Translations – audiolibro di poesia per iPhone/iPod/iPad

Audio libro di poesie: 25 testi da Paul Muldoon, John Koethe, Philip Gross, Gerard Manley Hopkins sono tradotti in italiano da Giuseppe Cornacchia, che inoltre legge le sue stesse versioni. I testi originali in lingua non sono riportati.

http://itunes.apple.com/it/app/translations/id499090484?ls=1&mt=8

Nota a margine: scaduto il biennio di vincolo, ho sciolto il contratto con Lampi di Stampa e ritirato dal mercato il mio “Tutte le Poesie (1994-2004)”, ISBN 9788848810210, recuperando i pieni diritti sul mio materiale. Ho adesso in programma la realizzazione di un volume unico, omnicomprensivo (poesie, racconti, teatro, noterelle saggistiche e critiche), in formato elettronico.

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e-book: Giuseppe Cornacchia traduce John Koethe – il file completo

Giuseppe Cornacchia

nel parco che nessuno vuole visitare

traduzione di quattro poesie lunghe di John Koethe:
Boy’s life, 1968
Domes, 1973
The Late Wisconsin Spring, 1984
North Point North, 2003

gli originali non sono riportati per questioni di diritti sui testi in lingua inglese; i diritti su questi in lingua italiana appartengono a Giuseppe Cornacchia, 2010

Un estratto di queste traduzioni e’ inserito in Translations, audio libro di poesia per iOS

Pubblicate su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

Per tradurre Koethe rileggi Afribo

Il problema fondamentale che mi si pone nell’approccio a John Koethe e’ il tipo di poesia che questo autore ha prodotto: piana, discorsiva ma alta e con richiami filosofici, un mite imbozzolamento accademico, un afflato tranquillamente platonico. Non c’e’ grande variazione di tono ne’ di stile, e’ una specie di diario in pubblico. Peraltro Koethe non si fa premura di testimoniare i suoi debiti ispirazionali verso Proust e viene spesso ricondotto all’alveo tutto americano di John Ashbery e di Ralph Waldo Emerson.

Sono andato a ripescare l’antologia di poesia italiana curata da Andrea Afribo, “Poesia contemporanea dal 1980 ad oggi”, per carpire un modo di traduzione orientato al verso e al periodo, ad immagini semplici, invece che alla singola scelta lessicale che e’ molto piu’ comune in Muldoon e anche piu’ vicina al mio modo proprio.

Ho di nuovo apprezzato l’impostazione tecnica del volume di Afribo, che ad ampi cappelli bibliostoriografici fa seguire una dettagliata analisi testuale per ognuno degli otto autori considerati (Magrelli, Valduga, Frasca, Pusterla, Dal Bianco, Anedda e Benedetti), dei quali presenta circa dieci poesie.

A tentoni ho dunque imparato una nuova aria, cosi’ lontana anche dalla mia vita quotidiana, quella di una poesia media anche programmaticamente stupida, non esemplare ne’ notevole, apparentemente indegna di nota. Un rallentamento del battito cardiaco, un’indagine non per via di intelletto ma nemmeno corporale o emozionale. Un tranquillo viaggio in una vita borghese in un vastissimo Paese anonimo quale e’ gli Stati Uniti fuori dalle grandi metropoli.

Chi degli otto antologizzati da Afribo potrebbe aiutarmi ad imparare questo ritmo? Ho trovato buone consonanze in Fabio Pusterla e nel “Ritorno a Planaval” di Stefano Dal Bianco. Si tratta onestamente di poeti che non avevo mai capito in profondita’, sebbene genericamente apprezzati. Il fatto e’ che in Italia questo genere di poesia ha poca storia, non prestandosi al conflitto ne’ all’esaltazione del particulare (un luogo, un modo, un’ideologia).

Da tali premesse, come sono arrivato a voler tradurre John Koethe e’ la questione dirimente. Si tratta forse di un passaggio generazionale: esaurita la fase di crescita tipica della tarda gioventu’, da uomo adulto entro nel dominio del quotidiano, del tempo che scorre senza che sia dovuto un atto significativo, un progresso giustificativo, un evento sintetizzante. Anche a me tocca di trovare una pelle nuova e cambiare d’abito.

Potranno cominciare a risultarmi familiari i toni pusterliani, quelli di un Montale programmaticamente reso insipido?

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Giuseppe Cornacchia, agosto 2010

John Koethe, Poetry and Truth

When I talk about poetry and truth, the truth I’m talking about is the truth of the kind of abstract thoughts that get expressed in the course of many poems— and not just in poems, but literature generally. Lamarque observed quite correctly that abstract thought is unavoidable in poetry, and thus that it makes no sense to claim that poetry is somehow better off without it. Now I know that there is a kind of tradition in modern and contemporary poetry that holds that you ought to avoid the abstract and discursive and stick entirely to the concrete and particular—“No ideas but in things.” I even recall listing to a panel once in which two well-known poets seemed to be vying with each other to see who could come out most strongly against ideas and in favor of stupidity in poetry. But the simple fact is that part of our experience—and I take it to be the role of poetry to respond somehow to experience—is the experience of thinking abstractly. And if we proscribe it, I think we’re working with a very attenuated conception of experience. I’ve discussed this elsewhere and am not going to argue for it today. But that’s my view.

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