Spettri, Lampi, Nomi e Numi (Ricordi Pisani) – Angelo Rendo

Di quando dalla casa di via Bovio arrivavamo alla stazione di Pisa col carrello della spesa sottratto alla Superal e zeppo di valigie. Destinati a Siracusa sul Treno dell’Etna.

Sarà stato il 1997 o il 1998. A Pisa. Io scendevo lungo via San Martino, loro salivano. Carlo Alberto Madrignani e Valerio Magrelli. Non so dove andassero. Stranito Madrignani, stretto nelle spalle Magrelli.

La mente di Dio è senza parola, per lenti e vacui balbettii registra ad ognuno il proprio numero nel libro insperato. E da questo gli atti, le manomissioni, e le ghiere tra gli uni e le altre. Come un pugile che tiene fermo l’obiettivo, dissanguandolo, così guardo e prego.

Quel grumo, che è detto essere, non è detto. Di questo falso convincimento, che non è più falso, parlavamo a Pisa. In linea di massima ogni generazione ha la propria mente in Dio e non c’è dubbio che forzi nel girone i passi inutili della poesia.

Che poi non è che l’opera di un maldestro fabbro, il quale nell’agosto di fuoco salda la luce del sole alla più trita limatura del pensiero.

In via Bovio, dove abitavo – oltre al circolo Arci Agorà, che arrivò dopo – insistevano altri esercizi, pochi e malmessi. Ricordo con affetto l’ossessivo “Targhe, incisioni, timbri Scarpellini”, e il severo “Possenti Impianti”, per esempio. O di via San Martino, subito a destra, uscendo di casa e scendendo per via Gori, ricordo con tremore e disincanto la temeraria “Macelleria Sbrana”. Ahi!

Palazzo Agonigi, via Galvani 1, IV piano, Sezione di Greco, Aula Aurelio Peretti, Dipartimento di Filologia Classica. Pisa.

Sono seduto, e mi tengo strettissimo, nell’unico angolo della stanza, alla sedia.
I tavoli da studio ricoperti di similpelle verde, disposti a ferro di cavallo, immobili, il docente al centro, dorato, tutti intorno dodici/sedici ragazzi, palafrenieri. Il dispari in un angolo, alla destra del professore, in fondo, un fondo vicino. Un poco nascosto.

“Cortesemente, Rendo, mi può prendere i ‘Prolegomena to Homer’ di Wolf? Se si alza, il testo è alla sua destra, sopra la sua testa, per quanto ha lunga la sinistra.”

Ho finito di leggere una recensione a ‘Paura reverenza terrore’, l’ultimo saggio di Carlo Ginzburg. E mi ha preso un lampo imaginale.
Primi anni del 2000, Pisa, mi dirigo alla stazione per andare chissà dove.
Sotto le logge di viale Gramsci mi imbatto in Ginzburg e Adriano Sofri. Il primo in talare rosso ponsò e galero è tutto orecchi per il secondo in clergyman e collarino bianco, ciondolante e stanco. Mi faccio il segno della croce.

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Max Gazzè non è stato a Priolo Gargallo – Angelo Rendo

Cosa è Priolo Gargallo? Un paese infetto e inerme, che i vicini Climiti proveranno a scacciare come morbo della terra. Afflizione, follia, obesità, malformazioni. E lo spazio riservato ai necrologi grande, molto grande, molti morti senza intervallo. Ex frazione di Siracusa, comune dal 1979, 12.000 abitanti. Un borgo di nemmeno tremila negli anni Quaranta. Il Petrolchimico nel 1954. Priolo è il Petrolchimico. Una delle tante are sacrificali che costella la Regola. Un punto di accesso agli Inferi, i cui miasmi raccontano la fine.

Ieri sera, per la festa dell’Angelo Custode, il patrono, là siamo andati; per Max Gazzè. Nella delibera, consultabile online, si legge che il concerto è costato 65.000 euro esclusi l’Iva al dieci per cento e i diritti SIAE per complessivi euro 75.469,88. Luminarie, botti e fuochi d’artificio inoltre. Facciamo 100.000 euro. 

Per la fine è pronto tutto e per la fine si festeggia. 

Sfilano sul palco, prima dell’inizio, sindaco e assessori, il primo ringrazia e loda l’artista, chiamandolo Max Biaggi, i secondi lo custodiscono.

Quindi l’esuberanza di Gazzè, grande maestria, intensità e grandezza a tratti. Ma è troppo poco. Un grande artista avrebbe l’obbligo di considerare il luogo prima di accettare una proposta. Ridimensionare il cachet o rifiutare. A Priolo non c’è un cinema né un teatro. 

O forse Gazzè non è che uno degli extraterrestri che però cantano la vita com’è!

Una ricetta siciliana: “Ossa di morto” – Denis Montebello

[L’originale francese qui. Traduzione: Angelo Rendo]

Se si ha la fortuna di “trovare un osso”, in Sicilia e per giunta in quest’epoca, non è che si possa fare i preziosi, storcere la bocca dinanzi a un simile godimento.

Una cosa del genere a noi sembrerebbe un problema, una difficoltà insormontabile.

Per Boccaccio lo scheletro di Polifemo costituiva senza il minimo dubbio la prova che il grande Omero aveva visto bene – benché cieco – e aveva detto il vero. E Virgilio. E la Bibbia. Concordi. I giganti esistono.

Testimone un uomo, che nel 1371 ne scoprì – in una caverna nei pressi di Trapani – lo scheletro e tre enormi denti, poiché il resto, appena toccato, si ridusse in polvere. In cenere e polvere. Tre denti ancora interi mentre del cranio nessuna traccia. Del cranio di questi elefanti nani, con il foro della proboscide. Fossili così piccoli che sarebbe davvero impossibile considerarli i resti dei Ciclopi.

A Boccaccio non interessa sapere come essi siano giunti fin là dai tempi geologici, attraverso quale ponte o mezzo siano arrivati in Sicilia, dato che già non la popolavano. Se non erano i giganti che la abitavano.
Non gli interessa se si servirono della proboscide come un boccaglio, e se davvero gli elefanti sono possenti nuotatori – come si dice -.
Perché questi grandi pachidermi sono diventati nani? Nel loro patrimonio genetico era forse inscritta questa mutazione? Che cosa l’ha scatenata? Che cosa l’ha favorita?
L’ambiente dell’isola coi suoi spazi ridotti e le sue risorse alimentari limitate? La rarità se non addirittura l’assenza dei grandi predatori?
Boccaccio non si pone queste domande. Nulla scuote le sue certezze. Le ossa che dormivano in questa enorme grotta vicino Trapani sono quelle di Polifemo. Non demorderà da questo convincimento. E le proboscidine che gli si potrebbero presentare non gli farebbero cambiare idea.

Novanta centimetri al garrese per cento chili di peso, ma con grandi zanne. E’ l’Elephas Falconeri, che fa bella mostra di sé al Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” di Siracusa nella sala a lui riservata.

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Dalla vetrina da cui vi guarda con la sua unica e grande orbita, il piccolo mastodonte si mostra indifferente alla folla, al religioso rispetto che circonda il “Ciclope”. Non chiede il suo nome a Nessuno.

“Paesi e città”, l’e-book di ‘Doppiozero’ a cura di Luigi Grazioli

“La libreria di doppiozero continua a crescere, con un nuovo titolo da scaricare e leggere su tablet o su carta, stampando il pdf.

Oggi vi proponiamo un volume a cura di Luigi Grazioli, Paesi e cittàQui il link per scaricarlo.

L’Italia raccontata attraverso i suoi paesi e le sue città. La raccolta degli scritti apparsi su doppiozero all’interno del dossier Unità e disunità d’Italia.” Tratto da http://www.doppiozero.com

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[Facendovi soci di “doppiozero” (10 euro il costo della card), potrete acquistare gli e-book doppiozeriani appunto e, inoltre, avere gratis – fra i tanti gratuiti disponibili – il volume caldo-caldo “Paesi e città”, a cura di Luigi Grazioli, sopra il link.

Siamo 102 i partecipanti: io ho scritto di Scicli, Francesco Lauretta di Ispica, Simona Castiglione di Catania, Angelo Orlando Meloni di Siracusa, per restare ai siciliani che conosco; poi ci sono Luigi Grazioli, Federico De Leonardis, Enrico De Vivo, Toni Fachini, Janis Joyce, Ivano Mugnaini, Anna Stefi: continentali amici facebookiani. Siamo tutti, spero, non siamo nessuno! AR]

Paesi e città, a cura di Luigi Grazioli
Paesi e città, a cura di Luigi Grazioli

E’ in rete ‘doppiozero’!

[E’ online da ieri “doppiozero”, un luogo trasversale a radici fascicolate, a cura di Marco Belpoliti e Stefano Chiodi. Sotto le istruzioni per l’uso, tratte direttamente dal sito.

Potete leggere un pezzo di Luigi Grazioli, di Ivan Baio con Angelo Orlando Meloni, del sottoscritto e di Francesco Lauretta. A. R.]

doppiozero: istruzioni per l’uso

Tutte le esperienze di produzione e informazione culturale si stanno ormai affacciando in rete e l’utopia di un sapere diffuso, accessibile a tutti, sembra non esser mai stata così vicina a realizzarsi. Un anno fa ci siamo messi intorno a un tavolo con quest’idea in testa: trovare un modo nuovo per produrre e pubblicare (nel senso di rendere pubblica) cultura in rete con uno sguardo più lungo e più lento, capace di interpretare la contemporaneità, di mostrarla come un campo dove non conta solo il libro, l’immagine o il personaggio del momento ma in cui risuona la memoria e germoglia il futuro. Stimolare riflessioni, discussioni, partecipazione: questi i nostri punti di partenza. E soprattutto, formulare nuove domande e cercare nuove risposte per sollevare la temperatura culturale del nostro paese, per cercare di capire chi siamo e dove andiamo.

E così eccoci qui, con qualcosa che è allo stesso tempo un esperimento, un passo avanti e una prova: una versione beta, come si dice sul web. Che tradotto significa: ciò che vedete è solo una piccola parte di quello che abbiamo in mente.

doppiozero esplora la contemporaneità attraverso dossierrubricheinterviste, immagini, saggi: si spinge all’indietro, alle radici della nostra identità nazionale, studia il paesaggio urbano, raccoglie testi dimenticati e ne sollecita di nuovi, invita a viaggiare nel tempo e nello spazio. E lo fa pubblicando testi brevi e interi libri, blog d’autore e polemiche, fedele alla sua  impostazione non profit, perché la cultura sia davvero uno spazio di sperimentazione, di rischio, di condivisione.

doppiozero è un progetto editoriale, un luogo di incontro, una biblioteca e un archivio. Un luogo dove fare scoperte, approfondire questioni, incontrare scrittori, artisti, critici, poeti. Dove costruire insieme una comunità di lettori. Speriamo ci seguiate in questa avventura.