Tutte le Poesie (1994-2004) – Lampi di Stampa

Il volume poetico riepilogativo 1994-2004, con uno scritto teorico posteriore, pubblicato da Lampi di Stampa, segue la richiesta di pubblico e critici di avere tutto il materiale in unico libro, cosi’ da favorire rendiconto e tracciabilita’.

Con ISBN 9788848810210, e’ ordinabile in libreria e su internet dai prossimi giorni.

Questa pagina facebook aggiornera’ in social network gli sviluppi della pubblicazione, che segna il congedo di Giuseppe dalla letteratura attiva (adesso produce videogames).

ps (8/3/2010): notati alcuni typos nel volume: un fà, degli E’ invece della corretta forma maiuscola; due-tre a capo pessimamente troncati in automatico nel saggetto finale e non rivisti. Il resto delle “deviazioni” e’ volontario.

pps (10/2/2012): scaduto il biennio di vincolo, ho recuperato i diritti sul mio materiale e ritirato questo volume dal mercato.

Una selezione e’ stata ripubblicata su carta a Settembre 2012 in La superpotenza, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ISBN 9788891027474

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Letture e traduzioni 2003-7, di Gianluca D’Andrea

La capacità di dialogo di Gianluca D’Andrea risulta accresciuta e arricchita dall’insieme delle letture -ma anche traduzioni e un testo autonomo preliminare- offerte a “nabanassar” in tre anni, letture che volentieri rilasciamo in file unico .pdf per comodità di consultazione e primo rendiconto.

E’ opinione diffusa che la generazione dei trentenni abbia grossomodo esaurito la spinta che l’aveva caratterizzata nel decennio passato, spinta concretizzata in numerose antologie e articoli di costume, prima che di critica letteraria. Lo stesso portalino “nabanassar” ha via via perduto la verve, vuoi per l’allentamento dei contatti personali tra i membri di redazione, vuoi per naturale evoluzione e vicende personali. Si e’ di molto affievolita la proposta nel nostro sito italiano, mentre e’ ancora allo stato di gestazione in quello inglese.

Una domanda e’ quindi d’obbligo: cosa farci con la poesia nel 2007 ma, soprattutto, cosa fare dell’aspetto legato alla comunicazione poetica in rete? La diffusione dei blog ha contribuito a disperdere le forze; le competenze si fanno dubbie, annacquate dall’ have-your-say del web 2.0; e un clima da parruccheria tiene basso il livello dello scambio. Soprattutto, manca la tensione al risultato complessivo, all’opera compiuta che infine giustifichi lo sforzo.

Ecco dunque che il librino di D’Andrea vorrebbe invitare ad un cambio di rotta, ad una produzione meno giornaliera di parole, ma diluita, un insieme di sassolini che tracciano una via e che, nel caso di Gianluca, indicano un’evoluzione nel rapporto con la propria personale ispirazione artistica, che poi e’ di matrice schiettamente filosofica.

Dall’Inno metalinguistico sproiettato che apre il volume e insiste sul dualismo fra ritornare e stornare in itinere, con quest’ultimo a creare un mondo, si passa al mondo realizzato e nominato: Wallace Stevens, Luciano Neri, Gabriel Del Sarto, Massimo Gezzi, Marco Simonelli, Jorge Guillen e Gary Soto, Valerio Magrelli, Jacopo Ricciardi, Teresa Zuccaro, Flavio Santi, Stefano Lorefice. Se c’e’ un servizio che uno studioso vicino alla prassi, quale D’Andrea si e’ rivelato in questo inizio di percorso, doverosamente deve alla comunità dei poeti e dei lettori, questo e’ offrire la propria interpretazione delle opere, facendone a sua volta un’ Opera.

E’ dunque con piacere e con mio vivo ringraziamento per la sua amicizia telematica, che raccogliamo questi scritti per offrirli alla rete, contribuendo alla tessitura delle maglie importanti: poeti e studiosi che scrivono e leggono opere di altri poeti e altri studiosi.

Giuseppe Cornacchia – http://www.nabanassar.com – settembre 2007

………scarica il librino di D’Andrea su: http://www.nabanassar.com/nabanassariana.pdf

Stefano Ferreri ascolta Yo La Tengo, “Popular Songs”

Data di Uscita: 08-09-2009

Ho conosciuto Ira e Georgia una sera di qualche anno fa, durante il tour di ‘Summer Sun’. Eravamo in piena stagione dello squalo e mi rapirono per la seconda volta. Incontrarli al banchetto del merchandising prima del concerto fu alquanto strano. C’era chi chiedeva loro qualche impressione sulla città, chi si premurava di avanzare una o due richieste per l’esibizione imminente, quindi arrivai io. Scambiammo quattro chiacchiere su cose insignificanti e furono deliziosi. Mi feci autografare i due cuori sul booklet di ‘I Can Hear The Heart Beating As One’ e quella fu per me una specie di consacrazione del legame evocato nel titolo. Il concerto che venne fu strepitoso, anche se la ‘Stockholm Syndrome’ di cui fui vittima ha avuto la sua parte nel mio giudizio. Persone semplici e meravigliose i Kaplan, antidivi per eccellenza al di là di un vissuto non privo di dettagli incredibili (lui critico musicale saltato sul palco quasi per caso, lei figlia di una coppia di cartoonist da premio oscar). La loro natura genuina, quell’aver come congelato i lineamenti di un’umiltà autentica, mai simulata, ha fatto sì che gli Yo La Tengo non siano mai veramente cambiati e che, di conseguenza, non sia mai venuto meno l’apprezzamento del loro pubblico e della critica. Inevitabile, quando hai alle spalle una serie di capolavori e ti ostini a sfornare album talmente poliedrici da non sembrare il frutto del lavoro di tre sole persone. Senza ironia il gruppo di Hoboken sarebbe durato una stagione e poi via, nel dimenticatoio del rock alternativo di fine anni ’80, a far gioire un ristretto manipolo di collezionisti maniaci. Non è così che doveva andare. Ira e Georgia proprio come Thurston e Kim, per millecinquecento motivi e per nostra fortuna. Oggi festeggiano le nozze d’argento nella band con uno sconfinato atto d’amore nei confronti della popular music a stelle e strisce, tanto più geniale se si considera che loro popular non sono mai stati. E allora via col compito in classe: nove esercizi a svolgimento libero, spaziando dalla freschezza sixties al modernariato kitsch-pop, dal minimalismo beat narcotico alle cromature elettriche in odore di psichedelia. Esercizi di stile – si dirà – che rischiano di tradursi in mere operazioni accademiche. Niente affatto. Gli Yo La Tengo non dimenticano il garbo, né il colore. Affogano le loro popular songs in una pozza strabordante di synth, organetti e violini, ma non stuccano. Affascinano perché divertono e si divertono. Saccheggiano quasi cinquant’anni di musica americana ma sempre guardandosi allo specchio, riciclando con instancabile brio trucchi ed atmosfere dai loro dischi in assoluto più notturni (‘And Then Nothing Turned Itself Inside-out’ e ‘Summer Sun’) mirabilmente virati in tonalità pop per l’occasione. Con la chiusura di ‘All Your Secrets’, sorta di quieta e zuccherosa ‘Little Eyes’ revisited, qualcuno potrebbe obiettare che queste canzoni indubbiamente calligrafiche manchino dell’urgenza e dell’epicità degli Yo La Tengo classici. L’appunto è corretto ma va considerato che l’album è solo a metà. Con i tre lunghissimi brani conclusivi Ira e compagni rovesciano la prospettiva della gradevole e mimetica opera a tema per perdersi tra le mille frange del loro credo estetico ed emozionale, con una più autentica e personale declinazione del concetto di “popolare” applicato alla musica. Una viscerale trascrizione d’umori, ora nella forma del mantra avvolgente che sembra provenire dal fascinoso forziere di ‘Painful’, ora come sinuoso extra della sperimentazione sonora “acquatica” operata in ‘The Sounds of the Sounds of Science’, ora come fulgido trionfo della ratio nel disordine di un’eterna tempesta noise. A volte per suonare popolari occorre semplicemente essere se stessi.

Stefano Ferreri

[Pezzo apparso su Monthly Music, la cui redazione ringraziamo. Altro su YLT, qui. A. R.]

Due poesie di Gianmario Lucini

Se vai lungo la costa dello Jonio
da Reggio a Squillace, osservali
gli scheletri di muri che la ‘ndràngheta
ha disseminato lungo il litorale
e rifletti se questo è il Paese
magnifico che abbiamo ereditato
dagli antichi Greci e dai Normanni.

Considera poi che la bellezza
è soltanto una piccola preda
nel carniere dei loro misfatti:
rifletti sulla tua stessa vita
aggrovigliata nel disordine e nel grigio
dell’incertezza che ti consegna inerme
a giochi segreti e perversi;

non crederti indenne perché abiti a Milano
o al Nord o in Inghilterra
in ogni Paese ormai la guerra
unilaterale è da tempo dichiarata:
la mafia avanza, il mondo
gli cade fra le braccia
– illuso di sconfiggerla
con l’efficienza della polizia
o il candore dei fragili versi
d’una poesia.

*

L’impoetico dorme nella mia scrittura
lo trovo nei segni di questo paesaggio
nello scompiglio di mozziconi di palazzi
che s’affacciano violenti in riva al mare.

I segni che mi nascono dentro
non hanno voce né figura.

Trovo la bellezza appena svolto l’angolo
e mi appare serena nella luce del mattino
fra il verde antico di colture abbandonate
la facciata materna d’una casa contadina;

brillano al sole aranci maturi
che nessuno coglierà.

Questo paese ha bisogno di tornare
al suo passato e riscriverne il copione
piantare nuovi alberi di ulivo, confidare
nel sorriso del mare, nel fresco aspromontano

con cuore infiammato e nella mano
il fiore giovane della ribellione
la bocca salata per lo sdegno e nello sguardo
civili orizzonti di collera.

——-

Gianmario Lucini è nato a Sondrio il 18/09/1953. Ha frequentato le scuole dell’obbligo a Sondrio, Roma, Como e l’Università Cattolica di Brescia, laureandosi in Scienze dell’Educazione (indirizzo Formazione Aziendale) e conseguendo un master in critica. Dal 2007 lavora 6 mesi a Sondrio e 6 mesi in Calabria (da ottobre a marzo), dove collabora in qualità di esperto multimediale (videoriprese, montaggi video, fotografia, internet, formazione informatica di base, ecc.) presso l’Associazione don Milani di Gioiosa Jonica, aderente a Libera. Gestisce l’associazione Poiein, molto impegnata nella diffusione della cultura umanistica e nell’assistenza a soggetti svantaggiati, specie nel Terzo Mondo.

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O dio che saltavo, lia petrolosa
e faccia grave all’impiedi,
o danni al bene o male riso
dico si svolgerà l’appello e le cuoia dell’impresa.

O dio il fuscello o come riso vada, dà dà dà

oppuramente rivolgo la punta allo zero ed o dio

lui saprà quanto l’acqua dia spasmo.

Olio sano, e salva l’aria, a chi so
seminando per strada nel mondo
il groppo è lo spiedo.

Bill Callahan, ‘Sometimes I Wish We Were An Eagle’ – di Stefano Ferreri

Ancora una volta Mr. Smog ha fatto centro, senza bisogno di reinventarsi o stravolgere le proprie convinzioni estetiche. Non sbagliano gli intransigenti puristi che non gli hanno ancora perdonato l’accantonamento del vecchio moniker, e non sbagliano i detrattori di vecchia se non vecchissima data, sostenendo che questo nuovo lavoro di Bill Callahan non aggiunge nulla a quanto già detto in venti anni di onorata carriera, apprezzata o meno che sia. Sbagliano invece tutti loro nel servirsi di questo condivisibile assunto con dogmatica miopia, liquidando sbrigativamente il disco senza preoccuparsi di scoprire come dica quelle cose già dette, adoperando quale lingua. L’elemento cruciale di ‘Sometimes I Wish We Were An Eagle’ risiede a mio modesto parere proprio in questo dettaglio non trascurabile. Callahan ripercorre strade e temi a lui cari, ma lo fa con una consapevolezza formale straordinaria e senza alcun autocompiacimento. Dice cose dure, anche durissime (come in un finale che svela la fine della sua fede in Dio), eppure lo fa con un tocco leggero e misurato, tagliando all’essenziale la sua musica e riuscendo ugualmente a mantenersi su livelli comunicativi ed emotivi straordinari. Un quadro intenso e policromo che prende le distanze dalla magnificenza pop-rock della prima prova solista, riportando piuttosto alla memoria gli ultimi Smog: sobrietà elegante negli arrangiamenti, marginalizzazione delle tentazioni folk classiche (evitando di risultare eccessivamente crudo) ed apertura alle più svariate influenze in ambito cantautoriale. Il risultato è questo semplice ma convincente affresco, un’opera preziosa che riesce a porsi in una prospettiva personalissima fluttuando come in sospensione, senza tempo, fuori del tempo. Sarà anche per questa sensazione che lo ritengo un album vincente, libero da vincoli, classico già al primo ascolto e probabilmente ancora attuale dopo mille passaggi sul giradischi. Callahan in tal senso è sempre stato un maestro ed invecchiando ha saputo affinare questa sua prerogativa di sguardo come nessun altro. Disco dell’anno, nessun dubbio a riguardo.

[Stefano Ferreri, diritti riservati]