Caosmagonia – Angelo Rendo

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Nanni Balestrini, ‘Big Bang’ da “Caosmogonia”. Una lista della spesa in ordine alfabetico. Dalla A alla V. Manca la Z. Avrebbe potuto chiudere con ZORRO.

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Cosa, Poesia? – Angelo Rendo

[Ho rianimato e sistemato una poesia già stiracchiata.

Composta quattro anni fa per il censimento dei poeti under 40 di Pordenonelegge (dove zoppa compare), ricordo di non averla incoraggiata né confortata. La mandai all’ammasso con qualche spina di troppo al tallone. Schifai e schivai la poesia, come era necessario facesse un poeta.]

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COSA, POESIA?

La censura è dopo. E sto:
affare cosa non so

dire non dire fare
cosa poesia o no?

Non so, o piccola cosa,
che so.

 

Idioma dell’eroe / Uomo che trasporta una cosa – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

IDIOMA DELL’EROE

“Questo caos presto sarà compiuto.”
– dissero due operai.

Questo caos non sarà concluso,
casa rossa e casa blu mescolate,

non finito, mai e poi mai finito,
il debole sistemato,

il povero di notte
ascoltato

come il ricco e retto.
Il grande non sarà mischiato…

Io sono il più povero di tutti.
Non posso essere rammendato,

grazie alle nuvole, amiche,
pompa dell’aria.

IDIOM OF THE HERO

I heard two workers say, “This chaos
Will soon be ended.”

This chaos will not be ended,
The red and the blue house blended,

Not ended, never and never ended,
The weak man mended,

The man that is poor at night
Attended

Like the man that is rich and right.
The great men will not be blended…

I am the poorest of all.
I know that I can not be mended,

Out of the clouds, pomp of the air,
By which at least I am befriended.

UOMO CHE TRASPORTA UNA COSA

Bisogna che la poesia resista all’intelligenza
assolutamente. Illustrazione:

una figura bruna in una sera invernale resiste
all’identità. La cosa che trasporta resiste

al senso più necessario. Accettali, allora,
come secondarie (parti non proprio percepite

del tutto ovvio, particelle incerte
del solido certo, fondamento,

cose fluttuanti come i primi cento fiocchi di neve
di una bufera da sopportare l’intera notte,

di una bufera di cose secondarie),
un orrore di pensieri all’improvviso reali.

Dobbiamo sopportare i nostri pensieri tutta la notte, finché
l’ovvio che risplende ristà immobile nel freddo.

MAN CARRYING THING

The poem must resist the intelligence
Almost successfully. Illustration:

A brune figure in winter evening resists
Identity. The thing he carries resists

The most necessitous sense. Accept them, then,
As secondary (parts not quite perceived

Of the obvious whole, uncertain particles
Of the certain solid, the primary free from doubt,

Things floating like the first hundred flakes of snow
Out of a storm we must endure all night,

Out of a storm of secondary things),
A horror of thoughts that suddenly are real.

We must endure our thoughts all night, until
The bright obvious stands motionless in cold.

La poesia è un topicida – Angelo Rendo

Dal cuore aperto e placido della colonnina era possibile che il cane scappasse verso i covili e tutto odorasse senza troppo indugiare. Dunque, non conveniva armarsi di sospetto, meglio fermarsi ad asciugare le lacrime dell’animale, ché la gratitudine afferra alla nuca e prepara il giaciglio alla poesia.
Se due volte ti giri, comprendi. Con una sola volta, sbandi. Se pienamente vai, sfondi ogni posa. La ragione è questa.
Nella prosa mancano i vuoti campi gravitazionali, il discorso ammicca ad una compiutezza da pattern.
Nella poesia, invece, c’è l’errore – evidente all’occhio prima ancora che all’orecchio – un’oscura coltre del respiro, che genera fallimentari cadute, allentamenti. O riprovevoli altezze.
Qualcosa di simile a una carrozza è il nulla; perché non propriamente una carrozza, non chiedetemelo. Ché forse il nulla trasporta la nullità? E dove è la nullità? Non c’è. Il moto eterno nel silenzio che si taglia.
Ho un ricordo minimo, del quale poco mi pento, dell’attività letteraria, sono sempre stato un pelandrone letterario, un puledrone da spavento. Ho affrontato la parola da laconico, letto per disperazione. In una terra non mia.
Per quanto non esista, e, di massima, non segua i distinguo dell’intelligenza, dall’arguzia non si scappa. Chi è caduto nei suoi tentacoli, non scappa. Sigillato nella poesia.
In quel punto, lì, proprio lì – non temere – dove la strada s’allarga, lì, accanto al pantano posavano le anime della distrazione, giganti forti del loro fuoco.

Bisogna rispettare il tempo dieci
dodici ore al giorno il ragno fila.
Otto strade ferme e nere
quattro avanti quattro indietro
passi mi si passi
ora dentro
silenzio ragno.

I sette versi di questa poesia – dettatami dal ragno ieri visto sul muro di fronte alla camera da letto – fanno rientrare dalla finestra la sempre cacciata mosca in posa sul vaso di Pandora. Se rimaniamo alla lettera, il graffio non copre che una tara persa, il sogno dell’incivilimento della massa non è altro che la disperazione prodotta dalla fama.
Questo appunto pare scivolare di gradino in gradino per un difetto di visione: fino a che non si capovolga lo schermo e risistemi il piano.
La poesia naturalmente parla di nascosto, non che non si capisca cosa dica; ma nemmeno dice quel che non dice e non pensa; la massa poetica sta nel recinto, subito dietro il cancelletto, pronta ad accogliere il minimo scambio di parole, e già da un’altra parte, se la prevaricazione a tre gambe si apposta nel morbido giaciglio che lei appresta per gli spregiatori, i rovistatori che scartano i regali e svenano, tutti i ladri in falso contatto, la cui anima aperta alla sensiblerie più ruffiana del creato succhia la dannazione. Non più condanna divina, ma cartello in campo aperto a gloria imperitura per il poeta e monito, mina per l’invasore.
La parola ‘amore’ non necessita che di ‘nulla’. Ovvero della sparizione improvvisa di ogni calcolo. Perciò pronunciarla (scriverla), e per giunta come sigillo ultimo del libro – come fa Ben Lerner nel suo pamphlet “Odiare la poesia” – non è che lo svelamento di una pratica innocua. E di un poeta vecchio.
Che poi l’odio faccia cadere anzitempo i denti dell’ingranaggio poetico risulta manifesto dal tarlo poetologico di un’editoria prolassata.

Il topo continui a figliare prosa:
la poesia è un topicida.
Una poesia generi topi
e non s’opponga dopo.
Breve osservi fra le carte
rosa come il maschio
colore della prosa. Lunga
testa e coda.

Umiltà – Angelo Rendo

[Nella foto statua rappresentante l’Umiltà. Giacomo Serpotta, Oratorio di San Domenico, Palermo.]

Ad A.

Io – permettetemi di dire io: primo vagito, primo pianto, raglio – non ho mai sentito parlare una persona così. Così come? Così attenta, tesa e distesa. Che adatta il respiro alla bracciata, snida il covo di serpi, denuda le malcelate evidenze, toglie fiato alle vite inutili – ché ogni vita lo è, se non risponde -. Vita, parola prima e persa fra le prime quando ogni sentiero è perso, e ritrovata morente e mai grata sul corpo della mansuetudine.