Umiltà – Angelo Rendo

[Nella foto statua rappresentante l’Umiltà. Giacomo Serpotta, Oratorio di San Domenico, Palermo.]

Ad A.

Io – permettetemi di dire io: primo vagito, primo pianto, raglio – non ho mai sentito parlare una persona così. Così come? Così attenta, tesa e distesa. Che adatta il respiro alla bracciata, snida il covo di serpi, denuda le malcelate evidenze, toglie fiato alle vite inutili – ché ogni vita lo è, se non risponde -. Vita, parola prima e persa fra le prime quando ogni sentiero è perso, e ritrovata morente e mai grata sul corpo della mansuetudine.

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Note su “Suca” – Angelo Rendo

[Note a “Ho scritto Suca sulla sabbia” (3 maggio 2016).]

Il sapere è signacolo da apporre sfrangiato su curriculum; a quel che potrebbe essere detto in sei righe si arriva a dedicare una tesi di laurea. Su Suca ho scritto brevemente più di un anno e mezzo fa sei righe estemporanee. Una studentessa palermitana una tesi.

Già nel titolo (“S-word. Segni urbani e writing”) si è arpionati dall’eufemismo, la parola nascosta e blindata nell’accademia; e, ulteriore spia – che è meglio bene dire invece che dir per come è – ne è la codifica (800A): la S che, trapassata da un tratto obliquo, diventa 8, la U, chiusa in alto, 0, la C, con le estremità ricongiunte, 0, la A che tale rimane.

Il fatto è che non siamo nessuno per svuotare un significante; se ciò avviene è perché Suca oggi passa per la bocca di chi non deve passare. Perde la sua intrinseca dimora. Anche i pellegrini se ne possono riempire la bocca, ormai. Ma non tutti possono pronunciarlo. Io, per esempio, comprendo in quali occasioni potrebbe affiorare, ma sono convinto non mi sarà mai possibile usarlo. Il vero Suca è da custodire più che da abbandonare alla serialità della ripetizione. Troppo soft e quasi quasi caduto nel “dire figo”.

Spettri, Lampi, Nomi e Numi (Ricordi Pisani) – Angelo Rendo

Di quando dalla casa di via Bovio arrivavamo alla stazione di Pisa col carrello della spesa sottratto alla Superal e zeppo di valigie. Destinati a Siracusa sul Treno dell’Etna.

Sarà stato il 1997 o il 1998. A Pisa. Io scendevo lungo via San Martino, loro salivano. Carlo Alberto Madrignani e Valerio Magrelli. Non so dove andassero. Stranito Madrignani, stretto nelle spalle Magrelli.

La mente di Dio è senza parola, per lenti e vacui balbettii registra ad ognuno il proprio numero nel libro insperato. E da questo gli atti, le manomissioni, e le ghiere tra gli uni e le altre. Come un pugile che tiene fermo l’obiettivo, dissanguandolo, così guardo e prego.

Quel grumo, che è detto essere, non è detto. Di questo falso convincimento, che non è più falso, parlavamo a Pisa. In linea di massima ogni generazione ha la propria mente in Dio e non c’è dubbio che forzi nel girone i passi inutili della poesia.

Che poi non è che l’opera di un maldestro fabbro, il quale nell’agosto di fuoco salda la luce del sole alla più trita limatura del pensiero.

In via Bovio, dove abitavo – oltre al circolo Arci Agorà, che arrivò dopo – insistevano altri esercizi, pochi e malmessi. Ricordo con affetto l’ossessivo “Targhe, incisioni, timbri Scarpellini”, e il severo “Possenti Impianti”, per esempio. O di via San Martino, subito a destra, uscendo di casa e scendendo per via Gori, ricordo con tremore e disincanto la temeraria “Macelleria Sbrana”. Ahi!

Palazzo Agonigi, via Galvani 1, IV piano, Sezione di Greco, Aula Aurelio Peretti, Dipartimento di Filologia Classica. Pisa.

Sono seduto, e mi tengo strettissimo, nell’unico angolo della stanza, alla sedia.
I tavoli da studio ricoperti di similpelle verde, disposti a ferro di cavallo, immobili, il docente al centro, dorato, tutti intorno dodici/sedici ragazzi, palafrenieri. Il dispari in un angolo, alla destra del professore, in fondo, un fondo vicino. Un poco nascosto.

“Cortesemente, Rendo, mi può prendere i ‘Prolegomena to Homer’ di Wolf? Se si alza, il testo è alla sua destra, sopra la sua testa, per quanto ha lunga la sinistra.”

Ho finito di leggere una recensione a ‘Paura reverenza terrore’, l’ultimo saggio di Carlo Ginzburg. E mi ha preso un lampo imaginale.
Primi anni del 2000, Pisa, mi dirigo alla stazione per andare chissà dove.
Sotto le logge di viale Gramsci mi imbatto in Ginzburg e Adriano Sofri. Il primo in talare rosso ponsò e galero è tutto orecchi per il secondo in clergyman e collarino bianco, ciondolante e stanco. Mi faccio il segno della croce.

Apocatastasi di Palermo – Angelo Rendo

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Apò

Mi seguivo, a Palermo, seguivo me che andavo. Ogni passo, due occhi. Non ce ne vogliono tanti, di occhi, per Palermo. Dimenticate il nefando, il crimine. E prendete la gentilezza, la signorilità, e lo scempio, mirate le prime due, sciolte per le strade, visibili, e fate fuoco sul secondo, brace della brace dei secoli dei secoli.

Per esempio all’OVS, per una manciata di minuti, sono uscito fuori binario. Ho seguito, alla giusta distanza, un padre e una figlia, cinquantenne, ritardata, che temeva la scala mobile e non voleva salire. Il padre il marito, l’uomo della sollecitudine, un cardinale. E la nostra piccola mente ferma sotto i colpi della sordità, del suono fesso del limite.

Quattro Canti, Corso Vittorio Emanuele, Via Maqueda, Via Roma, Via Cavour, via Ruggero Settimo, Corso Calatafimi.
Il palcoscenico, e le viscere cotte, il cervello di bragia innominate per troppa fame. Il rovello, l’assillo, la forza e la forza che ti preda: Palermo.

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Catà

Nel museo di Casa Professa (Chiesa del Gesù) – al quale si accede dall’abside – nella prima sala, in fondo, sulla parete di destra leggo una lapide, il cui testo riporto sotto (in latino, e in italiano). E rido. Padre La Nuza, come vedrete, ne è il protagonista, e il mattatore.

L’instancabile e carismatico gesuita di Licata (1591-1656) ha predicato in lungo e in largo per la Sicilia, al punto da giungere persino a Scicli, scopro. A Scicli, secondo quanto riferisce l’agiografo Padre Frazzetta nell’opera a lui dedicata nel 1708, il gesuita licatese praticò un esorcismo, servendosi della sua cintola per discacciare il Maligno dimorante nel corpo di una donna. La legatura della sua santa cinta strozzerà la voce della resistenza demoniaca, la seconda voce, la più tenace.

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ANNO CIRCITER MDCL, HUIUS AULAE CONCAMERATIONE VIX PERFECTA, V. P. ALOYSIUS LANUZA S. J., STRUCTORES UNA ACCUMBENTES NACTUS, ET AD FREQUENTEM CONFESSIONEM, QUOD ARTEM INOPINIS LAPSIBUS OBNOXIAM EXERCERENT, ADHORTATUS, APPOSITUM ACETUM, CRUCIS SIGNO, IN OPTIMUM VINUM CONVERTIT.
PAUCAS POST HORAS PHILIPPUS CARTAFAUSA, QUI EX ILLIS PRIMUS VINUM GUSTAVERAT, EX LIGNEO PONTE LAPSUS INOPINA MORTE PEREMPTUS EST.
EX PROCES: PAN: A. MDCLXVII

“INTORNO AL 1650, APPENA FINITA LA VOLTA DI QUESTA SALA, IL V. P. LUIGI LA NUZA DELLA COMPAGNIA DI GESÙ, ESSENDOSI IMBATTUTO NEGLI OPERAI, PRONTI A SEDERSI A TAVOLA TUTTI INSIEME, LI ESORTÒ A CONFESSARSI SPESSO, POICHÉ ESERCITAVANO UN LAVORO PASSIBILE DI CADUTE IMPREVISTE, QUINDI FECE IL SEGNO DELLA CROCE, E MUTÒ L’ACETO, CHE ERA SOPRA LA TAVOLA, IN OTTIMO VINO. POCHE ORE DOPO FILIPPO CARTAFAUSA, IL PRIMO AD AVER ASSAGGIATO IL VINO, MORÌ CADENDO DA UN PONTEGGIO DI LEGNO. DAL PROCESSO: PALERMO: A. 1667.”

***

VITA E VIRTÙ DEL VENERABILE SERVO DI DIO PADRE LUIGI LA NUZA COMPOSTA DA PADRE MICHELE FRAZZETTA (1708)

[…] Predicando nella città di Scicli, una donna invasata, nel più bel silenzio della predica, disse ad alta voce: “Qua sei venuto La Nuza?” E avrebbe detto di più, se il servo di Dio, col dito sulle labbra, non gliel’avesse vietato. Tacque per allora a suo malgrado lo spirito, finita però la predica, quasi libero dal divieto, s’appalesò con istrida d’arrabbiato: ma condotta la donna dai Sacerdoti all’altare della Beatissima vergine, quivi a forza di scongiuri, fu costretto l’infame ospite a diloggiare. Ma egli disse: “Non mai partirò se non me lo comanderà il La Nuza”: il che riferito al Padre, che stava orando, gli mandò la sua cintola, con cui cintasi l’energumena, restò prosciolta per sempre, di quel fiero carnefice, che la tormentava. Il nemico poi, dalle tante vittorie affatto avvilito, non più ardiva di combatterlo alla scoperta, ma mutata faccia, tutto ossequioso lo riveriva: onde egli soleva dire ad un suo compagno: “Il demonio con una mano mi fa delle riverenze; e con l’altra mi batte, e mi toglie le anime già convertite.”

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Stasi

Dopo tutto, non c’è potere bifido che possa intervenire e forzare la nostra più luminosa essenza. Che Serpotta coi suoi putti e le sue Virtù, i pupari coi loro pupi, i Cappuccini con le loro mummie onorino la norma alla quale in pochi rispondiamo, ognuno col proprio abito, e che solo la morte violi per non essere altro che una postilla – una immancabile nota del dopo che tiene lontano il rampantismo, e che dissocia la conoscenza dalla volgarità dell’arroganza – ecco, questo raccoglimento brutalizza già in vita chi in lei non vede. “La fissità porta a maggior gloria” risuona nella Cappella Palatina. E del mondo nootropico in cui viviamo non resta che quel nerd seduto all’angolo di via Bara all’Olivella che si fa una canna. Gracchia di boot e cola nello scolatoio delle catacombe dei Cappuccini nel tripudio generale di una giornata del FAI.

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Alleluia, hai sconfitto il robot! – Angelo Rendo

Denis Montebello, scrittore francese della generazione dei padri, ha tradotto un mio testo, il viaggio a Tindari. Lucentezza, calore, netteté caratterizzano la sua prosa. È la prima volta qualcuno traduca un mio testo. Che sia stato Denis mi onora. Spero di meritarla, questa traduzione. Tuttavia, non dimentico mai che merito e onore sono nel guazzetto libertario insieme al destino. Quando l’onore cala, prende la forma di Excalibur. Dall’una e dall’altra parte vi è il patto silente della traduzione. Bisogna mettere in salvo il destino. Fuori da qualsivoglia ingerenza.

Alla traduzione di “Dire merci (Tindari)” di Montebello ha reagito una lettrice, Pascale, Denis ha risposto. [Lo scambio è rinvenibile qui: http://cotojest.over-blog.com/2017/…/dire-merci-tindari.html.%5D Ed eccolo anche qui, sotto:

Pascale: Più il testo si dispiegava, più diventavo scettica, ma niente affatto delusa, quel che ho sentito non c’entra nulla. Il testo è dionisiaco in francese, angelico in italiano. Grazie per questo doppio piacere.
Montebello: In questo caso l’interprete o dragomanno (non lo so neanche io, non siamo lontani dal ‘Viaggio in Oriente’) si rifiuta di fare l’interprete. Si lascia guidare. Per il suo più grande piacere.
Pascale: Alleluia, hai sconfitto il robot!

ÈRA DIGITALE – Angelo Rendo

Correre, veloci, come coloni che si portino nelle terre da cui non si può uscire, senza temere che la verità possa aprire porte. Per ogni scoperta, per ogni rivelazione, per ogni metamorfosi non c’è dietro che un sogno. Che non lo si afferri, avvolgendosi in uno statuto fantasmatico, facile da emanare, impossibile da approvare, nullifica la proposizione. Si esiste svuotati, senza un etto di merda nell’intestino.
Preferire la morte piuttosto che aver torto: la ragione di ogni declino. Non eroismo, ma incapacità di leggere le mappe dell’altro, con le sue licenze.
Se tutti insieme i venti del creato soffiano sul digividuo, si potrà pure pensare il male, essere a pezzi, tenuti in piedi dal lezzo del compiacimento, ma la sostanza che traspare bucherà lo schermo. Lo finirà.

Dire Merci – Angelo Rendo (trad. Denis Montebello)

À qui parle cette Vierge noire du Tindari (on est dans le noir)? Le Logos mettra cela au clair.
Il règne une grande confusion ce matin à Tindari, c’est dimanche. Un seul parle, sa voix est rendue inécoutable par la trop humaine puissance. Une petite voix, là-bas, au fond, et avec elle, un Dieu qu’on ne parvient pas à reconnaître.
Avec la restauration des années 1995-96, la Theotokos byzantine a perdu son pluvial de soie blanche, son diadème et son lys, l’Enfant sa tunique d’un blanc éclatant et sa couronne. Au cours des siècles, la Vierge avait subi un habillage progressif et somptueux, aujourd’hui elle est en bois nu, de cèdre du Liban, la Nefertiti qui incline et pousse le promontoire du Tindari vers l’Orient.

Émus, dirigés par nos pas, nous marchons maintenant vers l’Occident, vers la Tindari gréco-romaine, après une courte halte pour voir le golfe de Patti et les petits lacs de Marinello du haut du promontoire.
Nous nous frayons un passage entre les stands installés sur la route étroite qui mène au parc archéologique, jusqu’à ce que nous trouvions le portail d’entrée; deux chiens nous accueillent à l’entrée et deux employés à la billetterie; première étape à l’Antiquarium, puis le decumanus supérieur, et, tout de suite, à l’est vers la Basilique (un propylée conduisant à l’agora, semble-t-il), l’insula IV, les deux demeures patriciennes avec thermes, les boutiques et le decumanus inférieur. Nous remontons par le cardo et tournons à l’ouest vers le théâtre du IVe siècle av. J.C., qui, adossé à une colline, regarde la mer: on se croirait à Taormina.

Rien, en fait de temples. On suppose que l’acropole était là où se dresse aujourd’hui le sanctuaire, qu’il y avait un temple (?) dédié à Cybèle, tandis que plus bas, sur la pente du Tindari actuellement occupée par le hameau de Mongiove, se trouvait le temple de Jupiter (?), le toponyme en aurait maintenu l’écho.
Le tour a été rapide, il y avait un groupe, une troupe qui théâtralisait par étapes l’Iphigénie en Aulide, entrecoupée de notes historico-archéologiques sur le site; une longue pause et un repos bien mérité après l’Antiquarium: une tête en marbre d’Auguste, deux Victoires ailées, un masque tragique en marbre avec bonnet phrygien, statues romaines de personnages en toge, inscriptions, chapiteaux, un candélabre en bronze, coroplastique votive, un beau foculum de l’insula IV, urnes cinéraires en plomb et en verre avec anses en « m », vases à onguents en verre en forme de cloche, etc., etc.

Quand nous nous en allons, après trois heures, de 10 à 13 -nous étions partis à 6h15-, nous ne sommes pas vraiment satisfaits; c’est un site mainstream, Tindari, à la lumière féroce, ouvert au bleu de la mer et aux ténèbres des Nebrodi; l’antiquité survit, éblouissante, évidente. On attend le miracle, qui arrive ici parce que vous oubliez la crête où se tient la vie.

Alors, dire merci signifie rembobiner toute la cassette, courir au combat, au sang, à la dévotion qui fait humain cela qui n’a pas de nom et qui ramène au quotidien mort d’un centre commercial, l’Auchan de Melilli, sur le chemin du retour. Au Feltrinelli Village, une librairie disparate dont on sort sans avoir fait attention, pas même au forfait accompli par le monsieur obèse un livre de Chiarelettere à la main, une pétarade nocive et malveillante. Celui-là n’éveille aucune tendresse, contrairement au type rencontré une heure plus tôt à l’aire de service de Calatabiano. Un gros tapinant dans les toilettes, quasi chauve, portant mini queue de cheval shorty robe très courte et froufroutante à fleurs et sandales avec un sac à main de fillette; et un regard perdu.

[È possibile leggere la traduzione di “Dire grazie (Tindari)” anche qui, il blog di Denis Montebello.]

Domanda e offerta – Angelo Rendo

Non c’è nulla da sviluppare, chi arriva arriva per andarsene, e, stante quel che fa dopo, non gli è consentito alcun benevolo attacco. Silenzio. Si prenda l’energia non come neutra assenza ma la si risvegli col tramite di chi la distribuisce. Prima.

Questo discorso dimostra che, a furia di comparare, si finisce per standardizzare l’offerta. E non avere in mente alcuna domanda.

La breccia – Denis Montebello [trad. Angelo Rendo]

{Testo originale:
http://cotojest.over-blog.com/2017/11/la-breche.html

Denis Montebello è nato a Épinal nel 1951. I suoi libri sono pubblicati da Fayard e Le Temps qu’il fait.

Ringrazio Denis Montebello per aver gentilmente concesso testo e foto.}

Se la breccia non è né il varco accidentale né l’apertura praticata nelle mura dagli assalitori, è un conglomerato, un blocco, come quello trovato quindici anni fa nell’angolo di un giardino, dove i precedenti proprietari o gli abitanti di passaggio gettavano tutto quello che non volevano più o che avrebbero bruciato.


Il luogo era stato scelto bene, sul dirupo, in basso, in una nicchia carsica, al riparo dal vento. C’era una ragione che non mi sfuggiva: collocare lì il fuoco, in corrispondenza delle prime abitazioni; non lontano dalla casa, né troppo vicino. A pochi metri dal forno per il pane, e dal nuovissimo caminetto a parete.
La logica, seppur così ovvia, non mancava di sorprendermi. Il permanere delle attività, la vocazione di certi luoghi. Si getta sempre nello stesso posto, per dare spazio al tempo. Si garantisce una viuzza per gli uomini, per gli animali: la si tiene libera. Il resto si brucia. Sempre nello stesso posto. E quando ci si dimentica di bruciarlo, è qui che si accumula. I resti. E la cava prende piede. Farà di te un rigattiere. Un archeologo o un artista.

Nell’attesa dormi sul letto di un fiume. Dentro la pietra, con tutti questi fossili, in fondo al mare. Vivi nel Bajociano. Tra le ammoniti. Sei sul cammino per Saint Jacques, con le conchiglie. Con questo “grosso millepiedi fossile” che ti ha mostrato qual era il cammino. Che passava più volte al giorno, “per camminare sulle gambe”.

Ecco la breccia che abbiamo trovato quindici anni fa, pulendo il giardino, fra gli scarti accumulatisi. In quella che ora sembra una cava: una discarica. Non è difficile riconoscere cementati da calcite e stalattiti: mikado. Le stalattiti, che scendono dall’alto, sono cadute giù. E le stalagmiti, che invece risalgono dal basso, sono in via di formazione, e sono le due mammelle che si rizzano. Se torniamo a questo blocco, vedremo ancora tre selci, delle bifacciali. Dentro la breccia. Questa è, dunque, una grotta in miniatura. La parte superiore costituita dalle stalattiti cadute, il fondo dalle stalagmiti in formazione e il terreno occupato dai primi abitanti, gli ospiti del riparo sotto roccia, che sorgeva laddove adesso si trova la casa, dove i proprietari o gli inquilini successivi accendono i loro fuochi, quando non lo dimenticano.

Penso, auscultando questa breccia, al doganiere o all’addestratore di cani che avevamo visto per caso sotto il salice piangente, dietro il cartello “Vendesi”. Ci aveva fatto visitare la casa che aveva appena finito di ristrutturare, e poi il giardino, tappezzato di piccoli ciclamini. Era la bella stagione. L’ultima delle Giornate del Patrimonio, stavamo tornando da Bougon dove avevamo rivisto i tumuli e da La Mothe-Saint-Héray dove avevamo comprato delle focacce. Il proprietario si era mostrato particolarmente sincero, non aveva nascosto i vincoli (la tegola romana, il colore delle imposte), l’impossibilità di fare una piscina. “Siamo nella zona archeologica!”. E, per rafforzare le sue parole, brandiva un’ascia levigata che aveva trovato nel giardino. Senza precisare il luogo del ritrovamento. Se vicino alla grotta dove aveva la cantina, o mentre scavava una fossa. Per nascondercelo, e frenare il nostro entusiasmo, ma naturalmente non fece che rafforzarlo. Non indugiammo a lungo.

Penso anche, davanti a questa breccia, a Pierre Bergounioux. Alle sue maschere Senufo. Alla sua maniera di trasformare la lama di ferro di una zappa in volto umano, o di realizzare una copia di una maschera “Songhaï kifwébé”, con occhi e viso tubolari. Una copia di un reliquiario Bakota, con volto lamellato. Vedo la sua “sepoltura neolitica”: un vago scheletro su un rettangolo di ferro. Lo vedo che incolla su un truciolato i pacchetti di Gauloises che conservava senza motivo. Che fissa i pacchetti in un telaio realizzato per questo scopo. Galliche, questo collage, dà l’idea del formarsi dell’identità. E nel modo che le è proprio. Sono pezzi che sceglie per la loro somiglianza, e che poi salda insieme per ottenere copie di maschere.

Questa breccia è opera della natura. Che sa benissimo imitare l’arte, quando vuole. Quando non si è attenti. Ne sa tanto quanto, di più a volte, per sorprenderci. Questa breccia – trovata accidentalmente – la vedo come un blocco. Non come una immagine. È troppo omogenea per essere una immagine. È un blocco di tempo. Una terra che si lascia abitare dai più nomadi, e offre loro una residenza per farli viaggiare. Ecco perché noi decidiamo. E così velocemente.
Questa breccia che è un blocco, e persino un sol, è, suo malgrado, uno spazio vuoto. Non solo perché si entra con esso nel carsico ma anche perché esso apre davanti a noi e sotto i nostri piedi (quando inciampiamo in esso per caso) ciò che Buffon chiama “il buio abisso del tempo”.

Questa concrezione – o compressione – è opera della natura, ma conserva anche la traccia dei primi abitatori. Con le stalattiti “mikado” e le due mammelle rizzate, questo blocco ricorda i “frammenti di un discorso amoroso”. Ecco il titolo che darei volentieri a questa scultura. L’unico intervento che mi vorrei concedere. Io che non forgio, non saldo, non riesco nemmeno a cucire insieme i testi che io stesso tesso. E, beninteso, non avrei il coraggio di firmare un’opera che non è mia.