cablogramma postumanista n.11 – congedo

Prendendo spunto dal questionario in corso su poesia2punto0.com, termino la serie dei cablogrammi e ringrazio. GiusCo

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Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Credo che al momento sia essenzialmente un rifugio emotivo per qualche centinaio di espulsi da altri contesti, un modo poco costoso per provare a dare un tranquillante all’ego e al proprio tempo che fugge senza lasciare traccia. Portato avanti in Italia, questo tipo di afflato suona patetico: pur in declino, siamo la decima economia del pianeta e i numerosi ammortizzatori sociali (famiglia, parrocchie, circoli culturali, reti piu’ o meno ideologiche) evitano i conflitti che si vedono altrove. Dirsi poeta in Italia e’ quindi un vezzo o una mania, come tirare con l’arco, fare birdwatching o giocare ai gratta e vinci.

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto?

Ho avuto un grosso periodo di fervore tra il 1994 e il 2004. Sostanzialmente ho passato i miei vent’anni cercando di fare un apprendistato leonardesco, meta’ scienze dure e meta’ umanesimo. Su quest’ultimo versante, e’ stata fondamentale la collaborazione col poeta siciliano Angelo Rendo. Ho poi pubblicato in modo clandestino o semi clandestino a partire dal 2003, come congedo nei riguardi della spinta e della vena che si stavano esaurendo. I primi librini, un ridotto teatrale a piu’ voci ed una plaquette personale, sono stati nel 2003 con Ass Cult Press di Pistoia, gruppo d’azione culturale affine a me ed a Rendo.

Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Molto per caso. Costi ridotti all’osso: spesi 40-50 euro in totale; autodistribuzione e nessun lancio, a parte una presentazione a Pistoia che mi fece capire di essere sostanzialmente inadatto a stare su un palco. Un’esperienza a meta’ fra uno scherzo e la seriosita’ di chi riteneva di star facendo qualcosa di importante per le patrie lettere. Credo ancora che, con Rendo, stessimo facendo qualcosa di rilevante, ma il mondo reale gia’ andava ed e’ infine andato da un’altra parte.


Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Se fossi un editore, lo sarei di vanity press. Inconcludenza per inconcludenza, ne avrei un profitto. I poeti si aspettano dagli editori qualcosa che nessuno puo’ dare e che tutti rifuggono: la percezione del proprio ridicolo. Per fare del proprio ridicolo un vanto o un mestiere ci vuole esibizionismo e anche questo non manca. In massima parte, come gia’ detto, il retrogusto e’ patetico e quindi alla lunga indecentemente insopportabile.

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Il web era partito per uno scopo ben preciso, di utilita’ fra elite della ricerca scientifica e militare. Quando e’ diventato un fenomeno globale, aperto all’interazione delle masse, ha portato tutto quel che alle masse si rimprovera: pressapochismo, ignoranza, palato facile, chiacchiericcio. Non credo che oggi si possa fare poesia dal web, se non riciclando materiali inerti e poco interessanti. Fare poesia sul web, invece, e’ ancora possibile perche’ ogni spazio e’ immagine di chi lo riempie e una certa dose di talento si puo’ ancora rintracciare qua e la’.

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Credo che questo tipo di domanda risenta di un pregiudizio ideologico che, in un’era di libero mercato alla deriva, la rende inutile. Ognuno per se’ e il diavolo per tutti, salire sulla giostra non e’ reato e qualcosa di buono, da individui singoli per altri individui singoli, ogni tanto si realizza.

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Il passato e’ passato. Vivere nel presente riscrive continuamente le regole, ma e’ il diverso grado di talento individuale a rendere tale riscrittura interessante o meno a chi legge. Talento che, a mia opinione, deve rimanere pesante, robustamente logico nel tenere le briglie ed educato a fornire un prodotto da mettere in circolo.

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Questa domanda, come l’altra di sopra e per lo stesso motivo, risente di un pregiudizio ideologico che la rende inutile.

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Rifuggo dagli evangelisti della poesia. Lasciate che sia, se deve essere, un incontro individuale, il piu’ possibile casuale. Autoeducazione, insomma. Mai e’ stata disponibile tanta poesia, buona e meno buona.

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta mi pare un osservatore che anticipa lo spirito dei tempi a venire provando a modellarne la forma linguistica. In questo senso, puo’ entrarci di tutto ma non credo ad un ruolo pubblico, ne’ verso il pubblico.

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Retrospettivamente, credo che nei miei 15 anni di pratica abbia prevalso la spinta, lo stare sull’onda dettato dalla voglia di sperimentare un equilibrio frontale, in faccia al sole ed alla vita. Mantengo viva la spinta traducendo dall’inglese quel che mi restituisce lo spirito di quello stare in equilibrio.

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Trovo la comunicazione poetica in senso stretto del tutto casuale, soggetta a regole interne di economicita’. E’ come se attraverso la buona poesia si vedesse in controluce lo spirito di chi l’ha scritta e del suo tempo corrente. In questo senso, ha valore documentale e rimane -a mio modesto avviso- il miglior reperto storico a disposizione di chi verra’.

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Sostanzialmente nulla, ognuno di noi ha le proprie maniere e io, in passato, ero informato dentro questa.

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Non potrei fare della poesia un mestiere, lo trovo antitetico.

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Spero si possa dire che un tempo non lontanissimo c’era ancora la possibilita’ di fare poesia liberi dalle circostanze, in piena coscienza e in totale controllo sia della tradizione che dello spirito del tempo che da li’ a qualche anno sarebbe venuto. Quel tempo, pero’, e’ passato.

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cablogramma postumanista n.10

1. Pirati (miei commenti in un dibattito su Fukushima in linkedin.com)

While considering the most recent mess with oil spill (BP) and nuclear safety (Tepco), both leading to environmental disasters, I think we are going to see more and more governments directly involved into energy production. In fact, big firms and contractors cannot be trusted any more because they still put profit before safety, only to scream like children and make evasive excuses when s*it happens.

Coming back to the responsibility and accountancy of disasters in plants, this is one sentence from an Italian Court dated 16 April 2011. In my opinion, for the sake of the energy industry and its relation to workers and general public, we should hope this is going to make a trend at international level:

“April 16 (Bloomberg) –A ThyssennKrupp AG executive was convicted of murder in Italy yesterday for a fire at a steel plant there in 2007, which killed seven workers.”

http://www.bloomberg.com/news/2011-04-16/thyssenkrupp-executive-convicted-of-murder-for-italy-plant-fire.html

My point is that a fair part of the profit these big firms make at the expenses of the workers, the general public and the environment should be given back to the community in form of a greater attention to safety. In fact, I’m not sure the scale of the tsunami in Fukushima was not predictable. And Europe has been very fast to order a stress test on all the nuclear plants in the continent.

For what I’ve seen, the attitude of too many international players makes them more similar to pirates than trustworthy stakeholders. This is not the topic, the time and the place to raise such issues, but we probably might spare a thought to how the system is organized at the top. If the costs become too high, some sort of nationalization may help.

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2. Giovanotti (miei commenti in un dibattito sul flarf in Nazione Indiana)

A me sembra tutto un po’ ridicolo, come lo e’ la pretesa di scrivere un inglese neoglobal, culturalmente ed etnograficamente inesistente ma oggi molto pop, come la coca cola. Questi testi non vanno collaudati qui, su un sito italiano piu’ o meno aperto ai gonzi borghesi o ai giovanotti irretiti dalle scienze della comunicazione, ma su siti di madrelingua anglofona: inglesi, americani, canadesi, neozelandesi, australiani, caraibici. Li’ vi diranno in due minuti chi siete (giovanotti simpatici), cosa volete (fare bollicine) e da dove venite (dal Paese del gioco delle tre carte).

In Inghilterra, sul versante poesia, c’e’ la grande lotta fra i conservatori maschi, bianchi, anziani, modernisti di Carcanet e tutte le “minoranze” immesse nel circuito da Bloodaxe e io simpatizzo sinceramente per queste ultime. Pero’ fra italioti non dovremmo darcela a bere: li’ si trattava e si tratta di questioni etnografiche e politiche reali, non di bollicine da precari della scrittura. Comunque l’Italia non e’ la fu DDR e quindi la libera iniziativa, la libera impresa, hanno ancora maggior senso che borbottii corveschi. Prosit.

C’e’ anche Salt, piu’ recente delle altre due, indirizzata a livello concettuale sulle linee alle quali vi appoggiate. Pero’, mi permetto di suggerire, il flarf va introdotto qui in Italia in un qualche modo accessibile ai comuni mortali, perche’ e’ in effetti incomprensibile nella nostra tradizione (e altrettanto incomprensibile che venga praticato da noi, ma questa e’ solo una mia opinione). Questo spot, ad esempio, e’ molto flarf in testo e paratesto: http://www.youtube.com/watch?v=S-CSljDKjJY

cablogramma postumanista n.9

Avendo vissuto tutto il periodo in questione su molti dei luoghi riportati e avendone visti nascere/morire tanti altri, devo dire che l’articolo su Allegoria n.61, pp.153-174 http://www.leugenio.com/Verifica%20dei%20poteri%202.0.pdf e’ tutto sommato obiettivo, ma molto limitato alla sola punta dell’iceberg e davvero a spanne nelle conclusioni sui meriti/demeriti conseguenti.

Anzitutto io contesto che i luoghi citati nell’articolo abbiano rappresentato il meglio, qualitativamente parlando, emerso in questi 13 anni sul web italico, a parte forse la “societa’ delle menti” di clarence (by Genna and friends) di fine anni ’90 che davvero foro’ la cappa generazionale e consenti’ il primo reale contatto fra outsider ed insider senza davvero alcun filtro all’ingresso.

Mancano esperienze partite dal basso quali i newsgroup di meta’ anni ’90 (it.arti.scrivere, it.arti.poesia); mancano i siti seminativi della fine anni ’90 (almeno bookcafe, arpanet, pseudolo, fernandel, il bollettino vibrisse spedito via mail); mancano esperienze degli anni 2000 (penso almeno a sguardomobile, il compagno segreto, zibaldoni, la dimora del tempo sospeso, il magazine triestino fucine mute e anche al mio fu nabanassar).

In sostanza, il dilemma che si inizia a porre a chi scrive di rete col piglio storiografico di chi traccia un bilancio e’ semplice: considerare i siti “mediani” come e’ stato effettivamente fatto, che convogliano e raccolgono l’attenzione -oltre che dei pochi del mestiere che mano mano si sono avvicinati al mezzo- del pubblico di rete di massa, costituito in larga parte da outsider (oggi si direbbe precari del settore umanistico) e persone piu’ o meno dignitose di varia estrazione e curiosita’ (insegnanti, sindacalisti, ex musicisti, ingegneri, preti, casalinghe); oppure considerare i siti che hanno prodotto (e in alcuni casi ancora producono) contributi letterari al livello -quando non notevolmente superiori- di quelli che fino a 15 anni fa finivano qualche volta in terza pagina.

Tirando al massimo la questione e forte della mia esperienza sul campo, l’impressione e’ che questo articolo si limiti alle bollicine recenti del minimo ritorno mediatico, della minima pubblicita’ derivata dall’apertura al Dilettante (come qui nei commenti) e alle classifiche di gradimento, propria del web 2.0. Ma un occhio 2.0 giocoforza perde tutta la specificita’ del fu 1.0 che -ahi ahi, i bei tempi che furono- aveva tutto un altro spessore.

Dei pionieri resta un ricordo spesso mitizzato, ma la differenza tra il fu 1.0 e questo 2.0 (presto 3.0 interattivo su smartphone e altre diavolerie del genere) e’ abissale.

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Con tutto il rispetto per i cartacei, credo che le energie migliori per il futuro del settore debbano necessariamente provenire dal web, che si e’ liberato da tempo di principi di autorita’, arie di famiglia, opacita’ ed eredita’ storiche (gli epistolari mitizzati, le scelte a naso, le dinamiche intereditoriali), salvando solo alcuni libri che resistono al tempo. Non e’ neppure questa la strada migliore perche’ manca ancora, sul web italiano, un percorso formativo condiviso come ad esempio ha messo il MIT.edu con i suoi opencourseware, i corsi undergraduate resi pubblici e gratuiti da ormai qualche anno.

Chi resta nel cartaceo si prepara ad un lavoro da storico e di retroguardia, appunto, come gia’ mostrato nell’articolo-riepilogo sul web letterario italico postato piu’ giu’. E se l’acribia, la dedizione, lo spessore delle ricerche e la capacita’ di inquadrare i fenomeni per quel che sono stati si manterranno a quel livello (contaminati da bollicine contemporanee di ambito pop), non avranno neppure l’attendibilita’ dovuta agli studiosi di professione.

Spiace dirlo perche’ suona tanto odifreddiano, ma nel campo artistico la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori che si presentano in web lascia davvero molto a desiderare quando si tratta di rilevare, organizzare ed interpretare i dati, forse perche’ ancora pesantemente sotto l’aura formativa di un “principio di autorita’” che in altri ambiti e’ stato accantonato da tempo in favore di verificabilita’ e tracciabilita’. Il guizzante Tiziano Scarpa parlava gia’ dieci anni fa di “collaudo” delle idee nella prassi, pratica che in qualche modo aiuterebbe ad alzare il livello.

Rimane dal mio modesto e individuale punto di osservazione una netta ostilita’ verso la “famiglia”, di tanto in tanto sciolta in moti di simpatia quando questi addetti ai lavori smollano le catene del mestiere e scrivono quel che davvero pensano (come capitato qualche tempo fa sull’antologia di poesia romanocentrica tra Forlani & Ostuni su Nazione Indiana, con effetti disastrosi per quest’ultimo). Visto che sciocchi non sono, ma solo e spesso in malafede, in tali momenti si realizza davvero quella interazione auspicata a parole e che nella realta’ a me pare sempre piu’ improbabile, se non altro perche’ l’inerzia della carta e’ inellutabilmente declinante mentre quella del web (o dell’immateriale, come sarebbe piu’ giusto definirlo oggi) e’ ancora ascendente, migliorabile e lavorabile.

cablogramma postumanista n.8

C’e’ stata un’evoluzione nella piccola editoria e il contributo richiesto per provare a farsi leggere comincia a diventare consistente: il concorso medio di livello nazionale costa ormai 40 euro. E’ anche vero che tale contributo spesso corrisponde al gesto amicale di chi supporta un progetto, una tantum, una volta l’anno, e acquista dei libri, perche’ dei libri di pari valore verranno recapitati.

A me pare che non si possa fare torto a chi di questo mestiere tenta di fare un lavoro, maturare un sostentamento per campare. Esistono diverse piccole realta’ (penso ad esempio Kolibris di Chiara De Luca, Fara di Alessandro Ramberti, fino ad Anterem di Flavio Ermini, passando per Poiein di Gianmario Lucini e piu’ in largo per LietoColle di Michelangelo Camilliti) che esprimono complessivamente valori letterari spesso dignitosi ed hanno anche utilita’ sociale.

Cio’ detto, concordo con chi vorrebbe che la pratica venisse esercitata in altro modo, anche in rete, ma segnalo il rischio che da un lato si ricada nella trasmissione coatta -e coercitiva- di alcune “maniere” su base volontaria che si autoramificano compatte alla promozione di una ormai mitica simil-Padania poetica, e dall’altro che si finisca in giri eccessivamente periferici e tutto sommato piu’ vicini alla vanity press di quanto si pensi, col bonifico da 1000-1200 euro da sborsare dopo mesi di vittimismo provinciale o regionale.

Sostanzialmente l’umile consiglio ai giovani e’ quello di mollare la presa, farsi una vita in questi tempi grami e lasciare che la poesia venga, se deve venire, come occasione, in parallelo all’esistenza invece che come ragione di vita. Altrimenti quelle sono le regole dell’arena, i comportamenti non proprio adamantini e la sgradevole sensazione di un abuso della buona fede sentimentale. Questo letterario e’ forse il solo ambiente nel quale, in ormai vent’anni, non ho incontrato nessuna persona realmente interessante; solo di volta in volta spinte progettuali, testi ben fatti e infine qualche libro notevole.

cablogramma postumanista n.7

Ridurre i costi della politica

Io Ministro Giuseppe Cornacchia per la razionalizzazione della spesa pubblica anno 2024 allego il seguente prospetto di ridefinizione delle Province Italiane in numero di 55 invece di 110, con la contestuale abrogazione delle Regioni. Viene inoltre resa definitiva l’abrogazione delle Giunte Comunali per agglomerati sotto i 5000 abitanti. Viene infine confermato il termine di due mandati per ogni carica pubblica.

Viene approvato il Piano Quinquennale di rilancio basato su Cultura, Energia, Turismo e Produzioni Immateriali. A seguito dell’abolizione del valore legale dei titoli di studio del 2017 e l’abolizione degli ordini professionali del 2019, viene imposto un nuovo tariffario minimo per le prestazioni di interesse pubblico. Ogni controversia sarà riportata al rappresentante locale della Corte dei Conti Centralizzata di Bruxelles.

cablogramma postumanista n.6

Nuova Poesia Civile (a Fantuzzi, Mari, Terzago, Gallerani)

Dieci anni fa Atelier usciva con un numero monografico, mi pare il n.24, dedicato alla “responsabilità della poesia”, nel quale tutti gli intervenuti (ventenni più o meno come voi) mettevano sul piatto quel che adesso state mettendo, molte volte antecedendo le proprie stesse opere venute solo dopo. Si delineavano i seguenti indirizzi: futuristi, recupero della bellezza, realisti, dono, biografismo, impegno civile. All’ultima categoria contribuirono Rivali, Desiati, Tuzet, Piergallini, Pisanelli, Italiano, Severi. Soprattutto Piergallini ha poi dato seguito ai suoi intendimenti, sia in lettere che in politica attiva.

Una questione: quella del “mestiere”. Un certo tipo di operato, come anche voi lo proponete, porta dritto alla politica attiva e quindi al discorso della rappresentanza reale. Mi pare remota la possibilità di accreditarsi, oggi nel nostro Occidente e qui in Italia, come poeti di mestiere e assumere una rappresentanza indiretta attraverso pauperismi stilistici. E dove non fosse remota, tale possibilità sarebbe -a mio modesto avviso- superata dagli eventi e dalle forme aggregative (ed economiche, non volendo assistenzialismo di stato più o meno mascherato) contemporanee.

Giuseppe Cornacchia

http://www.nazioneindiana.com/2011/02/03/pubblico-e-poeti-una-svolta-civile/ parte prima su Nazione Indiana

http://www.nazioneindiana.com/2011/02/05/pubblico-e-poeti-una-svolta-civile-parte-seconda/ parte seconda su Nazione Indiana

cablogramma postumanista n.5

Scrive Piergiorgio Odifreddi, sul suo blog di Repubblica il 25 gennaio: Umanesimo in via d’estinzione?

“Forse è invece tempo che anche alle facoltà umanistiche vengano applicati i criteri di valutazione e di produttività da sempre in vigore nelle facoltà scientifiche. In fondo, i risultati della ricerca vengono dovunque chiamati “produzione scientifica”, e non si vede perchè si dovrebbero continuare a usare due pesi e due misure solo per preservare l’esistente, che gli umanisti chiamano status quo.”

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rispondo tra i commenti:

Caro Odifreddi,

l’Umanesimo va rimodulato ma non debellato: eliminare l’arte dagli insegnamenti e dalle pratiche scolastiche tarpa l’autonomia di pensiero e il talento critico di ogni cittadino. La scuola deve essere pubblica e deve formare cittadini; noi siamo cittadini, prima che consumatori o clienti. Uno Stato come l’Italia -col suo patrimonio storico ed artistico- non puo’ e non deve diventare un sobborgo del turbocapitalismo di matrice anglofona. Anche la migliore scienza nasce da sogni sui quali si innesta poi un Metodo, che puo’ essere trasmesso e riprodotto nelle scuole. Sono d’accordo che il Metodo scientifico sia preferibile al principio di Autorita’, ma assieme a tanto ciarpame non va cassata la scintilla, la rivoluzione nella mente e nel cuore indotta al massimo grado da poesia, musica e teatro. La politica culturale di questo governo e’, al contrario di tutto cio’, repressiva e di basso profilo. Cosa mira a formare questo ANVUR? Tecnici di basso livello da pagare due lire, in una impossibile rincorsa verso il livellamento dei salari al basso di chi, con le stesse magre conoscenze e capacita’ d’innovazione, produrra’ le medesime cose a minor prezzo. Noi abbiamo tutto per imporre un nostro modello autonomo che si faccia forte delle caratteristiche storiche nazionali, classicita’ compresa. Piu’ scienza, allora, ma anche il meglio dell’Umanesimo. Grazie.

Giuseppe Cornacchia

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Il livello in quel blog e’ davvero miserabile e anche gli Odifreddi, splendido esempio di professore fatto su misura per il tipo di liceo che fa finta di disprezzare (latinorum incluso), entrano di clava in discorsi piu’ grandi di loro, sfruttando la minima notorieta’ di tempi dimenticabili come questo odierno. GiusCo

cablogramma postumanista n.4

Una estenuazione, la stessa che in fondo ha segnato il fallimento della mia presenza in rete. Il profondamente leso e oramai irrecuperabile dovere al silenzio quando non si hanno il talento, la conoscenza e la rappresentanza necessari ad esprimere un parere. Parere ormai confuso con la doxa del consumatore. L’ “autismo corale” (cit. Arminio) avrebbe infine ucciso la poesia, la limitazione progressiva dello spazio illuminato. Nel momento in cui tutte le opinioni valgono uno e sono equiparate a sentenze passate in giudicato, il fondamento su cui si basa il lavoro di fare luce, lavoro che spetta a chi di di quelle sentenze non si fida, viene irriemediabilmente compromesso.

Sostituendo l’ideologia al talento, il comunitarismo alla capacità, l’apparato al gesto verticale, si preferisce l’oscuro alla luce. L’opaco. Il diritto naturale, feroce, primitivo, dello stato militare a quello democratico rappresentativo. Affogare la razionalità cosciente in una frenetica (e vana) pulsione, flusso termodinamico che infine smonta ogni forma di complessità a calore. Che smonta l’umano, come lo conosciamo in forma europea occidentale da sei secoli a questa parte.

cablogramma postumanista n.3

2011: rimanere all’estero o tornare in Italia? Se ne discute chez Severgnini: http://www.corriere.it/italians/10_dicembre_28/Il-ritorno-in-Italia-pro-e-contro_d0176c10-11da-11e0-8f66-00144f02aabc.shtml (il retrogusto è un po’ patetico, causa panettone e residui koethiani. GiusCo)

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Il ritorno in Italia: pro e contro

Caro Severgnini, 2011: rimanere all’estero o tornare in Italia?

Scrive Arturo Busca, il 24 dicembre («Vivere all’estero non è per tutti»), che chi vive in Italia ci sta di comodo o ci deve stare perché altro non può. Non so se oggi, 2010, sia la chiave di lettura migliore: da quel che vedo, molto mi pare assai diverso rispetto a cinque o dieci anni fa. Le chance sono molte e altrettante le possibilità per coglierle, non occorre essere ingegneri nucleari.

Io sto finendo un dottorato in Gran Bretagna e penso a cosa fare dopo. Con 2-3 anni di autonomia economica, posso andare dove voglio: non ho oneri, non ho un futuro scritto, non ho raccomandazioni. La domanda è: necessitando alla peggio di un computer, di una buona connessione internet e di tanta volontà per lavorare possibilmente in proprio (o al limite da ingegnere abilitato), fa tanta differenza in Italia o altrove, oggi ormai quasi 2011?

Ci sono pro e contro nel tornare in Italia, anche per chi ha abitudini molto frugali come me.
Pro: gli incentivi economici della legge approvata qualche giorno fa (se ci rientro), la vicinanza alla famiglia d’origine, la cultura & le arti, i luoghi comuni della vita bella che scorre sempre uguale a se stessa.
Contro: generale poca capacità di immaginare e dunque di inventarsi un futuro, poca capacità di fare sistema, tutela delle classi già tutelate (qui Tony Blair e Gordon Brown, una volta sconfitti, sono spariti dalla circolazione), spiccata propensione all’illegalità e capovolgimento dei fondamenti di un normale stato di diritto.

Non è un elenco di casi uno, due o tre, come vorrebbe Busca, ma carne viva, storie individuali che iniziano a intravvedersi collettivamente nei movimenti studenteschi ultimi in Inghilterra, Italia, Grecia, Francia. Ma il peggio, tornando in Italia, sarebbe rimpiangere l’estero, ritrovarmi straniero in patria. Questa è la molla decisiva che mi orienterà a rimanere fuori.

Buon anno a voi.
Giuseppe Cornacchia

cablogramma postumanista n.2

L’editorialista del Corriere Dario Di Vico, in passato attivo sul fronte sindacale, invita a lavorare di più, a farci tedeschi per superare la crisi. Ho risposto via mail e mi hanno pubblicato: http://generazionepropro.corriere.it/2010/12/la_lettera_la_produttivita_lit.html

LA LETTERA – “La produttività? L’Italia in crisi per corruzione e clientelismo”

Vivo da quattro anni in UK. Da qui il problema italiano non è il lavoro e/o la produttività della parte sana della nostra economia (che anzi suscita rispetto e in alcuni casi ammirazione), ma la corruzione dilagante: clientelismo, evasione fiscale, lavoro nero, illegalità sistematica a forte connotazione criminale, impunità e collusione della classe dirigente.

Ho guardato ieri sera Annozero. Credo che la richiesta agli studenti di dissociarsi fermamente dalla violenza verso le forze dell’ordine sia legittima e tuttavia malposta: non sono i poliziotti il vero obiettivo ma le classi dirigenti stesse, come qui in Inghilterra, dove i conflitti sociali sono più aspri e c’è meno teatrino mediatico, meno “narrazione”.

Credo peraltro che lo studente-rivoltoso Cafagna non sia rappresentativo se non di se stesso, mentre i politici in studio hanno mandato e responsabilità -anche individuale- reali.

Giuseppe Cornacchia, 17 dicembre 2010