A voi cara madre – Denis Montebello

[In anteprima per Nabanassar un frammento di un libro di un autore francese contemporaneo, Denis Montebello, nella traduzione di Luigi Grazioli. Ringraziamo sia l’uno che l’altro.]

Comincia così. La cartolina che scrive dalla Francia. Non per avere notizie, notizie ëd soa mare, né per darne. Del resto cosa potrebbe raccontarle, e in quale lingua? In italiano? Nell’italiano che non parla più, che non ha mai parlato. Che si parla solo a scuola. O quando si scrive alla madre.

Quando le scrive, le dà del voi. Come tutti i bambini, allora. Come da piccolo lui diceva a quella che se  ne andava a travajé. Non vi lascerò sola, le diceva. O non glielo diceva. La seguiva. Andava con lei al lavatoio. Ora le scrive. Con la sua penna migliore. Su questa cartolina che le manda da Épinal l’11 marzo del 1929.

A voi cara madre mio riccordo (sic) accompagnato con mille baci vostro aff.so fi(?)o Giulio

Una sola frase. Senza virgole né punti. Vitman, per parlare come laggiù. Ma lui non parla così. Sul retro della foto.

Perché è lui quello della foto sulla cartolina. Col vestito buono. Un abito scuro che aveva delle righe (a giudicare dall’ingrandimento). Come quelle che si vedono, più nette, più chiare, sui pantaloni. O nere sulla camicia bianca, orizzontali sul collo, e per il resto verticali. Il collo ha dei bottoncini, ma non saprei dire se sono veri o falsi. O una spilla, un fermacravatta.

Il figlio ha messo una cravatta. In tinta unita. Per scrivere a sua madre. Per dirle che è il suo “figlio affettuoso”. E si sente bene che stenta a scriverla, questa parola. Che scriva fijo o fizo, in modo da non riuscire a leggerlo. Una parola che lui non dice più, da quando è in Francia. Che non ha mai detto quando viveva a Ameno. Si è un fieuj, e non si ha bisogno di scriverlo. Né voglia di dirlo. Si rispetta la propria madre, anche quando ci si rifugia tra le sue gonne. La si ama da lontano, anche quando si è molto vicino. E molto piccolo. E’ una distanza che nessuna cartolina, mai, abolirà.

E’ lui, sulla foto. Lui che si è travestito da Monsù per rassicurare sua madre. Per mostrarle quanto è felice in Francia. Come lo rende bello la felicità. Ed è vero che è bello con quei capelli ondulati, con quei baffi sottili. Che la sua cara madre ha di che esser fiera di lui. Come poteva esserlo quando porta a soa mare la sardina che aveva sgraffignato a papà Meuchmeuch. Un mercante ambulante che girava il villaggio con la sua carriola, il suo barile: le sue acciughe sotto sale.

Ma lui non è il Giüli che la accompagnava. Al grande lavatoio del villaggio. Dove lei andava a fare il bucato dei ricchi. Per un po’ di soldi che il marito le avrebbe preso quando tornava. Se tornava. E’ per questo che il bimbo si nascondeva tra le sue gonnelle. Per non sentire la cattiva notizia. La cattiva notizia che lui temeva.

Oggi si è fatto bello. Il Jules. Perché è così che si fa chiamare. Giulio è per sua madre. Come pegno. Per annunciarle un giorno, se ne avrà il coraggio, che si è fatto naturalizzare. Nell’attesa, si è vestito da borghese. Da Charlot, mi vien da dire. Meno la bombetta e il bastone. Non parlo del suo frél, di Giuseppe ora diventato Charles. E che scrive il nostro cognome con un accento acuto. Quello che si atteggia a padrone, e che presto ci inviterà sul suo vagone rottamato e sulla sua barca. Per un picnic in riva allo stagno e per guardarlo pescare. Bisogna vedere come parla francese, quello là. Ascoltarlo. E’ più o meno ciò che ci canta l’altro Charlot, quello grande. In Tempi moderni. La spinash en la boucho. Cigaretto toto bello. Un raquich spagoletto.

Quell’altro, è evidente, non vuole assomigliargli. Né in foto, né quando parla. D’altronde, per evitare questo farfugliamento, lui ha scelto di tacere. Come Charlie Chaplin nel 1929. Come lui, preferisce starsene muto. Non per gusto di pantomima, non ha nulla del clown, ma perché le parole, soprattutto quando vengono da suo fratello, annientano “la grande bellezza del silenzio”.

A quei tempi, tutti gli emigranti assomigliano a Charlot. I Vosgi non sono il Klondike, ma gli italiani vi accorrono a frotte. Si vedono tutti miliardari.

Vogliono che li si veda così. Le loro madri quando scrivono. Vogliono che gli resti in mente solo questo. L’uomo che si fa bello con la camicia a righe. Lo sguardo gentilmente conquistatore. Che non indaghino oltre. Ciò che si nasconde. Colui che si nasconde. Il bambino che fa la posta al babbo e che teme il suo ritorno. Che teme la catastrofe.

Non dico questo perché siamo nel 1929. Siamo nel marzo del 1929, non in ottobre. Gli speculatori non si buttano ancora dalle finestre. Un tizio che cade dal balcone, non fa clamore. Nemmeno cronaca locale. Incidenti, come ne capitano ogni giorno. Si parlerà di caduta idiota, se qualcuno ne parla. Del trovatello. Che non trovava posto nella vita. Di quell’Ambrogio che era suo pare: suo padre. Anche se dimenticava troppo spesso il suo ruolo. Anche se recitava male. E’ lui che si scorge dietro l’attore. Dietro questo figlio. Che replica La corsa all’oro, film che lui non ha mai visto ma che tutti replicano a quell’epoca, tutti gli emigranti. Per rassicurare la madre rimasta al paese. Vedoa. Vedova, e così da tanto. E sempre con la paura, a sua volta, che non capiti nessuna disgrazia a questo fieuj andato a guadagnarsi la vita in Francia. E che questo non lo faccia vnì ancor pì ombros. Ancora più cattivo di suo padre. Che già a l’avìa un brut caràter e a l’era pòch ëd compagnìa. Che già aveva un brutto carattere di suo, e la gente non gli piaceva tanto.

*

[Denis Montebello est né en 1951 à Epinal. Il habite à La Rochelle où il enseigne la littérature.
Auteur de récits et de romans, il procède en archéologue. Il cueille les traces, les fossiles qui s’incrustent dans notre présent. Mais poète, il cherche aussi la preuve par l’étymologie.

Principaux ouvrages publiés:

– Au dernier des Romains, Fayard, 1999.
– Trois ou quatre, Fayard, 2001.
– Archéologue d’autoroute, Fayard, 2002.
– Fouaces et autres viandes célestes, Le Temps qu’il fait, 2004.
– Couteau suisse, Le Temps qu’il fait, 2005.
– Le diable l’assaisonnement, Le Temps qu’il fait, 2007.
–”Mon secret” de Pétrarque, lu par Denis Montebello, Le Cerf, collection L’abeille, janvier 2011.
–Tous les deux comme trois frères, Le Temps qu’il fait, février 2012.

Traductions du latin :

– L’Ascension du mont Ventoux, de Pétrarque, Séquences, 1990.
– Lettre à la postérité, de Pétrarque, Le Temps qu’il fait, 1996.]

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Tre settimane di poesia nei lit-blog italiani (IV)

[Nell’atomizzazione dei gesti rimane inesplorato il movimento di fondo, indifferente ai motivi individuali ma ancora capace di offrire un’emergenza. Non passerei un minuto in compagnia dei poeti, ma sono contento di aver letto versi anche questo mese. GiusCo]

Giovanni Turra Zan: timbro scanzonato, autostima e soluzioni letterali varie, dal classico al kitsch (3 Mar 2012, viadellebelledonne, http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/03/03/giovanni-turra-zan/)

Piergiorgio Viti: voce diretta e versi concreti, la cui gittata non e’ ancora del tutto messa a fuoco (4 Mar 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/03/04/cinque-poesie-inedite-di-piergiorgio-viti/)

Enrico De Lea: amanuense solerzia descrittiva in stile dipanato e tutto sommato astratto (4 Mar 2012, viadellebelledonne, http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/03/04/dallintramata-tessitura-di-enrico-de-lea/)

Francesca Matteoni: la resa piu’ vivida e’ nel naturismo silvestre di “Cercavo un luogo sicuro” (5 Mar 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/03/05/francesca-matteoni-selezione-di-testi-editi-e-un-inedito/)

Ugo Magnanti: versi brevi e ben in tensione, segni di voce che ditta dal di dentro (5 Mar 2012, imperfetta ellisse, http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/582-Ugo-Magnanti-Poesie-diverse.html)

Giovanni Turra: voce marcata, ben tenuta nelle prime tre poesie, ma le chiuse sono superflue (6 Mar 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=3717)

Azzurra D’Agostino: patchwork di richiami sentiti a cui manca unitarieta’ di voce propria (9 Mar 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/03/09/xi-quaderno-marcos-y-marcos/)

Marco Simonelli: vena fluente e gradevole di ambientazione pop e sotteso lirico (9 Mar 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/03/09/xi-quaderno-marcos-y-marcos/)

Jolanda Insana: partitura ampia e varia come la voce, che e’ velatamente autocompiaciuta (11 Mar 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=3823)

Giulia Rusconi: arguta bozzettistica cultural-biologica dell’alterno rapporto col maschile (12 Mar 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/03/12/da-laltro-padre-giulia-rusconi/)

Filippo Ravizza: il turista e’ una declinazione contemporanea del tema del viaggio e gli esiti qui appaiono a misura: gradevoli, diaristici, innocui ma non pacchiani (12 Mar 2012, compitu re vivi, http://miolive.wordpress.com/2012/03/12/introduzioni-filippo-ravizza-turista/)

Manuel Micaletto: la tempra e’ dura ma la voce ancora necessita di calibrazione ritmica e lessicografica (19 Mar 2012, imperfetta ellisse, http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/584-Opera-prima-2012,-due-appunti.html)

Antonella Anedda: testi piatti che non fanno onore al passato ben piu’ lucido della stessa autrice (21 Mar 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=4068)

Marta Campi: Notevolissima e’ “La misura del Dono”, da cui eliminerei i tre versi precedenti il distico che chiude (22 Mar 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/03/22/la-misura-del-dono/)

Mark Lanegan Band, “Blues Funeral” (4AD, 2012) – di Stefano Ferreri

Mark l’ha fatto ancora. Difficile dire come ci sia riuscito, così tanto tempo dopo l’ultima volta e sull’onda di un azzardo insolitamente confezionato, ma quel che conta davvero è il risultato, qualcosa che rasenta il miracolo. Un nuovo disco di Lanegan e solo di Lanegan, nonostante il dettaglio della parola “band” sulla copertina, è già di per sé un evento. Dopo ‘Bubblegum’ ed il relativo tour, il tenebroso rocker statunitense confessò in più di un’intervista che un seguito sarebbe arrivato a strettissimo giro di posta, che molte idee erano già state abbozzate e, insomma, si sentiva ben disposto a battere il ferro ancora caldo fatti salvi eventuali intoppi di percorso. Non so se sia corretto considerare Isobel Campbell uno di tali inconvenienti, visto che due dei tre album realizzati nel frattempo con lei da Mark mi sono anche piaciuti, né saprei dire se il volume delle numerose collaborazioni / ospitate imbastite dal Nostro come i grani di un rosario sia davvero la causa unica di un così cospicuo ritardo. Sia come sia, restano gli otto lunghissimi anni tra la precedente fatica solista e questo nuovo ‘Blues Funeral’, un intervallo di tempo siderale ed in fondo non giustificabile. L’impressione – dopo un’adeguata razione di ascolti – è che comunque ne sia valsa la pena, indipendentemente dalle legittime recriminazioni sul conto dell’eroe navigato della Seattle che fu. Basterebbe da solo l’atteggiamento, sfrontato ed intelligente, con cui le nuove canzoni si presentano: illudendo. Promettendo una rivoluzione che sa tanto di specchietto per le allodole (i critici, che in linea di massima non sembrano aver troppo apprezzato) e rimane di fatto tutta sulla carta. All’innegabile dirottamento dell’orizzonte sonoro non corrisponde infatti un analogo cambio d’abito mentale, e il disco va quindi articolandosi come una profonda e puntuale riflessione sul passato dell’artista. Si riparte, inevitabilmente, da dove ci si era fermati ai tempi di ‘Bubblegum’, con una ‘Gravedigger’s Song’ che puzza di fuliggine e pistoni né più né meno della vecchia ‘Metamphetamine Blues’. Proprio quell’animo rock torbido e siderurgico riesce ad imporsi sui foschi artifici formali approntati per il nuovo lavoro quasi fosse un istinto insopprimibile, con meno sfumature rispetto alle precedenti e più ortodosse produzioni  ma fondamentalmente con tutto ciò che serve al posto giusto. Non si potrebbe spiegare altrimenti il tono aggressivo e pestone oltreché squillante dietro l’irresistibile pastrocchio di ‘Quiver Syndrome’, ibrido impossibile (e felicemente pacchiano) tra gli Screaming Trees galoppanti di ‘Uncle Anesthesia’ ed i Dandy Warhols più esuberanti e pop. La dark-wave (o cold-wave, che dir si voglia) si ritaglia un ruolo da protagonista come eloquente in uno dei pezzi di punta, ‘Grey Goes Black’, ma è innegabile che i cupi pastelli colorati ed i synth abbiano su la stessa identica polvere che ammantava le chitarre elettracustiche delle ‘Field  Songs’.

Un po’ a sorpresa per chi temeva da lui il passo falso (che non arriva), Mark convince proprio per l’abilità con cui ha saputo piegare la forma alla sostanza evitando di svilire lo stile nella maniera, lasciandogli seguire al contrario la propria più intima natura di cantautore. In pochi avrebbero saputo rendere tanto autentica e naturale una sterzata espressiva rilevante come questa, senza cadere nel ridicolo o quantomeno in una sgradevole sensazione di artefatto. Ancora capace di un romanticismo d’altri tempi, Lanegan si è rivelato inappuntabile nel non sacrificare classicità ed epos alle sirene di un suono oggi di moda , riuscendo nell’impresa di conciliare questi suoi tratti peculiari con l’estetica nuova, elegante e funerea, che da smalto ad un pugno di irresistibili murder ballads. Nondimeno il Nostro ha voluto conservare – in linea con il titolo scelto – quell’impronta blues che è da sempre nel suo bagaglio d’artista, per quanto oggi trasfigurata da questo make-up sonoro tetro e modernista. Le atmosfere agri di un passato non troppo distante, ricontestualizzate da sottili sporcature o da inserti volutamente incoerenti (‘Deep Black Vanishing Train’), un finale degno dell’epica ruvida di ‘Whiskey For The Holy Ghost’, perfino gli spifferi di un’inquietudine che chiama in causa i migliori fantasmi dell’era grunge (Cobain il riferimento scontato in ‘Leviathan’): a uscire realmente esaltata da questo spericolato viaggio a ritroso è la protagonista di sempre, quella voce allucinante e catramosa. Che satura gli interstizi armonici di un nuovo, magico esorcismo metropolitano (‘St. Louis Elegy’), o si lascia incorniciare da un contesto sonoro alieno ma mai sopra le righe, anzi, sempre impeccabilmente al suo servizio: tastiere liquide, elettronica retrò a manciate, drum machine inesorabili (‘Harborview Hospital’, che sembra una di quelle vecchie pellicole del cinema muto colorate ad acquerello). Se i singoli episodi convincono, è il disco nel suo complesso a funzionare come affresco coerente ed ammaliante: quel che ci si aspetta da un Mark Lanegan in buono stato di forma quale è a tutti gli effetti l’autore di ‘Blues Funeral’ , album capace di commuovere, affascinare e spiazzare (‘Ode To Sad Disco’,  tutto un programma) assumendosi tutti i rischi del caso senza commettere ingenuità o passi falsi. Quando si parla di fuoriclasse…

“La nudità” di Stelvio Di Spigno, peQuod, Ancona 2010

L’OMBRA DELLA DIMORA: “La nudità” di Stelvio Di Spigno, peQuod, Ancona 2010

«Il sogno è il mondo all’aurora della sua piena

esplosione, quando esso è ancora l’esistenza

stessa e non è ancora l’universo dell’oggettività»

Michel Foucault

L’assenza di un luogo conosciuto, l’angoscia che nasce quando un viaggio non può concludersi nel ritorno, sono le metafore “reali” che colpiscono chi fa esperienza di creazione linguistica da sempre.

Il paesaggio desolato di una coscienza senza patria, le difficoltà di un “precariato” psicologico in cerca di una nuova sistemazione nel mondo frammentato della postmodernità sono i nuclei tematici della raccolta La nudità del poeta napoletano Stelvio Di Spigno. Il linguaggio si spoglia di ogni retorica e si fa narrazione del cammino senza approdo di un “io” mascherato del mondo, che si sforza di sentirsi integrato nonostante il contatto con esso lo risospinga centripetamente in sé, nel suo desiderio sotterraneo di una dimora “umanamente” accogliente. Per spiegarmi faccio subito riferimento ad alcuni versi: «Per ascoltare le parole che si dicono nel sonno/ dovremo puntare la nostra vecchia barca/ dove la casa si fonde con l’Antartico e minaccia/ che non vuole accettare questo freddo,/ il puro freddo di restare disumani/ dopo che ci si è spento tra le mani/ un sogno enorme e vago di noi stessi, senza esplodere» (Fiore di notte, p. 15, vv. 1-7).

Il tentativo anti-nostalgico, anti-elegiaco potremmo dire, è espresso nella necessità ineluttabile dell’agnizione, ecco perché la metafora del sogno non esploso rappresenta l’unica realtà in un mondo disumanizzato. L’innocenza del finale («Ma se ci sveglieremo, in un giorno frainteso,/ avremo di nuovo i nostri anni/ e come giovani stanchi o vecchi imbambolati/ vivremo per sempre innocenti», ibidem, vv. 12-15) appare come un barlume flebilissimo del risveglio anestetizzato di chi ha, nel frattempo, vissuto nella protezione del benessere.

Si spiega la scelta del verso lungo nella parentela strettissima di questa posizione antilirica con una prosa discorsiva, desiderante il dialogo nonostante la sfiducia nell’interlocutore.

La tematica della “casa” diventa quasi martellante nella poesia Le due di mattina (p. 31, non per caso il testo che apre la sezione Familiari) in cui il crollo della dimensione dell’abitare si preannuncia in funzione, ancora una volta, di una mutazione antropologica che ci costringe all’accettazione del nostro essere banale, qualunque e, per ciò stesso, comune: «Schiarisciti la mente perché se guardi la mia casa/ ci trovi solo uccelli che schivano l’aria dall’interno/ e senza più ragnatele e radio d’anteguerra/ sembra proprio una casa qualunque e indolore» (ibidem, vv. 1-4). L’ammonimento rivolto al lettore pone l’accento sulla sfiducia sostanziale che guida la riflessione in scrittura di Di Spigno, un male esistenziale – di origine novecentesca – che non lascia tregua: «non si sogna e non si dorme per un frastuono/ di finestre sbattute che martellano il solaio» (ibidem, vv. 6-7), e si esplica in un finale che non apre speranze neanche “ai pochi rimasti” che hanno soltanto la coscienza illusoria «…di non pensare/ che crollata una casa anche le altre/ non tarderanno troppo a imitarla» (ibidem, vv. 17-19).

Il senso della fine avvenuta, che attraversa l’intera raccolta, rifrange continuamente la spinta a una soluzione che sia rinascita e la blocca nell’indecisione e nell’ambivalenza, rifluendo nel malessere a cui si è accennato.

La poesia dedicata al padre rappresenta il sintomo del movimento appena descritto: l’avvicinamento alla figura familiare, pur non perdendo il suo connotato di trasmissione generazionale, è dislocato in un ricordo che si articola nei tre momenti – le tre strofe – che, dalla mitologia dell’imperfetto verbale dell’incipit, che appartiene alla comprensione del soggetto (il figlio-poeta), si sposta al presente di un dialogo che, non realizzandosi, si presume nella separazione delle trasformazioni di entrambi; l’ultima strofa, infine, presenta la fantasmizzazione della figura genitoriale, il misconoscimento che la allontana nel passato fino a farla sfumare nella possibilità che la relazione non sia mai stata, ribadendo una lontananza insanabile: «così lontano da casa da non sapere dove/ ci siamo mai visti, conosciuti o rinfacciati,/ se fossimo mai nati e se è vero che eravamo» (Dissolvimento, p. 34, vv. 9-11).

L’impossibilità di un avvicinamento relazionale impregna tutti i componimenti a seguire. In Informale (p. 35) leggiamo: «Perché di voi resti il ricordo e tra tutte le mancanze/ si mantenga un amore invischiato eppure grande/ che ancora esiste e non morirà di voi» (ibidem, vv. 16-18), che i referenti siano i familiari o i lettori in generale non fa differenza, rimane l’atteggiamento di Di Spigno a lavorare sulla scarnificazione del proprio essere nel mondo (La nudità è il titolo della raccolta, teniamolo sempre a mente) e sull’irraggiungibilità del medesimo.

Probabilmente la constatazione di questa irraggiungibilità è l’unica possibilità di ri-scoperta della propria necessità, il percorso di crescita che lascia il soggetto poetico solo con la sua scelta che tenta di farsi definitiva. Così nelle tre poesie che concludono la sezione possiamo individuare, in una consecutività che non lascia scampo, questa tematica espressa nei versi: «Concluderò che stare al mondo è lasciarsi acconsentire/ confiscarti in un luogo che sarà per sempre quello» (Aspettative, p. 36, vv. 20-21); «e cosa significhi il mondo, mentre noi che ci abitiamo,/ non possiamo capirlo e neanche ignorarlo» (Escursione, 1978, p. 38, vv. 14-16); «protetto dal mondo e dalla mondovisione/ senza scale da salire né niente da promettere,/ solo una tavola apparecchiata con povertà e grandezza/ di chi vive senza sapere come né perché/ contento di aver visto la luce un altro giorno/ e che un altro giorno la luce si sia accesa di sera» (Pibe de oro, p. 39, vv. 5-10).

Il mondo appare in filigrana, sotto la luce di una rassegnazione che combatte costantemente con desideri di rivalsa rispetto ad una definitiva accettazione. La sezione Lo specchio di Dite si annuncia sotto il segno di una speranza di conoscenza più perfetta; la citazione da S. Paolo in apertura ci comunica questa aspirazione e, in tal modo, ribadisce quanto sopra esposto. L’ampia confessione, che tutto il libro sembra rappresentare, in questa sezione ottiene i risultati più lampanti. Sempre sotto il segno dell’ambivalenza, allora, sento l’occorrenza di riportare per intero il componimento più indicativo e riuscito della raccolta:

Animazione

La stanchezza di pensare è come il morbido

di questo cuscino, che è anche un cedimento di lenzuola,

un tradimento di se stessi, perché si è troppo calmi

e io questo di certo non lo voglio: la mia giornata

è clonarmi in tutto, sentirmi in chiunque, parlare lingue strane

per fare due più due con chi entra in un bar

e se due più due per me fa sempre cinque, io divento

la madre nel parco, l’uomo che va in barca,

la sera quando scende a scadenza del tempo:

chissà cosa prova la sera quando scende, ma poi

non è vero che scende: cambia colore, toglie la luce,

ma non è altro che noi che la guardiamo.

Non ho nessuna pelle e assomiglio a tutto,

eppure cerco qualcosa che sia io: una pietra o un’idea,

un essere indifeso per essere sicuro che così

lo si ama. Le parole, quelle sane, lasciamole al sudore

di chi un’identità l’ha già trovata, magari tra i bagagli

in un aereo che dia diritto a una vita sola.

Bella la parola identità, ma chi ne ha colto il frutto,

povero figlio di te stesso, se lo tiene per sé:

stanne certo come il sangue dei lupi.

(p. 44).

Quando il dubbio identitario corrisponde a una fuga più che a un percorso ininterrotto, ecco giungere una meta che si spera definitiva: «ma questa casa è così immaginaria/ da non poter dire con che mente svuotata/ esco dall’auto senza più un desiderio/ e mi consegno soltanto a me stesso,/ a una solitudine ignota ma molto più grande» (Meta, p. 47, vv. 10-14).

La fine della fuga fa i conti con la quotidianità e il rimpianto che anticipa il domani ribadisce l’ambivalenza:

Continuità

Ripassando per una strada un tempo amata e conosciuta

con amici come glia altri che in quella stessa strada

davano al mondo una figura ordinata,

un viso concluso sotto un tunnel di ricordi,

vedendo un uomo che ti filtra con lo sguardo

quasi del colore della ringhiera di casa,

puoi non chiederti se il tempo è passato davvero

e il povero cielo vede qualcosa di nuovo,

ma di te puoi pensare che un altro giorno è compiuto

che davvero c’è una gru gialla che sposta materiali

che se la notte è oscura è perché nessuno la guarda

che c’è l’asfalto dove l’auto inciampa sempre.

Ma di certo non sai cosa rimpiangerà domani

questo vivere ancora e per sempre,

e come sei diventato il guardiano di un oceano

in uno spazio perduto e lontano

dove pochi verranno a disturbarti

e chi ti cerca non sarà un amico.

(p.55).

Nella penultima sezione, La vita in lontananza, la dimensione della dimora, la ricerca di essa, si distanzia e prende la figura di un soggetto a cui, nel pieno isolamento, non resta che osservare il mondo nella consapevolezza di non poterne partecipare le manifestazioni più comuni. In questo allontanamento sembra trapelare un’incomprensione del proprio tempo che sfocia in un rifugio nel tempo assoluto del ricordo.

L’altezza monocorde, inoltre – ribadita dalla scelta di una forma per lo più uguale a se stessa, tre, quattro strofe composte da versi lunghi che raccontano sempre il medesimo tema –, si riconosce separata «tra gente che non parla la mia lingua […]» (Invarianza, p. 67, v. 13).

In conclusione è sottolineato definitivamente il distacco: Milano diventa metonimia della società capitalistico-occidentale, i “colleghi” scrittori, i poeti, sono ridotti al niente di cui ognuno è presupposto. Questa “nientificazione” di stampo moralistico, però, non possiede alcuna verve che riconduca ad una fuoriuscita, ad una risposta che tenti di sciogliere i nodi del fare nel nostro mondo annichilito. Se muore la relazione, resta il nichilismo indifferente ad ogni dolore, e la desolazione, riempita di sé, rischia uno sterile solipsismo.

Una poesia del 1830 ci ricorda la nostra precarietà e lo slancio per ciò, che pur essendo caduco, è la nostra unica possibilità:

Mal’aria

Amo questo divino sdegno, questo celato,

questo segreto Male, presente in ogni cosa:

nei fiori, nella fonte diafana come vetro,

negli iridati raggi, fin nel cielo di Roma.

Lo stesso firmamento sgombro di nubi, eccelso,

e parimenti il petto leggero e dolce spira,

lo stesso vento caldo che dondola le cime,

lo stesso odor di rose: e tutto questo è Morte!…

E chi potrebbe mai dirlo, nella natura

forse v’hanno profumi, colori, suoni e voci

che sono annunciatori per noi dell’ora estrema

e fanno men crudele la nostra ultima pena.

Con essi del Destino l’inviato fatale,

i figli della Terra dalla vita evocando,

come di lieve trama si ricopre la faccia

ed a loro nasconde l’orrenda sua venuta!

(Fëdor Tjutčev, Poesie, Adelphi, Milano 2011, trad. di T. Landolfi, p. 33).

Spero vivamente che il sobrio narrare in versi di Di Spigno, ricco di sapienza e umile moderazione, riesca a ritrovare la strada che sente il contatto col mondo, per continuare ad ascoltare una delle voci più vibranti della poesia italiana contemporanea.

Febbraio – Marzo 2012

Gianluca D’andrea

L’altro messaggio – Lucio Klobas


 

[Questo racconto di Lucio Klobas è apparso su un vecchio numero de “Il Caffè illustrato”, non so quale.]

L’imperatore della Cina con il tempo è diventato un mio conoscente qualsiasi. Non ho mai approfittato dei nostri rapporti amichevoli per indurlo a scrivere qualcosa (neppure sul letto di morte), anche se di tanto in tanto mi affida di nascosto dei messaggi diretti a non so chi. Conoscendo le stranezze del personaggio, suppongo si tratti di messaggi generici, vaghi nella forma e nel contenuto, messaggi indeterminati, magari un po’ prolissi e pasticciati, ma pur sempre messaggi scaturiti da una volontà dominante e quindi ragionevolmente inquietanti. I destinatari cambiano sempre, alcuni (suppongo) sono scelti a caso,  altri invece sono indicati con nomi e cognomi, ma nella sostanza è la stessa cosa poiché i messaggi trasmessi sono tutti uguali. Comunque, la maggior parte di essi viene respinta al mittente con la dicitura sconosciuto, ma molti, moltissimi, tornano indietro perché i destinatari, nel frattempo, hanno cambiato indirizzo, si sono trasferiti senza lasciare indicazioni, o sono morti. Quella di mandare messaggi è sempre stata un po’ la mania degli imperatori cinesi. Quando li frequentavo con maggior assiduità dovevo subirmi lunghi racconti su messaggi e messaggi spediti in fretta e furia nei vasti possedimenti imperiali. In realtà gli imperatori confidavano molto su una presunta , diffusissima ingenuità del popolo. Con il tempo questo tipo di comunicazione epistolare diretta ha perso gran parte del suo valore promozionale, gli imperatori che si sono succeduti lo hanno capito e, pur esitando, si sono adeguati ai tempi, adesso trasmettono messaggi brevi e rassicuranti, preferiscono restare nella norma, senza esagerare. Anche a me una volta, credo verso sera, mentre stavo assorto alla finestra, è arrivato un messaggero (era ciclostilato) che diceva così: Tu che riceverai questo messaggio non cestinarlo, non stracciarlo, non farlo sparire come al solito, leggilo prima, potrebbe contenere notizie assai importanti per te, ricordatelo. Ma io non ho badato più di tanto alla raccomandazione, non mi è sembrato il caso. Purtroppo raramente gli imperatori (anche i più avveduti e moderni) sanno rinunciare alle loro secolari manie (nemmeno con la forza di volontà),perciò inviano messaggi in continuazione come se svolgessero un servizio sociale utile e insostituibile. A volte ne ricevo tre o quattro al giorno (un’alluvione di messaggi), allora guardo con ostentata negligenza il mittente, vedo che è sempre lo stesso anche se la calligrafia cambia in continuazione (il solito espediente), sicché non li apro nemmeno, li sistemo su un tavolo assieme a quelli giunti nei giorni precedenti: prima o poi farò una radicale pulizia, farò sparire ogni cosa, messaggi e non messaggi. Capita purtroppo, in certi momenti della vita, che ti giunga anche qualche messaggio scritto da megalomani che si spacciano per imperatori della Cina (della Cina antica soprattutto), gente senza scrupoli che evidentemente si è montata la testa, che si crede onnipotente (basta poco, a volte), che si è inventata una qualsiasi dinastia millenaria, che ha brigato dietro le quinte per avere uno straccio di carta intestata con le insegne del potere. Imprevisti del genere più che amareggiarti ti sconcertano, ti lasciano un greve sapore di amaro in bocca. Un giorno (parecchi anni fa, se ricordo bene), frequentando l’ultimo imperatore della Cina (il cosiddetto imperatore bambino), gli ho fatto capire, con la necessaria discrezione, che con lui si sarebbe interrotta definitivamente questa estenuante catena di messaggi imperiali più o meno oscuri che infestavano (ma la parola che ho usato non era questa) gli immensi territori del suo impero come una contagiosa malattia infettiva (il concetto finale l’avevo però opportunamente smorzato). L’imperatore bambino, che dimostrava un’intelligenza superiore alla sua età , a malincuore dovette concordare con me (lui ancora non sapeva scrivere), addirittura mi aveva dato ragione senza peraltro rinunciare (com’era ovvio) a darmi numerosi consigli (ancora consigli!) e non poche raccomandazioni di circostanza. Mi sono congedato da lui alquanto perplesso e vagamente amareggiato: i giovani imperatori sono sempre molto impulsivi, si credono Dei sulla terra e quindi infallibili. Ma capita anche di peggio, ti puoi imbattere in imperatori cinesi chiaramente ottusi, prepotenti e inaffidabili, che vogliono occupare il centro dell’attenzione con ogni mezzo, e quindi esagerano, inventano le cose, confondono le date, sbagliano i nomi )il che è seccante) fanno figuracce in pubblico terribili senza neppure chiedere scusa. Per me un imperatore della Cina che fa queste cose dovrebbe essere destituito immediatamente, oppure punito con pene pecuniarie pesanti, insopportabili. Nondimeno, gli ultimi imperatori, i più esangui e psicolabili (più numerosi di quanto non si creda) , hanno rinunciato in parte o del tutto al loro potere assoluto (così almeno tendono a far capire): i messaggeri al loro servizio portano sempre i consueti messaggi che però stavolta si possono definire, con tutto il rispetto dovuto, veri e propri depliants pubblicitari, annunci propagandistici in pieno stile destinati a far conoscere questo o quel prodotto commerciale: di fronte a una simile valanga di missive non c’è nulla da fare salvo arrendersi accettando l’evidenza. Si spera, comunque, che prima o poi finirà quell’indegna sarabanda postale il cui solo scopo è confondere le idee ai sudditi consumatori. I messaggeri, quelli veri pur legati ai rituali e alle forme della tradizione imperiale, ormai girano a vuoto per l’immenso paese, recapitano personalmente solo qualche messaggio,  ma si tratta di piccole cose che hanno solo un valore simbolico e nient’altro. L’ultimo messaggio che ho ricevuto, per esempio, non conteneva assolutamente niente, era vuoto, era un pezzo di carta senza scrittura. Probabilmente, mi sono detto, non è più l’imperatore in persona che spedisce quegli assurdi e improbabili messaggi in bianco, ma qualcuno del suo giro, forse qualche semplice e umile scrivano relegato in qualche remota stanza del palazzo imperiale, un grafomane che lavora alla luce di una candela, uno scriba che ama scrivere e subito dopo distrugge ciò che ha scritto, insomma uno che opera in silenzio nel nome dell’imperatore, che segue disegni oscuri, forse addirittura tenebrosi, uno che adora ancora la scrittura ma la teme nello stesso tempo, un fedele e irriducibile suddito dell’imperatore, uno scrivano romantico e vagamente malinconico, un servitore leale e integerrimo del proprio padrone, un servo nobile e schivo del potere. Nessuno può dire con esattezza se le cose stanno così, nessuno è in grado di capirlo, nessuno conosce la verità fino in fondo; si può solo sospettare qualcosa. Immerso nel dubbio resto seduto alla finestra quando viene la sera, e penso a quel misterioso scrivano, a quel suddito ineguagliabile che ha riempito i messaggi, veri o falsi, un po’ tutto il mondo.

(Pechino, maggio 2000)

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Istriano di origine, Lucio Klobas è nato nel 1944. Vive a Bergamo. Ha pubblicato numerose opere di narrativa e poesia, alcune delle quali tradotte all’estero. Galleria del vento (Geiger, 1976); Crudeltà mentale (Società di Poesia, 1983); Macchinazione celeste (Garzanti, 1990), Orari contrari (Theoria, 1993), Giorni contati (Il Saggiatore, 1994); Il verme solitario (Greco & Greco, 1997); Senza scampo (Manni, 1999); Il tempo vola (Greco & Greco, 2000); Passo felpato (Greco & Greco, 2002); Mono Trilogia (Greco & Greco, 2004); Relazioni sociali (Campanotto, 2007), Antichi mestieri (Flaccovio, 2008).

Appunti dal buon senso senza senso (3) – Angelo Rendo

Avvicinatomi per via del bel titolo (La Casa del Sollievo Mentale) e delle recensioni lette (tante – e solitamente desisto, il troppo visibile spatellato puzza di cosa morta), ulteriormente ben dispostomi dopo la dedica iniziale a Benedetta Centovalli che crede ancora nella letteratura e che la collana dirige, maneggio il tomino bello come si conviene: lo giro e lo rigiro, lo annuso, lo stringo e piego a sinistra e a destra; poi mi avvio, una lettura spedita la prima parte, fluida, sciolta, gratuita; mi stranisco, sono senza pace, avverto il carico che Permunian porta sulle spalle e mi viene di smettere di scrivere e di leggere, non per il peso ma a causa del punto di vista dello scrittore, che deve mettere in cesta Ceronetti, Cioran, Silvio Perrella, Vittorino Andreoli, tutto il mondo dei letterati laido, pervertito e fricchettone, Mengele, Bernhard, Il nipote di Wittgenstein, Walser, i morti di San Martino e Solferino del 1861 per essere vergine. E così il filo esile della narrazione rimette in passerella Permunian stesso.

Nella seconda parte, invece, il Ludovico Toppi bibliotecario è rimasto solo, e gli è scappato uno degli aggettivi di importazione più fastidiosi che la lingua italiana conosca: “fottutissime” (p. 117) – brutto scherzo che la solitudine può giocare, perdonato.

Mi piace questo secondo tempo a scrigno, a scomparsa. Ogni cosa va a finire al manicomio, così pare, così è. E il capitolo XX (La manutenzione della sega elettrica) è molto bello, e non è un caso si parli di un padre, Girolamo Toppi. L’intimità è sfondata, poiché i personaggi persi strada facendo; si entra nel vivo pulsare e cedere della carne, si va a chiudere. Ludovico mutilato del paterno, la scrittura di conseguenza sarà controllata, così diviene.

La chiusura, purtroppo, è affidata al miele dell’orrorifico.