Quindici glosse per duecentosessantotto battute – Angelo Rendo

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[Le duecentosessantotto parole di “Quindici glosse per duecentosessantotto battute” sono state scritte nell’arco di nove giorni, dal 30 gennaio all’8 febbraio. Si tratta di quindici glosse a un libro. Il libro è “Le battute fulminanti di Richard Feynman”. Riunisco le due parti (“Dieci” e “Cinque”). A. R.]

È dentro questo clamore, dentro questa onda lontana. Spinge. Qualcuno non riesce a tenere la fila e si schianta contro la luce, qualcun altro contro il buio; chi, invece, la mantiene ha dalla sua i morti, chi come un missile trapassa tutti quelli che lo precedono sta sul bordo nel suo turno nel suo rigore infine.

Tenere l’intrigo separato dall’intrico è nell’ordine delle cose.

La ripetizione calibra persino la durata dei corpi. C’è uno stampo per ogni dove.

‘Come stanno le cose’ è senza dubbio una perifrasi di dominanza.

Se qualcosa scappa, prendila, se ci riesci, o dimenticala, non maledirla!

Comprimendo il tempo sullo spazio leghiamo il relativo all’assoluto.

Quel che cade non può essere in linea che con l’immaginazione. E con lei sola.

Quando stiamo per andarcene, c’è sempre una curva alle nostre spalle a trattenerci.

L’eleganza consiste nel fare in modo che il coniglio non esca dal cilindro.

E così il calore è una forma del dolore: quanto più da esso ci si allontana tanto più si fa vicino.

La rovina e, sotto, il fondo fascino e l’atomo. In una volta tutta compare la verità, a prova di bomba.

La tolleranza, se un peso la ottunde, necessiterà di un fuocherello, per essere sollevata.

C’è forse un argomento che possa governare l’astrazione?

Mi è tutto chiaro, dopo che faccio rotolare via la penna, lontano da me.

Ogni giorno, non possiamo pensare nulla di umano e vicino – fatto della nostra stessa carne, più prossimo e interno a noi di quanto lo siamo noi stessi prossimi a lui e a lui interni – se non smette di portare un nome.

Lampo imaginale – Angelo Rendo

Ho finito di leggere una recensione a ‘Paura reverenza terrore’, l’ultimo saggio di Carlo Ginzburg. E mi ha preso un lampo imaginale.
Primi anni del 2000, Pisa, mi dirigo alla stazione per andare chissà dove.
Sotto le logge di viale Gramsci mi imbatto in Ginzburg e Adriano Sofri. Il primo in talare rosso ponsò e galero è tutto orecchi per il secondo in clergyman e collarino bianco, ciondolante e stanco. Mi faccio il segno della croce.

Quattro poesie di Charles Simic da “Hotel Insonnia” – traduzione di Angelo Rendo

Paesaggio con stampelle

Quante stampelle. Ora anche per la luce del giorno,
anche per il fumo che sale. E le baracche –
una per persona – che si spostano
in unica fila con difficoltà,

volevo dire, con sforzo infernale…

e gli alberi, dietro, lì lì per inciampare,
e le formiche sulle stampelle giocattolo,
e il vento con la sua stampella fantasma.

Nessuna pace qui intorno:
il pane sui suoi arti finti,
una bambola senza testa sulla carrozzella,
e mia madre, pensate, che si serve di due coltelli
come stampelle piegata per pisciare.

A Landscape with Crutches

So many crutches. Now even thr daylight
Needs one, even the smoke
As it goes up. And the shacks –
One per customer – they move off
In a single file with difficulty,

I said, with a hell of an effort…
And the trees behind them about to stumble,
And the ants on their toy crutches,
And the wind on its ghost crutch.

I can’t get any peace around here:
The bread on its artificial limbs,
A headless doll in a wheelchair,
And my mother, mind you, using
Two knives for crutches as she squats to pee.

***

Stanco di proporzioni epiche

Mi piace quando Achille viene ucciso
e anche il suo compagno Patroclo –
e quella testa calda d’Ettore –
e anche quando tutta la giovinezza
d’oro greca e troiana è massacrata
per quanto con alterna perizia

così finalmente pace e quiete
(gli dei per un momento zitti)

si può sentire un uccello cantare,
una figlia chiedere alla madre
se può andare alla fonte
e certamente può
per quel delizioso viottolo
che si snoda attraverso l’uliveto

My Weariness of Epic Proportions

I like it when
Achilles
Gets killed
And even his buddy Patroclus –
And that hothead Hector –
And the whole Greek and Trojan
Jeunesse dorée
Are more or less
Expertly slaughtered
So there’s finally
Peace and quiet
(The gods having momentarily
Shut up)
One can hear
A bird sing
And a daughter ask her mother
Whether she can go to the well
And of course she can
By that lovely little path
That winds through
The olive orchard

***

Il grande gufo cornuto

Un mattino il Grand Seigneur
è così buono da farsi vedere.
Su un albero scheletrico
del mio giardino sta.

Quando lo chiamo forte,
gira la testa
e mi guarda
quasi non ci crede.

Gli mostro la mia cintura,
come devo stringerla ultimamente
fino all’ultimo buco.

Arruffa le penne,
esamina la legnaia vuota,
la vecchia Chevy rossa sui blocchi.
Ahimè! E’ ora di andare!

The Great Horned Owl

One morning the Grand Seigneur
Is so good as to appear.
He sits in a scrawny little tree
In my backyard.

When I say his name aloud,
He turns his head
and looks at me
In utter disbelief.

I show him my belt,
How I had to
Tighten it lately
To the final hole.

He ruffles his feathers,
Studies the empty woodshed,
The old red Chevy on locks.
Alas! He’s got to be going.

***

Ad uno del piano di sopra

Autorità di tutte le autorità dell’universo.
Signor Sotutto, capo traffichino plagiatore,
e qualsiasi altra cosa in cui sei bravo.
Vai, scozza i tuoi zero questa notte.
Intingi nell’inchiostro code di comete.
Spilla la notte con luci di stelle.

Faresti meglio a leggere i fondi del caffè,
o sfogliare le pagine dell’Almanacco dell’Agricoltore.
Ma no! Ami darti arie,
e coltivare la tua famosa serenità
mentre siedi al grande scrittoio
con niente di niente nella cassetta della posta in arrivo
e niente di niente nella cassetta della posta in uscita,
e tutta quell’eternità sparsa intorno a te.

Non ti fa rabbrividire sentirli implorare in ginocchio,
farfugliare tenerezze come se tu fossi
una bambola gonfiabile a grandezza naturale?
Di’ loro di riprendersi e andare a letto.
Smettila di fingerti troppo occupato per accorgertene.

Le tue mani sono vuote come i tuoi occhi.
Non c’è niente su cui mettere la tua firma,
anche se tu sapessi come ti chiami,
o credessi ai nomi che continuo a inventare
mentre scribacchio questa nota per te
nel buio.

To the One Upstairs

Boss of all bosses of the universe.
Mr. know-it-all, wheeler-dealer, wire-puller,
And whatever else you’re good at.
Go ahead, shuffle your zeros tonight.
Dip in ink the comets’ tails.
Staple the night with starlight.

You’d be better off reading coffee dregs,
Thumbing the pages of the Farmer’s Almanac.
But no! You love to put on airs,
And cultivate your famous serenity
While you sit behind your big desk
With zilch in your in-tray, zilch
In your out-tray,
And all of eternity spread around you.

Doesn’t it give you the creeps
To hear them begging you on their knees,
Sputtering endearments,
As if you were an inflatable, life-size doll?
Tell them to button up and go to bed.
Stop pretending you’re too busy to take notice.

Your hands are empty and so are your eyes.
There’s nothing to put your signature to,
Even if you knew your own name,
Or believed the ones I keep inventing,
As I scribble this note to you in the dark.

Uno sciame insidia l’utopia – Angelo Rendo

Dentro la libreria, nei pressi di Piazza Navona, c’erano delle commesse, tre, chiacchierone e vanitose; era tutto un dire questo l’hai letto e quest’altro, io ho Siti sul comodino e se lo dice Cortellessa; si davano molto tono, si pompavano, e disturbavano.

I due titoli del caso, dunque, non potevano che essere “Nello sciame. Visioni del digitale” di Byung-Chul Han, edizioni Nottetempo, libri poco curati nella veste grafica e cari nel prezzo, impaginati in maniera sciatta al punto da sembrare oggetti da rilegatoria, tesine e “Letteratura come utopia” di Ingeborg Bachmann.

Fin dove arrivano le scritture che si muovono per opposizioni, afferendo più a una critica del gusto che a una sentita epochè, volevo vedere.
Da una parte la verità, selettiva, esclusiva, implicita, che impegna il negativo, dall’altra l’informazione, cumulativa, additiva, esplicita, che tiene al positivo.
Il filosofo coreano delimita il campo di analisi conducendo una battaglia di retroguardia, affidandosi a una bibliografia minima, datata e scontata: McLuhan, Barthes, Linder, Le Bon, Hardt-Negri, Von Gehlen, Heidegger, Sartre, Lacan, Bredekamp, Arendt, Flusser, Schmitt, Hegel, Foucalt, Benjamin. Quel campo risulta patentemente massificato, rappresentazionale: un campo di apocalissi vestite.
La forma del pamphlet è appetibile, sfiziosa, persuasiva. Per professionisti della cultura, senza dubbio. Non appena lo apro e affondo il naso al centro, sento gli stilemi della castrazione.
“La società della sorveglianza digitale […] sviluppa tratti totalitari: ci consegna alla programmazione psicopolitica e al controllo.”
Byung-Chul Han scaglia i suoi modelli previsionali in preda ad un’ansia di nominazione, e di rimozione del caos; il suo orientamento filosofico è troppo schiacciato sul presente e dello sciame è l’ape regina.

Un libro per studenti medi – Angelo Rendo

dobbbiamo disobbedire

Non quel nero ribollire di Pasolini, l’inesausta volontà di saturare la ragione, ma un ordinamento interiore esposto alla gioia in Parise.

‘Dobbiamo disobbedire’, 55 paginette Adelphi, 7 euro (2,99 euro in ebook), cinquantanovesimo volume pubblicato nella “Biblioteca minima” a settembre, non lascia campo.

Dal 1974 al 1975 Parise tenne sul “Corriere della Sera” una rubrica dedicata al dialogo coi lettori. Alcuni pezzi vengono ora riproposti nella veste “minima” per le cure di Silvio Perrella, il quale aveva già presentato nel 1998 le lettere di Parise ai lettori col titolo “Verba volant” nelle edizioni Liberal Libri di Firenze.

Parise col suo incedere momentaneo, spinto dalla “forza delle cose”, scrive a un livello per nulla aderente al modo di “virtù” italica e per postura, lineamento e qualità della pelle scritturale appare assimilabile a Rodolfo Wilcock.

La “natura pedagogica e fantastica” del testo, la lampante chiarezza, che candidamente cova l’idea di uno Stato democratico nettato dall’ “invidia di classe”, rendono il pamphlet futuribile, e fruibile massimamente da studenti delle medie superiori.

Gli insegnanti  proporranno “Dobbiamo disobbedire” fra i libri consigliati, l’alta accademia potrà pure cestinarlo, ne ha il coraggio, e facoltà.

“Linee” – un romanzo di Fausto Melotti

Fausto Melotti ha scritto – non ridendo mai – una linea lunga e continua. Questa linea ricade nel campo diaristico segreto, autobiografico.
La conduzione della trama resta affidata a molti spazi bianchi, sempre pieni. Le improvvise poesie affiorano qua e là, scompaginando la spinta narrazione.
Partendo dall’assunto che “ogni parola detta è una commedia”, Melotti mette in piedi la feroce ragione della fantasia, apre il tabernacolo-canone e trova briciole di idee fruste.
Capiamo bene trattarsi di un libro familiare, rigato di salti nel vuoto, semplice, scritto da un intruso.
La ferula dell’interpretazione, al riguardo, è, tuttalpiù, zuccherina retorica, soperchieria.

“L’arte non rappresenta, ma trasfigura in simboli la realtà. Il trompe-l’oeil e la pop-art sono rappresentazioni. Lo choc può essere una partenza, ma l’arte è un viaggio. Se io leggo un fumetto con un telescopio, se porto il lavandino in salotto, se mi taglio la testa e la poso sulla sedia, provo uno choc, ma tutto si ferma lì, quando il discorso dovrebbe avere inizio.”
“Se questi critici fastidiosi la smettessero di dirci che i valori dell’arte hanno fatto la svolta capitale il giorno in cui il professore X ha stabilito che i veri clercs si soffiano il naso nel cotonaccio.
E quei non meno uggiosi sassofoni che invitano tutti ad amare il nonno.
Cose che finiscono nelle mescite d’arte e sulle panche delle conferenze.
L’arte se ne va per conto suo e i professori i critici e i mercanti per conto loro.”

Questo romanzo-fiume possiede il dono del dire breve. Tra le fitte pagine c’è una verità; ed è talmente inutile, scontata, in quanto verità, che ci si chiede a cosa serva un libro.
Eppure, la luce spesso non fa luce.

Quando l’autore lascia andare per l’aria i suoi personaggi, ecco che, allora, dal pastone risale:

“Stupido amore della materia. L’arte non nasce plasmata o forgiata o compressa sotto vuoto; come Minerva nasce dal cervello.
Molte opere d’arte conclamate si rivelano nate da un’idea artigianale, tutta prevedibile.
Un muro invalicabile, il muro della poesia, preclude la cittadella dell’arte. Lì dentro le idee passeggiano nude.”

Il passo di Melotti è strutturato, quasi aforistico, solido. L’essenziale – che si dà come informe o nasopercepito – frantuma il genere romanzesco e lega alla determinazione carceraria aforistica.
Perciò viene a noia; il lettore romanzato presente dove si andrà a parare.
Melotti non ha scritto.