The Lass of Aughrim & 7, Middagh Street: Louis, stanza VI – Paul Muldoon, 1987 (11,12)

La fanciulla di Aughrim

Su un affluente del Rio delle Amazzoni
un giovane nativo
spunta dalla foresta
e inizia a suonare un flauto.

Immaginate il mio compiacimento
spegnendo il motore fuoribordo
quando riconosco le note
de La fanciulla di Aughrim.

“Spera,” ci spiega Jesus,
“di incantare pesci fuori dalle acque
usando la tibia di un prete
di una Missione di tanto tempo fa.”

*

7, Middagh Street


Louis

VI

Dai sogni nascono responsabilita’
fu a causa di questa allegoria
che Lorca
fu crivellato di proiettili

fino a giacere pancia a terra
nella forma del proprio sangue.
Quando i soldati ubriachi del Romancero
si riavviarono per la citta’

lo udirono mormorare nella foschia,
“Alla mia morte aprite le finestre.”
Perche’ la poesia puo’ essere realta’ –
non solo puo’ ma deve

e questa stessa illusione
e’ in se’ gesto politico.

—–

Paul Muldoon, Meeting the British, 1987 – trad. Giuseppe Cornacchia, 2010, diritti riservati

Pubblicate su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

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Il Chlebnikov di Ripellino (I)

Una certa mestizia, l’ammirazione per chi cento anni fa volava ma non poteva volare, il padre, il primo a dare forma al suono in senso moderno. Superato, ma a suo modo e’ stato un Galileo. E la mestizia epigonale compensata dagli scarti audaci: Cronenberg, Moresco, fino a Jacovitti. Oggi 2010 gli invarianti di Fabb, la centrifuga tenuta insieme. La coloratura in italiano e’ di Ripellino. GiusCo

Esorcismo col riso

Oh, mettetevi a ridere, ridoni!
Oh, sorridete, ridoni!
Che ridono di risa, che ridacchiano ridevoli,
oh, sorridete ridellescamente!
Oh, delle irriditrici surrisorie – il riso dei riduli ridoni!
Oh, rideggia ridicolo, riso di ridanciani surridevoli!
Risibile, risibile,
ridifica, deridi, ridùncoli, ridùncoli,
ridàccoli, ridàccoli.
Oh, mettetevi a ridere, ridoni!
Oh, sorridete, ridoni!

*

Bobeobi

Bobeobi si cantavano le labbra
veeomi si cantavano gli sguardi
pieeo si cantavano le ciglia
lieeej si cantava il sembiante
gzi-gzi-gzeo si cantava la catena;
cosi’ sulla tela di alcune corrispondenze
fuori della dimensione viveva il Volto.

*

Alipredando con auroscrittura

Alipredando con auroscrittura
di sottilissime vene,
nel panier della pancia un grilletto ha posato
un giunco e molte erbe riparie.
Pim, pim, pim! ha urlato uno zigolo.
O cignestasi!
O barbagli!

*

O dostoevschiume di fuggente nube!

O dostoevschiume di fuggente nube!
O puskinotti d’un torpido meriggio!
La notte si contempla come Tjutcev,
riempiendo il circoscritto con l’immenso.

*

I numeri

Io mi affiso in voi, o numeri,
e voi mi apparite vestiti di belve, nelle loro pellicce,
con la mano appoggiati a querce divelte.
Voi donate l’unione tra il moto serpentiforme
della spina dorsale del cosmo ed il ballo del bilico,
voi permettete di intendere i secoli, come i denti d’un rapido [scroscio di risa.
Le mie pupille si sono ora sgranate in maniera fatidica.
Apprendere che cosa sara’ l’Io, se e’ l’unita’ il suo dividendo.

Intemporanea

Intemporanea

(riflessione sull’eterno presente)

 

                                                                                                                   Sul nostro mondo “non è più sostenibile la
vecchia separazione tra «dentro» e «fuori» o,
                                                                                                                     potremmo dire tra «centro» e «periferia»”.
 
Zygmunt Bauman
 

 

Il Popolo non è più una classe sociale (distinzione tra Popolo e popolo, vedi Giorgio Agamben: Homo Sacer). Il Popolo è l’umanità – l’appartenenza e il riferimento.

Popolo = Umanità, nell’equazione si sottintende che sta per realizzarsi il messaggio di Marx (in parte anche quello di Adorno): l’avvento del comunismo appare come la neutralizzazione di una coscienza e l’assoluta inerzia rispetto alla materia (il cui paradigma è rappresentato dal capitale). Non vi sarebbe allora distinzione, o scissione, nel pensiero di Marx, per il quale solo con la realizzazione assoluta del sistema capitalistico a livello globale (globalizzazione “negativa”) si può concretizzare l’essere in comune del Popolo (sarebbe riduttivo, da quanto detto, ritornare ad una distinzione di “classe”, poiché proletariato e borghesia, per quel che è accaduto attraverso il modello occidentale capitalistico nel mondo dagli anni ’60 del novecento ad oggi, sono stati livellati nella “neutralizzazione” dei valori; il nichilismo compiuto infatti non distingue tra valori veri o falsi).

Il comunismo è dunque avvenuto (sta finendo di avvenire) attraverso la frammentazione glocale del Valore Assoluto (la materia), ciò consolida la sua affermazione, metonimicamente, altrimenti non esisterebbe la stessa dialettica dell’Ab-soluto (lo Spirito Assoluto è sempre avvenuto – Hegel – con Marx siamo diventati consapevoli dell’ineluttabilità della nostra presenza in comune anche nella prassi).

Se, come sembra, l’umanità è immersa nel suo avvento, resta nuovamente alla coscienza decidere fino a che punto sia possibile spingersi nel post-umano, senza confondere le sue diverse esigenze con un’incombente dis-umanizzazione; il presente si incontra col futuro e si proietta, costituendo il nostro ulteriore presente: l’Eterno presente in cui non sembrano più occorrere altre dinamiche e strutture. La tecnica fonda, dalle origini, la condizione precaria del post-umano e, in tal senso, l’uomo è sempre stato postumo: emancipazione e/è salvaguardia, libertà e/è protezione.

Mentre essere dis-umanizzati conduce all’autodistruzione (campi, di concentramento e non), essere consapevoli della post-umanizzazione, sempre avvenuta, comporta una verifica dell’impossibilità di azione, sposta l’asse decisionale sul terreno “mortuario” dell’impotenza. L’umiliazione dell’azione limita lo stesso volontarismo del Potere, neutralizza la potenza dis-armandola.

La post-umanità, essendo assoluta, all’evidenza della sua stessa definizione rende sempre dialettica la questione del miglioramento. Dopo l’umano, l’umano dopo l’umano è pur sempre una “determinazione” (la scelta, il clinamen) a-prioristica.

L’indeterminazione non conduce a nient’altro che a ristabilire il processo dialettico, perché non può che rinunciare, data l’incommensurabilità di ogni sistema, alla stabilizzazione totale dei sistemi stessi, per questo restiamo fermi all’assolutizzazione, senza interno o esterno, di un insieme consustanziale al proprio fuori-insieme: la meta-dialettica in cui consiste il post-umano nella sua ineffettività. La speranza, impercettibile metafisica, decontestualizzata da ogni atteggiamento dogmatico e attivistico, sembra rappresentare “l’infimo inizio” dell’ulteriore procedimento dialettico.

La stessa indeterminazione allora ci determina e ci assimila ulteriormente (la lenta deriva di un tempo cosmico non è paragonabile alla relatività di un tempo umano) all’Ecosistema (ovviamente il mondo, non più la tribù e forse neppure il pianeta), l’insieme di appartenenza che si dimentica a causa – nella determinazione – dell’indeterminazione.

Contribuire alla salvaguardia del mondo, di una vita nello stesso mondo, perché la coappartenenza continui a verificare la reversibilità del rapporto vita/morte. Non vivere il capovolgimento (come ancora in Marx avviene nella sua sfida dialettica con Hegel) ma la sua neutralizzazione, essere per il fatto stesso di essere perché siamo il sistema nella sua salvaguardia, lasciarsi andare all’impotenza, la libertà stessa dell’Ecosistema.

 Gianluca D’Andrea

Stefano Ferreri ascolta i Woodpigeon: “Treasury Library Canada” (2009) e “Die Stadt Muzikanten” (2010)

Clicca  per ascoltare in streaming \”A Slight Return Home\” tratto da “Songbook” (2006)

Resiste in cima alla mia classifica delle sorprese dell’anno 2009 e all’inizio non ci avrei scommesso un nichelino. Invece il primo giudizio sta trovando conferme a tutti i livelli, lasciandomi piacevolmente colpito. Il Canada mantiene le promesse. Un certo criterio selettivo ha sempre permesso a lavori di eccellente fattura di venire alla luce da quelle lande non più desolate, e la costanza di questi sviluppi è ammirevole. Se consideriamo che le produzioni made in U.K. sono desolatamente al tappeto e che negli States i nomi nuovi degni di nota sono sensibilmente ridotti rispetto a quanto avveniva anche solo un lustro fa, colpisce nel contrasto l’aumento vertiginoso di nuovi gruppi canadesi che fanno centro già con gli album d’esordio. Per i Woodpigeon non si tratta di un debutto ma quasi, considerando quel solo episodio precedente risalente al 2006. Quel che più mi ha fatto pensare in merito al talento creativo di Mark Hamilton è che ‘Treasury Library Canada’ era nato come regalo per una stretta cerchia di fan e sodali. Sulle prime ho anche pensato ad una dichiarazione buttata lì per scherzo, dato che non ci si capacita di come queste canzoni possano essere semplici rimasugli del disco precedente, eppure è proprio così.

Fortuna che qualche lampo meritocratico ha ancora modo di manifestarsi in questo pazzo mondo che è l’industria musicale. Non tutti i discografici sono così pazzi o avventati da lasciarsi sfuggire una buona occasione quando si presenta. I Woodpigeon sono senz’altro una buona carta, dato che i loro lati B riescono a costruire un intero album di ottime canzoni. Per tante altre band l’ultima delle gemme nascoste di ‘Treasury Library Canada’ sarebbe un inarrivabile punto d’approdo. Questo Mark Hamilton è un tizio da tenere d’occhio, sin dal prossimo passo della combriccola di Calgary, a quanto pare imminente. Si è formato in Scozia e si sente. Più che i soliti Belle & Sebastian i rimandi vanno tutti a quella Reindeer Section che più che un supergruppo pareva il frutto dell’ispirazione di un uomo solo al comando. Con i Woodpigeon la sensazione è la medesima, anche se il contorno è quello di un’autentica grande banda. Aggiungiamo i rimandi al sottobosco folk statunitense più recente ed il gioco è fatto. Un miracolo a ben vedere, ce ne rendiamo conto in misura crescente man mano che questi brani sono meglio metabolizzati: canzoni come ‘Knock, Knock’, ‘Anna, Girl In The Clocktower’ o ‘Bad News Brown’ sono destinate a restare, inevitabilmente. Con la certezza che abbiamo già in archivio un’altra fantastica sensazione Made in Canada, tanto più gradita se pensiamo che è clamorosamente inattesa.

**

‘Die Stadt Muzikanten’ (2010) avrebbe dovuto essere il secondo vero album per i canadesi Woodpigeon, la formidabile band guidata da Mark Hamilton. Il condizionale è necessario, dato che, di fatto, l’album da poco uscito è in realtà il terzo capitolo nell’avventura della numerosa compagnia di Calgary. La fortuna ha voluto che il precedente ‘Treasury Library Canada’ uscisse dai cassetti cui pareva destinato in virtù di logiche distributive e promozionali carbonare. Lo abbiamo intercettato, conosciuto ed amato. In pochi purtroppo hanno potuto godere della nostra stessa opportunità, ma questo è un problema loro. Ora arriva fresco fresco il seguito di quella meravigliosa scoperta ed il risultato non delude. Sulle prime l’ascolto mi ha un po’ spiazzato, devo ammetterlo. Non perché io abbia riscontrato un qualche inopportuno cambio di direzione, che peraltro nemmeno c’é. ‘Die Stadt Muzikanten’ evidenzia una netta continuità rispetto al passato recente dei suoi autori. A lasciarmi un po’ perplesso erano le canzoni: non le trovavo, molto semplicemente. La pazienza e l’attenzione nell’ascolto hanno rimesso le cose a posto, e questo è accaduto con la massima naturalezza. Un vero piacere far propri i dischi in questa maniera, poco per volta, con scoperte minime, ma ripetute. Ora posso sostenere che al nuovo Woodpigeon manca soltanto l’effetto sorpresa che tanto aveva fatto, nel caso di ‘Treasury Library Canada’. Per il resto la band si conferma come un’anomala ma bellissima realtà folk-pop-rock contemporanea, un gioiellino di gruppo. Nel disco è regalata, con la generosità cui i canadesi ci hanno piacevolmente abituato, tutta la gamma di canzoni della capiente valigia d’artista di Hamilton, un americano con la vocina acidula (alla Brian Molko) che ha studiato in Scozia carpendo il meglio da due distinti mondi musicali. La lunghezza del nuovo album (ma anche del vecchio) può scoraggiare, ma resta innegabile che la lievità prodigiosa di tutte le composizioni sappia compensare egregiamente un limite strutturale che, diciamocelo, non è certo il peggior male del mondo, considerata la qualità. Dalle deliziose e rarefatte folksongs ‘Our Love is as Tall as the Calgary Tower’ e ‘Such a Lucky Girl’ al caloroso jangle-pop di ‘Duck Duck Goose’, dalla grazia fragilissima di ‘Morningside’ agli sfiziosi aromi traditional di ‘Redbeard’ o ai passaggi più accesi e chitarrosi tipo ‘My Denial in Argyle’, il piatto è ricco e soprattutto non stanca. Se il buon anno si vede dall’inverno, beh, sarà un grande 2010.

Stefano Ferreri

Racconti dalla costumanza

[La novità non allarma che chi sogna la realizzata uguaglianza: il nero del cieco che guarda dietro l’assolutamente legato.]

in ricordo di T.

a B.

a M.

IL BARBAINO SENSITIVO

Un epirota visita una mostra di arte contemporanea. Tutti i presenti si complimentano con l’artista; nessuno che dica contrario. L’epirota, incuriosito, si sforza di vedere oltre il quadro, tirandosi il mento a destra e sinistra.
Il pittore, finalmente libero dalle bave arlecchiniche, si avvicina al visitatore estraneo e, vista la sua perplessità, chiede: “Cosa vede in questo quadro?”. “Vedo un culo poggiato su un tallone.”. “Ma come si permette?!”.
L’artista non era un barbàino sensitivo.

LA MORTE DI NAPOLEONE

Mazzarronello partecipa alla verniciata di una mostra. E’ il compleanno dell’artista. Mazzarronello, divertito, strapassa tra gli arlecchini, straparla. Poi, levatasi di torno la bruma, rimase, tonante, l’espressa domanda: “Auguri, chissà chi è più importante, lei o Napoleone?”.

LA SOSTANZA

“Prendo sempre mazzacani in testa, da una vita.Bum bum bum bum. Sono stanco. Ho cinquantadue anni, i capelli bianchi, non una famiglia se non pietre alte grandi e minuscole sistemate sull’altare di casa. Passo davanti a un lampione e si spegne; mentre batto le pietre, invece, mi controllo, o qualcuno mi controlla. Tutto ciò che ho provato e sentito, tutti i morti di cui ho raccontato e che ho contato sono stati sempre dietro di me, sotto.”

[Angelo Rendo]

 
Pubblicato su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

Why Brownlee left & History & The One Desire – Paul Muldoon, 1980 (6,7,8)

Perche’ Brownlee e’ partito


Perché Brownlee è partito, e dove è andato,

E’ tuttora un mistero.

Giacché un uomo che fosse certo appagato

Era lui: due acri d’orzo,

Uno di patate e quattro manzi,

Bestie da latte, una fattoria.

Fu visto l’ultima volta ad arare

Un mattino di marzo luminoso e presto.


Già la sera Brownlee era famoso;

Avevano trovato tutto abbandonato,

Il veicolo intatto, il suo paio di cavalli

Neri, come moglie e marito,

Poggiare il peso ora su un piede,

Ora sull’altro, guardando al futuro.


*


Storia


Dove e quando iniziammo a far l’amore?

Ricordi? In Fitzroy Avenue,

Cromwell Road, Notting Hill?

Da te o da me? Marsiglia o Aix?

O non altro che quel giovedi’ sera

Quando tu e io salimmo per la finestra

Al pianterreno di Aquinas Hall

Su nella stanza dove MacNeice scrisse ‘Snow’?

La stanza dove dicono abbia scritto ‘Snow’.


*


Il solo desiderio


La palm-house al giardino botanico di Belfast

Fu costruita prima che a Kew

Nello spirito che intende superare

Il moderno col piu’ moderno,

Che batte il ferro e piega

Il vetro al nostro volere,

Che il paradiso avvicina

Perche’ noi si parli agli angeli.


La palm-house e’ ora in rovina,

Travi arrugginite, una finestra rotta

Attraverso la quale un delicato arbusto

Animato da una luce gentile

Sembra infine aver fatto breccia,

Nostro nuovo capolavoro.

Paul Muldoon, Why Brownlee left, 1980 – trad. Giuseppe Cornacchia, 2010, diritti riservati

Pubblicate su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474