Senza patente *2* – di Dario Vanasia

Santino postmoderno (2009)
Santino (2009)
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L’ospedale – di Angelo Rendo

Capo Passero (SR) – foto di Chiara Nifosì

[Per la zia C. e per tutti gli altri ancorati. A. R.]

Le parti del corpo appartengono alla carta; se le tocco, diventano ruvide, lasciano uscire brufoli e pelle, mi fanno lacera, contusa, ed emergente; e allora, ciò che insiste sul davanti di una casa, direttamente si cuce come un nodo di paglia in una parte prestabilita.

Vengono dal basso, le fonti, mi indirizzano al pesce, al mare, come fossero un senso intervenuto, tra due passi.
Il luogo è fatto di ombelichi, fitto, quasi cervelli in cui infilo un dito, e faccio gridare.
Nessuno si perde sulle strade, chi è senza caratteri diventa uomo parlante, grande voce.
Non so da quali sentieri possano vedersi, le luci, quando fanno bianco, si vendono al prezzo del sole. C’è tanta luce! Non si tardi!
Così, ritornando sul passo, cavalcata la furia di un arco, interrotto il fuoco, si faceva luce, più luce, e nel solito si dormiva, in divergenze.

Il bene avanza, e non lo ferma nessuno, viene dal buio, spacca la luce.
Un essere sciolto, slegato e tentacolare avanza, coincide con le dune sabbiose, lo vedi tempo, e indissociabile arriva l’ossigeno; unna, lenta avanzata, uno spingere più in là, da gota a gota, l’inganno, il più breve.

Gli massaggiavo la fronte, guardava i miei lunghi e brizzolati capelli, fissava l’occhio sulle mie lenti sprofondate, lo accarezzavo, gli stringevo le spalle, avevo la gola raschiata, gli occhi pieni di acqua, e lo stipite della porta era un gigante bambino.
Aveva una vecchiezza raggiunta, fino alle tempie si aprivano nuove pagine, e la luce faceva l’occhio al frutto in gola.
Delimitando gli spazi, contraendo respiro e gemito, la voglia premeva, stretta, il seme era mangiato a capitoli.
Riuscivo dalla stanza, alzavo la cornetta, un capello bianco, lungo, si univa allo sguardo; lui non parlava, scorgevo sulle sue labbra, svolgevo la corona, ne annusavo l’incenso. L’istinto era di vomitare.
Riprendevo la zappa e parlavo tremando con l’altro capo del telefono; si dicevano pronti a raggiungerci al più presto.

Sterminavo coi gessetti la lavagna frontale, mi accaparravo dei miei affetti perquisendo le sarde in salomoia.
Era ancora presto, la luce si avvicinava, vigile.

Qualcuno può forse pensare che manca qualcuno all’appello?
Quando arrivano, hanno bisogno di mangiare, e tanto! Non basta reggere loro le pance o le cornute schiene dorsali.
Fui sul gradino ad attenderne uno. Arrivato, piano, mi salutò, fermo. Mi misi un dito sul dente cariato, e gli chiesi da dove venisse, quello mi rispose: “Mia prima necessità è di uscire dal buio; a volte mi sento come Babbo Natale, però non ho figli!”
C’è sempre difficoltà a capirsi?
Gli rispondi che se vuole può toccarmi, e farmi saltare due dita.
L’uomo babbo si irrigidisce, muto, mi si avvicina alla bocca con la tromba, uscita veloce dalla saccoccia. Faccio un balzo, mi verrebbe da sputargli in faccia, invece lo celebro, mi congratulo con lui, lo distinguo dagli altri, faccio un cerchio, lo illumino.

Di fronte alle mani, il vecchio ha una credenza piena di cibo e di cianfrusaglie, la divide con suo figlio.
Suo figlio è sempre un pittore, divora solo nudi, non dipinge moscerini. Si tinge la mano di bianco.
Un giorno, passando dalla loro casa, mi misi in testa un cappello, lui me lo notò, mi fece mettere in posa, mi ritrasse, ero un pezzo immenso di seno.
Non mi vergognai, lo pregai di continuare a cerchiarmi, lo sgridai perché s’era d’un tratto bloccato.
“Lasciami dimenticare mia madre” spinse così la frase, diretta, dagli occhi. Lo celebrai, mi rese il conto, pagai, non pensai fosse un pazzo.
Ero io, la donna, la sua, col capello lungo brizzolato; accudivo suo padre.

Delicatamente, e con molto tatto, accesi la lampadina. Era quella piccola, delle due che possedevo. Puntai gli occhi in alto, vidi la sua faccia, nera, simile ad un fegato.
Mi esortò a staccare le pagine, fare una certa pausa, di continuo.
La luce, però, era forte, non filtrava, accecava, diceva parole. Mi fece due conti in tasca, da allora, lo persi di vista.

Un semicerchio reggeva la lampadina, il vecchio gettava stampati sputi sulla carta, sentiva freddo e cercava con le dita parole, imparate a memoria, di un tempo, per darsi forza.
Lo vidi distintamente farsi sotto, nonostante unica cosa facesse fosse di massaggiarsi le tempie, imperterrito e indifferente, forse anche incoraggiato dalle carezze più che femminili.
Io, che ero sua dirimpettaia, non volli trattenerlo un minuto, bastava l’intera serata.
[Tanti si muovevano, avevano la solita fame, si aggiravano per i vicoli, persi nella collina, si vedevano di lato, chiacchieravano, single.
Faccio per chiudere il locale, ma quelli vogliono per forza entrare, non capiscono che in questa casa ci vivo con il vecchio e un fratello.]
Io stessa sono una donna, e faccio lume.

Il contenimento non ha vergogna, si presenta col didietro, poi repentinamente torce la schiena e fascia di luce i corpi.
Non verrete mai a sapere perché ci sono gesti e veglie che sembrano dilatarsi, inconsapevolmente, raccucciate le ginocchia e dimentichi dell’ombra, spingerete in avanti non solo la voce, senza geremie, non vi accontenterete del fendere l’aria, quasi un bisogno clinico apre la distanza, nessuno è immemore, anche io, che tralascio, vede la luce, sale i gradini, prende il plaid sulle gambe.

L’ospedale è un luogo di passaggio, e di fumi, di cerchi; ciò che si pensa non va pensato, va diluito il modo, con lievi gradazioni di tono, ma va necessariamente seguita la scia degli odori.

Eo puzzava di capra, faceva odore di lana, per via dei capelli, del suo cuoio capelluto.
I suoi genitori erano degli entusiasti, avevano sempre dato precedenza al colore delle sue feci, sin da bambino.
La madre aveva mammelle enormi, nonostante esile; il padre faceva documentari.
Eo non era nessuno, quando lo vedeva accapigliarsi, lui non faceva, diceva, preparava il luogo con l’acqua ossigenata, si dimenticava dei capelli, puliva e ripuliva. Dava nomi.
Venne una estate calda, compromissoria, alcolica per le pulizie appunto; attorno nessuno irregimentato, il cielo splendeva miseramente, di neve, con quella capacità filibustiera che hanno le giornate perfette.
Eo allontanava tutti coloro che si scaccolavano, maniaco della pulizia, dicevamo. Non sopportava il bagliore rosso del muco influenzato, piuttosto camminava a testa alta, col naso aquilotto a bilanciarlo.
Eo era Eo, non gli importava del malsecco della vite, si riordinava rincasando tardi, mangiando velocemente la frittata placentare.
Si aprivano vermi, si dissezionavano vermi, si facevano sbattere parodicamente calvini e pasolini. Eo schiacciava sonni, freddo e risoluto, con l’anima concorde, e da cozza.

“Ora, poi, tutto questo clangore, a sentirlo! Mi risuonano in testa dei vuoti da riempire, solamente; non certo l’ascia mi opererà, non mi farò operare. Mi opero, da me.”

La voce si nutriva di pezzi ritmati di pelle, un tamburo battente fra ronfi e gemiti orgasmici quasi quasi, il silenzio non smetteva di essere pieno di interferenze, miagolii di gatti in calore.
Qualcuno, all’ospedale, era già disposto a perdere, nonostante la vittoria replicasse invano schermaglie serricole.
Tra colpi di tosse e vestaglie aleggianti i frammenti si componevano al sole; la notte, profondissimamente quieta, inanellava spazi desultori, la deambulazione era affidata a scariche di peti. Ognuno rigirava la propria frittata, fremendo.

 marzo 2004

I “Racconti Immobili” di Luigi Grazioli (Prima)

[Pubblichiamo la prima di quattro puntate sui “Racconti immobili” (Greco & Greco, 1997) di Luigi Grazioli.]

Il futuro anteriore

Amo il futuro anteriore, trovo bello che ci sia questa possibilità di immaginarsi, e quindi in qualche modo già di essere, postumi a se stessi; la possibilità di pensare già da ora come compiuto qualcosa che è ancora in atto o che addirittura non ha ancora conosciuto l’inizio; di poter esprimere non l’intenzione o la speranza o la previsione solo in rarissimi casi certa come nel futuro semplice, ma l’inesorabilità del già accaduto, e il compiacimento che lo sia, col sigillo del passato, per ciò che ancora non lo è, per ciò che ancora contiene tutte le possibilità della vita e non la definitività della morte. “Avrò fatto”, “sarò stato”, “avrò amato e sarò stato amato” comprendono la consolazione dell’opera e dell’esistenza e insieme la gioia di saperle ancora in corso, e più ancora quella che si proverà nel viverle. C’è naturalmente, nella parola “consolazione”, un che di malinconico, ma si tratta di una malinconia dolce, quella di chi non si fa troppe illusioni sul tempo e sa che ogni cosa deve finire, ma che invece di misurare ciascuna dalla chiusura ne gusta ogni volta il percorso. Di questo tempo amo anche l’inesorabilità, quando cioè enuncia la sofferenza del negativo come una pena che si deve ancora tutta scontare, che niente sembra poter evitare e che nessuna fine potrà cancellare o redimere. Anche in questo caso esprime una condizione di postumità, ma rispetto a una vita mai vissuta, il rimpianto già postumo di chi non è mai nato mentre ne aveva il costante desiderio: presa alla lettera, la mortificazione. “Non avrò fatto” significherà allora il fallimento di colui che avrebbe voluto e forse anche potuto fare: la condanna; e “avrò sofferto”, “non avrò fatto che soffrire”: la desolazione.

Più basso

A volte, in particolare quando sto camminando lentamente, magari mentre leggo, e mi fermo un momento a pensare, all’improvviso mi sento basso, e sento che lo divento sempre di più: la percezione dello spazio è cambiata, il suolo è più vicino, il corpo più pesante, le membra sprofondano l’una nell’altra, come a causa di una maggior densità dovuta a un’istantanea evacuazione del vuoto corporeo: le ginocchia sfiorano le caviglie, il torso si incassa nel bacino, come la testa nelle spalle, i capelli si appiattiscono e, sotto, il cervello preme contro la fronte e sulle vertebre che si incollano l’una all’altra fondendosi in un unico blocco, pur restando ogni cosa esattamente identica a come è sempre stata, così come sempre lo stesso sono io, anche se mezzo metro più lontano dal soffitto, o dal cielo.

Luigi Grazioli