L’uomo che prega – Angelo Rendo

Come se fosse forte l’impellenza, agitato, mi chiede dove sistemarsi. In bagno? No, si corregge, bagno sporco. Qui, sull’ammattonato, fuori dal mio bunker, ma ci ripensa, e decide per il piazzale, lontano, e aperto al verde, dopo essere giunto improvviso col suo mezzo.
Quindi, tira fuori un tappetino nero, e, rivolto a nord-est, stretto da superstizione subitanea, in ritardo sull’ora del tramonto, e su tutto, acchiappa per i capelli la divinità, che lesta fugge via sulla sua Focus, prima che felice, coi denti in vista, mi saluti, e ringrazi, il dolce pakistano.

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Di cosa sa la poesia? Di brodo – Angelo Rendo

Riccardo Falcinelli, insigne e autorevole grafico romano, nel realizzare per Carocci questa bella copertina, scrive – senza scriverle – tre cose: 1) la poesia sarebbe una cosa importante; 2) di essa, però, non resiste nulla se non un esoscheletro robotico. Anzi, solo due settenari, il primo ‘rotto’, il secondo liscio e rosso la garantiscono. Tre. Questi:

Pier Vincenzo
Mengaldo
Com’è la poesia

Ondivago, e dal carattere nervoso, il primo verso ‘abbruna’ il passionale e indifeso secondo.

Nell’adolescenza, a Scicli, quando si chiedeva a un amico Com’è, ci stava che la risposta fosse Co’ bruoru! (Col brodo!). Una maniera spiccia di murare l’interlocutore. Come va? Di cosa sa, la poesia? Di brodo. E addubbiti ri bruoru (‘Riempiti di brodo!’) un’altra colorita espressione per dire che di carne non ce n’era, solo brodo.

La lettera – Angelo Rendo

Ho scritto una lettera, che subito una nube ha avvolto. Dall’apice stillava sino al pedice un liquore cristallino; impassibile, non faticavo a riconoscerla, nonostante i livelli inferiori si componessero in rapporto unitario e ostinato. E ci fosse tutta una ressa di correnti e grani di sabbie ulteriori nel derma sottostante.

Come siamo messi? E dove? – gemmò la lettera.
Ci siamo, risposi.

Ogni gemma dimostra che la poesia propugna costantemente l’irrelazione. Per getti, innesti, silenzi e grida correla i passaggi di stato alla coscienza.

Quando fu che morì il mio barbiere? – Angelo Rendo

Il mio barbiere è morto ventitrè anni fa.

Fino al millenovecentottantaquattro, mi ci accompagnò nonno, attendendo paziente dalla poltroncina Mickey Mouse rimbalzassi a terra.

Nei due anni che seguirono, invece, il nonno si risolse a introdurmi solamente oltre la soglia; mentre, all’età di dieci anni, e per circa otto anni, iniziai ad andarvi da solo, con sommo fastidio.

Nel millenovecentonovantacinque decisi fosse giunta l’ora il barbiere morisse; comprai una macchinetta.
Che supplizio l’attesa, quanta ansia il numerino. E tutto quel va e vieni!
Lì viveva il destino, per intero riflesso sull’imponente e austero muro di specchio. Mi inghiottiva, quel muro, manco il tempo di chiedergli con vocina sommessa ‘Quanto ci vuole?’ che scomparivo muto, mai osato specchiarmi. Quanta resistenza.

Invero, il barbiere è morto l’anno scorso.

La Scicli di Velasco Vitali – Angelo Rendo

Non conoscevo quest’opera di Velasco Vitali del 2003: Scicli vista dal colle San Matteo.
Annegata nel piombo, Scicli sembra una città bombardata, in parte ricondotta al passato. O a climi mediorientali. Cancellata.
Un’interpretazione annichilente e furiosa. Non la più bella città del mondo, ma un quartiere di Beirut. Che poi, secondo una geografia interiore non malcelata ma esposta, è la Scicli di oggi.

MURFAGGHIATA – Angelo Rendo

Ognuno di noi ha un’immagine. In testa, nel portafogli o sotto il letto. Che ci perseguita. Ecco la ragione per cui passiamo avanti, e ci pare agevole trasfigurarla. È, di certo, una fatica, però; anche se, talvolta, càpita che l’apparenza venga intercettata col dito mignolo. E la murfagghiata, cosiddetta, capìta, e contenuta. In fondo, stiamo valutando l’immagine riflessa di Dio. Quanto nascosto e produttivo sia l’ancoraggio che l’accresce e spregia nel contempo.
Capire la murfagghiata significa presentire, chiudere un occhio per aprirne due.

ISOTOPIE DEL MAINSTREAM – Angelo Rendo

Non c’è una massima che possa fare da denominatore comune alle officine sentimentali dello scrittore, alle sue pagine conservate col consenso della vanità. Eppure accade che – come per l’uomo predatore, affacciatosi al mondo, e in parte divoratolo per quanto consentito e secondo volontà, dopo un certo periodo predittivo, alquanto sintomatico di intelligenza acuta – intervenga la malattia, la malattia del riserbo. Si fa la piscina nella sua casa di campagna e dice ciao al mare. A chi gli chiede perché il mare ai suoi occhi abbia perso di fascino, ti risponde io ormai ho la piscina. Come costringere il sempre inedito mare neurale nelle isotopie del mainstream.