IL MALOPPÈLO – Angelo Rendo

Poiché non dovrebbe fregarcene nulla – e invece poi uno ci cade, per amor del cielo, o di cose da poco – lascio aperta questa fontanella anteriore, strizzo gli occhi, e ricevo uno dei più saldi colpi uomo possa ricevere per potersi dire uomo.

Il maloppèlo? Cos’è?? Premesso a qualcuno interessi saperlo, non avrei voglia di dirvelo, sempre per stare a quella accortezza massima che distingue uomo da uomo, poi però uno ci cade, perché non è forse bello far notare le cose, chiamarle per nome, quando tutti se ne impipano e non vedono quanto siano reali, ci tocchino e ci facciano sparire, se vogliono, senza troppi scrupoli?

Il maloppèlo non è propriamente il garbuglio, si gloria, piuttosto, in carbonchio, in pustola. Chi ha il maloppèlo, ce l’ha dentro lo stomaco, quella rabbia cieca e dotta, quel villo andato a male, corrotto, quell’infezione covante nelle viscere e che cenere le fa. Se ne vedete uno, che soffre di maloppèlo, confortatelo, lui non vi può vedere, benché, da parte vostra, prendere il volo e torcere la frase per troppo umana pietà, lo libererebbe.

Annunci

Bookbreakfast – Angelo Rendo

Stamattina mi alzo, fresco, alle 7:17. Non penso che a dirigermi in cucina, in testa un desiderio. Arrunchio in fretta una tovaglia, la dispongo sul tavolo: latte, due fette biscottate con crema Pan di Stelle, quattro gocciole Paresi extradark. Malauguratamente, mi viene la felice idea di sollevare alta la tovaglia per meglio sistemarla, come fosse stato un vassoio, e combino un lacio. Provvedo a rassettare il tutto, scomposto e pericolante, e a passar di straccio il pavimento. E a rimettere il latte sul fornello. Intanto penso a Petunia Ollister, intensamente. E al libro che ha fatto perdere l’equilibrio alla tovaglia. S’era nascosto sotto e non era picciol cosa convincerlo a venir fuori. Ecco il caso di un oggetto, soggetto alla moda, dannifico e che la moda spernacchia.

DA QUI AL RITORNO DELL’ETERNITÀ – Angelo Rendo

So di aver acquistato un libro una manciata di anni fa, ne ricordo a stento il titolo; l’autore, invece, che è disonorevole sia finito dentro questa scia luminosa e momentanea, lo ricordo benissimo. È tutto quel che posso dire, ora che è ritornato in sé. Mi piange il cuore a saperlo rinchiuso nella memoria, non la mia. Potrei andarlo a visitare, come potrà fare chiunque si trovi in possesso di un dispositivo. È un sempredesto che annulla l’alea delle lapidi, della loro resistenza. Ha un’anima immortale, indistruttibile; vaga e vagherà da qui al ritorno dell’eternità. Tutto è fermo, senza fiato.

UN INCHINO – Angelo Rendo

Arriva suonando il clacson, si ferma davanti alla porta, grida scomposto Un’e reci*! Sono di spalle, mi giro, lo guardo come non lo vedessi e gli chiedo “Quantu? Una ‘i ‘nchilu??”, trasformando in domanda l’esclamazione, senza dubbio disturbata, Una ‘i ‘nchilu, che camuffa e deturpa il ben più cerimonioso Un inchino, e stabilisce un nesso fra il chilo, il poco peso tributato ad una persona al posto dell’inchino, e il chino, il pieno. Contro il vuoto che avanza. Ribadisce No, una ‘i reci.

*Una bombola da 10 kg

Credits: Dario Vanasia mi ha sciolto ogni dubbio sull’origine della paronomasia (un’e ‘nchilu/un inchino); per ciò lo ringrazio.