LA DELICATEZZA – Angelo Rendo

Non è chiaro se la delicatezza il più delle volte finisca per ritorcersi contro chi la pratica; o, forse, dubbio non può esservene: scrivere “non è chiaro” è solo un mezzo ipocrita per perderla, la delicatezza.
Del resto non si parla, mentre siamo tutti legati, attratti gli uni dagli altri, e, allorché l’uno diventa ributtante per l’altro, ecco passare ai mici, o ai cani, che è un diverso modo per scatafotterla, la delicatezza, nelle proprie intenzioni; invece, ogni freno s’è perso e, miti, animali tra animali, ci si annusa.
Così, poco fa, con un’anziana signora: io le dicevo del mio cane, lei del suo, un volpino, al quale mattino e mezzogiorno serve il caffè – e come lo reclama, dopo pranzo, quando inizia a spandersi l’aroma per tutta casa, avvicina la zampetta alla tazzina e batte.
È chiaro: bisogna disporsi all’ascolto.

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UN BAGNO COI SARAGHI – Angelo Rendo

Il raccoglimento è una forza della dispersione. Che lo si attui davanti a un foglio elettronico, o nell’acqua del mare settembrino, è la stessa cosa. In un caso, quanto più chiami le evidenze, tanto più calano gli assi della discordia. Bisogna stare calmi, fosse pure non si riuscisse. Nell’altro caso, può bastare mezz’ora di deriva. Immersi nelle acque, fino a che stentorei silenzi sul dorso di uno sparuto banco di saraghi sparaglioni d’argento – intercettati con la coda dell’occhio a balzi sul pelo dell’acqua – non arrivano e mi spingono neri fuori dall’acqua, ché l’eternità è loro.
Ancora corro.

Caccia aperta – Angelo Rendo

Da che mondo è mondo l’uomo è cacciatore. Non nel nostro mondo, però. Nel mondo è punto, l’uomo. Così stretto dall’altrui morte, da scaricarla contro l’inerme, che vile condanna!

È stato il primo settembre, oggi, e gli scoppiettii all’alba hanno trapunto il cielo di morti sogni e funeste visioni. Un ribollir di bave e divoranti suprematiste legioni.

《Sprigionare》 l’osso – Angelo Rendo

Il geretto è lo stinco del bovino, un taglio di carne non particolarmente pregiato, conosciuto nelle regioni meridionali col nome di ‘piscione’ (‘grande pesce’), e assonante con prigione.

Quando un uomo, o un cane, con cura stretto tiene il piscione o altro pezzo di carne con l’osso tra le zampe e il muso, e lo finisce, e lo spolpa, si dice ‘si spisciunau l’uossu’ (variante: ‘sprisciunau’). La carne imprigiona l’osso. E un cane o un uomo liberano dalla forma la verità: l’osso, l’inanimato. La reliquia. Prima che ritorni la menzogna.

Porto Ulisse, o della finitudine

Il mare di Porto Ulisse è effettivamente un mare da naufraghi: dolce, irruento; avvolgente, di razionalità apollinea. Non c’è nessuno – se non pochi cafoni come noi, come tutti noi umani – a bagnarsi, a opporvi resistenza. E quei pochi che affollano quest’ultimo lembo di costa ragusana d’Oriente, nei giorni dell’immediato ferragosto, entrano sicuri, e posteggiano le loro macchine direttamente sulla spiaggia. Ci riconosciamo, e ci scambiamo occhiate, ammollate fra il truce e il beffardo. Fra la spiaggia e il pantano.
I tempi non sono mai andati, tantomeno sono bei. Sono sempre qua. Sono come sono. E il futuro che incombe è un impedimento all’espressione della debolezza umana.

Apoftegma – Angelo Rendo

Ero già sveglio, e pronto ad alzarmi, quando, dalla strada, mi giunse chiaro forte e netto un apoftegma: “Quali eni u pobblema? Tantu tutti ddà ama iri a finiri!” (“Qual è il problema? Tanto tutti là dobbiamo andare a finire!”.)
A pronunciarlo, un filosofo stoico della Spinazza, il quale, con nonchalance, aveva fatto fuori secoli e secoli di specializzazione, ribadendo che non c’è scampo né salute nelle cose umane, meglio lo sprezzo. La gentilezza, te la porti come pietra tombale.