Militello Val di Catania – Angelo Rendo

La verità non va difesa sentenziava un colto sessantenne, avventore del bar, accanto a noi seduto con un più giovane amico, a mezzogiorno a Militello Val di Catania. E il paese ancor più si distendeva nel giorno di San Giuseppe sotto un sole benedetto. Tranquilla, ordinata la cittadina, senza belletto alcuno. Austera e retta, dalla Fontana della Zizza passando per la caelicola Santa Maria della Stella e San Nicolò di magnificente linearità fino alla chiesa di San Benedetto Abate con l’annesso monastero, sede del Municipio, autorevole e mai lezioso tardobarocco, cedevole all’impianto medievale che tuttora tiene in pugno Militello.

Per la verità è degno di nota anche il laminato di alluminio rosso scuro. Ripara le facciate di molte case, e ferisce il volto luminoso di questa perla del basso Catanese, o alto Ragusano che dir si voglia. La tiene in pugno. Ma è d’uso comune anche a Scordia e a Grammichele, mi accorgo, rivestire del più bell’abito le case (del Calatino, per dirla giusta).

Pale eoliche intimidenti, asini festanti, mandorli in fiore e aranceti a perdita d’occhio, e una comunità tutta stretta intorno al comiziante sindaco Burtone, infine, hanno aperto e chiuso la levata domenicale, rinnovellando che del centro non si fa strame.

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NUN ‘U CUGGHIU RI ‘NTERRA – Angelo Rendo

Chi cade deve essere aiutato, un frutto bisogna sia raccolto – solo se arancia selvatica, o nespola, o fico, per esempio, va lasciato alla terra. Non le si raccoglie da terra, perché diventate cose, non più frutti, queste cose. Come l’anima di un uomo, troppo grossolana, il cui schianto si presente da lontano. Quell’anima nun si cogghia ri ‘nterra. La terra, la tomba.

Tanto vi rilassa questo, quanto l’altro, quello in alto, vi sfinisce – Angelo Rendo

Capita che uno pensi – più del dovuto, sempre, o distrattamente – a quanto, in letteratura, fra una parola e l’altra si attorcano liane di ansia, relitti e miao metadiabolici. Che insieme, tutti, infestano il pensiero.

Un sistema binario, e le sue istruzioni, o un ribobolo informativo, invece, quanto siano capaci di disperdere le nebbie, chetare l’anima, esaltarla nel senso e in quale, potremmo affermarlo senza alcuna prevenzione. Tanto vi rilassa questo, quanto l’altro, quello in alto, vi sfinisce.

3 C3 SUL PAVÈ – Angelo Rendo

C3, tre, tutte e tre, alle tre. Posteggiate in ordine d’età.
La prima a destra – del 2007, come le altre – è la più vecchia, la blu è la mezzana, la prima la più giovane. La mezzana è arrivata per ultima, prima sarà stata la prima, ci giurerei, quanto è vero che la più giovane tarda sempre ad arrivare, e può essere la prima o l’ultima, egualmente la più vecchia. Il vuoto al centro, poi, è destino lo riempia chi l’uno e l’altro tempo ha passato.

“UN VERO COMICO, UN CLASSICO”: HERMANN HESSE A NORIMBERGA – Angelo Rendo

Che importanza ha Hermann Hesse? Questo stupido e sincero umorista – ancora a mezzo servizio, come egli stesso ammette, dissimulando una pratica scrittoria di ostentata cialtroneria – non ne ha. Come ogni grande, non ne ha.

Leggendolo, lettore, non scorrerai righe di testo, ma attraverserai un fondo chiaro ed eliso, dolci rilievi, insormontabili delicatezze, creste, gole, di nuovo creste. Così, agisce, di soppiatto, diagrammatico. Le frasi si compongono senza alcun interesse, l’apparenza ne determina il paradosso. Che se canti, non senti, se gridi, cadi nel silenzio più inverecondo e un cerchio di sole estivo fa i lazzi per chi non intende. E muta il male in male come fosse opera di bene, la più calda riuscita per una mente adusa alla certezza. Che crolla e dilaga nel mare duro.

Uno scultore – Angelo Rendo

Nasciamo per l’immagine, per cos’altro? L’immagine è calore. Vedo una pietra, la scalpello con poca foga e, per minimi aggiustamenti, tale la lascio.
C’è di tutto sotto i nostri piedi, persino la pietra-flauto, che i giganti, abitatori di queste terre, suonavano. Andiamo a prenderla, è in macchina. Andiamo, va bene. Eccola! Appoggia le labbra al forellino – disassato rispetto al centro – e vi soffia due volte dentro, ne esce un grido. Hai visto, hai visto! Ringalluzzito, si allontana per la via, continuando a soffiarvi dentro e a far gridare la pietra. Che è amore come l’immagine, il suono, e la parola che rompe l’amore.

Tolomeo – Angelo Rendo

Tolomeo era maturo, cotto, finito, perso. Noto ai familiari, agli amici e ai conoscenti tutti. Dotato di grande esperienza (nel sonno), abile e profondo (nel sonno). Bello come un maestro dalla pelle tirata, di pesca, e pustolosa.
Non c’era nulla che potesse renderlo vivo, era nato per sbaglio, come tanti, come tutti. Che non fosse capace in nulla, dimostrava quanto il metodo predittivo non potesse scongiurare cosa alcuna.
In ogni sua sortita era maestro di scempiaggine. Quella degli altri. Rapaci nel tenderlo, e farne scendiletto.
Partiva per fare una cosa, e sbagliava obiettivo; viveva nel fraintendimento, garante una paternità stretta e vecchia.
Credulone, temeva qualcuno nella notte potesse soffocarlo. E in effetti fu un lontano nipote del Principe di Massaciuccoli a farlo fuori come una ciabatta cunzata, una notte.

Incontro con Alberto Angela – Angelo Rendo

Ieri pomeriggio, a Modica, per il firmacopie di ‘Cleopatra’ di Alberto Angela, presso il Liceo Classico “Campailla” preso d’assalto, c’ero anch’io.
Ve lo giuro santissimamente: prima di incrociare il suo sguardo non ero così come mi vedete in foto. Ho solo cercato un briciolo di conforto contro la timidezza, abbozzando un sorriso monastico in direzione di un non ben identificato magma visivo. Mi ha trasformato senza tanti complimenti in un australopiteco, forse forse padre di Lucy, graziandomi, se così si può dire, di una sigaretta spenta a metà.
La forza dell’abitudine, insomma, la sua; non gliene faccio una colpa. Ora sto bene.

L’ÉLITE TECNOPATICA SOGNA LA PROFEZIA – Angelo Rendo

È il tono impietoso e perentorio e cinico a significare l’élite – che esiste, ed è tra di noi, fra spire di fumo e spallucce metropolitane, molto meno lontana, o fuori dal mondo, di quanto possa credersi lei stessa, o voglia darlo a intendere, bramosa di sapere e bavosa di vita al quadrato – poi che si muove per ricalcare le medesime e inappellabili sentenze che dall’alto saecula saeculorum piombano in basso.

Ma, prima che si arrivi a dire con siffatti soffi di boria, bisognerà disappropriarsi, smettere l’emoticon, e tenere in conto l’incontenibile.

Una sirena – Angelo Rendo

Mi fa cenno di no con la mano, che no, non deve rifornirsi, si mette di lato e scende, pesante, incespicando nel predellino.
Da un paio di mesi che non lo vedevo, d’estate si aggira spesso da queste parti; di lui non sapevo nemmeno il nome, è stata una punta d’ingegno a spingermi, poco prima che il nostro incontro finisse.
Non ha più nel suo malconcio camper l’impianto a gas, va a metano. È venuto a salutarmi, perché finiremo di vederci. Ma si faccia vivo, quando si troverà lungo la marina, mi raccomando.
È un viandante, ce l’ha avuta col mondo intero, da qualche anno è diventato un’autorità marziana. Veste sempre di nero, bisunto e lercio in ogni parte del corpo, le unghie ripostigli di mali e anatemi. Occhiali da sole lo coprono e una bandana al collo. Corpulento, a stento entra negli abiti, porta un cappello nero, a falde larghe da signora, di paglia.
Ma prima di diventare uomo, l’uomo è stato sirena, e l’utero il mondo intero, rimasto in sorte alla donna, quale vile memoria.