Esthétique du mal [VII – VIII] – Angelo Rendo

VII

Come è rossa la rosa, la ferita del soldato,
le ferite di molti soldati, le ferite di tutti
i soldati caduti, insanguinati,
il soldato del tempo diventato immortale, grandissimo.

Un monte dove non c’è mai sollievo –
o forse indifferenza alla morte più profonda
significa pace – si innalza nel buio, una collina di spettri,
e là il soldato del tempo ha l’eterno riposo.

Cerchi concentrici di ombre, immobili
per parte loro, ma mosse sul vento,
formano intrecci mistici nel sonno
del soldato rosso del tempo, immortale sul suo letto.

Le ombre dei suoi compagni gli si fanno intorno
nella notte alta, l’estate soffia per loro
la sua fragranza, una sonnolenza pesante, e per lui,
soldato del tempo, spira un sonno estivo,

in cui la sua ferita è buona perché la vita lo fu.
Nessuna parte di lui fu mai parte della morte.
Una donna si massaggia la fronte con la mano
e il soldato del tempo giace calmo sotto quella mano.

VII

How red the rose that is the soldier’s wound,
The wounds of many soldiers, the wounds of all
The soldiers that have fallen, red in blood,
The soldier of time grown deathless in great size.

A mountain in which no ease is ever found,
Unless indifference to deeper death
In ease, stands in the dark, a shadows’ hill,
And there the soldier of time has deathless rest.

Concentric circles of shadows, motionless
Of their own part, yet moving on the wind,
Form mystical convolutions in the sleep
Of time’s red soldier deathless on his bed.

The shadows of his fellows ring him round
In the high night, the summer breathes fot them
Its fragrance, a heavy somnolence, and for him,
For the soldier of time, it breathes a summer sleep,

In which his wound is good because life was.
No part of him was ever part of death.
A woman smoothes her forehead with her hand
And the soldier of time lies calm beneath that stroke.

VIII

La morte di Satana fu una tragedia
per l’immaginazione. Una negazione
capitale lo distrusse nel suo palazzo
e con lui molti fenomeni blu.
Non era la fine che aveva previsto. Sapeva
che la sua vendetta provocava vendette
filiali. E la negazione era eccentrica.
Non aveva nulla della tonante nuvola giulia:
assassini lampo e tuono…Gli erano stati negati.
Fantasmi, cosa vi rimane? Quale sottosuolo?
Quale posto in cui essere non è abbastanza
per essere? Via, poveri fantasmi senza luogo,
come argento nel fodero della vista,
quando l’occhio si chiude… Che freddo abisso
quando i fantasmi sono svaniti e il realista scosso
per la prima volta vede la realtà. Il no mortale
ha il suo vuoto e tragiche fini.
La tragedia, tuttavia, può avere avuto inizio,
ancora, nel nuovo inizio dell’immaginazione,
nel sì del realista detto perché deve
dire sì, detto perché sotto ogni no
c’era una passione per il sì mai persa.

VIII

The death of Satan was a tragedy
For the imagination. A capital
Negation destroyed him in his tenement
And, with him, many blue phenomena.
It was not the end he had foreseen. He knew
That his revenge created filial
Revenges. And negation was eccentric.
It had nothing of the Julian thunder-cloud:
The assassin flash and rumle…He was denied.
Phantoms, what have you left? What underground?
What place in which to be is not enough
To be? You go, poor phantoms, without place
Like silver in the sheathing of the sight,
As the eye closes… How cold the vacancy
When the phantoms are gone and the shaken realist
First sees reality. The mortal no
Has its emptiness and tragic expirations.
The tragedy, however, may have begun,
Again, in the imagination’s new beginning,
In the yes of the realist spoken because he must
Say yes, spoken because under every no
Lay a passion for yes that had never been broken.

ESTHÉTIQUE DU MAL [V – VI] – Wallace Stevens (trad. Rendo)

V

Voi tutti amanti del vero, venite piano
senza le invenzioni del dolore o il singhiozzo
oltre l’invenzione. Nei limiti di ciò che permettiamo,
entro il reale, il caldo, il prossimo,
un’unità così grande, che è felicità ci lega
a chi amiamo. Per questo familiare,
questo fratello quasi dimenticato nella bocca della madre,
e queste insegne reali, queste cose rivelate,
questi lucori nebulosi nell’occhio strettissimo
del profondissimo segreto dell’essere, non ci lamentiamo
via, via gli ahi ahi

delle sfilate nelle più oscure selve.
Stammi vicino, vieni più vicino, toccami la mano, frasi
affettuose, due volte dette,
una dalle labbra, una dalle funzioni
del senso centrale, queste minuzie significano più
di nuvole, benevolenze, teste distanti.
Sono entro il consentito, l’al di qua
soave nella povertå contro i soli
dell’al di là, l’al di qua che trattiene gli attributi
con cui vestimmo, già, le forme d’oro
e la memoria damascata delle forme d’oro,
e il fiore dell’al di là e il fuoco delle feste
della memoria damascata delle forme auree,
prima di essere completamente umani e di conoscerci.

V

Softly let all true sympathizers come,
Without the inventions of sorrow or the sob
Beyond invention. Within what we permit,
Within the actual, the warm, the near,
So great a unity, that it is bliss,
Ties us to those we love. For this famiiar,
This brother half-spoken in the mother’s throat
And these regalia, these things disclosed,
These nebulous brillancies in the smallest look
Of the being’s deepest darling, we forego
Lament, willi gly forfeit the ai-ai

Of parades in the obscurer selvages.
Be near me, come closer, touch my hand, phrases
Compounded of dear relation, spoken twice,
Once by the lips, once by the services
Of central sense, these minutiae mean more
Than clouds, benevolences, distant heads.
These are within what we permit, in-bar
Exquisite in poverty against the suns
Of ex-bar, in-bar retaining attributes
With which we vested, once, the golden forms
And the damasked memory of the golden foms
And ex-bar’s flower and fire of the festivals
Of the damasked memory of the golden forms,
Before we were wholly human and knew ourselves.

VI

Il sole giallo clown, ma non un clown,
fa perfetto il giorno e poi fallisce. Dimora
nel già compiuto, eppure desidera ancora
una ulteriore realizzazione. Per il mese lunare
fa la ricerca più tenera, intento
a una trasmutazione che, vista, appare
deforme. E lo spazio è pieno dei suoi
anni respinti. Un grande uccello lo becca
per nutrirsi. L’appetito ossuto del grande uccello
è insaziabile come quello del sole. L’uccello
volò da una sua imperfezione
per cibarsi del fiore giallo del frutto giallo
caduto da foglie turchesi. Nel paesaggio
del sole, il suo grandissimo appetito diviene meno rozzo,
eppure, anche corretto, ha strane cadute,
scintillii, divinazioni di serena
indulgenza oltre ogni visione celeste.

Il sole è paese, dovunque sia. L’uccello
nel paesaggio più luminoso ruota verso il basso
disdegnando ogni astringente maturazione,
sfuggendo il punto del rosso, non contento
di riposare in un’ora o stagione o lunga era
dei colori del paese che si affollano davanti a lui,
poiché la mente dell’uomo-erba giallo è ancora immensa,
ancora promette perfezioni gettate via.

VI

The sun, in clownish yellow, but not a clown,
Brings the day to perfection and then fails. He dwells
In a consummate prime, yet still desires
A further consummation. For the lunar month
He makes the tenderest research, intent
On a transmutation which, when seen, appears
To be askew. And space is filled with his
Rejected years. A big bird pecks at him
For food. The big bird’s bony appetite
Is as insatiable as the sun’s. The bird
Rose from an imperfection of its own
To feed on the yellow bloom of the yellow fruit
Dropped down from turquoise leaves. In the landscape of
The sun, its grossest appetite becomes less gross,
Yet, when corrected, has its curious lapses,
Its glitters, its divinations of serene
Indulgence out of all celestial sight.

The sun is the country wherever he is. The bird
In the brightest landscape downwardly revolves
Disdaining each astringent ripening,
Evading the point of redness, not content
To repose in an hour or season or long era
Of the country colors crowding against it, since
The yellow grassman’s mind is still immense,
Still promises perfections cast away.

ESTHÉTIQUE DU MAL [III – IV] – Wallace Stevens (trad. Rendo)

III

Le sue salde strofe sono sospese come arnie nell’inferno
o quel che era l’inferno, poiché ora cielo e inferno
sono un’unica cosa, e sono qui, o terra infedele.

La colpa è di un dio umanissimo,
che per compassione si è fatto uomo,
indistinguibile, quando piangiamo

perché soffriamo, il nostro più antico genitore,
compagno del popolo del cuore, il più rosso signore,
venuto prima di noi.

Se solo non avesse così grande pietà di noi,
indebolisse il nostro destino, alleviasse dolori
piccoli e grandi, compagno fedele del destino,

questo troppo, troppo umano dio, simile alla pietà
di sé e genesi senza coraggio…Sembra
che la salute del mondo potrebbe bastare.

Sembra che il miele dell’estate comune
potrebbe bastare, che i favi d’oro sarebbero
parte di un nutrimento di per sé sufficiente,

che l’inferno, così modificato, svanirebbe,
che il dolore, non più mimica satanica, potrebbe
sostenersi, che di sicuro troveremmo la nostra via.

IV

Livre de Toutes Sortes de Fleurs d’après Nature.
Fiori di ogni sorta. Questo è il sentimentale.
Quando B. si metteva al pianoforte e faceva
una trasparenza in cui udivamo suoni trasparenti, suonava
note di ogni sorta? O ne suonava una
in un’estasi di note,
variazioni nei toni di un singolo suono,
l’ultimo, o suoni così singoli da sembrare uno?
E poi quello spagnolo della rosa, avvolta
nel fuoco e nerosangue, salvava la rosa
dalla natura, ogni volta che la vedeva, facendola,
quando la vedeva, esistere nel suo occhio speciale.
Possiamo immaginare che la curasse di meno,
che mancasse verso la padrona per le diverse cameriere,
preferendo alla passione più nuda lo scalzo
libertinaggio? … Il genio del male
non è un sentimentale. È
quel male, male nell’io, da cui
nel santificare disperato, nel gesto rozzo, la colpa
cade su ogni cosa: il genio della mente,
il nostro essere, sbaglia e sbaglia,
il genio del corpo, il nostro mondo,
è consumato nei falsi combattimenti della mente.

***

III

His firm stanzas hang like hives in hell
Or what hell was, since now both heaven and hell
Are one, and here, O terra infidel.

The fault lies with an over-human god,
Who by sympathy has made himself a man
And is not to be distinguished, when we cry

Because we suffer, our oldest parent, peer
Of the populacy of the heart, the reddest lord,
Who has gone before us in experience.

If only he would not pity us so much,
Weaken our fate, relieve us of woe both great
And small, a constant fellow of destiny,

A too, too human god, self-pity’s kin
And uncourageous genesis . . . It seems
As if the health of the world might be enough.

It seems as if the honey of common summer
Might be enough, as if the golden combs
Were part of a sustenance itself enough,

As if hell, so modified, had disappeared,
As if pain, no longer satanic mimicry,
Could be born, as if we were sure to find our way.

IV

Livre de Toutes Sortes de Fleurs d’après Nature.
All sorts of flowers. That’s the sentimentalist.
When B. sat down at the piano and made
A transparence in which we heard music, made music,
In which we heard transparent sounds, did he play
All sorts of notes? Or did he play only one
In an ecstasy of its associates,
Variations in the tones of a single sound,
The last, or sounds so single they seemed one?
And then that Spaniard of the rose, itself
Hot-hooded and dark-blooded, rescued the rose
From nature, each time he saw it, making it,
As he saw it, exist in his own especial eye.
Can we conceive of him as rescuing less,
As muffing the mistress for her several maids,
As foregoing the nakedest passion for barefoot
Philandering? . . . The genius of misfortune
Is not a sentimentalist. He is
That evil, that evil in the self, from which
In desperate hallow, rugged gesture, fault
Falls out on everything: the genius of
The mind, which is our being, wrong and wrong,
The genius of the body, which is our world,
Spent in the false engagements of the mind.

ESTHÉTIQUE DU MAL [I – II] – Wallace Stevens (trad. Rendo)

I

Era a Napoli e scriveva lettere a casa
e, fra l’una e l’altra, leggeva paragrafi
sul sublime. Il Vesuvio brontolava
da un mese. Era bello star seduto lì,
mentre le intuizioni più soffocanti e tremule

saettavano angoli nel vetro. Poteva descrivere
il terrore del suono perché il suono
era antico. Provò a ricordare le frasi: dolore
percettibile a mezzogiorno, che tortura se stesso
dolore che uccide il dolore nel punto esatto del dolore.
Il vulcano tremava in un altro etere,
come il corpo trema alla fine della vita.

Era quasi l’ora di pranzo. Il dolore è umano.
C’erano rose nel fresco caffè. Il suo libro
garantiva la più corretta catastrofe.
Se non dipendesse da noi, il Vesuvio avvolgerebbe
nel solido del fuoco le parti più estreme della terra
senza dolore (ignorando i galli che ci tiran su
per morire). Questa è una parte del sublime
di fronte alla quale indietreggiamo. Eppure, tranne che per noi,
tutto il passato nulla provò quando fu distrutto.

II

In una città in cui crescevano acacie, si coricava
sul balcone di notte. I trilli diventavano
troppo neri, troppo distanti, troppo gli accenti
del sonno travagliato, troppo le sillabe
che si sarebbero formate, nel tempo, e avrebbero comunicato
il segreto della sua disperazione, ed espresso
quel che la meditazione non aveva mai del tutto raggiunto.

La luna si levò come se fosse sfuggita
alla sua meditazione. Evadeva dalla sua mente.
Era parte di una supremazia sempre
sopra di lui. La luna era sempre libera da lui,
come la notte era libera da lui. L’ombra toccava
o solo sembrava toccarlo mentre recitava
una specie di elegia trovata nello spazio:

Il dolore è indifferente al cielo
a dispetto del giallo delle acacie, il loro
profumo nell’aria che ancora aleggia forte
nella notte biancosospesa. Esso non ha occhi
per questa libertà, questa supremazia,
e nella sua allucinazione non vede mai
che quello che lo respinge alla fine lo salva.

I

He was at Naples writing letters home
And, between his letters, reading paragraphs
On the sublime. Vesuvius had groaned
For a month. It was pleasant to be sitting there,
While the sultriest fulgurations, flickering,

Cast corners in the glass. He could describe
The terror of the sound because the sound
Was ancient. He tried to remember the phrases: pain
Audible at noon, pain torturing itself,
Pain killing pain on the very point of pain.
The volcano trembled in another ether,
As the body trembles at the end of life.

It was almost time for lunch. Pain is human.
There were roses in the cool café. His book
Made sure of the most correct catastrophe.
Except for us, Vesuvius might consume
In solid fire the utmost earth and know
No pain (ignoring the cocks that crow us up
To die). This is a part of the sublime
From which we shrink. And yet, except for us,
The total past felt nothing when destroyed.

II

At a town in which acacias grew, he law
On his balcony at night. Warblings became
Too dark, too far, too much ethe accents of
Afflicted sleep, too much the syllables
That would form themselves, in time, and communicate
The intelligence of his despair, express
What meditation never quite achieved.

The moon rose up as if it had escaped
His meditation. It evaded his mind.
It was part of a supremacy always
Above him. The moon was always free from him,
Or merely seemed to touch him as he spoke
A kind of elegy he found in space:

It is pain that is indifferent to the sky
In spite of the yellow of the acacias, the scent
Of them in the air still hanging heavily
In the hoary-hanging night. It does not regard
This freedom, this supremacy, and in
Its own hallucination never sees
How that which rejects it saves it in the end.

“La civetta nel sarcofago” (V – VI) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

V
But she that says good-by losing in self
The sense of self, rosed out of prestiges
Of rose, stood tall in self not symbol, quick

And potent, an influence felt instead of seen.
She spoke with backward gestures of her hand.
She held men closely with discovery,

Almost as speed discovers, in the way
Invisible change discovers what is changed,
In the way what was has ceased to be what is.

It was not her look but a knowledge that she had.
She was a self that knew, an inner thing,
Subtler than look’s declaiming, although she moved

With a sad splendor, beyond artifice,
Impassioned by the knowledge that she had,
There on the edges of oblivion.

O exhalation, O fling without a sleeve
And motion outward, reddened and resolved
From sight, in the silence that follows her last word–

VI
This is the mythology of modern death
And these, in their mufflings, monsters of elegy,
Of their own marvel made, of pity made,

Compounded and compounded, life by life,
These are death’s own supremest images,
The pure perfections of parental space,

The children of a desire that is the will,
Even of death, the beings of the mind
In the light-bound space of the mind, the floreate flare…

It is a child that sings itself to sleep,
The mind, among the creatures that it makes,
The people, those by which it lives and dies.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO

V

Ma lei, che dice addio perdendo in sé
il senso di sé, ascesa per il prestigio
della rosa, sorgeva alta in sé, non simbolo, agile

e potente, una potenza sentita più che vista.
Parlava portando all’indietro le mani.
Gli uomini stretti alla scoperta teneva,

quasi come la velocità scopre, come
il cambiamento invisibile scopre ciò che cambia,
a quel modo in cui ciò che è stato ha cessato
di essere ciò che è.

Non era il suo occhio, ma la sapienza che aveva.
Era un sé che sapeva, una cosa interiore,
più sottile di ciò che lo sguardo manifesta, benché si muovesse

spenta e splendida, oltre l’artificio,
appassionata dalla sapienza che aveva,
lì sul margine dell’oblio.

O esalazione, o lancio senza braccia
né moto all’infuori, tutta rossa e risolta
dalla vista, nel silenzio che segue
la sua ultima parola –

VI

Questa è la mitologia della morte moderna
e questi, bendati, i mostri d’elegia,
fatti dalla loro stessa meraviglia e compassione,

combinati e ricombinati, vita dopo vita,
queste le immagini sovrane della morte,
la pura perfezione dello spazio parentale,

i figli di un desiderio: volontà,
anche di morte, gli esseri della mente
nello spazio della mente avvolto di luce:
la vampa floreale…

È un bimbo che si fa il verso fino al sonno,
la mente, fra le creature che si costruisce,
la gente, quelli con cui vive e muore.

“La civetta nel sarcofago” (III – IV) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

III
There he saw well the foldings in the height
Of sleep, the whiteness folded into less,
Like many robings, as moving masses are,

As a moving mountain is, moving through day
And night, colored from distances, central
Where luminous agitations come to rest,

In an ever-changing, calmest unity,
The unique composure, harshest streakings joined
In a vanishing-vanished violet that wraps round

The giant body the meanings of its folds,
The weaving and the crinkling and the vex,
As on water of an afternoon in the wind

After the wind has passed. Sleep realized
Was the whiteness that is the ultimate intellect,
A diamond jubilance beyond the fire,

That gives its power to the wild-ringed eye.
Then he breathed deeply the deep atmosphere
Of sleep, the accomplished, the fulfilling air.

IV
There peace, the godolphin and fellow, estranged, estranged,
Hewn in their middle as the beam of leaves,
The prince of shither-shade and tinsel lights,

Stood flourishing the world. The brilliant height
And hollow of him by its brilliance calmed,
Its brightness burned the way good solace seethes.

This was peace after death, the brother of sleep,
The inhuman brother so much like, so near,
Yet vested in a foreign absolute,

Adorned with cryptic stones and sliding shines,
An immaculate personage in nothingness,
With the whole spirit sparkling in its cloth,

Generations of the imagination piled
In the manner of its stitchings, of its thread,
In the weaving round the wonder of its need,

And the first flowers upon it, an alphabet
By which to spell out holy doom and end,
A bee for the remembering of happiness.

Peace stood with our last blood adorned, last mind,
Damasked in the originals of green,
A thousand begettings of the broken bold.

This is that figure stationed at our end,
Always, in brilliance, fatal, final, formed
Out of our lives to keep us in our death,

To watch us in the summer of Cyclops
Underground, a king as candle by our beds
In a robe that is our glory as he guards.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO

III

Lì vide bene le pieghe nell’altezza
del sonno, il bianco scomparire tra le pieghe,
come molti vestimenti, come masse che si muovono,

come si muove una montagna, e muta dal giorno
alla notte di colore alla distanza, al centro
dove i moti della luce si fermano,

in un continuo cambiamento, in una più calma unità,
la compostezza unica, le venature più aspre
congiunte in un violetto evanescente svanito

che avvolge intorno al corpo gigante i significati
delle sue pieghe, la trama, le grinze e l’agitazione
come sull’acqua di pomeriggio il vento

dopo che è passato. Il sonno fatto
era bianco come l’intelletto ultimo,
un giubilo di diamanti al di là del fuoco,

che dà la sua potenza al feroce occhio cerchiato.
Allora respirò a fondo l’atmosfera profonda
del sonno, l’aria compiuta e che compie.

IV

Lì la pace, cavallo e cavaliere, estraniati, estraniati,
tagliati al centro come la nervatura delle foglie,
il principe dell’ombra brividente e delle scintille

sbocciato reggeva il mondo. La sua scintillante altezza
e cavità col suo fulgore calmava,
la sua luce bruciava come il conforto che ribolle.

Questo il riposo dopo la morte, fratello del sonno.
l’inumano fratello così simile, così vicino,
eppure vestito di perfetta estraneità,

ornato di criptiche pietre e scintillii intermittenti,
immacolato personaggio del niente,
con lo spirito che brilla nel suo panno,

generazioni di immaginazione impilata
fra cucitura filo e trama
attorno alla meraviglia del suo bisogno,

e i primi fiori su di esso, un alfabeto
con cui compitare il sacro destino e la fine,
un’ape per ricordare la felicità.

Il riposo, adorno del nostro ultimo sangue, dell’ultimo
pensiero, stava, damascato dei verdi originari,
un migliaio generati da audaci vinti.

Questa è la figura ritta accanto alla nostra fine,
sempre, in scintillanza, fatale, finale, fatta
delle nostre vite per conservarci nella morte,

per guardarci nell’estate dei Ciclopi
sottoterra, un re come candela presso i nostri letti,
in una tonaca, nostra gloria mentre veglia.

“La civetta nel sarcofago” (I – II) – Wallace Stevens (trad. Angelo Rendo)

THE OWL IN THE SARCOPHAGUS

I
Two forms move among the dead, high sleep
Who by his highness quiets them, high peace
Upon whose shoulders even the heavens rest,

Two brothers. And a third form, she that says
Good-by in the darkness, speaking quietly there,
To those that cannot say good-by themselves.

These forms are visible to the eye that needs,
Needs out of the whole necessity of sight.
The third form speaks, because the ear repeats,

Without a voice, inventions of farewell.
These forms are not abortive figures, rocks,
Impenetrable symbols, motionless. They move

About the night. They live without our light,
In an element not the heaviness of time,
In which reality is prodigy.

There sleep the brother is the father, too,
And peace is cousin by a hundred names
And she that in the syllable between life

And death cries quickly, in a flash of voice,
Keep you, keep you, I am gone, oh keep you as
My memory, is the mother of us all,

The earthly mother and the mother of
The dead. Only the thought of those dark three
Is dark, thought of the forms of dark desire.

II
There came a day, there was a day–one day
A man walked living among the forms of thought
To see their lustre truly as it is

And in harmonious prodigy to be,
A while, conceiving his passage as into a time
That of itself stood still, perennial,

Less time than place, less place than thought of place
And, if of substance, a likeness of the earth,
That by resemblance twanged him through and through,

Releasing an abysmal melody,
A meeting, an emerging in the light,
A dazzle of remembrance and of sight.

***

LA CIVETTA NEL SARCOFAGO
I

Due forme in mezzo ai morti: l’alto sonno
che dà quiete, e l’alta pace
sulle cui spalle persino i cieli poggiano,

due fratelli. E una terza forma, che dice
addio nel buio, parlando piano
a quelli che non sanno dire addio da sé.

Queste sono forme visibili all’occhio che ha bisogno
per il fatto stesso che vede.
La terza forma pronuncia, perché l’orecchio ripete,

senza voce, parole di addio.
Forme, non immagini abortite, rocce,
simboli impenetrabili, immobili. Si muovono

nella notte. Vivono in un’altra luce,
in un elemento intemporale,
dove la realtà è prodigio.

Lì il sonno è fratello e padre
e il riposo cugino dai cento nomi
e quella che nella sillaba tra vita e morte

stride veloce e saetta,
conserva, conserva, io sono andato, conserva
la mia memoria, è madre di noi tutti,

la madre della terra e della morte. Soltanto
il pensiero delle tre creature oscure
è nero, pensiero delle forme del nero desiderio.
II

Venne un giorno, ci fu un giorno – un giorno:

un vivo camminava tra le forme del pensiero
per vedere
il loro splendore veramente com’è,

e stare nel prodigio dell’armonia, un po’,
immaginando il passaggio come in un tempo
in sé fermo, eterno,

spazio non tempo, non spazio pensiero
di spazio, e se di sostanza, simile alla terra,
che per somiglianza lo faceva vibrare
fino al fondo,

e cantare l’abisso,
un incontro, un venire alla luce,
un accecamento della memoria e della vista.

Una poesia di Wallace Stevens tradotta da Angelo Rendo

A Mythology Reflects Its Region

A mythology reflects its region. Here
In Connecticut, we never lived in a time
When mythology was possible — But if we had —
That raises the question of the image’s truth.
The image must be of the nature of its creator.
It is the nature of its creator increased,
Heightened. It is he, anew, in a freshened youth
And it is he in the substance of his region,
Wood of his forests and stone out of his fields
Or from under his mountains.

(Wallace Stevens)

**

Una mitologia riflette la sua regione

Qui nel Connecticut una mitologia non riflette

la sua regione.

Noi mai nel mito, magari…

appare la questione della verità
dell’immagine l’immagine rifletta
– aumentata, spropositata –
la natura del suo creatore.

È lui, nuovo, giovane e vigoroso.
È lui nell’anima della sua regione.
Legno dei suoi boschi e pietra
dei suoi campi o sotto

sotto le sue montagne.

(Angelo Rendo)

**

Enervare l’epifania del mito, il tessuto molle e pappagorgioso della poesia, torcendo l’aspide della ragione indicibile del colon finale del terzo verso. E traendo fuori dall’apparato della tradizione il “sotto” ripido e lineare, appiccando il fuoco ai boschi; quindi placida, calma col proprio tempo la poesia mette bombe.

Letture e traduzioni 2003-7, di Gianluca D’Andrea

La capacità di dialogo di Gianluca D’Andrea risulta accresciuta e arricchita dall’insieme delle letture -ma anche traduzioni e un testo autonomo preliminare- offerte a “nabanassar” in tre anni, letture che volentieri rilasciamo in file unico .pdf per comodità di consultazione e primo rendiconto.

E’ opinione diffusa che la generazione dei trentenni abbia grossomodo esaurito la spinta che l’aveva caratterizzata nel decennio passato, spinta concretizzata in numerose antologie e articoli di costume, prima che di critica letteraria. Lo stesso portalino “nabanassar” ha via via perduto la verve, vuoi per l’allentamento dei contatti personali tra i membri di redazione, vuoi per naturale evoluzione e vicende personali. Si e’ di molto affievolita la proposta nel nostro sito italiano, mentre e’ ancora allo stato di gestazione in quello inglese.

Una domanda e’ quindi d’obbligo: cosa farci con la poesia nel 2007 ma, soprattutto, cosa fare dell’aspetto legato alla comunicazione poetica in rete? La diffusione dei blog ha contribuito a disperdere le forze; le competenze si fanno dubbie, annacquate dall’ have-your-say del web 2.0; e un clima da parruccheria tiene basso il livello dello scambio. Soprattutto, manca la tensione al risultato complessivo, all’opera compiuta che infine giustifichi lo sforzo.

Ecco dunque che il librino di D’Andrea vorrebbe invitare ad un cambio di rotta, ad una produzione meno giornaliera di parole, ma diluita, un insieme di sassolini che tracciano una via e che, nel caso di Gianluca, indicano un’evoluzione nel rapporto con la propria personale ispirazione artistica, che poi e’ di matrice schiettamente filosofica.

Dall’Inno metalinguistico sproiettato che apre il volume e insiste sul dualismo fra ritornare e stornare in itinere, con quest’ultimo a creare un mondo, si passa al mondo realizzato e nominato: Wallace Stevens, Luciano Neri, Gabriel Del Sarto, Massimo Gezzi, Marco Simonelli, Jorge Guillen e Gary Soto, Valerio Magrelli, Jacopo Ricciardi, Teresa Zuccaro, Flavio Santi, Stefano Lorefice. Se c’e’ un servizio che uno studioso vicino alla prassi, quale D’Andrea si e’ rivelato in questo inizio di percorso, doverosamente deve alla comunità dei poeti e dei lettori, questo e’ offrire la propria interpretazione delle opere, facendone a sua volta un’ Opera.

E’ dunque con piacere e con mio vivo ringraziamento per la sua amicizia telematica, che raccogliamo questi scritti per offrirli alla rete, contribuendo alla tessitura delle maglie importanti: poeti e studiosi che scrivono e leggono opere di altri poeti e altri studiosi.

Giuseppe Cornacchia – http://www.nabanassar.com – settembre 2007

………scarica il librino di D’Andrea su: http://www.nabanassar.com/nabanassariana.pdf