Gianluca D’Andrea legge “Al mondo” di Teresa Zuccaro

L’UMILTÀ AMBIZIOSA: l’onestà delle parole

La lettura di una nuova raccolta di versi porta sempre ad uno straniamento, l’affermazione vale soprattutto per un’opera prima perché il lettore partecipa allo svelamento di un mondo “nuovo“ che inconsapevolmente colpisce zone in precedenza nascoste, appunto velate.
Nessuna eccezione per “Al Mondo”, anche se occorre precisare che lo spaesamento iniziale si mantiene durante la lettura, componimento dopo componimento.
Mi accingo a scoprire “un mondo” che mi rende partecipe della mia estraneità.

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Gianluca D’Andrea legge Franco Buffoni

IL MALE NELLE FIBRE: “Guerra” di Franco Buffoni, Mondadori, Milano 2005

Va sempre più chiarendosi la direzione poetica dei rappresentanti più significativi della generazione che ha concluso il Novecento e aperto il nuovo millennio nel nostro paese.
Come “Disturbi del sistema binario” (V. Magrelli, Einaudi, Torino 2006), anche “Guerra” di
Franco Buffoni (pubblicato nel 2005) rappresenta una rinnovata riflessione “morale” e la difficoltà di una distinzione tra bene e male ai giorni nostri. La stessa riflessione prende le mosse da più lontano, da una lunga meditazione sul secolo breve con le sue devastazioni, in primo luogo storiche. “Guerra”, infatti, vede la luce a causa di un ritrovamento reale, radice di una tradizione e sintomo della trasmissione etica più antica nell’intera storia dell’uomo: quella tra padre e figlio, anche se in modo indiretto (il ritrovamento di documenti sparsi sull’esperienza bellica del padre dell’autore). La scintilla è pronta a incendiare su un terreno altamente disposto ad accoglierne l’ardore e le vicende personali si incrociano, in un quadro più ampio, a quelle del mondo, in una sorta di assolutezza temporale.

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Andrea Barbieri legge “La fidanzata automatica”

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A me interessa soltanto l’arte che può essere amata senza doverla guardare attraverso una ‘preparazione’: mi figuro qualcosa come uno sguardo ‘creaturale’. Purtroppo è una cosa piuttosto mitica, dato che la vita ci fa assorbire ogni genere di strutture di pensiero, modelli di comportamento eccetera. Diciamo che è qualcosa a cui tendere, per questo ascolto con molto interesse chi è senza gradi intellettuali, del resto nemmeno io ho gradi.

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La matematica del Novecento

… tre grosse difficoltà si pongono alla divulgazione della matematica: l’alto livello di astrazione, staccata dal senso comune; la grande quantità di teoremi, spesso inutili, messi in circolo dalle riviste specializzate; la frammentazione dei discorsi e l’iperspecializzazione in sottodiscipline di dubbia vitalità e ancor minore utilità.

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Localismi

Mi trovo tra le mani una antologia di testi dal titolo “Cento Sicilie. Testimonianze per un ritratto”, a suo tempo (1993) curata a quattro mani da Gesualdo Bufalino e Nunzio Zago per “La Nuova Italia”.

Siamo nell’ambito del mondano, delle celebrazioni, delle sicilitudini, tuttora operanti e vegete. Testimonianza di avviticchiamenti fuori tempo massimo, e della perpetuazione.

Dinanzi ad operazioni del genere, o di genere – si può ben dire – , che, inconsapevolmente -nemmeno tanto, a ben vedere -, aggiornando piuttosto vanità e autocompiacimenti, dissimulando paure, riducono la terra da universale a macchietta, non bisogna restare inerti, o stupidamente acconsenzienti.

Battere, a piede sospinto, il tasto della riconoscibilità, della immota pietra gorgonica è civetteria. Che ottiene risultato di segno opposto: il lamento intorno a una condizione.
Fatalismo e remissività, gioco sulla inesistenza. Meglio sarebbe proclamarla, la benedetta inesistenza, invece di passarsela da mano a mano, esultanti.

Tra l’altro, l’antologia sarebbe rivolta o sarebbe stata rivolta e notificata a un pubblico di scuola media superiore. Niente di peggio che frenare sviluppi, incardinare a miti stantii e naftalinici, buoni a innescare attese e pretese.

Chi, oggi, non riesca a fare a meno di un propagandistico canale identitario, opera, di troppa e rovinosa e frenante memoria, non solo contro l’integrazione, ma soprattutto contro la libertà, che, prima di essere in terra, deve annusarsi nell’aria.

Felice Cacafoco, 17/07/2005, concede a www.nabanassar.com

Judy Swann reads David Lehman

Since 1996, April has been National Poetry Month. The initial goal was not the
writing of a poem a day. Instead, according to the publishers, booksellers,
librarians, literary organizations, poets, and teachers who dreamed it up, the goal
was to establish a month-long holiday in celebration of poetry. Volumes of verse
were handed out, poets were invited to read at the White House, and an election
was held to decide which poet should be honored with a postage stamp. Not
everyone saw these developments as praiseworthy. Charles Bernstein, for one,
railed against the month because its sponsors “exclude from its promotional
activities much of the formally innovative and “otherstream” poetries that form the
inchoate heart of the art of poetry…[A]ctivities on behalf of National Poetry Month
tend to focus on the most conventional of contemporary poetry; perhaps an
accurate name for the project might be National Mainstream Poetry Month.
[P]erhaps we should designate August as National Unpopular Poetry Month.”

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