Chthulucene – Angelo Rendo

Un nugolo d’ombre silenziosamente
aveva chiuso
ogni porta. Ormai
ogni ombra
s’era presa uno spazio: tempo. Brevissimo, brunito.

NOVEMBRE – Angelo Rendo

Non sono rimaste che orme
tre lingue sature col più grande
spazio al centro.

Tumulo e alta onda lontana
alle dune alla fine del cielo.

Bisogna stare al contrario
Per vedere meglio come la terra
Come il cielo sia la terra
Il mare.

C’è sempre qualcuno
Davanti al fotografo
Sempre.

Ne inizi una che pare
La giusta, la vera
Mentre un’altra bussa e dimentica
Che la terza è la prima.

Novembre

Ha i colori delle salme
La luce indifesa di novembre

Dell’argento sepolto.

MITRA – Angelo Rendo

MITRA

Nel molle pomeriggio di oggi,
Mitra aveva
sul sedile anteriore come passeggero
un coltello lama 20 con manico giallo.
Che riposava su un fianco, sprizzando
luce, disinibito.

Ho arretrato il mento e strabuzzato gli occhi,
ma niente ho detto. Gli ho dato il gas
benedetto.

Non sai mai
cosa possa passare
per la testa di un pezzo di pane.

Mitra sa che non è possibile
dare un passaggio a un coltello,
o averlo
per amico alla luce del sole,
per quanto s’abbia un buon cuore.

O non lo sa.

Che è poi la stessa cosa
che credersi un poeta essendolo,
o non credersi poeta essendolo.

Un fenomeno ricorsivo
che taglia in due
inizio e fine del viaggio.

ASPETTANDO IL MIO TURNO AL GABINETTO – Angelo Rendo

Aspettavo. Aspetto
che non avvenga nulla che non sia
già arrivato e dove sono?

Quando libereremo il pensiero
dalle grinfie degli avvoltoi quando
ogni poeta aspetterà la sua fine?

Per dire io
non l’ho mai conosciuto mai
me l’hanno presentato.

Nel gabinetto
di un ristorante del paese

pensieroso e altero,
alto quanto me. Più cattivo

della sua opera.

Entravo. Usciva.

CHODASEVIC, L’ULTRAPOETA – Angelo Rendo

Vladislav Chodasevic (1886 – 1939), di cui Bompiani ha appena pubblicato un’ampia antologia poetica, “Non è tempo di essere”, nella nuova collana Capoversi, è un poeta malfermo. E solipsistica e crepuscolare la sua vena. Un nichilista.

La poesia è questa cosa, indimostrata e realissima: debolezza del corpo e della psiche, questo restare ai margini, fra le righe, invisibili. Ché invisibile è la poesia, marginale, debole. Come la vita, che aumenta se segue il codice, sminuisce e smemora se rimane chiusa nel guscio del tempo. Pare.
Questa grande arte, la poesia, che disperde ogni nube psichica e fa chiaro il cielo.

“La scimmia” è la poesia più intensamente disumana del volume, e per essa vale acquistarlo. Poi che la voce è troppo compromessa, incrinata, tra il volo e la definitiva caduta, nascosta al genio. Dorme, sosta, ma non è… che tempo, sabbia, vento.

Curatela e progetto grafico speciali. Rispettivamente nelle mani di Caterina Graziadei e Polystudio. Con un solo grande errore: la numerazione delle pagine. Il numero è destinato al margine interno vicino alla rilegatura; e tutte le volte che il libro lo si apre e poi richiude è insetto schiacciato, briciola, tabacco o cenere quel numero. Neo.

21 SETTEMBRE 2019 – Angelo Rendo

O forse qualche altro giorno tirerà
la coda lene dell’estate. Spentasi
la curva ed iniziato
il rettilineo, poco oltre il Piano
Grande, il mare
elemento non diverso
dalla terra. Nessuna meraviglia un giorno

qualcuno vi iniziasse a camminare.

Chiuso. E trepidante, giù
per i ciottoli, lasciata la macchina
sul ciglio della strada. Ecco,
la stretta, lingua di sabbia –
da luglio a settembre libera
terra di nessuno – svelare
lisce pietre e scogli timidi, riparo
per basse terre emerse. Prima
che l’acqua torni nel suo malmosto
ciclo d’indifferenza, cieco, furore.

**XLIII POESIE PER 43 ANNI** – Angelo Rendo

I
Non esiste al mondo cosa
vera passa verità,
solo muto e franto
stare.

II
L’inizio non ha sembianza
si chiude nella fine.

III
Andammo per le tre cime
conseguimmo fondi e lunghe
vie.

IV
Seduta su una sedia rideva
era il giorno della fine.

V
Dal colpo di dado si nota
che l’atto non pesa l’assenza.

VI
Frequentemente l’occhio si macula
per arrivare salvo al giro.

VII
Camminavano per non sapersi dire
quale fosse il giorno l’ora
e l’eterno sorriso.

VIII
Di lato muovono le tende
attente che non si rompano.

IX
La vista arriva lontano
mare mare del sano avvenire.

X
Palme, oleandri e gigli
fra gli idranti e le cortine.

XI
Nascono miti segnature
strette e scarpe grosse.

XII
Pensano che la strada sia corta
i numeri primi e le sorti ultime.

XIII
La committenza è babba qualunque sia
il segnale
confida nella platea.

XIV
Spingiamo questo carretto sento dire
vale la pioggia non il muro.

XV
Poi scricchiolii e stente luci
per arrivare ai limoni.

XVI
Tutte le liste scelgono di rimanere
sole nell’abbraccio che l’uno serve
all’altro come lo zero all’uno.

XVII
Dove siamo arrivati non si chiede
silenziosamente al guidatore
vicini.

XVIII
Probabile l’esperimento sia stato
invalidato dalla specie che calcola.

XIX
Due o più spine non danno al cuore
piacere sconforto o mali
da rimediare al mercato.

XX
Nero o bianco tralucono dalle imposte serene.

XXI
Vedere rischia di divenire.

XXII
O gatto che qui vuoi entrare
come cane che assalta la piovra.

XXIII
Non ci siamo detti che tutto
mentre l’ora batteva la stessa ora.

XXIV
È tardi per pensare che
presto arriverà un coglione.

XXV
Vanno sempre in due ma non parlano né per me né per te.

XXVI
L’amore è un falso riflesso
fra forme che non si riconoscono.

XXVII
Siamo a metà e non ci siamo.

XXVIII
Nascono così i romanzi:
una cosa che voglio evitare.

XXIX
Presi per noia non se ne vanno
ristanno per commuovere.

XXX
Gli insipienti giurano il vero
non si può onorare la giustizia
con il vero.

XXXI
Mi disse guai a te ma sbagliò
il tempo.

XXXII
Masse di intelletti impuri
che vergano con la vergogna
la carta dell’onore.

XXXIII
A voler randomizzare le emozioni
salgono le nebbie muoiono i periti.

XXXIV
Scadono gli efferati attacchi
in minime ipotesi di pernacchie
e risa.

XXXV
La coordinazione rimpolpa
la serie ostinata di vuoti.

XXXVI
Compari, luoghi di mezzeseghe
animati da lunghi e meticolosi
pensieri.

XXXVII
Può darsi che poco resti
o molto resista del nostro
poco o tanto meglio.

XXXVIII
Sfacciati hanno visto il buio
credendo di aver fatto un affare.

XXXIX
Ogni simulazione che imperli la fronte
non è pace, ma guerra a stento
trattenuta.

XL
Il fiore della pelle i lucori avidi
dell’imprevisto.

XLI
Di quel che non si sa
dicasi di più, non sia
che si sfogli la larga
attesa in petali di oro.

XLII
Prima dell’accelerazione
il positrone rinculò
ridente.

XLIII
Avremmo finito non fosse
per la vita tombe prepari
chi legge.

MANGIARE POESIA – Mark Strand (trad. Angelo Rendo)

Schiumo inchiostro dalla bocca.
Sono felicissimo. Ho mangiato
poesia.

La bibliotecaria non crede a quel che vede.
Ha occhi tristi
e cammina con le mani dentro il vestito.

Le poesie sono morte.
La luce debole.
I cani sulle scale dello scantinato: stanno salendo.

Occhi che ruotano,
e zampe bionde che bruciano come sterpi.
La povera bibliotecaria inizia a battere i piedi e piange.

Non capisce.
Quando mi metto a quattro zampe e le lecco la mano,
grida.

Sono un uomo nuovo.
Le ringhio e abbaio.
Scodinzolo nel chiuso di un libro.

EATING POETRY

Ink runs from the corners of my mouth.
There is no happiness like mine.
I have been eating poetry.

The librarian does not believe what she sees.
Her eyes are sad
and she walks with her hands in her dress.

The poems are gone.
The light is dim.
The dogs are on the basement stairs and coming up.

Their eyeballs roll,
their blond legs burn like brush.
The poor librarian begins to stamp her feet and weep.

She does not understand.
When I get on my knees and lick her hand,
she screams.

I am a new man.
I snarl at her and bark.
I romp with joy in the bookish dark.