PRESENZA DI MONTALE – Angelo Rendo

Mi batte ancora il cuore
A vedere quel tomone di Montale
Così umanamente cedere
Sul tavolino

Non c’è lui
Come l’alta resistenza
Non c’è,
Ché piegherebbe le ginocchia
A chi impegnato ha l’avvenire.

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“LA NATURA CHE ESISTE E L’UMANITÀ CHE DIVIENE” – Angelo Rendo

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Liriche cinesi (1753 a.C. – 1278 d.C.), Einaudi, ed. 1957, a cura di Giorgia Valensin, prefazione di Eugenio Montale.

Copertina rigida in cartone, color verde mimetico, dorso in tela, 18 cm x 11,5 cm., pp. 250, collana Universale Einaudi.

Presumo la progettazione grafica – giocata tutta sul carattere, le dimensioni e i netti contrasti in un contesto di risoluta essenzialità – sia di Albe Steiner, il quale invita il lettore subito al centro, dentro una fitta foresta millenaria.

“La natura che esiste e l’umanità che diviene”: così Montale nella prefazione distingue i due mondi, l’orientale dall’occidentale.

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Di cosa sa la poesia? Di brodo – Angelo Rendo

Riccardo Falcinelli, insigne e autorevole grafico romano, nel realizzare per Carocci questa bella copertina, scrive – senza scriverle – tre cose: 1) la poesia sarebbe una cosa importante; 2) di essa, però, non resiste nulla se non un esoscheletro robotico. Anzi, solo due settenari, il primo ‘rotto’, il secondo liscio e rosso la garantiscono. Tre. Questi:

Pier Vincenzo
Mengaldo
Com’è la poesia

Ondivago, e dal carattere nervoso, il primo verso ‘abbruna’ il passionale e indifeso secondo.

Nell’adolescenza, a Scicli, quando si chiedeva a un amico Com’è, ci stava che la risposta fosse Co’ bruoru! (Col brodo!). Una maniera spiccia di murare l’interlocutore. Come va? Di cosa sa, la poesia? Di brodo. E addubbiti ri bruoru (‘Riempiti di brodo!’) un’altra colorita espressione per dire che di carne non ce n’era, solo brodo.

CITTÀ FANTASMA – Angelo Rendo

‘La mia città’ di Antonio Moresco e Giuliano Della Casa – appena uscito per Nottetempo – si legge in un quarto d’ora. È il Moresco favolista, che sigilla il proprio fantasma. Una evocazione precisa, minima e puntuale. E Della Casa che prontamente sparisce. In un punto, in un appoggio che manca e nella fredda monumentalità della sofferenza.