VOI, Città del Maiale Nero, EX, CARGO CULT). Dal 2010 al 2011 è stato assistente di Cesare Pietroiusti. La sua ricerca si è concentrata sullo studio del rapporto tra immagine-tempo-materia. Vive e lavora a Roma.

Dario Vanasia
Nato a Scicli (RG) nel 1982. Artista visivo, dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Ragusa e di Bologna, dal 2007 ha condotto ricerche e azioni sulla produzione e la comunicazione dell’immaginario come fenomeno sociale (dalla strada ai social network), avvalendosi spesso dell’interazione con vari artisti, operatori culturali e il pubblico. Vive a Scicli.