Multiverso – Angelo Rendo

L’abitudine intima di stabilire somiglianze fra bene e male, occhio e croce, cane e padrone, vip e mortodifame, amico e parente, affiora come una malattia imbattibile in tempi ancor beati e contagia e porta a perdizione chi dal sentire astratto è preso, ora e sempre.
La prima, e imprevedibile struttura che soggiace alla vieta nozione dell’incessante ha per spettatore l’universo, e l’appiccicosa concretezza. E non se ne esce.

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{CATULLO, Carme XXIII, tradotto in siciliano da Angelo Rendo}

•L’aderenza del dialetto siciliano alla “nuga” catulliana è stupefacente. La traduzione un colpo di fulmine. Il carme disciolto nel liquido dell’oralità. E, come istupidita, la lingua si versa limpida e sincera – che poi è la ragione per cui una verità in dialetto è più oscena di una licenza – nel registro alto e segreto dell’intenzione poetica.•

Furiu, schiavi nun hai, sordi mancu
prucchi, ragni, nenti, fuocu propria,
peroni ihai mpatri e na matrastra,
ca che rienti macinunu macari i petri,
e tu ta passi bona cu ta patri
e sta fimmana lignifìcu.
Nenti chi diri: va passati truoppu bona,
dicirìti ottimamenti, ri nenti nvi scantati,
quali fuocu, casi caruti,
quali futtistèri, nculaturi o vilena,
quali cazzu ri cosi!
Ianzi suli, friddu e fami
vi tenunu sicchi comu ncuornu
ca chiù sicchi nun si pò.
E nun t’avissuta passari bona?
Na goccia ri surura, o ri vava,
catarru o moccuru nun sai
chi sunu!
Pulituni e sciacquarazziatu,
ca co sì e co no reci voti all’annu cachi,
hai nculu chiù pulitu ri na salera,
e fai zoddiri chiù duri re favi e re petri,
ca se i scacciassutu che manu e ncuoddu
ti stricassutu: nun ti llurdiassutu.
Furiu, a sti cuomiti cussì belli
nun ci sputari, nun ti crirri ca su’ minchiati,
ca vai circannu cientumila eviri!
C’ha finiri, u capisci? Ta stai spacchiannu.

***

Furi, cui neque servus est neque arca
nec cimex neque araneus neque ignis,
verum est et pater et noverca, quorum
dentes vel silicem comesse possunt,
est pulcre tibi cum tuo parente
et cum coniuge lignea parentis.
Nec mirum: bene nam valetis omnes,
pulcre concoquitis, nihil timetis,
non incendia, non graves ruinas,
non facta impia, non dolos veneni,
non casus alios periculorum.
Atqui corpora sicciora cornu
aut si quid magis aridum est habetis
sole et frigore et esuritione.
Quare non tibi sit bene ac beate?
A te sudor abest, abest saliva,
mucusque et mala pituita nasi.
Hanc ad munditiem adde mundiorem,
quod culus tibi purior salillo est,
nec toto decies cacas in anno;
atque id durius est faba et lapillis;
quod tu si manibus teras fricesque,
non umquam digitum inquinare posses.
Haec tu commoda tam beata, Furi,
noli spernere nec putare parvi,
et sestertia quae soles precari
centum desine: nam sat es beatus.

Scena e quinta – Angelo Rendo

Per ogni Sciascia ottimista, vi è un Savinio, e uno solo, che nasce prima di essere nato. E – come sempre accade a chi rimane con le mani in mano – mentre il proscenio sprofonda sulle scale d’ingresso, e tutto crolla il sistema che legava scena a quinta, uno degli spettatori, non per forza dell’ultima fila, ecco applaudire all’esercizio della volontà: il massimo dell’incuria al minimo dell’impresa.

COLMO D’OCCHIO – Angelo Rendo

Noi tutti, occhi, qui riuniti, che scorriamo da sinistra verso destra, non dobbiamo mai credere a noi stessi: la petulanza ricerca i misfatti, il sangue, per iniziare l’assalto.
L’occhio è di indole solitaria, e soffre l’azione, e soffre l’orgoglio, indifferente alle relazioni con gli altri sensi. L’esserne colmi, di occhi, non è che cecità. Consideriamo irrisoria l’ipocrisia, e sottomettiamo il nostro occhio alle fondamenta. È una minaccia alla sensibilità, crediamo, mentre depura, separa invece l’anatomia dalle tecniche dello sguardo, questa risoluzione.

IL DIO DELLA TURBA – Angelo Rendo

Chi nutre in corpo un dio, eccede di un palmo un confine. Di tutti i più savi diavoli, presi dal calcolo a Nord e dal rigore a Sud, il più sano è il dio della turba. Eccessivo quanto basta per non poter più essere scagionato. Povero più del meno ricco per non sapere che l’analisi precede l’ordine diabolico. Miscredente, al punto da rinnovare le gerarchie angeliche. E sempre al limite, a regolare la lite.

ABBIAMO DELLE BELLISSIME BRANDE – Angelo Rendo

“Abbiamo delle bellissime brande cuscini di gommapiuma materassi di gommapiuma materassi a molle…materassini per lettino euro letto poltrona letto materassino per culla materasso matrimoniale…”

Dove abitano i miei, e dove io ho abitato fino a qualche anno fa, continua a passare, noto e lo annoto qui ed ora, col suo camion questo venditore ambulante di materassi. Col suo ritornello. Una salda certezza. Bambino di sei anni, c’erano ancora i nonni, primi anni Ottanta, e già lui così cantava. Passava trentasette anni fa, passa ora. La voce è sempre la sua. Aperta, cordiale, da chicchirichì.

JP E L’ULTRAMONDO – Angelo Rendo

C’era un ristorante cinese in via Toselli a Pisa, e c’era JP. Chissà in quale ultramondo si saranno cacciati cinesi e sigle.

Di JP ricordo il collo morso, e quel che mi riferirono: era rimbalzato contro un filo sottile e invisibile, da parte a parte teso lungo la stretta via perpendicolare alla Toselli. Come non ci rimase secco!
Saettava con la sua vespa, e non sappiamo per quale ragione i due cinesini, che lì giocavano, non riuscirono a sgozzarlo. Poco ci mancò.

O di quando JP, seduto di fronte allo schermo scomparso e bruciato di una tv persa con un piccione in testa, concentrato su un audio di un altro mondo, compariva di spalle a noi che rientravamo a casa. Solo, al centro della stanza, e col finestrone, aggettante sulla viuzza, spalancato a meglio ricevere i miasmi del cinese.

VERTIGE ET MÉLANCOLIE, par Angelo Rendo (trad. Denis Montebello)

[Ringrazio Denis Montebello per la generosità e l’amicizia. Mi onora il fatto che abbia manifestato interesse per questo scritto. A me non capita mai di uscire fuori. O fuori dai confini. Ora, e per la seconda volta, e sempre per mano di Denis, un pezzettino di Sicilia, eroica e profonda, prende la strada della Francia, di La Rochelle, del sud Ovest, della Nuova Aquitania, del Golfo di Biscaglia, della francofonia.

Denis Montebello ha ripulito il testo dalle incrostazioni dell’afferramento, lo ha levigato. E mi pare la sua traduzione abbia superato l’originale.

Qui, il blog di Denis Montebello, e “Vertigine e malinconia” in francese.]

À Enna et à Piazza Armerina, l’une des présences les plus réelles, les plus rassurantes, est le rite funéraire: tout un pullulement d’affiches mortuaires géantes et de magasins de pompes funèbres pour les rues du centre. Beaucoup de vieux, beaucoup d’affaires.

Les services funéraires seront inévitablement les derniers à quitter ces pays désormais perdus, dépeuplés.

Ici la mort triomphe, elle envahit tout, on ne la laisse pas, comme c’est le cas ailleurs, entre parenthèses; elle tapisse les murs; aucun lieu ne lui échappe, aucune pierre.
Enna et Piazza Armerina n’ont plus sens, villes rétrécies et closes. Ces temps n’en veulent plus, elles se préparent à être aspirées dans les enfers plutoniens. Même si Perséphone a tenté l’irruption dans les sphères célestes, Pluton détient le nombril de la terre et, sans répit, nettoie la peluche qui l’empoisonne, un peu plus bas, à Pergusa.
Dans les quelques mots des indigènes la fatigue et la mélancolie, le noir et le vertige. Gardiens de pierres destinées à tomber, l’une après l’autre.
Des endroits de l’autre monde, c’est vrai, d’une Sicile continentale, lombarde. Haute, inaccessible, boisée et verte. D’une rationalité froide qui se heurte à l’idiotie de l’homme quand il n’est plus un homme pour l’homme.
Ainsi la pierre, placée en 1960 sur la façade d’une maison morne et inhabitée, au terme de la montée qui conduit à la limite d’Enna, le Castello di Lombardia, à nous faire contemporains de Cicéron (qui semble avoir demeuré là, en 70 A. C., à l’époque du procès contre Verrès), et à sauver Enna du souffle qui la soulève, elle, cité d’une arrogante beauté. Oublieuse et altière.