PAREIDOLIA E GRAFFITI – Angelo Rendo

Che le piastrelle del bagno dei nonni erano turbate da vaghe immagini: pensavo a questo, mentre me le trovavo di fronte, ai lati e alle spalle, io all’impiedi, ieri.
Da ragazzino mi capitava spesso di attardarmi, come ora, sul basso trono per via di quel rapimento. Era la camera degli spiriti, dove riposava l’efferatezza della fantasia.

Ma c’era anche la stanza da letto; così sono andato a rivederla, come potesse iniziare a rivelarmi altro. Ché l’altro è di regola il primo passo fuori dalle proprie stanze.
E, sportomi poco poco, ho subito messo a fuoco con l’occhio sinistro (mentre il destro rimestava ancora lungo il corridoio nei ricordi) una incisione sulla viva carne dell’armadio, accanto alla maniglia, lunga lunga e stretta fra il vetro e l’apertura: RAGAN RANDY. Che era un difensore del Canada ai Mondiali del 1986 in Messico. Il cui nome, assonando col mio cognome, e tutta allitterandosi l’accoppiata, sfruculiava il mio vandalismo, il mio egotismo nominale e farsesco, e, a distanza di 33 anni l’opera non smette di gridare – di venire al senso dall’idiozia – insieme all’armadio.

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METEORISMO – Angelo Rendo

Con le parole bisogna andarci piano. Il più delle volte è meglio non fare parola, figurarsi dirne. Non è raro, infatti, che chi ci va forte, prenda la via dell’aceto.
Rimango stupito da quanto si creda a chi le pronuncia e quanto, invece, bisogna che non creda chi le fa, o dice.
La fede è a prescindere, e vegeta, nell’ulteriorità, in mezzo ai campi, come uno scampolo di meteorite.

**XLIII POESIE PER 43 ANNI** – Angelo Rendo

I
Non esiste al mondo cosa
vera passa verità,
solo muto e franto
stare.

II
L’inizio non ha sembianza
si chiude nella fine.

III
Andammo per le tre cime
conseguimmo fondi e lunghe
vie.

IV
Seduta su una sedia rideva
era il giorno della fine.

V
Dal colpo di dado si nota
che l’atto non pesa l’assenza.

VI
Frequentemente l’occhio si macula
per arrivare salvo al giro.

VII
Camminavano per non sapersi dire
quale fosse il giorno l’ora
e l’eterno sorriso.

VIII
Di lato muovono le tende
attente che non si rompano.

IX
La vista arriva lontano
mare mare del sano avvenire.

X
Palme, oleandri e gigli
fra gli idranti e le cortine.

XI
Nascono miti segnature
strette e scarpe grosse.

XII
Pensano che la strada sia corta
i numeri primi e le sorti ultime.

XIII
La committenza è babba qualunque sia
il segnale
confida nella platea.

XIV
Spingiamo questo carretto sento dire
vale la pioggia non il muro.

XV
Poi scricchiolii e stente luci
per arrivare ai limoni.

XVI
Tutte le liste scelgono di rimanere
sole nell’abbraccio che l’uno serve
all’altro come lo zero all’uno.

XVII
Dove siamo arrivati non si chiede
silenziosamente al guidatore
vicini.

XVIII
Probabile l’esperimento sia stato
invalidato dalla specie che calcola.

XIX
Due o più spine non danno al cuore
piacere sconforto o mali
da rimediare al mercato.

XX
Nero o bianco tralucono dalle imposte serene.

XXI
Vedere rischia di divenire.

XXII
O gatto che qui vuoi entrare
come cane che assalta la piovra.

XXIII
Non ci siamo detti che tutto
mentre l’ora batteva la stessa ora.

XXIV
È tardi per pensare che
presto arriverà un coglione.

XXV
Vanno sempre in due ma non parlano né per me né per te.

XXVI
L’amore è un falso riflesso
fra forme che non si riconoscono.

XXVII
Siamo a metà e non ci siamo.

XXVIII
Nascono così i romanzi:
una cosa che voglio evitare.

XXIX
Presi per noia non se ne vanno
ristanno per commuovere.

XXX
Gli insipienti giurano il vero
non si può onorare la giustizia
con il vero.

XXXI
Mi disse guai a te ma sbagliò
il tempo.

XXXII
Masse di intelletti impuri
che vergano con la vergogna
la carta dell’onore.

XXXIII
A voler randomizzare le emozioni
salgono le nebbie muoiono i periti.

XXXIV
Scadono gli efferati attacchi
in minime ipotesi di pernacchie
e risa.

XXXV
La coordinazione rimpolpa
la serie ostinata di vuoti.

XXXVI
Compari, luoghi di mezzeseghe
animati da lunghi e meticolosi
pensieri.

XXXVII
Può darsi che poco resti
o molto resista del nostro
poco o tanto meglio.

XXXVIII
Sfacciati hanno visto il buio
credendo di aver fatto un affare.

XXXIX
Ogni simulazione che imperli la fronte
non è pace, ma guerra a stento
trattenuta.

XL
Il fiore della pelle i lucori avidi
dell’imprevisto.

XLI
Di quel che non si sa
dicasi di più, non sia
che si sfogli la larga
attesa in petali di oro.

XLII
Prima dell’accelerazione
il positrone rinculò
ridente.

XLIII
Avremmo finito non fosse
per la vita tombe prepari
chi legge.

MANGIARE POESIA – Mark Strand (trad. Angelo Rendo)

Schiumo inchiostro dalla bocca.
Sono felicissimo. Ho mangiato
poesia.

La bibliotecaria non crede a quel che vede.
Ha occhi tristi
e cammina con le mani dentro il vestito.

Le poesie sono morte.
La luce debole.
I cani sulle scale dello scantinato: stanno salendo.

Occhi che ruotano,
e zampe bionde che bruciano come sterpi.
La povera bibliotecaria inizia a battere i piedi e piange.

Non capisce.
Quando mi metto a quattro zampe e le lecco la mano,
grida.

Sono un uomo nuovo.
Le ringhio e abbaio.
Scodinzolo nel chiuso di un libro.

EATING POETRY

Ink runs from the corners of my mouth.
There is no happiness like mine.
I have been eating poetry.

The librarian does not believe what she sees.
Her eyes are sad
and she walks with her hands in her dress.

The poems are gone.
The light is dim.
The dogs are on the basement stairs and coming up.

Their eyeballs roll,
their blond legs burn like brush.
The poor librarian begins to stamp her feet and weep.

She does not understand.
When I get on my knees and lick her hand,
she screams.

I am a new man.
I snarl at her and bark.
I romp with joy in the bookish dark.

POESIE D’ARIA – Mark Strand – (trad. Angelo Rendo)

Piano svaniscono piano le poesie d’aria;
troppo leggere per la pagina, deboli, lontane
“La Luna”, “Le Stelle”, “Il Sole” – i titoli –
cadono in mare o scompaiono dietro gli alberi freschi
al bordo del campo. Ovunque la tomba della luce.

Cesseranno le poesie. Moriranno. D’estate o d’inverno.
E né lacrime, né occhi al cielo.
Una fitta nebbia ricoprirà le vallate,
un buio indistruttibile cadrà sulle colline,
e niente canterà,
neanche un uccello, niente.

POEMS OF AIR

The poems of air are slowly dying;
too light for the page, too faint, too far away,
the ones we’ve called The Moon, The Stars, The Sun,
sink into the sea or slide behind the cooling trees
at the field’s edge. The grave of light is everywhere.

Some summer day or winter night the poems will cease.
No one will weep, no one will look at the sky,
A heavy mist will fill the valleys,
an indelible dark will rain on the hills,
and nothing, not a single bird, will sing.

Multiverso – Angelo Rendo

L’abitudine intima di stabilire somiglianze fra bene e male, occhio e croce, cane e padrone, vip e mortodifame, amico e parente, affiora come una malattia imbattibile in tempi ancor beati e contagia e porta a perdizione chi dal sentire astratto è preso, ora e sempre.
La prima, e imprevedibile struttura che soggiace alla vieta nozione dell’incessante ha per spettatore l’universo, e l’appiccicosa concretezza. E non se ne esce.

{CATULLO, Carme XXIII, tradotto in siciliano da Angelo Rendo}

•L’aderenza del dialetto siciliano alla “nuga” catulliana è stupefacente. La traduzione un colpo di fulmine. Il carme disciolto nel liquido dell’oralità. E, come istupidita, la lingua si versa limpida e sincera – che poi è la ragione per cui una verità in dialetto è più oscena di una licenza – nel registro alto e segreto dell’intenzione poetica.•

Furiu, schiavi nun hai, sordi mancu
prucchi, ragni, nenti, fuocu propria,
peroni ihai mpatri e na matrastra,
ca che rienti macinunu macari i petri,
e tu ta passi bona cu ta patri
e sta fimmana lignifìcu.
Nenti chi diri: va passati truoppu bona,
dicirìti ottimamenti, ri nenti nvi scantati,
quali fuocu, casi caruti,
quali futtistèri, nculaturi o vilena,
quali cazzu ri cosi!
Ianzi suli, friddu e fami
vi tenunu sicchi comu ncuornu
ca chiù sicchi nun si pò.
E nun t’avissuta passari bona?
Na goccia ri surura, o ri vava,
catarru o moccuru nun sai
chi sunu!
Pulituni e sciacquarazziatu,
ca co sì e co no reci voti all’annu cachi,
hai nculu chiù pulitu ri na salera,
e fai zoddiri chiù duri re favi e re petri,
ca se i scacciassutu che manu e ncuoddu
ti stricassutu: nun ti llurdiassutu.
Furiu, a sti cuomiti cussì belli
nun ci sputari, nun ti crirri ca su’ minchiati,
ca vai circannu cientumila eviri!
C’ha finiri, u capisci? Ta stai spacchiannu.

***

Furi, cui neque servus est neque arca
nec cimex neque araneus neque ignis,
verum est et pater et noverca, quorum
dentes vel silicem comesse possunt,
est pulcre tibi cum tuo parente
et cum coniuge lignea parentis.
Nec mirum: bene nam valetis omnes,
pulcre concoquitis, nihil timetis,
non incendia, non graves ruinas,
non facta impia, non dolos veneni,
non casus alios periculorum.
Atqui corpora sicciora cornu
aut si quid magis aridum est habetis
sole et frigore et esuritione.
Quare non tibi sit bene ac beate?
A te sudor abest, abest saliva,
mucusque et mala pituita nasi.
Hanc ad munditiem adde mundiorem,
quod culus tibi purior salillo est,
nec toto decies cacas in anno;
atque id durius est faba et lapillis;
quod tu si manibus teras fricesque,
non umquam digitum inquinare posses.
Haec tu commoda tam beata, Furi,
noli spernere nec putare parvi,
et sestertia quae soles precari
centum desine: nam sat es beatus.

Scena e quinta – Angelo Rendo

Per ogni Sciascia ottimista, vi è un Savinio, e uno solo, che nasce prima di essere nato. E – come sempre accade a chi rimane con le mani in mano – mentre il proscenio sprofonda sulle scale d’ingresso, e tutto crolla il sistema che legava scena a quinta, uno degli spettatori, non per forza dell’ultima fila, ecco applaudire all’esercizio della volontà: il massimo dell’incuria al minimo dell’impresa.