Ora ti ci ‘mpusu! – Angelo Rendo

Ti tiro dentro, tu insieme agli altri, chi diavolo ti credi di essere! Ora ti ci ‘mpusu! Te la faccio pagare. Sei imputato. Ti ‘mpusu alla mamma, al papà o al maestro. Di un citare a giudizio da stremati, quasi opera di delatore, che se la canta perché non tollera chi sta in silenzio.

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Il prestigio – Angelo Rendo

La firma è umana, lo si desume dalla qualità delle considerazioni. Esattamente opache e incancellabili, inutili. Grate alla tragedia.
La tirannia oltrepassa se stessa quanto il desiderio, che risponde a ordine e degrado, e appare puro, mentre è stretto con l’inganno: il prestigio.

Visita a Gesualdo Bufalino – Angelo Rendo

Fu agli inizi del nuovo secolo che mi saltò in mente di far visita a Gesualdo Bufalino. Non lo trovai.

Al cimitero di Comiso lo trovai, questo grandissimo scrittore, circonlocutivo e antifrastico. M’ero fatto 35 chilometri, ché tanto dista Comiso da Scicli, per non portare nemmeno un fiore, per non poter dire nemmeno una parola.

Ricordo di aver chiesto, stranito, al custode dove fosse la casa di Bufalino, e che di fretta mi diressi per il vialetto indicatomi. Mi pare girai a sinistra e che, prima di vedere Gesualdo Bufalino, vidi in basso Gesualdo Bufalino. Il nonno.

Due cose mi colpirono. La prima che i due Gesualdo avevano preso dimora entrambi a 76 anni, e la seconda l’epitaffio del nipote – del quale già sapevo – HIC SITUS LUCE FINITA. Ca n’attocca, quannu chiurimu l’uocchi. Mi parve inutile, ma formalmente ineccepibile, un ‘uno due due tre’ da chapeau. Non portavo cappello.

Su una partita vista ma non sentita – Angelo Rendo

Ho tremato a vedere la Juve vincere a Madrid. E nulla ho sentito per un’ora e mezza. Fotogrammi muti e minacciosi sono passati sul mio smartphone. Non un’azione persa. Trame, gambe alfabetiche, segni e punti anonimi, lucide e pure visioni di gioco.

Su questa stessa brace – pensavo – arde la poesia: nudi, muti e sordi assistiamo a un evento, che sembra non ci riguardi, che solo accade, e che mai ci riguarderà, così chiuso nella sua purezza, nella sua scatolina di luce.

Il male – Angelo Rendo

Si può credere a tutto, è bene dunque si creda anche a questo. Che sia un racconto dubito, è finto, più vero di quel che scriverò, e farei del male all’autore, lo richiamerei in vita, se dicessi che non è vero. Ma che non sia più è certo? Ed è vero che disse quel che disse, se, pur essendo passato, non visse. E chi lo conobbe ne ebbe come beneficio il racconto, l’aneddoto, la follia travestita da legge? Arrivava sempre per primo, e bisognava nascondersi. Non lui, che ereditò il privilegio del male.
Si racconta che nel chiuso della sua stanza presidenziale dicesse di provare inquietudine, di stare male quelle magre volte in cui non riusciva a lasciare agire il male, i suoi grossi malefici contro le sponde silenti dell’intelletto nudo. Stava male, si sentiva male, aveva giramenti di testa, trasalimenti, quando chiudeva la giornata senza far male a nessuno.

Paradigma per intellettuali: tanti siano gli alterati, pochi i lucidi – Angelo Rendo

[Considerati i disgrafemi di cui è contesto il pezzo di Christian Raimo nella prima versione, che riporto sotto, in parte, perché è sparita – mi avvedo ora che ce n’è un’altra, e definitiva – concludo che lo avrà scritto in uno stato di picco intellettivo, o dopo una seduta dall’analista, e che, per via di un maledetto lapsus, abbia scambiato lucidità con minorità. L’uso prepotente di avverbi, del resto, la dice lunga sul manicheismo: scartare, dividere, noi/loro, separare, lucidità versus razionalità. Il tiro – che manca del bersaglio – viene aggiustato di continuo. I detentori del verbo ‘temporizzato’ lavorano così. Si alterano e trafilano il discorso senza raggiungere una sintesi coerente.

“[…] la lucidità è una conquista. […] La lucidità è diventata tra le persone che conosco il bene posizionale per eccellenza.”.

Si andrà in guerra per la lucidità. Auguriamoci di essere lucidi. Mah. Tanti gli stressati, pochi i lucidi: un paradigma per intellettuali. Fra i primi si annoverano gli intellettuali, appunto, fra i secondi tutti gli altri, ovvero i classisti contro le masse e il lumpenproletariat.

Ma la lucidità non è nient’altro che la punta estrema dell’intelligenza, il vertice della razionalità, la vetta della phronesis. Quella parte più esposta alla luce. Cioè tutto.]

L’EPOCA DELLA LUCIDITÀ COME BENE POSIZIONALE – Christian Raimo

“La maggior parte di persone che conosco o che non conosco e con cui vengo a contatto solo occasionalmente – compreso me probabilmente – è alterata: molti sono tremendamente stanchi, stressatissimi, in crisi profonda, prendono psicofarmaci regolarmente, sono rincoglioniti, portano avanti malattie cronicizzate che ne minano la vigilanza, hanno accessi di rabbia improvvisa, sono in burn-out, credono ai complotti, hanno attacchi di panico, sono dipendenti dai social network, sono ipocondriaci, sono workaholic, vivono una depressione mascherata o plateale da anni, sono pesantemente insonni, hanno paura di addormentarsi al volante, manifestazioni malattie psicosomatiche, eccetera. Per la maggior parte di loro, la lucidità è una conquista. Che può essere raggiunta almeno momentaneamente con un’ora di sonno in più, con un doppio caffè, con una Red bull, con un’ora di yoga a settimana, con una seduta dallo psicanalista, con una call su skype con il coach, con una lunga telefonata di consigli con un amico, con un bagno rilassante, con venti minuti di meditazione che porti alla mindfulness, con una lettura attenta di una pagina di wikihow su internet (addirittura di una pagina su come migliorare la lucidità mentale), eccetera. Ottenere, anche momentaneamente, anche parzialmente, questa lucidità vuol dire rimettersi un passo avanti rispetto a chi è invece alterato, stanco, nevrotizzato, delirante, ossia tarato su uno standard psichico deficitario che però è talmente diffuso da essere considerabile una norma. La lucidità è diventata tra le persone che conosco il bene posizionale per eccellenza.
Se fino a qualche tempo fa, mi rendevo conto, quello che era inconsapevolmente richiesto dalla pervasività del Capitalismo era di essere performanti, ossia competitivi, ossia di dare il doppio di quello che davano gli altri, di dimostrarsi i migliori sempre, oggi lo status da ottenere non è un surplus rispetto a uno zero celsius che è quello del normale agire sociale – la performance, appunto, l’etica prestazionale. Oggi nella temperatura che è lo zero kelvin dell’alterazione cognitiva, il traguardo è ritornare a una lucidità che la maggior parte delle persone ha perduto, e che costituisce un bene relativo, posizionale, appunto nella scarsità generale che si è creata.
Essere lucidi è diverso da essere razionale. È una dimensione sociale. Nessuno pensa di sé, se non proprio in momenti di carente lucidità, “Io sono lucido”. La lucidità è un carattere che ci viene attribuito da qualcun altro. Carlo Fruttero raccontava, quando in vecchiaia chiunque lo incontrasse parlava poi di lui dicendo: “Ho visto Fruttero, sempre lucidissimo…”. Allo stesso modo cerchiamo di rintracciare in continuazione discorsi lucidi, brani di discorsi lucidi, parabole politiche lucide, o anche discorsi privati lucidi, chiacchiere famigliari che mostrino la lucidità.
Se essere razionali comporta una scelta e un’etica quindi (una phronesis direbbe Aristotele), essere lucidi no: si può essere lucidi e coglioni, lucidi e stronzi (magari non volendo), essere lucidi e razzisti o sessisti o fascisti, lucidi e persino assassini. La lucidità la bassa risoluzione dell’intelligenza, per usare un termine di Massimo Mantellini. Non richiede comprensione del passato e del futuro, non richiede memoria o progetto, è solo un dignitoso funzionamento della nostra attenzione al tempo presente. Si può essere lucidi infatti a tempo determinato. Oggi sono lucido, domani invece no. Ho due ore di lucidità, per la serata non ci riesco.
[…]
La lucidità è la bassa risoluzione dell’intelligenza. Non richiede memoria o progetto, è solo un dignitoso funzionamento della nostra attenzione al tempo presente. Si può essere lucidi infatti a tempo determinato. Oggi sono lucido, domani invece no. Ho due ore di lucidità, per la serata non ci riesco.
[…]
Per questo la lucidità deve essere visto come una sirena di Ulisse tra i valori che proviamo a evocare nel deserto dell’ideologia. Dona un sinistro conforto che non ci fa rendere conto di quanto siamo orfani di intelligenza e razionalità e phronesis, e – ahinoi – ci garantisce un classismo nei confronti delle masse di lumpenproletari che per condizioni materiali spesso non posso permettersi di costruire una dialettica di classe, ma soprattutto ci dà l’illusione antistorica che subire la realtà del mondo sia una scelta politica. E invece, clamorosamente, è solo una condizione di schiavismo intellettuale.”

Oralità Analità Infamità – Angelo Rendo

Imperterrito continuava a scrivere “la luce che acceca”. Non certo un buon motivo per apparire ciechi. Era infatti la ragione – che spegneva la facoltà oracolare – ad accecare per fortuna la luce.

Per prendere alle spalle, s’era costruito un credito, sperando gliene avanzasse il giorno in cui se ne fosse trovato senza. Lo perse strada facendo per uso massiccio di grama ironia. Quest’insana interlocutrice passa, infatti, per essere una donna fascinosa. Non lo è. Fa la vittima. Ricopre di spesse coltri le menti che agguanta e ritaglia ruoli su misura.

Le fedine politiche come adagio e il ritrovarsi della specie fanno ressa. È l’infamità: che viene, si siede e non si spiega, prova col lumicino a far breccia negli angoli più bui. Si perde nel fosso, s’alza, saluta e se ne va. Senza cibo, senza fama, senza vita.